Ora è però quasi un anno che le commodities stanno in rialzo. Il petrolio è passato da 50$ a 80$ al barile. L’indice IMF delle commodity, nel frattempo, è aumentato del 50%, e la cosa è abbastanza uniformemente divisa tra metalli, gas, petrolio e generi alimentari. Oro, argento, platino, rodio e palladio, chi più chi meno, sono aumentati considerevolmente, alcuni anche raddoppiati. Alluminio, rame e nickel, come se non bastasse, sono aumentati anche loro più o meno altrettanto. Che succede?
Se si va su Fred (Federal reserve economic data), poi, si scopre che mentre il CPI, indice dei prezzi finali, è aumentato in un anno solo da 211 a 216, il PPI, l’indice dei beni di produzione, è aumentato più del doppio, da 168 a 178. Per interpretare questo dato, supponiamo che l’unico costo delle aziende siano i materiali nell’indice dei prezzi di produzione: se il CPI aumenta meno del PPI, i profitti lordi calano, a parità di condizioni. Ovviamente non si può trascurare il costo dovuto al lavoro e quello dovuto ai capitali fissi, e neanche i differenziali di rendimento necessari a compensare il rischio, però – ripeto, a parità di condizioni – una riduzione della forbice CPI/PPI è da considerarsi come una cattiva notizia per le imprese: produrre diventa meno redditizio.
Un aumento generalizzato di tutti i prezzi è sintomo di eccesso di moneta. Un aumento generalizzato dei prezzi relativi dei fattori di produzione (come le commodities e gli elementi del PPI) può essere invece sintomo di un eccesso di credito utilizzato per comprare questi beni, il cosiddetto capitale circolante, o di scarsità di questi beni, cioè di colli di bottiglia a livello di capacità di espandere la produzione. Colli di bottiglia che per essere eliminati necessitano di risparmi e di investimenti di lungo termine, cioè in capitale fisso. Un’inflazione generalizzata non spiega perché PPI e commodities risentono delle politiche monetarie più dei beni finali, ma l’eccesso di credito è una possibile spiegazione di ciò che sta succedendo. Come insegna Hayek, il livello assoluto dei prezzi, tra tutte le cose influenzate dalla moneta, è la conseguenza meno importante.
L’economia ha dei colli di bottiglia produttivi: non può espandere investimenti e consumo stabilmente nel lungo termine. Le politiche di sostegno della domanda non possono risolvere il problema (l’esistenza di spare capacity, come spiegò Hayek, è più un’illusione ingegneristica che un fatto economico), perché il problema è che la struttura produttiva richiede di comprimere i consumi per fare gli investimenti necessari a perpetuare o ad espandere la struttura produttiva esistente.
Le banche centrali stanno al contrario cercando di convincere i mercati che si possa superare una crisi da eccesso di credito creando ulteriore credito, per l’ennesima volta in più di 20 anni. Manipolare gli interessi, però, non crea risorse reali, e inoltre facilita lo spreco, l’inefficienza e l’irresponsabilità: ne risulta che le prospettive di crescita future sono probabilmente abbastanza fosche. In compenso, possiamo giocare a chiederci se languiremo in una lenta inflazione o in una lenta deflazione: questa sì che è una grande scelta!
L’economia è bimodale e ogni passo verso la ripresa è un passo verso l’inflazione, che però mostra gli artigli prima che si veda la ripresa vera. In compenso, basterebbe una scarichetta di crisi finanziaria per eliminare il pericolo di inflazione, e reintensificare la recessione. L’alternativa “economia in crescita e prezzi stabili” non sembra far parte del ventaglio degli outcome della politica economica, il che significa che c’è probabilmente qualche serio problema strutturale che nessuno stimolo della domanda aggregata e nessuna ricapitalizzazione delle banche può risolvere.
1. Il sistema di mercato è composto di tanti imprenditori che comprano e vendono in base ai prezzi relativi dei fattori di produzione e di consumo. Gli imprenditori che errano subiscono perdite. Nel breve termine c’è un elemento di casualità in questo processo, ma nel medio-lungo termine chi ha sistematicamente torto in genere viene eliminato.
2. Si potrebbe definire “tendenza naturale all’instabilità” quella che si osserverebbe nel mercato se non si facesse nulla per influenzarne le prestazioni. Una tale tendenza naturale è allo stato attuale empiricamente inosservabile e teoricamente difficile da determinare. Inoltre, non tutto il rischio è inefficiente, e basarsi sulla ciclicità per concludere che c’è necessariamente inefficienza è erroneo.
3. L’essenza del keynesismo è che la tendenza naturale all’instabilità del mercato è ricorrente, consistente e persistente. La politica economica del keynesismo è usare tutti gli strumenti, preferibilmente la politica fiscale, ma come dimostrato dalle citazioni di Krugman anche la politica monetaria. Negli ultimi ‘20 la base teorica del keynesismo ha fatto progressi rispetto all’originale, ma l’essenza non è cambiata.
