Non c’è peggior vizio di quello che si traveste da virtù. Nel campo della morale politica, un terreno assai scivoloso che quasi sempre viene evocato dagli attori dell’azione pubblica per far guadagnare consensi alle proprie posizioni con battute a effetto, non c’è luogo comunque più efficace che invocare “l’interesse collettivo” o l’”interesse generale”, a seconda che il predicatore sia di reminiscenze socialiste oppure un democratico radicale giacobin-roussoiano. In entrambi i casi, l’esperienza pluridecennale mi ha insegnato a diffidare. Mi esaltavo a sentir parlare di interesse generale, quando ero giovane. Dopo un bel pezzo di tempo passato a toccar con mano e studiare ciò che in Italia in concreto si realizza, con la scusa dell’interesse generale, mi si rizzano subito le antenne quando sento le magiche parolette.
Inizio con un po’ di filosofia spicciola, perché la peggior colpa della politica non è affatto, con credono i più, quella di perseguire interessi, bensì proprio di aver abbandonato la filosofia. Più gli interessi rappresentati e perseguiti in politica sono manifesti, meglio è per tutti. Quando evocando gli “interessi generali” si tende a dire che una cosa o l’altra è nell’interesse di tutti, l’assenza di filosofia rende la politica incapace di alcuna dialettica. E dunque si finisce dritti nella deontologia: per cui chi si oppone sta con le le forze del male. E’, anzi, il male.
Nell’Italia di oggi, il ritornello quotidiano è quello contro i famigerati evasori fiscali. I nemici della Repubblica intesa come quella d’Italia, non quell’altra di Largo Fochetti che ogni giorno tende a sussumere la rappresentanza etica della prima. Chiunque non imbracci la tonante scomunica verso gli evasori è sospetto come gli untori nella Milano della peste. Con mio stupore, anche il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, nelle sue considerazioni annuali una settimana fa, ha imbracciato il fucile. “Sono gli evasori, i veri responsabili della macelleria sociale”, ha detto, evocando un’altra formuletta che mi fa accapponare, col suo carico di sangue rappreso da vocabolario barricadiero, più che da banchiere. Mi è bastato criticare duramente lo sciopero dei magistrati – che hanno in automatismo nell’Italia di oggi progressioni di carriera, di retribuzione superiori a quelli dei prefetti – per veder apparire sul mio Chicago-blog una bella reprimenda di signori procuratori che duramente mi incalzavano chiedendo quanto mai guadagnassi e quante tasse pagassi io, visto che osavo criticare loro. Tra la partita IVA e le due società, il 66% del reddito lordo sarà quest’anno, ho risposto. Che ne dite: può bastare, per allontanare da me il sospetto di parlare per fatto personale?
Diciamola fuori dai denti, allora, senza paura di essere considerati politicamente scorretti. Molti cittadini sono in buona fede, quando ripetono a voce spiegata che i signori evasori sono il male del secolo italiano, perché se non ci fossero loro non avremmo il debito pubblico al 118% di Pil né il deficit pubblico annuale, visto che con 100 o 120 miliardi di entrate in più – la stima corrente del mancato gettito da evasione – saremmo oggi in surplus. Ma una classe dirigente seria no, non può dirlo in buona fede. A meno di tre casi. Il primo è che condivida in realtà l’effetto vero che dispiega lo Stato oggi nella società italiana. Il secondo è che ritenga tale effetto un problema secondario, rispetto al fatto che prima tutti devono ottemperare, e solo dopo aver diritto di giudicare ciò che lo Stato è davvero. Il terzo è che in ogni caso lo Stato viene prima, rispetto alla persona.
Parto dal confutare la terza posizione, perché è appunto quella filosofica. Per ogni liberale personalista (idem se per fede è un cristiano e un cattolico), c’è un assunto invalicabile, quello che nella geometria euclidea si definirebbe un postulato. La persona con i suoi diritti naturali – vita, libertà, proprietà – che spettano inviolabilmente in quanto persona e non in quanto garantiti da un qualsivoglia ordinamento, viene prima dello Stato. Di ogni Stato, e di qualunque statuizione del suo diritto positivo.
