E’ interessante notare che questa regola non richiede di portare il bilancio pubblico in attivo o in pareggio neppure agli stati caratterizzati, come l’Italia, da bassa crescita del Pil ed elevatissimo stock di debito rispetto al Pil. Essa è quindi meno impegnativa rispetto alla regola che la Germania si è data da sola e ha inserito nella sua carta costituzionale: il vincolo del pareggio di bilancio che decorrerà tra quattro anni (come ha ricordato Oscar Giannino). Per quanto riguarda le conseguenze specifiche sul saldo del bilancio pubblico che essa ammette, occorre fare ovviamente delle ipotesi sulla dinamica del Pil. Assumiamo, per semplificare i calcoli, che nell’anno base il Pil italiano sia uguale a 100 e il debito pubblico a 120. Ipotizziamo anche che nell’anno successivo, il primo dell’applicazione della regola, il Pil salga a 103. Un aumento del 3% in termini nominali è plausibile negli anni post recessione: potrebbe ad esempio derivare da un incremento dell’1,2% in termini reali e da un deflatore del Pil (la componente prezzi) all’1,8%. In presenza di un Pil pari a 103 l’obiettivo del rapporto debito/Pil al 117% si raggiunge con un ammontare del debito pubblico pari a 120,5 (infatti 120,5 diviso 103 è uguale a 1,17). Il fatto che il debito pubblico possa aumentare da 120 a 120,5 conferma che non è necessario portare il bilancio pubblico in attivo e neppure in pareggio. Esso può anzi restare in disavanzo purché sia estremamente moderato: solo mezzo punto percentuale rispetto al Pil. Purtroppo per arrivarci bisogna partire dai cinque punti di disavanzo dell’anno corrente e recuperarne quattro e mezzo.
Formuliamo anche un’ipotesi più ottimistica, una crescita del Pil nominale del 4% (ad esempio derivante da crescita reale del 2% e da deflatore al 2%): in tale ipotesi l’obiettivo del rapporto debito/Pil al 117% si raggiunge con un ammontare del debito pubblico pari a 121,7 (infatti 121,7 diviso 104 è uguale a 1,17) ed è ammissibile un disavanzo pubblico pari a poco più di un punto e mezzo di Pil (stiamo anche assumendo che il fabbisogno del settore pubblico, differenza tra tutte le uscite monetarie di un periodo e tutte le entrate, il quale fa crescere il debito coincida col disavanzo del conto consolidato). Formuliamo infine un’ipotesi ancora più ottimistica, una crescita del Pil nominale del 5%: in tale ipotesi l’obiettivo del rapporto debito/Pil al 117% si raggiunge con un ammontare del debito pubblico pari a 122,9 (infatti 122,9 diviso 105 è uguale a 1,17) ed è ammissibile un disavanzo pubblico di pochissimo inferiore al 3% del Pil.
A questo punto è possibile riepilogare due fatti di rilievo: 1) la regola proposta all’Ecofin è meno stringente del pareggio costituzionale tedesco poiché ammette disavanzi, anche se lievi; 2) la regola è tanto meno stringente quanto più un paese si dimostra in grado di far crescere la sua economia. Rimane una domanda: in che relazione si pone questa nuova regola rispetto alla vecchia regola di Maastricht di disavanzi non superiori al 3% del Pil?
Per rispondere bisogna fare un passo indietro, al famoso trattato del 1992 il quale aveva introdotto le due regole auree del rapporto debito/Pil non oltre il 60% e del disavanzo/Pil non oltre il 3% . La nuova proposta all’Ecofin riconferma con enfasi la prima e sostituisce la seconda con i venti gradini annuali di rientro. Fa la cosa giusta? A mio avviso si; vediamo perché. Come si fa a raggiungere nel tempo l’obiettivo del debito/Pil al 60% (che è evidentemente obiettivo non di breve ma di medio/lungo periodo)? Un modo molto semplice potrebbe essere il seguente: teniamo anno dopo anno sempre al 60% il rapporto tra la variazione annuale dello stock del debito e la variazione del Pil nominale. La prima grandezza, tuttavia, è il fabbisogno del settore pubblico (che noi abbiamo ipotizzato coincidere col disavanzo). Se dividiamo ambedue le grandezze per il Pil nominale otteniamo la seguente regola aurea: per raggiungere nel lungo periodo un rapporto debito/Pil al 60% è sufficiente mantenere al 60% ogni anno il rapporto tra il disavanzo/Pil e il tasso di crescita del Pil nominale. Così se il Pil nominale cresce del 5% all’anno il disavanzo/Pil non deve eccedere il 3%, se il Pil cresce al 4% il disavanzo/Pil non può eccedere il 2,4% e se il Pil cresce al 3% il disavanzo/Pil non può eccedere l’1,8%.
