Nel 2007 precrisi, la manifattura garantiva il 25% del totale del valore aggiunto delle attività di mercato in Italia – se escludiamo l’immobiliare e relative locazioni – occupando un quinto della manodopera nazionale, 5 milioni di persone. In Italia la manifattura è declinata meno che in altri Paesi avanzati. Nella crisi abbiamo scoperto che è un bene, perché oltre il 70% della reklativa e insufficiente crescita a breve del Paese viene di lì, e dall’export industriale. Per questo l’Italia è rimasta quinta potenza industriale al mondo, con il 3,9% della produzione planetaria. Insieme alla Germania – l’unica a crescere – siamo l’unico Paese avanzato che ha mantenuto nella crisi una quota di mercato pari al 4,8% del valore del commercio mondiale. E se consideriamo il prodotto industriale procapite, dopo la Germania al mondo continuiamo a venire noi, prima della Cina, USA e del Giappone. Nel 2008 la bilancia commerciale dell’export manifatturiero è stata positiva per 63 miliardi di euro, e anche nel terribile 2009 lo è rimasta per 47. Tutto ciò è avvenuto perché dopo le violente ristrutturazioni seguite all’ingresso nell’euro e al venir meno delle svalutazioni monetarie, all’ingresso della Cina nel WTO, all’indebolimento della domanda interna figlia delle manovre di contenimento della finanza pubblica, la manifattura italiana ha risposto con innovazioni di prodotto e processo, organizzative e gestionali, commerciali e di marketing, grazie alle quali ha preso a esportare ormai per il 60% in settori come le macchine industriali, la metallurgia e i prodotti chimici, mentre l’export tradizionale legato a tessile, moda, scarpe, mobili etc vale solo più il 15%.
Se le imprese manifatturiere con sedi produttive proprie all’estero in almeno due altri Paesi oltre l’Italia sono salite a circa 15 mila, con circa 200mila imprese italiane nel proprio indotto e catene di fornitura, ad aver fatto outsorcing all’estero per una parte almeno del proprio prodotto sono passate dal 12,5% del totale nazionale nel 200o a un considerevolissimo 25% nel 2009.
Ma questo processo incontra pesanti ostacoli “di sistema”. La produttività, se tralasciamo quella del settore delle costruzioni, è scesa dello 0,75 annuo in media dal 2000 al 2003, per poi tornare a crescere dell’1,3% annuo dal 2003 al 2007, quando è esplosa la crisi. Restiamo al 78° posto nella graduatoria del business environment della Banca Mondiale, per le difficoltà nell’esecuzione dei contratti, le tasse pesantissime, l’invasività delle norme regolatorie e amministrative.
Tra il 2000 e il 2007, il costo del lavoro unitario nel manifatturiero italiano è cresciuto del 19,6%, mentre è sceso del 5,7% in Francia, dell’8% negli USA, del 9,7% in Germania. Oltre alla bassa produttività si sono aggiunti rincari del costo del lavoro indipendenti dai profitti delle imprese, e il risultato è stata la perdita di 27 punti di competitività sulla Francia, 30 sugli Usa e 32 sulla Germania. Nel 2007 l’EBIT manifatturiero italiano era al più basso livello dal 1980, il 3%. I bassi profitti medi hanno abbassato gli investimenti: dalla media dell’1,7% di aumento annuale negli anni Ottanta, all’1,2% nei Novanta, allo 0,6% tra 2000 e 200 .
Questo scenario è insostenibile. Spiega in larga parte perché in termini di reddito procapite gli italiani siano scesi da 103 nel 2001 – fatta 100 la media dell’eurozona – a 93 nel 2009. Un calo drastico a cui ha dato una potente mano lo stallo di produttività dei servizi e della PA, entrambi in larghissima misura esclusi dall’effetto benifico della concorrenza sui e dai mercati esteri.
Per la manifattura italiana basse tasse, PA meno ostile, giustizia più efficiente, sono necessari nel breve per continuare a inseguire la rapidissima trasformazione mondiale in atto. Fino agli anni 80, il 60% del Pil planetario veniva dai Paesi di vecchia industrializzazione, e il 40% da quelli emergenti.
Ora solo il 30% della crescita mondiale viene dai paesi sviluppati, il 70% da Cina ed emergenti. Per il FMI, la crescita media annua del 4,5% di Pil mondiale prevista per il prossimo lustro continuerà stabilmente a venire per iol 3,3% dagli emergenti, per l1.2% dai vecchi industrializzati. Al 2030, ai ritmi attuali, l’Asia peserà per il 53% del Pil mondiale, il Nordamerica il 20%, l’Europa solo il 13%. Oggi, la popolazione con reddito procapite superiore ai 30 mila dollari l’anno è di circa un miliardo di individui, per l’80% nei paesi sviluppati. Di qui a 20 anni, il loro numero salirà di almeno 600 milioni, dei quali 470 nei Paesi emergenti, 200 milioni nella sola Cina e 70 milioni in India. Saranno consumatori diversi da quelli che conosciamo. Bisogna prepararsi sin da adesso. Più giovani di quelli a cui siamo abituati, Nati “digitali”. E con molte più donne a decidere.
Perché la manifattura italiana possa farcela, sbaglia in pieno chi crede che la concorrenza sia con le paghe e i diritti cinesi.
Il punto è di concentrarsi su tecnologie avanzate, pervasive e cross cutting: materiali avanzati, nanotecnologie, micro e nano elettronica, biotecnologie, fotonica. Conta aver a sostegno finanza, internazionalizzazione, classe dimensionale: condizioni che da noi difettano.
Concentrarsi su queste svolte a breve e di sistema per la manifattura. A fianco, avviare un programma di lungo periodo per produttività e concorrenza nella PA – da cedere in vasti pezzi al mercato, con relativi dipendenti – e servizi. Di questo e nient’altro, dovrebbe essere fatta, la priorità politica del Paese nell’eurocrisi che incombe.
Cercasi politici che ne mastichino, e che abbiano ambizione e carisma per girare pagina.