Intendiamoci bene: ribadire questa primazia della persona e dei suoi diritti naturali sullo Stato non significa affatto desumerne che ciascuno può comportarsi come crede, rispetto agli obblighi di legge. Compresi quelli fiscali, naturalmente. Significa solo che tre secoli di Stato moderno, dai tempi della Glorious Revolution e di Hobbes e Locke, e poi della Rivoluzione francese e di Stati etici rossi e neri nel sanguinoso Novecento, ci hanno insegnato il dovere a stare sempre sul chi vive, di fronte a ogni pretesa di “interesse generale” avanzata e affermata dallo Stato. E a sempre, quotidianamente e incessantemente, porci il problema, se per caso i diritti inviolabili della persona non ne risultino coartati, calpestati e denegati.
Se e per chi vale questo postulato, prendiamo infine la questione dell’evasione per le corna, entriamo nel merito. Alla domanda: chi è più corruttore, nell’Italia di oggi? Gli evasori? Oppure lo Stato? La mia risposta è netta: lo Stato. Non dipende affatto, tale opinione, dalla diffidenza verso lo Stato annessa al postulato numero uno di cu sopra. Dipende da una fatturale e concreta analisi di che cosa in concreto lo Stato faccia, oggi, nella società italiana, coi 53 punti di PIL destinati nel 2009 in spesa pubblica, e i suoi 47 punti di Pil di entrate fiscali tributarie, contributive, e a titolo diverso.
I 25 punti di Pil che vanno in sanità, assistenza e istruzione, disegnano di fronte a noi la seguente realtà. Una sanità gravata da pesantissime intromissioni politiche e partitiche, vastissime inefficienze sui costi a fronte della impari qualità offerta sul territorio, ritardi intollerabili – fino ad anni interi – nei pagamenti ai fornitori. Se la commissione per il federalismo fiscale adotterà come standard il livello costi-efficienza della regione Lombardia, si risparmierebbero 18 miliardi su 125 del fondo sanitario nazionale. Se invece si adotterà come standard quello della media di quattro Regioni, Veneto Emilia e Toscana oltre alla Lombardia per non imporre rientri energici a Lazio e Sud dove si concentra il problema, ecco che i risparmi e le maggiori efficienze si ridurranno a 2,4 miliardi. E il federalismo fiscale, a quel punto, sarà presa pei fondelli dopo 20 anni di polemiche.
Quanto all’istruzione, a furia di privilegiare gli insegnanti da assumere sulla qualità del servizio, e a furia di incentrare sulla scuola di Stato invece che sulla libera scelta delle famiglie l’allocazione delle risorse per premiare la migliore offerta formativa, il quadro è quello che ci vede perdenti in tutte le graduatorie internazionali. Nel welfare, l’ipertutela ai lavori dipendenti a tempo determinato taglia fuori giovani e donne, e ha imposto un doppio status dal quale non si esce con meno flessibilità ma con tutele nella flessibilità a chi non le ha, con meno privilegi a chi troppi ne ha goduto. La famiglia e la fecondità sono i nemici pubblici numeri uno del fisco e del welfare italiano: dovunque in Europa, con sistemi diversi, esse sono scoraggiate assai meno che in Italia., e ne va appunto dei diritti naturali di persone e famiglie, oltre che della sostenibilità dei conti intergenerazionali del nostro Paese. Idem dicasi del 16% di Pil speso in pensioni, con generazioni a venire per le quali il tasso di sostituzione dei nuovi trattamenti sarà anche di 20 punti inferiore a quello delle generazioni precedenti, senza che il fisco senta la necessità di premiare energicamente forme aggiuntive di impiego del risparmio a questo fine. Degli 11 punti di Pil spesi in stipendi ai pubblici dipendenti, voglio solo dire che da anni sono tutti d’accordo sulla bassa produttività delle logiche gestionali di una pubblica amministrazione che ci impone le posizioni più arretrate in ogni graduatoria internazionale, sui tempi delle procedure, licenze, gare e concessioni, come su sprechi e inefficienze dalle 600mila e oltre auto blu, agli emolumenti insopporabilmente elevati dei 250mila politici di professione.