Purtroppo il trattato di Maastricht non ha formulato la regola sul deficit/Pil in questa forma flessibile, ma la ha fissata al tetto del 3% ipotizzando implicitamente che fosse plausibile nel tempo una crescita del Pil nominale al 5% annuo. In questo modo è stato compiuto un errore: nel tempo l’Unione ha verificato anno per anno che i singoli paesi rispettassero la regola del 3% ma per i paesi la cui crescita del Pil nominale è risultata inferiore al 5% l’adempiere a questa regola non è stato in grado, ne poteva, condurli all’obiettivo del 60% nel rapporto debito/Pil. Ad esempio, un paese il cui Pil nominale cresce sempre al 3% annuo e rispetta sempre la regola del 3% nel rapporto deficit/Pil converge nel tempo ad un rapporto debito/Pil del 100%, ben più elevato del 60% richiesto dal trattato di Maastricht (e questo è stato all’incirca il caso dell’Italia in questo decennio).
A questo punto si è compreso il senso della proposta formulata all’Ecofin: correggere un rilevante errore contabile nelle regole del trattato e fare in modo in futuro che il processo di convergenza verso un valore ritenuto sostenibile nel rapporto debito/Pil sia realizzato da tutti i paesi, indipendentemente dallo loro crescita economica. Espresso in altri termini: impedire che i paesi a bassa crescita, come l’Italia, possano sfuggire a tale processo di risanamento.
La proposta ha trovato l’opposizione di Tremonti e della francese Christine Lagarde, che il Financial Times collocava un anno fa rispettivamente al quarto e primo posto tra i migliori ministri economici dell’Unione. Non ne hanno capito la ratio? O hanno preferito fare orecchie da mercante (anzi da rappresentante di paese dell’evidentemente ricostituito Club Mediterranée)? Difficile credere alla prima ipotesi. Ma in questo modo si perde un treno importante per il risanamento della finanza pubblica italiana, la possibilità di un vincolo esterno pesante, una ragione per dire come nel 1996: “dobbiamo farlo perché l’Europa ce lo impone”.
Non si può non essere d’accordo con Oscar: “Credo che l’Italia avrebbe dovuto coraggiosamente fare una scelta diversa. Abbracciare l’idea di essere pronta a far scendere il proprio debito pubblico anche di 3 o 4 punti l’anno come regola standard per diversi anni: avrebbe imposto nuove dismissioni di patrimonio pubblico, e operazioni straordinarie sul debito che sono assolutamente necessarie oltre che più che possibili, senza ricorrere a finanza creativa … In più, l’alleanza coi Paesi seri e rigorosi avrebbe levato argomento alle pretese tedesche di essere unico pivot di quest’Europa senz’anima, che con regole deboli resterà ancor più debole e con minor crescita, peggio esposta ai venti del’instabilità e priva ancor più di una politica di stabilità non solo comune, ma, soprattutto, davvero operante”
]]>Cari professori,
L’abbondante liquidità creata dal sistema bancario, sia sotto forma di progressiva espansione della base monetaria, sia sotto forma di credito amplificato da un sistema monetario a riserva frazionaria è andata a finanziare uno stile di vita al di sopra delle proprie capacità e progetti di investimento non sostenibili, leggasi mal investimenti (pubblici e privati). La localizzazione di questi è coerente con il fatto che l’area euro, per quanto capitale politico possa esserci stato speso sopra, non è un’area valutaria ottimale, né completamente omogenea. L’applicazione del medesimo tasso di interesse monetario, inferiore al tasso di interesse naturale, in aree dove gli attori scorgono differenti opportunità di rendimento e quindi differenti saggi di rendimento potenziali del capitale influisce sulla localizzazione delle bolle. E’ sufficiente l’inesorabilità delle leggi del libero mercato a spiegare ciò, non serve ricercare un particolare colpevole nel fatto che le bolle non si distribuiscano secondo una normale gaussiana o qualsiasi altra, tanto complessa quanto inutile, formula matematica.
