Secondo Angelo Ferro, presidente dell’Ucid, sarebbe un errore che quanti comprano azioni per fare profitti dovessero orientarsi verso la Kos. L’argomento usato è che si sarebbe di fronte a “una deriva della finanziarizzazione dove tutto, anche le persone anziane non autosufficienti diventano un bene da comprare e da vendere”. Insomma, il tremontismo produce ogni giorno un mostro concettuale nuovo, così che la retorica finisce per prevalere sulla realtà. Il fatto che alcuni risparmiatori destinino loro risparmi a case di cure diventa “finanziarizzazione”: qualcosa che sarebbe di per sé malvagio, anche se non si capisce secondo quali logiche.
Ovviamente, chi un domani dovesse investire in Kos non comprerà e venderà “gli anziani”, come viene detto nel passo sopra citato, ma solo la propria quota di quelle strutture che si occupano degli anziani. Quando una realtà assistenziale entra in borsa, vi sono risorse private che non vengono usate in altri impieghi (viaggi, autovetture, gioielli), ma invece finiscono ad assistere persone non autosufficienti e comunque bisognose di aiuti. C’è qualcosa che non va? Non è giustamente anche a partire da considerazioni di questo tipo sul buon uso che si può fare dei soldi che, da sempre, si sono giustificati la nascita e lo sviluppo delle banche di orientamento cattolico? E non erano forse stati taluni importanti santi e teologi del tardo Medioevo che avevano legittimato il profitto?
In sé, di tutta evidenza, il profitto finanziario è buono. Poi certo può esserne fatto un uso corretto o sbagliato, e ovviamente può diventare (in maniera patologica) l’unico obiettivo della vita di una persona. Come ogni cosa buona, può essere assolutizzato e quindi pervertirsi. Ma il profitto è quel tipo di ricchezza che si ottiene attraverso rapporti liberamente scelti e non aggressivi, e in questo si distingue dalla rendita parassitaria e dal furto.
La tesi di Ferro è però chiara: non si dovrebbe “fare profitto” su realtà come queste. Eppure fanno giustamente profitti i medici specialisti, gli odontoiatri e molte altre professioni dell’universo sanitario e assistenziale che operano nel libero mercato: e per fortuna che è così. I benefici che queste categorie sanno ottenere mettendosi al servizio degli altri sono, per tutti noi, la migliore garanzia che essi lavoreranno in maniera adeguata. Immaginiamo anche solo per un istante che ne sarebbe dei nostri anziani se le badanti romene o filippine non operassero nel sistema privato concorrenziale, ma fossero dipendenti di Stato e quindi fossero sottratte alla logica del profitto.
L’idea che i servizi di assistenza debbano essere solo e necessariamente statali e non profit è del tutto indifendibile. Lasciamo invece la massima libertà a tutti e diamo a ogni famiglia la possibilità di scegliere a chi rivolgersi.
C’è una questione sottesa alla riflessione svolta dall’Ucid che merita un po’ più di attenzione: ed è il fatto che quello dell’assistenza agli anziani è un settore largamente statizzato. Invece che lasciare ad ognuno di noi la facoltà di finanziare, nel corso degli anni, il sistema previdenziale privato che a noi meglio aggrada, lo Stato ci tassa quanto più è possibile e poi ci offre i suoi servizi: in forma gratuita o sovvenzionata. Siccome poi è del tutto inefficiente, spesso – per fortuna, direi – il settore pubblico si rivolge anche a strutture private, che hanno un rapporto di convenzione con le Regioni.
Tale sistema si presta ad abusi e corruzioni: non c’è dubbio. Chi lo critica può trovare molti buoni argomenti, ma certo non può proporre di andare verso soluzioni ancor più burocratiche e stataliste, che tolgano il dinamismo della concorrenza e del profitto da un settore che, semmai, deve veder crescere soggetti in grado di competere e realizzare utili.
]]>a) Il cronico eccesso di capacità nel settore delle casse di risparmio (overbanking) è legato per buona parte alla presenza del cosiddetto Regionalprinzip, che sottrae alla competizione gli istituti facenti capo ad enti territoriali diversi e fa in modo che i clienti di ciascuna cassa siano in massima parte i residenti della zona stessa in cui essa opera.
b) La raccolta del risparmio, come rileva Hans Werner Sinn nel suo felice volumetto “Der Staat im Bankwesen”, può essere davvero incentivata solo se gli interessi garantiti ai risparmiatori sono generosi. In realtà gli interessi reali per il deposito a risparmio sono stati per anni del tutto risibili (nel 1986 e poi ancora dal 1990 al 1994 ebbero persino segno negativo!!!).
c) Della scorsa settimana è la severa pronuncia del Bundesgerichtshof, la Cassazione tedesca, con la quale sono state bocciate le clausole di quei contratti di credito che consentivano a quei “buoni samaritani” delle casse di risparmio di modificare unilateralmente l’entità dei costi delle transazioni bancarie, il più delle volte ritoccandoli verso l’alto.- Ma non dovevano favorire il piccolo risparmiatore?-
d) Dopo la definitiva caduta delle garanzie di Stato, non è affatto vero che non vi siano stati investitori privati disposti a rilevare o ad acquistare partecipazioni in casse di risparmio. Nel 2004, in un caso rimasto famoso, la cittadina di Stralsund tentò di cedere la propria, ma più forti si rivelarono e pressioni lobbistiche delle associazioni delle Sparkassen e dei potentati politici locali. Stesso esito anche per la recente proposta di modifica in senso più market-friendly della legge regionale sulle Sparkassen nel Nord-Reno Westfalia
e) Nonostante un doppio livello di sorveglianza (quello federale della Bafin e quello dell’organo regionale delle casse di risparmio) i casi di corruzione in questo settore non sono affatto così desueti. L’ultimo è quello scoppiato nel febbraio scorso presso la cassa di risparmio di Colonia (proprietaria persino di un Golf Club!) che rivela in maniera palmare i rapporti malsani e i conflitti di interesse tra politica locale e banche pubbliche.
f) Fin dagli anni ’70, le Sparkassen sono diventate banche pressoché universali, capaci di eseguire una vasta molteplicità di operazioni bancarie e in alcuni casi, laddove permesso dalle rispettive leggi regionali, anche di redistribuire gli utili. L’idea che debbano rimanere a tutti costi pubbliche, sottraendosi così a criteri di efficienza, è insomma palesemente ideologica e non fa certo gli interessi dei consumatori.
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