Non è un caso e tanto meno frutto di deficienza antropologica dei loro cittadini, che il più dell’evasione fiscale, sull’IVA come sui redditi personali e d’impresa come sui contributi previdenziali, secondo ogni serio studio nazionale e internazionale, si annidi in 6 Regioni italiane del Sud, a cominciare da Calabria e Basilicata, Puglia, Campania e Sicilia. Sono le aree del Paese in cui politica e Stato hanno avuto la pretesa in 65 anni di esercitare il massimo dell’intermediazione discrezionale dei redditi locali, attraverso trasferimenti diretti alle persone e alle imprese a fondo perduto, con la scusa dello sviluppo e del gap da sanare che è rimasto invece totalmente insanato, mentre la Germania in 20 anni risolveva i due terzi delle disparità di reddito procapite tra Est e Ovest. Il risultato è sotto i nostro occhi. Sono lo Stato e la politica, a Sud, con loro logiche di patronnage clientelare, intromissivo e discrezionale,ad aver radicato il male dell’illegalità diffusa.
Per tutto questo penso, dico e ribadisco che in Italia oggi la corruzione è lo Stato, non gli italiani. La lezione di decine di Paesi, avanzati e in via di sviluppo, è che dovunque uno Stato sia meno intrusivo ed esoso, dovunque l’adesione spontanea dei cittadini all’ordinamento, alle leggi e alle tasse, migliora e si innalza. Chiunque dica che sono gli italiani a doversi vergognare, chiunque ripete la balla che le tasse sono alte perché ci sono gli evasori – un falso assoluto, se gli evasori pagassero le tasse non scenderebbero, salirebbe solo la pressione fiscale che da noi ha sempre inseguito la spesa pubblica crescente decisa dalla politica, per sfamare se stessa e i suoi apparati – chiunque divida gli italiani in una costante guerra civile tra redditi dipendenti soggetti alla tasse ed autonomi e professionisti invece evasori certi e conclamati, chiunque faccia questo, se appartiene alla classe dirigente consapevole dei numeri italiani, non può essere che in malafede. Sognare ancora più Stato dimenticando che da noi sarebbe solo più corruttore e inefficiente. Oppure, semplicemente, ha paura di chi esercita il potere protempore, e preferisce scomunicare gli evasori invece dei politici.
]]>ridurre la rilevanza dei rating nella supervisione, al tempo stesso accrescendo la concorrenza tra le agenzie di rating e controllando efficacemente l’integrità dei loro processi decisionali, la trasparenza dei loro giudizi;
Trasparenza e concorrenza per il rating, altro che statalizzazione della valutazione. Siamo in pochi a dirlo, ma per fortuna nel gruppetto sparuto c’è anche Mario.
]]>titoli di Stati che hanno ampi deficit di bilancio o alti livelli di debito pubblico; soprattutto, quelli di paesi dove queste due caratteristiche si combinano con una bassa crescita economica. Per questi paesi non c’è alternativa al fissare rapidamente un itinerario di riequilibrio del bilancio, con una ricomposizione della spesa corrente e con riforme strutturali che favoriscano l’innalzamento del potenziale produttivo e la competitività.
E’ evidente che il principale interlocutore di Draghi è il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.
Draghi, naturalmente, promuove la manovra da 25 miliardi di euro messa in campo dall’inquilino di Via XX Settembre. Lo fa dopo aver brevemente ricordato le caratteristiche ancora critiche del contesto internazionale, e dopo aver rimarcato che nel 2010 i paesi emergenti avranno tassi di crescita decisamente buoni, mentre tra quelli industrializzati, a fronte di una crescita “significativa” negli Usa e in Giappone, i segnali in Europa sono “deboli”. Draghi coglie l’occasione anche per difendere (con un tono un po’ da avvocato d’ufficio, onestamente) la riforma della finanza globale e, di striscio, i cambiamenti introdotti negli Stati Uniti dall’amministrazione Obama; e dà una pagella dignitosa al sistema bancario italiano.
L’operazione di avvicinamento alle questioni italiani procede attraverso una riflessione critica sull’Europa. Per Draghi, era inevitabile che la reazione alla crisi comportasse l’aumento vertiginoso del debito e del deficit pubblico quasi ovunque nel Vecchio Continente (rispetto al quale l’Italia segna una performance di relativo rigore). Per questo, la “exit strategy” rende
urgente un rafforzamento del Patto di stabilità e crescita: l’impegno a raggiungere un saldo di bilancio strutturale in pareggio o in avanzo va reso cogente, introducendo sanzioni, anche politiche, in caso di inadempienze; va assicurata l’integrità delle informazioni statistiche, in particolare quelle di finanza pubblica va assicurata l’integrità delle informazioni statistiche, in particolare quelle di finanza pubblica.