Purtroppo non viviamo in un mondo statico ed immutabile o programmabile a piacimento e l’unica solvibilità statale che una banca centrale può garantire è quella nominale procedendo alla monetizzazione degli stessi come del resto sta già avvenendo. Sotto questo profilo la banca centrale può assicurare anche la solvibilità di tutti gli emittenti privati e la redenzione di qualsiasi collaterale. Tuttavia la mugabenomics (v. Robert Mugabe) credo sia abbastanza esemplificativa degli effetti negativi di questo genere di politiche, pertanto scusate me e tutti coloro i quali non aspirano a fare la fine dello Zimbawe se il vostro tipo di ricette comincia a destare sempre maggiore perplessità. I mercati sono più perplessi riguardo alla capacità degli stati di intervenire sui deficit pubblici semplicemente perché questo tipo di azioni presenta dei costi di agenzia e transazione elevati, dove per costi di agenzia e transazione devono intendersi i processi di negoziazione interni (con i propri corpi elettorali) ed esterni (con gli altri stati in fase di coordinamento) e le relative tempistiche connesse.
Ridurre risorse e dimensioni di un deficitario comparto pubblico favorisce una migliore riallocazione delle stesse nel comparto privato. Quest’ultimo tipo di allocazione è volta a soddisfare le esigenze dei consumatori finali, piuttosto che i bisogni della classe politica. Non vi sono – come sostenete – investimenti sottoutilizzati, ma semplicemente pessimi investimenti che necessitano di essere liquidati o ridimensionati, anziché essere mantenuti artificialmente in vita da una politica monetaria lassista che favorendo i fenomeni di evergreening contribuisce all’occultamento sistematico delle perdite del sistema bancario. La ricomposizione di una sostenibile struttura del capitale, quando il ciclo economico si è ormai avviato verso una fase di “bust” non può non essere dolorosa. L’interventismo a oltranza, monetario e/o fiscale, nel suo vano tentativo di procrastinare lo status quo può soltanto rendere questo processo più ricco di sofferenze.
Il capitale politico speso nella creazione dell’euro, nell’idea di un governo centrale dell’unione, dalle Canarie a Helsinki è così grande da aver fatto accettare alla Germania politiche di salvataggio e azzardo morale fino a dieci anni fa semplicemente impensabili. Tutto questo non può spingersi al punto da credere e/o pretendere che i tedeschi abbiano voglia di sostituirsi ad Atlante, sorreggendo sulle loro spalle (e su quelle dei loro posteri) il peso delle dissennatezze altrui. L’unica cosa che può essere chiesta alla Germania ed alle sue banche, di fronte ad eventuali fenomeni di insolvenza, è semplicemente quello che può essere chiesto ad un creditore che ha mal allocato i propri capitali: sedersi ad un tavolino, prendere atto della realtà e negoziare le perdite senza incaponirsi a pretendere ciò che oramai non può essere più escusso. Sbagliando si impara. E’ un proverbio, ma funziona piuttosto bene anche in economia.
L’articolo di Krugman, ripreso e tradotto dal sole24ore di sabato 26 giugno, con il suo affannarsi a biasimare Cina e Germania quali presunti sabotatori della ripresa mostra evidentemente come il ragionare continuamente per macroaggreati finisca per creare un fertile background culturale a nazionalismi economici e revanchismi commerciali. Trattare le nazioni, gli stati o le classi sociali come delle entità autonome e pensanti è la mera traslazione sul piano politico di una forma mentis ormai da troppo tempo abituata a rendere singolare e uniforme ciò che è plurale e variegato, a negare ad ogni singolo individuo la qualifica di “homo agens” con tutto quello che ne consegue.
Negli ultimi anni i sostenitori dell’interventismo hanno avuto tutto quello che volevano: non vi sono precedenti storici di espansioni quantitative e qualitative dei bilanci delle banche centrali, né nell’espansione della spesa pubblica a livello mondiale. Il risultato è quello di aver semplicemente tamponato la situazione a fronte di squilibri ancora maggiori. L’interventismo chiede sempre di più, si appiccica alla banca centrale e agli stati come un tossicodipendente al proprio spacciatore senza rendersi conto che in realtà sta semplicemente andando incontro ad una morte per overdose. L’interventismo si rifiuta di prendere atto della necessità di purgare il sistema dai propri eccessi e che questo processo comporta dei costi, che per quanto sgradevoli siano, è indispensabile sostenere. Se la ripresa è flebile significa che non si è speso abbastanza, se non vi è ripresa significa che è necessario spendere di più e se a qualcuno viene in mente che forse, nonostante tutto, è bene cominciare a disintossicarsi si risponde che è un sabotatore del pubblico benessere. Definire questa impostazione populista è fare un’offesa al populismo.
Cari (ex) professori, con molti dei quali sono tuttora legato da un rapporto che si materializza sotto forma di sostituto di imposta con cadenza regolare ogni mese, l’economia non è un flusso circolare che si perpetua indefinitamente nel tempo, né un asettico e neutrale laboratorio scientifico dove è possibile isolare elementi e condurre esperimenti a piacimento. Salvaguardare il valore della moneta in quanto connettivo sociale, rispettare il capitale quale frutto dell’evoluzione degli individui, nonché degli errori e dei successi compiuti generazione dopo generazione non è un optional. E’ un istanza etica e politica di primaria grandezza.