Sogni? No. Non tutti gli uomini sognano nello stesso modo. C’è chi sogna la notte, e al risveglio si deprime perché si arrende a una realtà che fa apparire vane le immagini notturne. E c’è chi sogna di giorno ed è pericoloso, perché può darsi che reciti i suoi sogni ad occhi aperti per attuarli. L’impossibilità è parola che si trova solo nel vocabolario dei rassegnati. Noi, non ci rassegnamo.
]]>Da questo orecchio, però, gli irlandesi sembrano non sentirci, per ragioni che un recente intervento di Nicolas Lecaussin dell’Iref (Institut de Recherches économiques et fiscales) ha illustrato molto bene.
L’Irlanda è infatti il Paese europeo che ottiene le entrate fiscali maggiori. Può sembrar strano che aliquote limitate producano grandi attivi, ma è così. In questo caso non si tratta in primo luogo di portare la mente alla “curva di Laffer” (che evidenzia come la tassazione, oltre un certo livello, deprima la produzione e quindi finisca per comprimere anche le entrate tributarie), quanto invece di aver ben presente che siamo ormai in un’economia largamente basata sulla concorrenza tra sistemi fiscali, legali e regolamentari. E poiché molte attività hanno una forte propensione a spostarsi, è normale che si trasferiscano dove il prelievo è più modesto.
In questo senso, i dati sono eloquenti. Con un’aliquota del 12,5% l’Irlanda riesce a introitare il 3,9% del pil, mentre la Francia ottiene solo il 3% (nonostante una tassazione al 34,4%), la Germania il 2,1% (con una tassazione al 29,8%) e la vecchia Europa “a 15” il 3,4% (con una tassazione media del 23,2%). Senza questa limitata tassazione, l’Irlanda non avrebbe mai conosciuto lo straordinario sviluppo che ha avuto negli ultimi trent’anni.
Il boom della Tigre celtica è stato figlio in larga misura, infatti, proprio della lungimirante decisione di abbassare le imposte, i contributi sociali, la regolamentazione. E se ora a Dublino la situazione è divenuta drammatica, questo si deve al fatto che le banche irlandesi – come quelle americane – si sono lanciate in operazioni irragionevoli (dando soldi a chi non era in grado di restituirli) e poi alla “generosità” con il ceto politico è corso in loro aiuto.
Ora anche i Paesi europei hanno messo mano al portafoglio, per togliere l’Irlanda dai guai, ma l’hanno fatto anche al fine di premere sul governo dell’isola affinché cambia la sua fiscalità. Gli “inferni fiscali” del continente – Germania, Francia, Italia ecc. – non sono disposti a sopportare la concorrenza delle economia a limitata pressione fiscale, ma i dati sulle entrate e l’esigenza di guardare al futuro sembrano indurre gli irlandesi a non modificare il loro sistema tributario. Speriamo sappiano resistere a lusinghe e minacce.
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Nell’anno 43 A.C. Cicerone diceva:
Il bilancio nazionale deve essere mantenuto in equilibrio. Il debito pubblico deve essere ridotto, e l’arroganza dei politici deve essere controllata (…) Il popolo deve di nuovo imparare a lavorare, invece di vivere con l’assistenza pubblica.
David Hume il grande filosofo e storico scozzese del 18mo secolo scrisse:
È una grande tentazione per un ministro usare i prestiti pubblici che gli permettono di fare bella figura senza imporre il peso delle tasse sulle spalle dei cittadini…L’abitudine di contrarre debiti sarà inevitabilmente abusata (…) Le conseguenze (…) saranno due: o la nazione distruggerà il debito, o il debito distruggerà la nazione.
Ci sono molti esempi nella storia del mondo in cui il debito ha distrutto nazioni.
Mezzo secolo fa, la spesa pubblica in Italia, così come in altri Paesi, era circa la metà del livello attuale. Nel 2008 la spesa primaria, cioè la spesa pubblica al netto del pagamento di interessi sul debito pubblico, era il 43,6 per cento del PIL. In quell’anno in Australia era il 30,4 per cento; nella Svizzera era il 31,0 per cento; in Giappone era il 33,5 per cento;in Canada e negli Stati Uniti era il 36,1 per cento. Nella spendacciona Norvegia, la spesa primaria era il 38,5 per cento del PIL (dati del FMI).
Tutti questi altri Paesi hanno una qualità della vita e servizi pubblici tra i migliori nel mondo, e migliori che in Italia. Generalmente si trovano ai primi posti, per qualità della vita, nelle classifiche internazionali – per esempio nella classifica pubblicata dal Human Development Report delle Nazioni Unite. Ridurre la spesa primaria italiana al livello di quella norvegese, la più alta tra i Paesi menzionati, farebbe aumentare il superavit primario italiano (cioè al netto di interessi) di più del cinque percento del PIL, abbastanza da far marciare indietro il debt clock. Riducendo la spesa primaria al livello di quella svizzera, aumenterebbe il superavit primario al dieci per cento del PIL, abbastanza da far impazzire il “Clock” nella corsa all’indietro, eliminando il debito pubblico italiano in pochi anni.
Oltre agli ostacoli politici nella riduzione della spesa che sono ovvi, sarebbe davvero così dannoso portare la spesa pubblica primaria italiana (quella al netto degli interessi sul debito pubblico) al livello di quella norvegese? È vero che la riduzione della spesa ridurrebbe la qualità della vita in Italia? Forse la diminuirebbe fino a raggiungere quella dei Norvegesi o degli Svizzeri? Magari!
Vito Tanzi è fra i più noti economisti italiani. È stato direttore del Dipartimento di Finanza Pubblica del FMI, e consulente della Banca Mondiale, delle Nazioni Unite. Fra il 2001 e il 2003, è stato Sottosegretario all’Economia e alla Finanza. Ha scritto diversi libri, fra cui (con Ludger Schuknecht) La spesa pubblica nel XX secolo. Una prospettiva globale (Firenze University Press 2007).