Per il Gov., insomma, l’Ue ha senso nella misura in cui riesce a essere guardiano efficace della solidità delle finanze pubbliche. E questo perché senza credibilità delle regole e dei bilanci degli Stati, difficilmente si creano le condizioni per avere investimenti e crescita. E’ in questo snodo che si innesta la riflessione sull’Italia – di cui Draghi ha ricordato l’imbarazzante deficit di crescita nel periodo pre-crisi: nel decennio scorso, l’Italia è cresciuta del 15 per cento contro il 25 per cento medio dell’Ue, il tasso di occupazione è inferiore di 7 punti (che diventano 12 per le donne), la produttività per ora lavorata è salita appena del 3 per cento contro il 14 per cento dell’eurozona.
In breve, la crisi italiana non coincide con la crisi europea e globale. Quella è transitoria; la nostra è strutturale. Per questo, gli interventi anticrisi non possono aver natura di eri provvedimenti d’urgenza. Draghi condisce la sua invettiva (oddio, non era proprio un’invettiva) con parole di fuoco per l’evasione fiscale (“macelleria sociale è una espressione rozza ma efficace: io credo che gli evasori fiscali siano i primi responsabili della macelleria sociale“, dice discostandosi dal testo scritto) e la corruzione. Ma il fulcro delle sue valutazioni sta qui:
La gestione del turnover nel pubblico impiego e i tagli alle spese discrezionali dei ministeri recentemente decisi dal Governo devono fornire l’occasione per ripensare il perimetro e l’articolazione delle amministrazioni, per razionalizzare l’allocazione delle risorse, riducendo sprechi e duplicazioni tra enti e livelli di governo. Occorre un disegno esteso all’intero comparto pubblico, che accompagni le iniziative già avviate per aumentare la produttività della pubblica amministrazione attraverso la valutazione dell’operato dei dirigenti e dei risultati delle strutture.
Il Governo ha introdotto misure di contrasto all’evasione fiscale. L’obiettivo immediato è il contenimento del disavanzo, ma in una prospettiva di medio termine la riduzione dell’evasione deve essere una leva di sviluppo, deve consentire quella delle aliquote; il nesso fra le due azioni va reso visibile ai contribuenti.
In breve,
In molte altre occasioni abbiamo affrontato il tema delle riforme strutturali. La crisi le rende più urgenti.
In sostanza, Draghi invita il governo a essere più coraggioso, a guardare al lungo termine e trasformare le necessità imposte dalla crisi nell’occasione virtuosa per completare riforme a lungo attese, dall’aumento dell’età pensionabile al taglio strutturale della spesa pubblica, dalle liberalizzazioni alla razionalizzazione della spesa locale, dalla trasparenza nell’informazione statistica alla riduzione delle tasse. Solo così il paese potrà tornare a crescere. E solo crescendo potrà convergere verso i tassi di crescita della parte più dinamica dell’eurozona. L’esortazione di Draghi, dunque, suona come una promozione solo parziale della manovra di Tremonti, giudicata necessaria ma non sufficiente, coraggiosa ma non ambiziosa.