]]>Spesa pubblica/Pil= 52,5% (non era così elevata dal 1996; nel 2008 solo Francia e Svezia tra i paesi dell’U.E. hanno registrato un valore più elevato))
Spesa pubblica al netto degli interessi/Pil=47,8% (non è mai stata così elevata nella storia della repubblica)
Entrate pubbliche totali/Pil=47,2% (nella storia della repubblica sono state più elevate solo nel 1997 ma servivano a superare l’esame di ammissione all’euro)
Pressione fiscale=43,2% (nella storia della repubblica solo nell’anno 1997 è risultata più elevata di ora col 43,7%)
Disavanzo pubblico/Pil=5,3% (non era così elevato dal 1996, anno in cui si attestò al 7%)
Avanzo primario/Pil=-0,6% (è tornato su valori negativi per la prima volta dal lontano 1990)
Avanzo corrente/Pil=-2% (è tornato su valori negativi per la prima volta dal 1997 )
Debito pubblico/Pil= 115,8% (per trovare un dato simile con trend in crescita bisogna tornare al 1993, anno in cui si attestò al 115,7%; invece nel 1998 ha riattraversato la linea del 115% ma questa volta con trend discendente).
E’ anche vero che il 2009 è stato l’anno della peggiore recessione dal dopoguerra, tuttavia valori simili non ce li possiamo proprio permettere e dovremmo preoccuparcene molto di più di quanto stiamo facendo.
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Il trucco, semplicemente, non c’è. Tutto dipende da che tipo di coordinate si adottano. Se si sceglie un sistema di coordinate relativo – come ha fatto il Wsj sulla scorta della Commissione europea – allora è vero: il nostro paese se la cava abbastanza bene. Ciò vale se ci si concentra sul cambiamento che i principali indicatori macroeconomici e di finanza pubblica hanno avuto dall’inizio della crisi a oggi. Come scrive il Wsj,
l’elevato debito pubblico esistente, al 105 per cento del Pil, ha impedito al governo di imbarcarsi in qualsiasi stimolo fiscale significativo durante la recessione.
Abbiamo, cioè, fatto di necessità virtù. Questo non ci ha impedito, a causa delle enormi rigidità della nostra spesa pubblica, di avviarci su un sentiero preoccupante di aumento delle dimensioni relative del debito rispetto al Pil, che veleggiano verso il 120 per cento (contro una media dell’eurozona pre-crisi attorno al 60 per cento, come da vincoli del Patto di stabilità, e tende al 90 per cento). La crescita del prodotto interno lordo, che nel 2009 ha performato peggio della media dell’eurozona, nel prossimo paio d’anni sarà modesta e pari o inferiore a quella dell’area dell’euro, secondo le previsioni. Abbiamo avuto risultati migliori rispetto a due soli indicatori: la disoccupazione e il deficit pubblico. Sulla prima, non è chiaro quanto abbia influito l’ampia estensione dell’economia sommersa (che pure non è necessariamente sempre e solo un male). Quanto al deficit, ci troviamo – rispetto al resto d’Europa – in una situazione ambigua: la crescita del deficit italiano è stata più moderata, ma partiva da un livello pre-crisi più preoccupante. Si può quindi dire che gran parte del nostro deficit sia strutturale, mentre gran parte del deficit altrui sia congiunturale. Se saranno adottate politiche di rientro dagli stimoli efficaci, il deficit degli altri si ridurrà rapidamente ai livelli pre-crisi: il nostro, resterà pressappoco dov’è.
Per capire la differenza, guardiamo a Madrid. Sicuramente la crisi ha avuto un impatto devastante: il rapporto debito/Pil quasi raddoppia (ma resta sotto l’80 per cento), mentre il deficit arriva, nel 2009, a un tremendo 10 per cento del Pil. La disoccupazione tende verso la quota stellare del 20 per cento, mentre la crescita del Pil – che nel 2009 è sceso meno di quello italiano – ricupererà molto lentamente. Questo non fa della Spagna un paese peggiore dell’Italia. Il governo di Zapatero si è impegnato a riportare il deficit entro la soglia del 3 per cento del Pil da qui al 2013. Non sappiamo se ci riuscirà. Se lo farà, è probabile che la Spagna torni, in un periodo di tempo relativamente breve, a brillare come caso-scuola in Europa. Altrimenti, potrebbe avviarsi su un sentiero italiano, di deficit incontenibile, debito crescente e, come risultato, alta tassazione e bassa crescita. E’ però importante sottolineare che l’Italia non sta meglio della Spagna, semplicemente perché l’Italia è uno dei possibili futuri – ma non l’unico – per gli spagnoli. Se riusciranno a rimediare agli errori compiuti negli ultimi due anni, si salveranno, mentre noi continueremo a barcamenarci.