Per l’Istituto Bruno Leoni Vito Tanzi ha pubblicato:
“Il ruolo dello Stato e della spesa pubblica nell’epoca della globalizzazione”, Occasional Paper n. 25 (25 gennaio 2006) [PDF]
“Stato assistenziale e performance economiche. Il caso dei Paesi scandinavi” (con Ludger Schuknecht), Occasional Paper n. 31 (28 aprile 2006) [PDF]
“Politica fiscale. Quando teoria e realtà si scontrano”, Occasional Paper n. 33 (7 agosto 2006) [PDF]
“Strade convergenti. La politica fiscale in Italia e negli Stati Uniti”, IBL Focus n. 147 (14 novembre 2009), disponiible qui [PDF].
large drop in emissions seen in 2008 and 2009 gives EU-15 a head start to reach and even overachieve its 8 % reduction target under the Kyoto Protocol.
Infatti, l’Ue ha potuto contare sul sostegno di un grande alleato: la recessione.
Questa ambiguità non è nuova a Bruxelles. A maggio, quando la commissaria per il clima, Connie Hedegaard, tentò di alzare l’asticella spostando l’obiettivo di riduzione per il 2020 al 30 per cento,le organizzazioni industriali del vecchio continente andarono su tutte le furie perché la bozza di comunicazione predisposta dalla Commissione di fatto accreditava l’idea che il calo osservato l’anno scorso, e dovuto al crollo della produzione industriale, fosse in qualche modo un vantaggio. Scrisse all’epoca la Confindustria tedesca, in un documento interno:
La minore crescita economica non dovrebbe essere celebrata come uno strumento per la protezione del clima.
(Qui un commento sull’episodio). Adesso lo stesso atteggiamento pauperista e anti-crescita ritorna, alla grande, per bocca dell’Agenzia europea dell’ambiente, la quale nota, non senza una certa soddisfazione, che l’obiettivo di Kyoto (-8 per cento nel 2012) è terribilmente vicino, “grazie” alla sostanziale riduzione osservata nel 2008-2009. Nel 2009, in particolare, l’Ue27 ha visto ridursi il suo Pil del 4,2 per cento, e le emissioni del 6,9 per cento. Il nesso tra queste due variazioni è talmente stretto, evidente e chiaro che neppure la stessa Eea riesce a tacerlo, anche se lo confina all’ultimo punto nei suoi key findings (ritenendolo forse meno importante dell’auto-incensamento per il grandioso risultato raggiunto). La quale addirittura si spinge a sottolineare che la recessione ha contato meno, nel determinare questa tendenza, rispetto all’effetto delle politiche di contenimento delle emissioni. Infatti,
Return to economic growth could temporarily level off or even reverse the decline in emissions, but the declining trend is expected to continue.
Non mi è chiaro in base a cosa si possa sostenere una simile tesi. Non c’è comunicato dell’Agenzia degli ultimi dieci anni che non abbia riconosciuto che le due variabili fondamentali dietro l’andamento delle emissioni sono il tempo (inverno freddo emissioni alte, e viceversa) e la performance economica (crescita sostenuta emissioni alte, e viceversa). In questo senso, trovo abbastanza sconcertante che, se da un lato si magnificano i risultati raggiunti, dall’altro non si esprima la più piccola preoccupazione per il modo in cui, in larga parte, sono stati ottenuti. Elogiare la recessione (o anche solo accettarla come un fatto) è un approccio due volte autolesionista. Anzitutto perché, se nell’immediato essa può effettivamente contribuire a ridurre le emissioni, nel lungo termine un impoverimento generalizzato riduce la capacità di investimento dei paesi europei sia in innovazione, sia nelle mitiche fonti rinnovabili (basta guardarsi in giro per vedere ovunque il tentativo di abbassare gli incentivi, e senza incentivi bye bye green economy). La recessione fa pure emergere il lato più distorsivo degli incentivi: schermando la remuneratività delle fonti verdi dagli alti e bassi del mercato (e questo è vero in particolare per le tariffe feed-in) essi tendono a scaricare il calo della domanda unicamente sulle produzioni convenzionali, spingendo così i prezzi effettivi per i consumatori e i costi di generazione per il sistema verso l’alto, in una spirale pro-ciclica di cui l’economia non ha certo bisogno.
Il sostanziale fallimento delle politiche climatiche è pure evidente dalla figura chiave, che si trova a p.32 del rapporto linkato sopra. La figura è la seguente (cliccare per ingrandire).
Il grafico di sinistra mostra lo scenario base; quello di destra illustra invece lo scenario di riferimento nel caso tutte le speranze (aka “scenario libro dei sogni” o “promessa elettorale”). In entrambi i casi, due aspetti sono evidenti: 1) sotto una ragionevole ipotesi di crescita economica, buona parte della riduzione delle emissioni nel 2009 è destinata a essere riassorbita (al contrario di quanto scritto nel comunicato stampa); 2) la maggior parte delle presunte riduzioni sono attese nei settori “non Ets”, cioè quelli che non sono soggetti al mercato dei fumi. Un aspetto interessante: nei settori Ets lo shock della crisi verrà riassorbito solo in minima parte, segno che l’effetto della recessione sulle produzioni ad alta intensità di energia rischia di essere permanente. In questo, le politiche europee possono effettivamente giocare un ruolo: rendendo strutturale un impatto che, almeno in parte, era solo congiunturale. In altre parole, la crisi è stata una sorta di trigger, spingendo le imprese a delocalizzare sia per fronteggiare il calo della domanda, sia per prevenire il potenziale ulteriore aumento dei costi energetici o della confusione amministrativa, o di entrambi, dovuta alle nuove politiche europee, tanto più che lo scenario internazionale lascia intuire un acuirsi dell’asimmetria tra l’Ue, virtuosa e fessa, e il resto del mondo. In breve, la bontà della recessione non viene solo riconosciuta nelle parole dei funzionari europei: la recessione viene consapevolmente (e colpevolmente) integrata tra le politiche climatiche del Vecchio Continente.