4. Siccome le politiche monetarie sono efficaci nel creare boom e nel prevenire recessioni in un ampio range di condizioni macroeconomiche, le politiche di fine tuning normalmente hanno successo, nel breve termine. Usare la politica monetaria per prevenire le recessioni ovviamente genera inflazione, ma nei periodi di innovazione tecnologica, come gli anni ‘90 e gli anni ‘20, queste pressioni sono nascoste e quindi i prezzi possono rimanere stabili per molti anni.
5. Quando gli imprenditori capiscono che i costi delle recessioni vengono socializzati, tramite politiche monetarie che impediscono al mercato di far pagare i costi a chi deve, interrompono il processo di selezione imprenditoriale, e incentivano comportamenti irresponsabili, il mercato diventa l’”economia maniaco-depressiva” di cui parla Jesus Huerta de Soto: una struttura intrinsecamente instabile che ha bisogno di continue cure per non collassare, e che più tempo passa più accumula distorsioni che ne minano sia la stabilità che l’efficienza. Le politiche anticicliche sistematiche sono temporalmente inconsistenti: nel lungo termine peggiorano la stabilità economica, nel breve causano sprechi. In termini tecnici, gli agenti economici, invece di massimizzare un benessere privato quasi direttamente collegato a quello sociale, massimizzano un benessere privato che tiene conto delle esternalità sistematiche indotte dalle politiche anticicliche.
6. Una volta che i mercati hanno cominciato ad accumulare distorsioni crescenti, la politica monetaria, per ragioni piuttosto complesse, perde efficacia. Ad esempio, a furia di incentivare l’indebitamento, si arriva al punto che nessun taglio dei tassi riuscirà a creare lo stimolo necessario per perpetuare un indebitamento insostenibile.
7. Veniamo qui all’essenza delle politiche anticicliche keynesiane: nel breve termine l’efficacia della politica monetaria (su quella fiscale ho dubbi) può essere impiegata per stabilizzare l’economia, ma nel lungo termine ciò è solo possibile solo al costo di creare distorsioni allocative, fragilità sistemica e instabilità di lungo termine. Ciò è esattamente ciò che successe negli anni ‘20 e anche ciò che è successo dal 1987 a oggi. Ne risulta che la discrezione è self-defeating nel lungo termine.
8. L’abbinamento di politiche discrezionali anticicliche e di regolamentazioni è inefficiente e inefficace. Il primo problema è che impedire agli imprenditori di sfruttare le opportunità create dal moral hazard è possibile solo mettendo la camicia di forza al processo di mercato, con gravi perdite di efficienza: ciò è potenzialmente minimizzabile solo nel caso di regole prudenziali che vanno a toccare comportamenti che possono essere univocamente caratterizzati come inefficienti, il che è raro. Il secondo è che le politiche discrezionali tendono ad incentivare l’aggiramento delle regolamentazioni, creando profitti nel violare tali vincoli, e incentivando anche la corruzione e la cattura dei regolatori: questo comporta un notevole aumento dei costi di enforcement. Il terzo problema è capire quali siano gli incentivi politici a fare buone regolamentazioni: la public choice mostra le distorsioni decisionali tipiche della politica in maniera molto convincente.
9. In conclusione, occorre eliminare gli incentivi perversi che incentivano gli imprenditori a intraprendere azioni inefficienti e irresponsabili. La politica odierna invece continua a sperare di cancellare gli effetti del moral hazard passato accumulandone di più in futuro: è come farsi passare il mal di testa da sbornia bevendo. Ci stiamo incamminando verso un mix di mercati ingessati da regolamentazioni e irresponsabilizzati dall’interventismo, che imporrà una seria ipoteca sulle prestazioni future dell’economia, soprattutto in termini di efficienza e crescita, e forse anche in termini di stabilità.
10. L’unico vincitore di questa follia è la classe politica: è per questo che la politica è il problema e non la soluzione.
La crisi ci affossa, piangono in Italia i responsabili di Alitalia? Niente affatto, risponde idealmente il vulcanico imprenditore irlandese. Ai suoi occhi, la recessione è una fantastica opportunità di arricchimento: «abbiamo abbassato le tariffe, i costi e aumentato gli affari di un’ulteriore 15%».
Il tutto, udite, udite, senza dover ricorrere a quelle “robuste ristrutturazioni”, spauracchio dei governi e delle compagnie aeree parastatali di mezza Europa.
Il fatto che nell’Isola di smeraldo il tasso di deflazione sia al 5% permette alla compagnia di congelare gli stipendi dei propri dipendenti. Quasi tutti giovani e motivati, i quali di tale congelamento non hanno che da beneficiare, potendo conservare – anzi, accrescere – il loro potere d’acquisto.
Dove intervenire quindi? Ci sono ancora voci a cui mettere mano? Sì, il risparmio sul check in, ad esempio, senza dimenticarsi di quell’idea di tagliare i bagni o prevedere posti (ancora più economici) in piedi. Solo alcune anticipazioni delle tante idee che – garantisce il manager che nel suo settore meglio incarna l’idea del mercato in continua evoluzione – si susseguiranno per i prossimi 20 anni. Senza dimenticarsi di sfruttare la debolezza del dollaro per abbattere i costi di gestione, of course.