E’ vero, dunque, che nel frangente della crisi l’Italia se l’è cavata: nel senso che ha perso meno, avendo meno da perdere. Si è impoverita meno, essendo più povera. In termini relativi, possiamo compiacerci di essere molto fighi. In termini assoluti, restiamo il malato d’Europa.
]]>La prima è la joyless recovery americana. Il più 3,5% di Gdp nel terzo trimestre, che inverte il ciclo depressivo iniziato negli USA a dicembre 2007, certamente è da sogno per noi in Italia ed Europa. Ma l’unico dato che conti davvero per il favore di Obama tra gli americani è l’occupazione. E quella a giudizio di tutti gli osservatori continuerà ad andare di male in peggio, ben oltre il 10% attuale del più “ristretto” tra gli aggregati statistici per misurarla. Date un’occhiata a questo grafico, per paragonare quanto sia più grave l’attuale perdita di occupazione americana rispetto a quella di tutte le altre crisi nel secondo dopoguerra.
La seconda ha a che vedere con l’inefficacia ormai percepita dagli americani della maxi manovra di sostegno all’economia. Ne ha scritto anche Carlo Lottieri l’altroieri. La fiducia in Obama è scesa dal 58% a sotto il 50 negli ultimi 6 mesi, l’approvazione al suo maxi deficit pubblico aggiuntivo è scesa dal 49% a sotto il 40. Abbiamo spiegato tante volte perché il moltiplicatore della spesa keynesiana è fallace. Qui vi linko solo l’ultima riedizione abbreviata del più recente studio di Bob Barro e Charles Redlick, in materia. Gli americani stanno iniziando a capire che la FED dovrà molto presto far salire i tassi non solo per continuare a sostenere un debito pubblico che dal 40% del GDP dove l’aveva lasciato Bush rischia di sfiorare il 100% al 2018, ma anche per sostenere il dollaro che altrimenti si svaluterebbe assai più rapidamente: gli americani non se lo possono permettere, visto che i cinesi non sono affatto d’accordo a vedersi le loro riserve in dollari accumulate in anni tanto svalutate, e dei cinesi c’è un gran bisogno oggi più che mai visto che sono la locomotiva mondiale.
La terza ragione si identifica nel disastro di consensi in cui si sta risolvendo la riforma sanitaria. Malgrado un’adesione del più dei grandi media che resta ancor oggi militante (tra parentesi, pochi giorni fa al pubblico scelto di manager che si raccoglie a Milano intorno alle conferenze organizzate da Ruling Companies, ho tenuto un dibattito su “Obama un anno dopo” nel quale l’ambasciatore Sergio Romano lo ha dipinto come una sorta di liberatore del Paese e del mondo da una cricca di pazzi pericolosi, con tanto di fosca allusione all’ipoteca che sul successo di Obama sarebbe oggi proiettata dagli stati maggiori militari, falchi e guerrafondai…), il 67% degli americani oggi pensa che la riforma sanitaria avrà conseguenze aggiuntive sul deficit pubblico definite “molto preoccupanti”. Qualcuno tra i neokeynesiani più avvertiti, come Greg Mankiw sul New York Times, inizia a prendere le distanze. E la cosa per noi offertisti chicagoers più interessante è che lo fa proprio adottando un criterio della nostra scuola, cioè dimostrando che il sostegno poubblico sanitario proposto da Obama alle famiglie a minor reddito ne innalzerebbe l’aliquota marginale sui redditi con effetti economici negativi, in termini di reddito netto disponibile procapite in famiglia.
]]>In cauda venenum. Le eccezioni italiane sono state praticamente nulle, sul versante della spesa, fino a Padoa-Schioppa dell’ultimo Prodi sconfitto però nell’anno preelettorale, e a Tremonti in questo inizio di governo Berlusconi. Ciampi con Amato hanno rappresentato l’eccezione della causalità negativa, per l’euro. La sorpresa negativa ora, è di un Tremonti che col neorigorismo fiscale accrescerà la pressione fiscale per diminuzione contestuale del denominatore – il PIL – quando anche il numeratore poteva – doveva, secondo noi – contribuire a farlo respirare meglio.
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