Qualche elemento di curiosità desta, poi, il club dei cattivi: di cui fa parte, come sempre, l’Italia (le cui virtù un giorno emergeranno ché, almeno per l’elettrico, abbiamo il parco di generazione più pulito d’Europa), ma anche, a sorpresa, due paesi simbolo delle politiche verdi: Austria e Danimarca. Che è successo? In Austria, molto semplicemente, la sensibilità ambientale si è tradotta più nella meticolosa cura del territorio, che nella lotta alla crescita economica. Anzi: una crescita rapida e sostenuta ha allontanato il paese dagli obiettivi di Kyoto, costringendolo ad acquistare una montagna di crediti sul mercato europeo (e, dal punto di vista degli austriaci, grazie a Dio che costavano poco). Dell’Italia sappiamo tutto: il punto più importante è che ci siamo trovati in una situazione simile a quella austriaca (seppure senza essere particolarmente corti di permessi) ma per ragioni molto diverse; cioè, non per la crescita alta e prolungata (che non c’è stata) ma perché siamo stati penalizzati dalla scelta del 1990 come anno di riferimento. L’Italia è un paese, sotto il profilo delle emissioni, che era virtuoso prima di Kyoto e che dunque è svantaggiato dal modo in cui i meccanismi sono stati implementati. E la Danimarca? Il paese dei green jobs e del wind power? Probabilmente, Copenhagen ha fallito perché aveva assunto un obiettivo irrealistico (-21 per cento, mentre attualmente si trova a -9,2 per cento). Questo suggerisce che ad impossibilia nemo tenetur dovrebbe essere un principio scolpito nella roccia. Tra l’altro, la Danimarca sta già pagando un pesante tributo alla sua fama di paese verde, come abbiamo spiegato qui e come viene più nel dettaglio approfondito qui.
In conclusione, ancora una volta l’Europa dimostra, nel modo in cui affronta le sue politiche ambientali, tutto il suo strabismo. Fissare obiettivi costosi e sostanzialmente privi di benefici ambientali, intonare il mantra dei loro presunti benefici economici pur sapendo che essi sono inesistenti, e usare tutto ciò come un surrogato della ricerca identitaria è il modo peggiore di affrontare un problema che di per sé può essere serio. Ma arrivare al punto da considerare la recessione una benedizione divina è la prova provata che a Bruxelles si è completamente perso interesse per qualunque considerazione di efficacia ed efficienza.
(Il post gemello si trova qui).
]]>Il fondo venne costituito nel 2001 con la legge n. 135, che richiedeva venisse finanziato con i risparmi costituiti da individui, imprese, istituzioni o associazioni private quali circoli aziendali, associazioni non-profit, banche, società finanziarie, oltre che con risorse derivanti da finanziamenti, donazioni e liberalità, erogati da soggetti pubblici o privati. Tuttavia, per consentire l’avvio della gestione del fondo, la legge stanziava un primo finanziamento pubblico di 7 miliardi annui di lire per il triennio 2000- 2002.
Nel 2008, il governo adottava il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri che ne fissava le modalità di erogazione, determinando che i buoni vacanze fossero un titolo di pagamento immediatamente spendibile presso le aziende turistiche o di servizio al turismo che avessero sottoscritto un apposito contratto di convenzione, e consentendo ai beneficiari di avere un solo cofinanziamento per ogni tranche alle vacanze in Italia in periodi che non fossero di alta stagione.
Il finanziamento avviene attraverso l’applicazione di un contributo percentuale (dal 20 al 45%, secondo le fasce di reddito) sull’importo dei buoni richiesti fino ad un massimo legato al numero dei componenti la famiglia.
Ad esempio, come si legge nel manuale d’uso dei buoni vacanza predisposto dal ministero, una famiglia di 4 persone con reddito inferiore ai 25.000 euro, può richiedere un libretto di buoni (del valore singolo di 20 o 5 euro) per un valore totale fino a 1230 euro, pagandoli solo 676,50 (55%).
In definitiva, la famiglia ammessa al beneficio paga il 55% delle sue vacanza, e i contribuenti il restante 45%.
Esaurita la prima tranche di 5 milioni di euro, il ministro ha appunto dichiarato un nuovo finanziamento di pari importo. Tanto entusiasmo sembra motivato dalla battaglia del ministro a favore del “turismo sociale”: come ha dichiarato alla conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa, tenutasi a Milano il 22 dicembre 2009, “numerosi cittadini sono esclusi dal turismo e dai viaggi e […] è necessario correggere questa disuguaglianza garantendo l’accesso alle vacanze per tutti”.
Dal gennaio 2010, ovvero da quando gli italiani hanno potuto beneficiare del buono, le vacanze sono quindi entrate, pericolosamente, nel novero dei diritti sociali.
Quello che prima era un desiderio individuale da soddisfare in proporzione a quanto accantonato durante l’anno col proprio lavoro, è ora diventato uno di quei diritti positivi che il cittadino, a prescindere dai suoi meriti e dalle sue responsabilità, può vantare nei confronti dello Stato, affinché questo si adoperi per eliminare gli ostacoli di ordine economico e sociale che, per dirla con la Costituzione, impediscono il suo pieno sviluppo.
Dal punto di vista politico, l’estensione degli obiettivi dello Stato sociale (e quindi delle voci di spesa dello Stato) al punto da dover garantire il diritto all’albergo vista mare alle famiglie italiane meno benestanti stride alquanto con il proclama – forse a questo punto pretestuoso? – della crisi economica, accompagnato dalla richiesta di impegnarci tutti a stringere i denti ed essere più che mai solidali con gli altri e pazienti con l’erario per superare questo momento di difficoltà economica.
Dinanzi all’insostenibilità conclamata del modello di Stato sociale da un lato e all’esigenza di riduzione delle spese e del disavanzo pubblico dall’altro (questo sì, un principio costituzionalmente rilevante), la elevazione a diritto costituzionale del desiderio di passare le vacanze in un tre stelle al lago (anche un quattro stelle, a leggere l’intervista del ministro ne La Stampa di oggi) lascia non si sa se più indignati o più esterrefatti.
Dal punto di vista costituzionale, poi, è assolutamente equivoco dire che la Costituzione sancisca il diritto alle vacanze, così come utilizzare il linguaggio dell’uguaglianza sostanziale per legittimare l’iniziativa.
