Ufficialmente, il dazio è stato creato per contrastare l’effetto distorsivo dei sussidi americani alla produzione di biocarburanti che, piombando nell’ambito del pacchetto di stimolo obamiano in un periodo di prezzi calanti dei prodotti agricoli, avrebbero causato un regime di concorrenza sleale (a Genova diciamo: O corvo dixe a o merlo: “cumme t’è neigru!”). Se, comunque, il problema fosse solo questo, i dazi dovrebbero essere limitati alle importazioni dal Nordamerica. Invece, si applicano (anche se in misura inferiore) a tutti i biocarburanti importati, compresi quelli dai paesi tropicali che sono più economici e più efficienti in termini di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. Il tema non è nuovo; anzi, è talmente trasparente che me ne ero già occupato in tempi non sospetti (quando ancora i biocarburanti andavano di moda e non si era sollevato il polverone sui potenziali impatti nefasti di quelli di prima generazione: le principali critiche sono riassunte qui da Elisabetta Macioce).
La triste verità è che la politica europea dei biocarburanti è una semplice e neppure troppo sofisticata foglia di fico. Se n’è accorto persino il Parlamento europeo, che è tutto dire. Se ne era accorto, soprattutto e con onestà, l’ex commissario europeo al Commercio, Peter Mandelson, che combatté una battaglia (perdente) per cancellare queste barriere. Restano dunque attuali le sue parole:
Biofuel policy is not ultimately an industrial policy or an agricultural policy – it is an environmental policy, driven above all by the greenest outcomes,” Mandelson said. “Europe should be open to accepting that we will import a large part of our biofuel resources. We should certainly not contemplate favoring EU production of biofuels with a weak carbon performance if we can import cheaper, cleaner biofuels.
Purtroppo, finché questo equivoco non sarà chiarito, una frontiera della ricerca promettente rimarrà viziata, e gli sforzi più innovativi dovranno subire l’onta della confusione con interessi meno nobili.
]]>La seconda ragione è monetaria. I dazi portano nel breve termine all’apprezzamento delle valute dei Paesi che li praticano. Ma oggi l’euro ha già fin troppo il problema di un cambio troppo alto. Rende assai meno competitive le nostre merci, e ciò significa ancora più crisi. E così, anche se questa terza ragione la sostengono i mercatisti e non certo Tremonti e la Lega, cade anche il motivo “sociale” dei dazi, cioè il fatto che solo adottandoli a casa nostra si obbliga l’Asia ad assumere tutele sindacali e di sicurezza dei propri lavoratori, con conseguente più alti costi dei loro prodotti. Michael Huberman che insegna storia dell’economia a Montreal, e Christopher Meissner che insegna alla Davis University di California, hanno appena prodotto un paper in cui si dimostra il contrario. Tra il 1880 e il 1913, quando nei Paesi avanzati si estendevano le prime tutele del lavoro e contemporaneamente si diffondeva nel mondo la prima globalizzazione, l’abbattersi dei dazi significò sia più commercio a minor prezzo delle merci, sia più veloci ed efficaci tutele del lavoro anche nei Paesi che prima ne erano totalmente sprovvisti. Vengono esplicitamente analizzati i casi della Francia e dell’Italia, rispetto alle prime tutele del lavoro femminile. una lettura molto interessante, da opporre a chi ancor oggi sostiene il contrario.
Resterebbe la quarta ragione: la difesa a oltranza del posto fisso “italiano”. Ma nelle filiere che oggi continuano a segnare cali superiori al 30%, nemmeno i leghisti pensano che la sfida si possa vincere difendendo tutto com’era ieri. Solo ristrutturando e razionalizzando si può affrontare il problema di eccessi di sovraccapacità tanto forti, spostandosi verso segmenti a più alta efficienza e maggior valore aggiunto. E per quello non servono i dazi. Ma ammortizzatori sociali efficienti e maggiore intensità di capitale.
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