]]>La prima lezione è stata quella che ha tenuto più banco, quella più evidente. I capi delle grandi banche americane sono in maggioranza nettamente contrari alla svolta “alla Volcker” annunciata da Obama per recuperare populisticamente consenso dopo la sconfitta in Massachussetts. In ogni caso, è stato assolutamente irresponsabile da parte di una personalità come il presidente degli Stati Uniti annunciare pubblicamente di punto in bianco la volontà netta di separare attività bancarie commerciali da quelle d’investimento. E’ un tema delicatissimo, mai posto nelle sedi tecniche e riservate – il Financial Stabilty Forum – che per mandato del G20 approfondiscono l’agenda di una riforma condivisa tra le tre macroaree finanziarie del mondo, America, Europa e Asia. Inoltre, non corrisponde ad alcuna proposta tecnica si qui avanzata dalla stesa Amministrazione in Congresso, un Congresso nel quale il denaro delle grandi banche conta eccome , per aver contribuito alla vittoria dei democratici. La sparata populista di Obama avrà sollevato l’entusiasmo di tutti coloro che sognano la rivincita della politica contro banchieri avidi e regolatori tecnici troppo vicini alle ragioni dei banchieri, ma di fatto a Davos non si è minimamente capito come possa porre le basi di una svolta politica vera, approfondita e condivisa con europei e asiatici. E’ a Mario Draghi, che nella seduta a porte chiuse dei banchieri Larry Summers si è rivolto dicendo “a te il compito di salvare il mondo”. Non a Obama. Tanto meno alla sua scolorita copia europea, Sarkozy. Quella che piace tanto a Tremonti, “quello del presidente francese è stato l’unico intervento di livello a Davos”, continua a dire.
Quanto alla triade del Washington Consensus che per decenni ha retto le sorti della globalizzazione e degli interventi straordinari di stabilizzazione in occasione delle crisi – Usa, Fmi e World Bank – essa appare ferita a morte. Politici americani di rilievo, cioè dell’Amministrazione, a Davos tranne Summers non ce n’erano neanche. I rappresentanti del FMI e della WB sedevano in quarta o quinta fila, asiatici e latinoamericani hanno perfettamente capito che gli interventi di stabilizzazione finanziaria in caso di crisi nelle loro aree verranno da altre sedi, come l’ASEAN+3 che accomuna Cina, Giappone e Corea del Sud in un’idea primigenia di unione monetaria asiatica, e dalla convergenza tra Mercosur e Comunità Andina nel Sudamerica in vista della nascita di un comune Banco del Sur. Sarà pure un’idea all’inizio partorita da quel pazzo bolivarista di Chavez, ma nell’intero continente – tranne che in Cile – piace più del vecchio NAFTA nordamericano. A parole, dell’eclisse dell’intera cornice nata a Bretton Woods nel 1944 tutti si dicono convinti da più di un anno. Di fatto, non un solo passo avanti è stato compiuto per una nuova architettura di governo efficace, come non è il G20 inutilmente ampio e che è in realtà un G2 tra Usa e Cina profondamente diviso. Ricordo a tutti che nell’attuale Board del FMI la Cina “pesa” per soli tre quarti rispetto ai voti della Francia, il Belgio ha il 50% di voti più del Brasile, 8 dei 24 membri sono europei. Queste e altre amenità di tal fatta nel mondo d’oggi candidano il Fmi a non contare più niente, in quanto costruito su criteri preistorici.
La terza lezione riguarda noi europei. Tutti, nei corridoi, parlavano in realtà della crisi dei debiti sovrani nell’euroarea, Grecia prima, Portogallo e Spagna poi, e via continuando. Lo stesso tema che ci appassiona sul nostro blog in questi giorni. L’Italia può essere ragionevolmente grata alla prudenza di Tremonti, che ci tiene lontani dall’elenco dei Paesi potenzialmente considerati a rischio di uscita dall’euro. Ma è l’euro stesso, che appare un nano: aveva ragione Milton Friedman, ammonendo inascoltato più di 20 anni fa gli europei che una moneta comune sarebbe stata a rischio nella prima grande crisi, senza riunificazione dei mercati sottostanti e delle politiche sovrastanti. L’Europa vedrà il suo debito esplodere, ed è irrimediabilmente avviata all’invecchiamento. O è capace di grandi riforme per efficienza e produttività, oppure perderà altri punti nelle graduatorie del mondo nuovo, centrato sul Pacifico.
]]>Naturalmente, non siamo qui affatto più bravi di tutti i colleghi. Non è che io abbia antenne a Francoforte e Bruxelles che manchino ai grandi giornali italiani. Le mosse preparatorie della successione a Trichet sono seguite da grandi giornali europei da almeno sei mesi. Ft e Ft Deutschland, Figaro, Les Echos, Telegraph, Times, Faz. Basta fare una ricerca, e troverete decine di articoli. Nei quali si segnala il come e il perché i tedeschi vogliano alla guida della BCE Axel Weber d’accordo coi francesi. Mentre la candidatura portoghese alla vicepresidenza brucia Draghi. La domanda è: come mai nessun grande giornale italiano aveva considerato utile occuparsi della faccenda che riguarda il governatore di Bankitalia, e il resto d’Europa sì?