L’art. 36 della Costituzione riconosce come irrinunciabili il diritto alle ferie annuali e al riposo settimanale, che sono cosa ben diversa dal diritto al pagamento di vitto e alloggio. Ciò che la Costituzione davvero garantisce, fino a proclamarlo diritto irrinunciabile, è infatti non il diritto a trascorrere le ferie in un albergo vista mare a spese dello Stato, ma il diritto alla distrazione dal lavoro, all’interruzione dall’attività lavorativa per ritemprare la mente e il corpo.
Che il costituente abbia previsto, accanto al problema della retribuzione, quello del riposo e dell’equilibrio tra ore lavorative e ore non lavorative dimostra la concezione costituzionale del lavoro come attività che non solo produce reddito, ma che è funzionale alla realizzazione della personalità del lavoratore in tutta la sua umana dimensione. Le garanzie del lavoratore, pertanto, non possono essere solo garanzie sulla retribuzione, ma anche garanzie di salute, di svago, di distensione e di partecipazione alla vita sociale.
Il diritto alle ferie è quindi, per la Costituzione, il diritto intangibile a staccare la spina nelle maniera che ognuno, in base ai propri desideri e alle proprie possibilità, può concedersi, non il diritto ad andare al mare o in montagna coi soldi degli altri contribuenti. Non è un diritto ad assecondare un capriccio vacanziero, ma un diritto a sospendere il lavoro nel presupposto che il riposo sia essenziale per la salute del lavoratore.
Il ministro, inoltre, ha parlato dei buoni vacanza come uno strumento di correzione delle disuguaglianze economiche e sociali. Tuttavia, quando la Costituzione parla del dovere dello Stato di correggere le disuguaglianze eliminando gli “ostacoli” che impediscono agli individui di realizzare la propria personalità, si riferisce questioni ben più serie del vitto e dell’alloggio nelle Dolomiti. Si riferisce a questioni come la salute, l’istruzione, la formazione professionale, il minimo garantito per la sussistenza che vengono garantiti non come punto di arrivo, ma come punto di partenza affinché l’individuo possa poi costruire da sé la propria vita e compiere in maniera libera e serena le proprie scelte, compresa la scelta di quanto reddito accumulare per le vacanze.
I diritti sociali sono una cosa seria: sono il diritto ai farmaci salvavita, il diritto a poter andare a scuola anche se i genitori non possono pagare i libri, il diritto a un’indennità se si perde il lavoro. Sono insomma i diritti a quelle prestazioni positive ritenute necessarie a consentire alle persone una parità di possibilità iniziali, e non una parità di condizioni finali.
Un conto, insomma, è avere diritto al ricovero ospedaliero gratuito, un conto è avere diritto all’albergo gratuito. La differenza tra le due prospettive è fondamentale, poiché se, come nel caso dei buoni vacanze, si cominciano a confondere i desideri personali con le pretese giuridiche, i sogni e gli obiettivi di ognuno con i doveri assistenzialistici dello Stato, allora tutto può divenire un diritto che lo Stato è chiamato a soddisfare, con buona pace della responsabilità individuale e della sostenibilità del costo per le casse pubbliche.
PS: evidentemente il turismo del belpaese ha bisogno di un forte impulso statale, visto che, oltre ai 50 milioni già spesi e ai 50 promessi per i buoni vacanze, il riavvio del portale Italia.it, già costato ai ministri Stanca e Rutelli 45 milioni di euro, sta costando, per il solo triennio 2009-2011, 10 milioni di euro, come si può leggere dal protocollo di intesa tra il ministro del turismo e il ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione. Chi legge questo blog credo abbia una minima idea di quanto possa costare l’avvio e il mantenimento di un portale, per quanto complesso possa essere.
]]>In Italia, oggi condividiamo con l’esperienza accumulata in 33 anni da 25 Paesi avanzati solo quest’ultima caratteristica negativa. Poiché tanto nei governi di centrosinistra che di centrodestra susseguitisi al governo da 16 anni a questa parte sempre una componente minoritaria aveva potere di veto, il tasso di regolamentazione complessivo resta superiore alla media sia sul mercato dei prodotti sia in quello del lavoro (Italia solo liberalizzata al 49%, dice il recentissimo Indice delle liberalizzazioni curato da IBL).
Ma destra e sinistra italiane restano anomale, rispetto a media OCSE. La destra nella crisi non taglia il welfare di troppo e anzi è fiera di difenderlo, rinviando riforme strutturali degli ammortizzatori sociali come del costo standard sanitario. Si limita, ed è già molto, a contenere la dinamica della spesa pubblica aggiuntiva, ma senza indicare la necessità di condurla di 6-7 punti sotto l’attuale 53,5% di Pil a livelli quanto meno tedeschi. Soprattutto, non liberalizza praticamente nulla. Quanto alla sinistra, non solo non privatizzetrebbe più alcunché, se oggi fosse al potere, ma raccoglie un milione e quatttrocentomila le firme contro una privatizzazione dell’acqua che semplicemente non esiste, e grida e urla contro un’aziendalizzazione delle università e della sanità altrettanto fantasmatiche.
L’effetto “B” esiste, come anomalia. Chi dice di no. Ma pensate anche a questo paper, se siete davvero convinti che l’unica anomalia sia “B”. Perché ce n’è una ancor maggiore, che riguarda l’intera politica italiana attuale. Ammalata di statalismo e regolamentite da sinistra a destra, con pochissime, purtroppo irrilevanti eccezioni.
]]>Ogni tanto bisogna riepilogare qualche numero, per capire dove stiamo andando come Italia, Europa e mondo. In sintesi estrema, i numeri seguenti mostrano tre cose. Che lo squilibrio bancario da cui la crisi è nata è lungi dall’esser riassorbito. Che, per reazione, c’è troppo Stato. E che, in piccolo, in Italia a guardare i numeri si dovrebbe capire e sapere da chi prendere esempio.
