La premessa per comprendere meglio in che cosa consista, questo nuovo patto sociale, è la comprensione della nuova globalizzazione con cui siamo alle prese. Il mondo post crisi vede leader mondiale della produzione industriale la Cina e non più gli Stati Uniti. Vede l’intera costa occidentale del Pacifico, da Vietnam e Thailandia a Corea del Sud e Indonesia, non più sotto l’orbita economica e politica degli States, ma di Pechino, che ha agganciato l’export asiatico alla soddisfazione dei propri consumi interni, destinati a crescere vorticosamente sostituendo la tossicchiante domanda americana.
Chi era critico della globalizzazione anglosassone, resta ancor più critico anche di questa neoglobalizzazione a guida asiatica. Gode di vasto consenso, infatti, la tesi secondo la quale (vedi ultimi interventi di Luciano Gallino ed Eugenio Scalfari, su Repubblica) tentare di assicurarsi quote crescenti di quei mercati, che vedranno centinaia di milioni di neoconsumatori affacciarsi a bisogni crescenti, comporti una concorrenza al ribasso dei costi e dei diritti dei lavoratori dei Paesi avanzati. Come a dire che se la Fiat punta a diventare un gigante mondiale bisogna fermarla, perché se ci riesce significa che gli operai di Pomigliano, Melfi e Mirafiori saranno costretti alle basse paghe e agli zero diritti degli operai cinesi.
E’ una tesi popolare, abilmente insufflata da quel pezzo di sindacato e di sinistra che continua a guardare alla storia attraverso lo specchietto retrovisore. E le lenti della nostalgia, dei mitici anni in cui bandiere rosse e consensi a milioni tra gli operai facevano pensare che la fabbrica fosse finalmente nelle mani giuste, cioè quelle degli sfruttati in lotta naturale contro gli odiati e famigerati “padroni”.
Senonché, si tratta di una tesi completamente falsa. L’intera storia della globalizzazione, dalla prima rivoluzione industriale manchesteriana e dall’applicazione della legge dei rendimenti comparati e della specializzazione del lavoro, è fatta di Paesi che si affermano e restano per lungo tempo leader, anche nell’espansione dei mercati ad aree a più basso costo del lavoro. Purché naturalmente quei Paesi avanzati non dimentichino che devono preservare due condizioni. La prima è che devono avere una struttura produttiva flessibile, in grado di rispondere rapidamente alla mutata domanda internazionale. La seconda è che devono restare titolari di tecnologie di prodotto e processo, gestionali, commerciali e distributive, capaci di preservare la leadership nella parte più elevata del valore aggiunto, quella che i Paesi emergenti metteranno più tempo a raggiungere. E’ grazie a questa leadership, che si realizzano utili tali da continuare a sostenere redditi elevati tantod elle inmprese, che dei loro dipendenti. Così facendo la Gran Bretagna preservò la sua egemonia nell’Ottocento, e gli Stati Uniti la loro nel Novecento e fino alla grande crisi attuale. La differenza rispetto al passato è che semmai i Paesi meno avanzati oggi sono assai più rapidi di un tempo, nel dover concedere aumenti salariali e dei diritti: persino la Cina comunista, registra negli ultimi sei mesi aumenti retributivi tra il 15% e il 25% nel più della propria manifattura.
Ma perché la struttura produttiva sia flessibile e contemporaneamente capace di concentrarsi sull’affinamento e l’innovazione delle tecnologie, occorrono anche regole condivise capaci di rendere possibili queste innovazioni continue. A volte, come nel caso Fiat in Italia, innovazioni di forte discontinuità, visto lo stato di fortissima difficoltà dell’azienda quando Marchionne la prese in mano.
Ma il nuovo patto sociale indicato da Marchionne e Marcegaglia offre ai lavoratori più retribuzione netta e meno tassata, non meno. Oltre a rappresentare l’unica strada oggi possibile per difendere la base occupazione attuale, e per estenderla ulteriormente in futuro. Certo, trattare stabilimento per stabilimento e azienda per azienda le nuove condizioni di miglior utilizzo degli impianti attraverso turni, orari e straordinari, in cambio non solo di più retribuzione ma altresì di 20 miliardi di investimenti, implica l’addio ai vecchi riti e miti della contrattazione centralizzata e iperpoliticizzata.
Ma è di questo che c’è bisogno, nel mondo nuovo. Concretezza, rigore, reciproco vantaggio tra capitale e lavoro. Il nuovo patto sociale manda in soffitta i rottami ideologici della contrapposizione di classe. Non si fonda più sul collettivismo corporativo. Ma sull’utile comune e condiviso di una nuova responsabilità sociale. Che guarda al miglioramento del benessere e dei consumi di miliardi di individui nel mondo come a una possibilità per tutti, non come a una minaccia.
]]>In quella sede, avevamo discusso di quanto fosse non solo incostituzionale nei confronti del nostro ordinamento, ma persino aberrante rispetto a uno Stato che si pretende di diritto obbligare il contribuente a pagare un debito che ancora deve essere accertato e che egli stesso contesta.