La risposta è: perché nella stampa italiana oggi molti preferiscono evitare di toccare temi che possano provocare pericolosi e temibili mal di pancia. Non succede nella politica. Ma nell’economia sì. E’ la regola pressoché ferrea. Personalmente so anch’io bene che sollevare il tema della candidatura Draghi non può, per esempio, piacere al ministro Tremonti. Parlarne non tocca certo i meriti di Tremonti. Ma sappiamo tutti che invece, facendolo, si urtano sensibilità. Sapevo che scrivendone mi sarei esposto alla reazioni. Che sono puntualmente arrivate. Ma se uno fa questo mestiere con un minimo di dignità, si tratta di reazioni che deve mettere in conto e andare avanti. Per questo plaudo a De Bortoli. Il suo editoriale coglie nel segno, secondo me, quando dice che l’Italia rischia di rimpannucciarsi nel tradizionale e silenzioso compiacimento della puntuale bocciatura europea dei propri acerrimi avversari in patria.
Poichè torno sul tema, ne approfitto per rispondere alle obiezioni venute alla proposta. Personalmente, non considero affatto l’esperienza in Goldman Sachs di Draghi, dopo la guida della direzione generale del Tesoro, come un bias che lo renda solo per questo “agli ordini” delle grandi banche d’investimento. Per la conoscenza che ho di lui, è stato il modo per comprendere ”dal di dentro” tecnicalità e rischi della finanza ad alta leva e di quella derivata: il punto irrisolto che oggi spinge Obama alla repentina uscita polemica contro le grandi banche USA, tema sul quale la penso come Zingales. Disciplina del capitale di vigilanza e dei coefficienti patrimoniali diversificata per titpo di impiego de capitale intermediato – distinguendo impieghi commerciali dal proprietory trading – sono per me una soluzione da preferirsi al ritorno al passato, cioè alla nostra legge bancaria del 1936 o al Glass-Stegall Act. Aggiungo, inoltre, che se proprio devo guardare alla polemica italiana, considererei addirittura preferibile per il governo spedire Draghi in carrozza a Francoforte. Ma per me il punto non è questo: bensì sollevare con forza il tema dell’intollerabilità dell’atteggiamento sin qui seguito dai tedeschi, sugli attivi patrimoniali delle proprie banche.
Quanto a come sia diffuso nel giornalismo economico odierno in Italia l’”evitare di spiacere a chi può”, basti pensare a un paio di altre vicende. Il ritorno alla fusione Autostrade-Abertis. E soprattutto l’ipotesi Telefonica-Telecom Italia. Entrambe, negli anni alle nostre spalle, infuocarono il giornalismo e la politica italiana. Oggi appaiono come bagliori su qualche media, solo per riscomparire nella più fitta vnebbia l’indomani. Eppure tutti sappiamo che le trattative sono buon punto, su due asset che nel panorama asfittico dell’economia e del capitalismo nazionale non è che siano proprio secondari. Lo dico senza alcuna tentazione di impancarmi a maestro di nessuno. E’ una mera contatazione, sulla quale ognuno è libero di pensarla come crede. Io, e noi qui, siamo l’ultima ruota del carro. Ma una ruotina fiera di dirla come la pensa. Se e quando sbagliamo, nessuno può pensare che lo stiamo facendo in conto terzi.