Cominciamo ancora una volta dalle banche. L’Europa si interroga sull’ampiezza della lista degli istituti che vanno sottoposti a stress test, e non è un mistero che le banche tedesche mirano a comprendervi il minor numero possibile di Landesbanken pubbliche – i cui attivi patrimoniali sono ancora i più scassati in Europa, se mi passate il termine colorito – e a non voler dare pubblicità ai risultati. La stima di R&S di Mediobanca ci fa capire perché i guai son ben lungi dall’essere alle nostre spalle. La valutazione per i maggiori istituti è che negli States ancora 6 mesi fa i crediti dubbi fossero pari al 5,3% del capitale netto tangibile e gli attivi di livello 3 – quelli meno solvibili – pari a ben il 69,2%, per una somma totale del 74,5% del capitale netto. In Europa la situazione non è affatto migliore. I crediti dubbi sono pari al 29,7%, gli attivi livello 3 al 52,3%, per un totale dell’82%. E attenti all’Italia: crediti dubbi pari a un elevatissimo 33% del capitale netto e in ulteriore rapido peggioramento, mentre per fortuna gli attivi livello 3 sono bassi al 15,6%, per una somma totale del 48,6% che continua a testimoniare non certo la buona salute delle banche italiane in assoluto, ma comunque una patologia meno grave rispetto a quelle dei Paesi avanzati.
Sono figli di questo persistente squilibrio bancario, i 13,7 milioni di disoccupati aggiuntivi nei Paesi OCSE dal 2008 al primo trimestre 2010 incluso ( e la stima è molto conservativa, non comprende gli scoraggiati al lavoro perché altrimenti la cifra sarebbe più che doppia, quasi tripla). E’ essenzialmente sempre dal macrosquilibrio bancario, che è dipeso il fatto che gli USA siano passati dal 62% di debito pubblico sul Pil nel 2007 al 92,6% a fine 2010, che diventerà senza tagli un 110% nel 2015, e che le analoghe percentuali per l’euroarea siano salite dal 65% del 2007 all’84% nel 2010, e in prospettiva al 95% nel 2015.
E’ ancora per la stessa ragione, che la graduatoria mondiale dei maggiori campioni nazionali ha visto l’anno scorso lo Stato compere un balzo in avanti, proprietario di metà dei primi 14 gruppi per capitale investito, anzi metà più uno se a tutti gli effetti consideriamo di controllo la quota della Bassa Sassonia in Volkswagen, che è seconda dopo Shell (public company), come pubbliche sono la terza, EdF, la quarta, ENI, la sesta, Statoil, e poi ancora la cinese CNPC, la russa Gazprom, la venezuelana PDV e la brasiliana Petrobras.
E’ un mondo cambiato nelle gerarchie e geografie produttive, quello post crisi. La Cina è diventata nel 2009 prima potenza mondiale col 21,5% del prodotto industriale globale, gli USA sono secondi al 15% perdendo 10 punti sul 2001, il Giappone terzo quasi dimezzando all’8,5% il 15% del 2001. Poi la Germania, al 6,5%. E quinta l’Italia, al 3,9%, ben sopra Francia, Corea del Sud, India, Brasile e Uk. Ma, sorpresa, se andiamo a esaminare il peso del manifatturiero nell’export mondiale del G10, tutti i Paesi avanzati hanno perso a rotta di collo posizioni in valori, tranne due soli: la Germania naturalmente, che è l’unico Paese G10 con il suo 8% a guadagnare nettamente in bilancia dei pagamenti e commerciale. E, sorpresa, l’Italia, che passa dal 4,7 al 4,9%, nei 20 mesi più terribili di crisi.
A dimostrazione che le 4mila imprese del quarto capitalismo, le 8mila che fanno da sole l’80% dell’attivo commerciale manifatturiero italiano, le 20.500 che sono internazionalizzate e cioè presenti con propri insediamenti diretti in almeno due altri Paesi, e le oltre 150mila imprese italiane che lavorano nelle loro filiere, malgrado tutta la crisi di cui giustamente osserviamo i numeri sono riuscite a fare come la Germania. Malgrado le 4mila medie imprese italiane del campione Mediobanca paghino un tax rate reale pari al 48,3% del proprio reddito lordo d’impresa, rispetto al 25,8% delle loro pariclasse germaniche e al 25,6% delle omologhe spagnole.
Malgrado 23 punti di pressione fiscale in più, malgrado i sovraccosti amministrativi, energetici, infrastrutturali e logistici e il maggior costo del capitale, quella è già la parte d’Italia che – anche nella peggior crisi del dopoguerra – è stata capace di risultati come la Germania, meglio della Germania. E’ il resto d’Italia, a non tenere il passo. Ma questi numeri ci dicono con chiarezza, a chi dobbiamo guardare per uscirne. Se politici e sindacati avessero vioglia di capirli, invece di continuare a invocare più tasse , più Stato è più tutele.
]]>La moneta
Gli Stati Uniti e l’Europa non hanno un eguale interesse all’apprezzamento dello yuan cinese. Per gli Usa, che continuano ad avere un pesantissimo deficit commerciale nell’ordine di 250 miliardi di dollari al mese, è vitale il deprezzamento del dollaro – sin qui tenuto su dall’aggancio fisso alla moneta cinese, a cui si è aggiunta negli ultimi mesi la crisi dell’eurodebito. Serve a guadagnare competitività per le merci USA– come avveniva da noi quando svalutavamo la lira – e a diminuire il valore reale dell’ingente massa di debiti delle famiglie e delle banche americane. L’Europa nel 2009 ha pressoché annullato il deficit commerciale verso la Cina. Per noi europei, e soprattutto per noi italiani che abbiamo un forte deficit energetico – tra i 4 e i 5 punti di Piul anno per anno a seconda dei prezzi petroliferi – il dollaro che scende liberamente significa soprattutto il barile che simmetricamente sale, con un’inflazione che aggraverebbe a casa nostra l’iniquità dei costi economici e sociali della crisi.