In un aggiornamento su Chicago Blog, abbiamo poi guardato con speranza ad alcuni emendamenti alla manovra che sembravano aprire uno pertugio di fiducia circa il senno ritrovato del legislatore.
In sostanza, notavamo che – benché restasse ferma la novità di rendere esecutivo direttamente l’atto di accertamento saltando l’iscrizione a ruolo – l’estensione della sospensione dell’esecuzione decisa dal giudice tributario da 150 giorni a 300 (considerando che un processo tributario in primo grado non dura meno di 750 giorni) avrebbe costituito un buon punto di partenza per convincere il legislatore dell’iniquità della norma.
E un’attività di convincimento (nonché di ammonimento circa il fatto che, alla prima occasione, la norma sarebbe stata bocciata dalla Corte costituzionale) è stata quindi condotta dalle associazioni di categoria, industriali e professionali, da parte della stampa (penso in primo luogo agli articoli di Giacalone e Ostellino) e, volendo, anche dall’Istituto Bruno Leoni, facendo alla fine eliminare dal testo finale di conversione del decreto legge il termine per la durata della sospensione.
In sostanza, anche se l’avviso di accertamento continua a rappresentare direttamente titolo esecutivo, il fatto che, come avvenuto finora, il giudice possa concedere una sospensione per una durata eventuale sino al deposito della sentenza di primo grado consente finalmente al presunto debitore prima di discutere, e poi di pagare.
Certo, la questione dei presupposti della sospensione, in particolare se collegata all’entrata in vigore del redditometro, pone ulteriori, seri problemi al diritto di difesa, ma per ora ci piace esprimere la soddisfazione per questa piccola battaglia vinta.
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Ci stanno portando via tutto. Non soltanto ciò che abbiamo. Ci stanno portando via tutto. Anche ciò che siamo. Siamo stati creati intelligenti, capaci di badare a noi stessi, in grado di valutare i rischi e le insidie della vita. E ora stiamo forzosamente diventando stupidi, pavlovianamente dipendenti dallo Stato, senza facoltà di discernimento. Dio ci ha creato responsabili; il parlamento ci sta facendo irresponsabili. Per legge non possiamo anzi non dobbiamo più pensare alla nostra salute. Siamo tenuti invece a sottoscrivere una polizza in bianco al sistema sanitario nazionale. Pagando un “premio” che si fa sempre più alto in funzione degli insaziabili appetiti dei nostri governanti. Prima è stata la volta dell’obbligo di cintura in macchina; e superficialmente abbiamo detto: “sì, in effetti ci sono tanti incidenti, forse vale la pena di patire sempre quel terribile fastidio al collo: tanta gente avrà salva la vita e forse anch’io”. Poi è toccato all’obbligo di casco sui motorini; e abbiamo ancora giustificato l’imposizione riflettendo: “eggià, quanti ragazzini potrebbero farsi male e perfino lasciarci la pelle: son pur sempre veicoli motorizzati che possono raggiungere 50-60 Km/h…”. Quindi a essere finito nel mirino dei legulei salutisti è stato il fumo e ancora abbiamo supinamente concluso: “beh sì, il fumo è cancerogeno, non è poi così grave che nei locali (privati!) destinati al pubblico non si possa fumare, lo si può sempre fare fuori senza troppi incomodi”.
Ma adesso a essere bersaglio del parlamento è pure la bicicletta. Anche per guidare il caro vecchio velocipede a pedali l’uso del casco sarà coatto a pena di sanzione. E allora pensiamo alla nonna che ci accompagnava all’asilo sul portapacchi della “Graziella” con in testa solo un coloratissimo “mandillo” fiorito (che le aveva insegnato a portare sua madre e che non aveva dismesso perché aveva avuto la fortuna di andare a scuola solo fino alla terza elementare). Pensiamo a come allora ci sentivamo sicuri: di certo più sicuri di quanto ci potremo sentire con tutti i caschi omologati del mondo. Pensiamo poi alle prime scorribande adolescenziali che nella bicicletta hanno trovato non solo un mezzo ma anche una filosofia, quella dei primi allontanamenti senza la presenza talvolta ingombrante dei genitori, che in futuro saranno seguiti da contravvenzioni e sgridate. Pensiamo agli amori della gioventù, a quanto era bello portare “in canna” la fidanzatina che si è amata come nessuna poi mai, affrontare insieme l’aria che si infrangeva fra i capelli e la vita che ci si mostrava per la prima volta nella sua compiuta bellezza. Pensiamo all’importanza di potersi muovere privi dei soldi per la benzina o per il biglietto della corriera senza la paura ansiosa di dimenticare o vedersi rubato un ignobile elmetto di plastica. Pensiamo a tutto questo, e anche ad altro. Pensiamo a quanto siamo stati fortunati a non appartenere alle generazioni che verranno dopo di noi, vittime innocenti della insensibile dittatura del codice della strada. E ci prende un’assurda nostalgia. Vorremmo gridare, berciare, vomitare qualche mala parola verso i responsabili della fine di tutto questo. Ma noi -uomini qualunque che non sappiamo cosa significhi qualunquismo e non ci importa punto nemmeno di saperlo- non lo faremo. Perché sarebbe cedere ai loro facili costumi. Sarebbe dargliela vinta.
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