]]>Per il governatore inoltre uno dei problemi che sta peggiorando è quello «delle istituzioni finanziarie ‘too big to fail’, troppo grandi per fallire: sono un grande problema che sta peggiorando, con ripercussioni sulla competitività dell’industria che sta diventando ancora più concentrata di quanto fosse prima della crisi». Secondo Draghi, non si può far fallire le banche, ma invece «bisogna trovare un meccanismo e risorse per permettere alla banca di continuare la sua attività». Il governatore ha ricordato come molti «Paesi hanno questo meccanismo e in Italia lo abbiamo usato diverse volte senza incorrere nel rischio di fallimenti. Non dico che sia il migliore, ma può essere una soluzione». Nel nostro Paese, infatti, esiste il Fondo Tutela e Garanzia dei depositi da parte dello Stato che interviene per evitare gli effetti di un eventuale default, mentre nella prassi nessun istituto di credito è stato lasciato fallire ma ogni volta sono state sollecitate azioni di risanamento da parte della stessa banca, del mercato o l’intervento di un cavaliere bianco. Sul tema di tali istituzioni la conferenza ha visto un gruppo di lavoro cui ha partecipato l’ad di Unicredit Alessandro Profumo, il quale ha chiesto per le autorità di regolazione un «più forte mandato improntato alla stabilità finanziaria» e non «alla tutela dei consumatori», oltre a regole uguali per tutti Uno dei principali rischi per il futuro è quello «dell’impressionante massa di debito pubblico e privato» in scadenza nel mondo, e che potrebbe fare i conti con un aumento dei tassi di interesse. Un evento che «che non succederà domani» ma che deve preoccupare e indurre ad agire in fretta, anche se «la situazione è migliore rispetto a quella di alcuni mesi fa».
]]>Prima che vi sembri poco affidabile, vi rinvio al sito di Eurointelligence – ottimamente informato riservatamente da prime file della Commissione -, sito che pubblica le indiscrezioni oggi riprese solo da FT Deutschland. I giornali italiani hanno scritto a vanvera per mesi che Tremonti era candidato alla presidenza dell’Eurogruppo per fare le scarpe alla candidatura di Draghi alla BCE. Mi sento di assicurare che Tremonti non è stato mai interessato alla carica, né tanto meno al secondo fine attribuitogli. Diciamo che il suo atteggiamento era di benign neglect, visto che la candidatura Draghi è stata purtroppo rumorosamente lanciata mesi fa dal Wall Street Journal, cosa che non aiuta troppo con la finanza franco-tedesca, tanto meno di questi tempi. Fatto sta che i francesi con Barnier al mercato interno, che comprende banche e finanza, hanno fatto un colpaccio in Commissione, anche perché perderanno con Trichet la leadership BCE. Mentre i tedeschi, nei portafogli della Commissione, hanno spadroneggiato meno di un tempo. La traduzione possibile è che diffidino alla BCE di un Draghi capo del FSB e troppo tosto sui ratios bancari, visto che le banche pubbliche e private tedesche continuano coi loro malcerti attivi patrimoniali ad essere il vero guaio intatto a livello continentale. Ma, dopo aver dettato le regole della BCE e aver commissariato di fatto per anni con Otmar Issing il primo vertice olandese della banca, è giusto pensare che sia un po’ troppo, avere dopo Trichet un Axel Weber (attuale governatore Bundesbank), o un altro candidato ombra dei tedeschi. Per questo Tremonti avrebbe davvero cominciato, aderendo alla soluzione Juncker franco-tedesca per l’Eurogruppo senza fare storie, a tessere le fila per la candidatura Draghi alla BCE. Oltre naturalmente a Tremonti, Gianni Letta per Berlusconi segue personalmente la cosa. Vedere per credere, certo. E la partita è lunga e complessa. Ma l’essenziale è non immiserirsi in letture provinciali, specialità italiana di sempre.
]]>Sugli ammortizzatori, come potete leggere Draghi riconosce che il governo molto ha fatto quest’anno per attenuare le disparità tra coloro che non ne erano coperti in terziario e artigianato, in caso di perdita dell’impiego. Ma aggiunge che ancora allo stato attuale almeno 1,2 milioni di lavoratori dipendenti ne restano esclusi, e quasi mezzo milione di lavoratori parasubordinati, oltre al fatto che il requisito dei 12 mesi di contributi versati nei due anni precedenti al sussidio non è solo distonico rispetto a criteri più limitati e diluiti nel tempo di altri grandi Paesi europei, ma soprattutto poco coerente alla flexicurity verso la quale il governo stesso vuole meritoriamente procedere. Per questo, dice Draghi, usciti dall’emergenza occorre una riforma complessiva. Poiché aggiunge chiaramente “usciti dall’emergenza”, mi pare che abbia ragione non una ma due volte. Non vedo contraddizione con quanto il governo ha sempre sostenuto.