La “nuova” finanza
Obama è giunto al G20 sventolando l’accordo di venerdì tra Amministrazione, Camera e Senato americani sulla complessa riforma del sistema bancario e finanziario. Viene dagli errori della regolazione finanziaria americana, la crisi che iniziò a manifestarsi sui mercati esattamente tre anni fa. Eppure, dopo 22 mesi di impegno a concordare la “nuova” industria finanziaria con l’Europa e con l’Asia, gli Stati Uniti hanno di nuovo fatto tutto da soli. Pensando agli interessi del proprio sistema bancario, e dettando al resto del mondo il nuovo paradigma. Di qui per esempio la misura che consentirà alle grandi banche di continuare a utilizzare depositi – entro il 3% del capitale di vigilanza – in fondi speculativi. Dai nuovi poteri discrezionali e preventivi ai regolatori per evitare che le banche divengano “troppo grosse per fallire”, alla quotazione sui listini dei prodotti derivati alla responsabilità delle banche verso i risparmiatori, la riforma americana sottrae unilateralmente molti punti essenziali all’agenda multilaterale di una riforma condivisa, affidata al Financial Stability Board guidato da Mario Draghi.
Tassare le banche
E’ più che comprensibile che, di fronte a questo, Europa e Asia siano contrariate. Un punto di particolare frizione riguarda la tassazione delle banche. Gli Stati Uniti l’hanno adottata e riservata a quelle con 50 miliardi e più di asset. Ma serve a finanziare i costi della riforma più che a evitare nuove crisi. Appare anzi elevata la possibilità che rafforzi nelle grandi banche la certezza che verrebbero salvate comunque, inducendo dunque invece di evitare nuovi azzardi morali. L’Europa è divisa anche al proprio interno. Germania e Francia vogliono una tassa sulle banche innanzitutto per guadagnare popolarità di fronte ai rispettivi elettorati, alla luce del molto denaro pubblico speso in salvataggi bancari senza che al momento vi sia prospettiva di un guadagno statale, con la ripresa dei corsi, come in USA. L’Italia sta invece con l’intero blocco dei Paesi emergenti: chi non ha dovuto salvare banche coi denari pubblici è molto più interessato a rafforzare gradualmente il capitale degli istituti di credito, non a tassarli mettendosi a rischio di ulteriori strette degli impieghi e di traslazione a famiglie e imprese del costo aggiuntivo
Rigore o deficit
Obama è fuori di sé per la linea di rigore assunta dall’Europa a seguito della crisi greca e degli eurodebiti. Più volte ha telefonato al premier tedesco Merkel, per indurla a cambiare linea. Ma non ha ottenuto nulla. A Obama non piacciono gli energici piani pluriennali di contenimento del deficit varati da Berlino, Londra e Roma, e dai Paesi nel mirino dei mercati come Grecia e Spagna. Il ritorno al rigore dell’Europa dà argomenti negli USA all’opposizione: critica Obama per l’eccesso di deficit pubblico a due cifre, che ha creato sì molti posti pubblici ma senza per questo incidere sulla crisi dell’immmobiliare, che resta forte, né sin qui rilanciare l’occupazione privata. L’Europa ha una crescita attesa di poco superiore a un punto rispetto a quella americana, tre volte superiore ma appena corretta per altro al ribasso. Tuttavia i rischi che gravano sull’euro restano seri, testimoniati dalla forbice che resta molto elevata dei rendimenti dei diversi debiti pubblici anche dopo l’euroaccordo dell’8 maggio, e dalle recenti nuove impennate di sfiducia dell’interbancario, con le banche dell’euroarea che lasciano in deposito presso la BCE sino a 400 miliardi di euro al giorno. Per alcuni, gli USA spingono sul deficit perché hanno studiato Keynes meglio degli europei. E’ una frottola. Possono farlo solo perché il dollaro resta il tallone monetario del mondo. Nel nostro caso, il rigore è obbligato due volte. Perché il deflusso dei capitali e la sfiducia dei mercati ci colpiscono più di quanto facciano col dollaro. E perché abbiamo uno Stato che, già prima della crisi, gravava sull’economia molto più che in America.
]]>- il costo unitario del lavoro per unità di prodotto, fatto base 100 nel 2005, in Italia è attualmente sopra quota 115, a 110 nell’eurozona, sotto i 100 negli USA; è aumentato dal primo trimestre 2008 del 6,8% nel totale nazionale e dell’8% nell’industria in senso stretto, oltre il 100% più dell’inflazione intercorsa
- la produttività, dal primo trimestre 2008 al 31 marzo scorso, è scesa del 2,3% nel totale come nell’industria in senso stretto
- i margini delle imprese si sono contratti in due anni del 2,6% nel totale Italia, del 4,9% nell’industria
- il credit crunch alle imprese si aggrava
- le retribuzioni di fatto nominali, fatto pari a 100 il livello 2000, sono a 135 nel settore pubblico, a 120 nel settore privato
- recuperiamo grazie all’export, ma ne avevamo perso il 29,8% tra aprile 2008 e maggio 2009 rispetto al -19,8% mondiale; e dal minimo a oggi nel mondo l’export è salito del 20%, quello italiano solo del 13%: nel mondo l’export globale è solo di 3,8 punti sotto i massimi di metà 2008, quello italiano ha ancora 20,7 punti percentuali da recuperare
-tra i settori nei quali la distanza attuale dal picco massimo 2008 resta maggiore, notevoli: autoveicoli -37,9%, legno e prodotti relativi -37,9%, macchinari e apparecchiature -35,5%, tessile -35%: sono numeri che vanno però letti rispetto all’andamento nella media peggiore del nostro degli altri Paesi G10. A eccezione della Germania, che migliora nettamente bilancia commericiale e dei pagamenti, malgrado gli aggravi fiscali e amministrativi ed energhetici e infrastrutturali sianmo il Paese avanzato la cui manifattura si difende meglio, meglio di quanto molti prevedessero. Solo che, contando per il 30% del Pil, da sola non può tenere in piedi con le sue performance l’intero Paese, che nella parte PA e servizi ha produttività, efficienza e apertura alla concorrenza assai minori.