In materia previdenziale, Draghi non solo sottolinea che pur dopo le correzioni recenti sui coefficienti di trasformazione a partire dal 2015 sembrano permanere problemi legati al basso tasso di sostituzione per chi ricadrà integralmente nella riforma Dini, a capitalizzazione “virtuale”, ma avanza l’ipotesi che al pilastro integrativo su base volontaria possano essere trasferiti parte di quel monte contributi del 33% individuale che sono attualmente il tetto più elevato in area Ocse. In che cosa consiste, a tale proposito, l’invasione indebita di campo rispetto al governo? Piuttosto, mi pare un utile osservazione che potrebbe essere utilizzata dall’esecutivo nel suo rapporto con i sindacati, per ottenere maggiore disponibilità a incentivare il rialzo dell’età media pensionabile effettiva. A ciò si aggiungono molte pertinenti osservazioni, sull’eccesso di costi e commissioni che continuano a gravare sulle gestioni e prodotti previdenziali integrativi, nonché sulle ripercussioni che derivano dall’essere troppi gestori non di adeguata massa critica amministrata, nonché ancora sulla necessità di sottoporre le rendite a condizioni di trasparenza nelle modalità di erogazione, che oggi continuano a mancare per asimmetria informativa. Non vedo se non del bene, da tali proposte. Richiamano a più responsabilità non solo lo Stato, ma anche gli operatori finanziari e assicurativi.
Il punto di fondo è forse un altro. La politica diffida ormai dei tecnici non eletti, dopo anni nei quali proprio da essi venne una straordinaria supplenza politica al clamoroso fallimento di un’intera classe politico-istituzionale. In questo, posso capirla e anzi la capisco. Deve governare chi si presenta al giudizio dell’elettorato e ne ottiene la maggioranza. Ma se questo significa che un governatore della Banca d’Italia deve tacere su qualunque argomento abbia a che fare con la finanza pubblica e privata, vuol dire solo che la politica ha ancora poca stima di se stessa. Così facendo mostra non di avversare legittimamente ipotesi improprie – che oggi non esistono - ma di temere fantasmi. Che sono figli della propria inadeguatezza, dei propri complessi di inferiorità.
]]>Sulla morte del G8, l’unico foro in cui l’Italia aveva un ruolo da comprimario primattore, ho già scritto ieri sera per il Messaggero di oggi. Che davvero si debba prendere alla lettera l’impegno che il “Framework for Strong, Sustainable, and Balanced Growth” esponga nel G20 a una peer review incrociata che faccia rientrare gli eccessi di deficit commerciale americano e del saldo di parte corrente che lo pareggia, obbligando gli USA a importare di meno e la Cina a consumare di più, mi sembra un classico sogno alla Obama anche se mi rendo conto sia molto conveniente credere che siamo davvero alla svolta del XXI secolo. Mi accontenterei di vedere, di qui a fine anno come promesso, prender corpo in dettagli concreti le proposte del FSB sugli otto punti che sono poi la ciccia essenziale: i requisiti di capitale bancario da rafforzare in amount and quality, con cuscinetti anticlici per evitare effetti contrari (qui c’è il problema tedesco, che per l’Europa a leva tuttora maggiore degli USA è pesante, e voglio vedere come si risolve); un nuovo standard di liquidità cross border da introdurre, per evitare asfissie future del’interbancario; i criteri di macrostabilità per gli intermediari che pongano rischi sistemici a prescindere dal Paese in cui siano incardinati; un set comune tra IASB e FASB, Usa e Ue sui criteri contabili-patrimoniali; l’adesione da parte FASB a standard comunque condivisi; la stretta annunciata a hedge funds e agenzie di rating; le camere di clearing per i derivati OTC, con innalzamento dei margini per partecipare al loro mercato; il rilancio della securitization su basi più solide. Lascio da parte la proposta sui compensi bancari, perché quella è fuffa per politici alla ricerca di applausi.
La parte più concreta, dunque, è affidata ai lavori coordinati da Draghi, ed entro fine anno si vedranno le prime proposte, da attuare tra fine 2010 per i requisiti di capitale bancari e 2012 per i derivati. Vedere per credere. Ma Draghi sale, eccome se sale.
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