Ecco perché un Paese serio dovrebbe concluderne:
-dieci , cento, mille Pomigliano, e
- abbattimento delle aliquote fiscali e di un 1,5% di Pil di spesa pubblica primaria ogni anno per 5 anni, come hanno fatto i tedeschi dal 2006 al precrisi, mentre nopi accrescevamo la nostra di 6,5 punti di PIL
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Prima ancora di entrare nel merito delle proposte, buona è la retorica con cui il Pd le condisce:
Il Partito democratico sostiene la libertà di impresa e la libertà dei consumatori… L’Italia ha bisogno di una nuova stagione di liberalizzazioni: meno barriere di accesso alle professioni, più concorrenza nei servizi, autorità realmente indipendenti.
L’idea di fondo sembra essere che il paese sia “bloccato”, e che questo blocco non dipenda (perlopiù) dalla crisi, cioè non sia un blocco congiunturale, ma dipenda da ragioni strutturali. In particolare, dall’inadeguatezza del contesto normativo a ospitare vera concorrenza in una serie di settori della nostra economia, producendo rendite a favore degli incumbent e sottraendo risorse preziose ai consumatori e al mercato. Da questo presupposto, discendono abbastanza naturalmente quattro delle sei proposte. Due, invece, mi paiono contraddirlo. Vediamo perché.
1. Carburanti. Il Pd propone due cose, una – voglio essere buono – sbagliata e l’altra dannosa. Quella sbagliata è di rompere il vincolo di esclusiva che lega i distributori alla compagnia di cui battono i colori, obbligandoli a ritirare da essa solo il 50 per cento del carburante servito. Per il resto, varrebbe una sorta di third party access in virtù del quale potrebbero approvvigionarsi dove gli pare. La misura dannosa prevede di affidare all’Acquirente Unico – che già svolge un compito analogo nel settore dell’elettricità – le funzioni di grossista della benzina, in modo da rifornire i piccoli distributori fornendogli potere contrattuale. Questo è sbagliato perché – al di là delle riserve sul ruolo attuale di Au – c’è una ovvia e sostanziale differenza tra l’elettricità e i carburanti: nel caso dell’elettricità il consumatore, specie quello domestico, ha bisogno di essere accompagnato verso il mercato (anche se credo che questa sia una comoda illusione, ma facciamo finta), nel caso dei carburanti no. E, per la stessa ragione, non si vede per quale ragione si debba entrare a gamba tesa nella libertà contrattuale tra distributori e compagnia. Ma, al di là di tutto questo, mi pare che l’errore sia più profondo: la lettura del Pd è che si debba usare diversamente la rete esistente, mentre il problema vero è che è la rete a essere inadeguata: non dobbiamo usarla meglio, dobbiamo ricostruirla. E per ricostruirla non servono alchimie regolatorie, ma libertà di apertura/chiusura di punti di rifornimento, inclusa la libertà di aprirli assieme a un supermercato o minimarket o quel che sia senza vincoli al mix merceologico, sul tipo di servizio offerto, e così via. Sta tutto scritto qui.
Farmaci. L’ampliamento delle maglie della prima “lenzuolata” di Bersani è cosa buona e giusta. Il Pd propone di consentire alle parafarmacie di vendere anche farmaci di fascia C, ampliando i canali d’offerta. C’è poco da aggiungere, visto che sta tutto scritto qui e qui.
Professioni. Questa è la proposta, al tempo stesso, più innovativa e rivoluzionaria: si propone in sostanza, al di là di una serie di aggiustamenti condivisibili ma minori, di “riconoscere le libere associazioni costituite su base volontaria e senza diritto di esclusiva tra professionisti (sono circa 3 milioni) che svolgono attività non regolamentate in ordini, attribuendo ad esse anche compiti di qualificazione professionale. Viene infine prevista l’equiparazione delle professioni intellettuali al settore dei servizi ai fini del riconoscimento delle misure (comunitarie e nazionali) di sostegno economico per lo sviluppo dell’occupazione e degli investimenti con particolare riferimento ai giovani“. Questo scardinerebbe il sistema ordinistico italiano, introducendovi un importante germe di libertà di organizzazione. Assolutamente da sostenere con le unghie e per i denti. Peraltro, sta scritto anche qui.
Abolizione della clausola di massimo scoperto. Anche qui si tenta di estendere le lenzuolate del 2006/7, ma rispetto a un tema che ci ha visti molto critici. Infatti, quello che questa proposta farebbe sarebbe di mettere le mani all’interno di contratti già scritti e firmati, cioè di pasticciare con la libertà contrattuale di individui e imprese. Roba che a noi non piace e che, di norma, non funziona neppure rispetto ai suoi obiettivi originari. Comunque, non c’è nulla di nuovo: i nostri dubbi stanno scritti qui.
Separazione proprietaria rete gas. Se quella sulle professioni è la proposta probabilmente più rivoluzionaria, questa è la più improbabile: perché il Pd si muove sul classico terreno che “chi tocca i fili, muore”. Si tratta del crocevia indispensabile per avviare una seria liberalizzazione del mercato del gas naturale nel nostro paese, e a catena di quello elettrico che a esso è strettamente legato. Pochi hanno provato e quei pochi hanno fallito (con onore). Ma la proposta è talmente giusta e condivisibile che sta scritto tutto qui e qui.
Avvio immediato attività produttive. Infine, l’ultima proposta è quella di consentire, tramite una semplice autocertificazione, le procedure per la realizzazione di impianti necessari all’avvio di nuovi insediamenti produttivi. C’è poco da commentare, qui, se non che sono idee giustissime (e forse, vista la convergenza con le ultime uscite di Giulio Tremonti, questa proposta ha perfino qualche chance). La burocrazia e la confusione amministrativa sono i mostri contro cui le imprese italiane si battono quotidianamente. Sta scritto qui.
Il giudizio è insomma più che positivo. Su sei proposte, due sono discutibili (carburanti e massimo scoperto), quattro buone o molto buone, ma due del tutto impossibili (rete gas e professioni) o estremamente improbabili (farmaci). Una (semplificazione) è buona e possibile. Non sono sicuro che il Pd si renda pienamente conto della portata di questo “programma di governo”: di certo, se mai torneranno a Palazzo Chigi, il giorno dopo qualcuno dovrà prendersi la briga di chiedergli di mantenere le promesse.
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