Giù il cappello per l’ennesima lezione esemplare impartita a chi – “colleghi”, politici, economisti di professione – certe cose ignora o, peggio, finge di ignorare per mancanza di coraggio.
C’è solo una cosa in grado di minacciare la soddisfazione mai paga di chi rifugge dal sedersi sugli allori: il confronto con la politica, sempre ruvido e motivo d’insofferenza. E non c’è da stupirsi visto che anche in quel di Dublino i governi sono ostaggio della prepotenza dei sindacati, della mancanza di una valida prospettiva economica di analisi e della propria indolenza.
È solo per questi motivi che la compagnia dell’arpa non è riuscita a rompere il monopolio dell’aeroporto di Dublino, né – nonostante i due tentativi – ad acquisire l’intero pacchetto della sgangherata “concorrente” Aer Lingus (già Ryanair per il 29,82%) di cui l’impacciato governo di Brian Cowen decide le sorti, detenendone il 24% delle quote. Una prova della «stupidità» del governo irlandese.
Ryanair non è una di quelle compagnie che sembra preoccuparsi di ogni dettaglio – snack, bibite, giornali in omaggio – salvo poi scordarsi i fondamentali. Che ricordano un po’ il paradosso del welfare state – di cui non è un caso siano diretta emanazione – che si perde dietro ogni fronzolo sia ritenuto di qualche valore sociale per poi fallire nei compiti fondamentali.
Una filosofia di business perfettamente in linea con le semplici pretese dei passeggeri consumatori: decollare e atterrare con il minor ritardo possibile, evitare cancellazioni e perdite di bagagli, il tutto a prezzi sempre più bassi. Anche noi, «amiamo le recessioni», quando c’è qualcuno che ce ne faccia innamorare.
Che dicevo a Sestri?
Nel frattempo, a furia di intervenire e assicurare i mercati, i mutui a tasso variabili stanno ricominciando a crescere. Come dice l’economista spagnolo Jesus Huerta de Soto, l’interventismo statale in campo monetario ha come conseguenza necessaria il trasformare il mercato in un malato di disturbo maniaco-depressivo.
In definitiva, c’è una cospirazione della Commissione Europea per dimostrare che ho ragione? Vogliono sponsorizzare il mio Nobel per l’Economia? No, purtroppo. Semplicemente, l’interventismo ha una sua ferrea logica interna, che va a favore della classe politica e contro tutto il resto della società. Stiamo oggi pagando le conseguenze di lungo termine della demagogica discrezionalità monetaria di Greenspan e di Bernanke, che nonostante la sconfitta intellettuale della discretion rispetto alle rules, ha vinto la battaglia delle politiche negli ultimi due decenni.
Middle-of-the-road policies lead to socialism, diceva Mises, che aveva capito già tutto ciò quasi un secolo fa.
Un rapido controllo mi ha convinto che i dati non sono campati per aria, e quindi parrebbe che ci siano condizioni di stress in molti aggregati monetari e creditizi americani, anche senza tirare in ballo la disoccupazione, che ormai ha raggiunto livelli europei. E’ possibile dunque che la discesa non sia ancora finita e che ci saranno nuove crisi da qualche parte, anziché la tanto auspicata ripresa.
In ogni caso, diciamocelo, una buona volta: questa storia del ‘29 ha un po’ stufato. La depressione che è seguita alla crisi del ‘29, senza pressioni (sin dai tempi di Hoover) a non tagliare i salari, senza protezionismo, senza le spinte a rafforzare i sindacati e i cartelli, sarebbe stata così grave e così duratura? Probabilmente non ci sarebbe stata la disoccupazione al 20% fino al ‘41 senza le grandi riforme del salvatore della patria dell’epoca, Barack… no, volevo dire F. D. Roosevelt. Il resto è più difficile da dire, e in letteratura credo di aver contato quasi una dozzina di spiegazioni possibili (e non credo di aver esaurito la lista), ma, essendo il ‘29 un unicum nella storia economica, non bisogna esagerare con i paragoni.
Di rischi ce ne sono, ovviamente, ma non bisogna vedere la grande depressione guardando solo agli aggregati monetari e finanziari: c’era molto di più, purtroppo per loro e per nostra fortuna. Che quel di più torni, sfortunatamente, non me la sento, comunque, di escluderlo. Voglio essere ottimista, e quindi il paragone tra Smoot-Hawley Act e pneumatici cinesi non ho intenzione di farlo: nel primo c’erano 20,000 merci.
Ed è proprio con Epifani, invece, che la Marcegaglia si troverà a confronto diretto a Cernobbio, come ultimo atto del programma prima delle conclusioni affidate a Tremonti. Il quale è su una posizione a propria volta diversa da Sacconi: il ministro dell’Economia è andato di persona all’ultimo appuntamento precongressuale della CGIL e ci tiene a proporsi come “attento a sinistra” in nome della coesione politica e sociale; il ministro del Welfare non nasconde di preferire che si vada avanti senza la CGIL, finché questa non si cosparga di polvere il capo. Poiché in CGIL si è manifestata un’ala di dirigenti che vorrebbe evitare l’isolamento ai tavoli conseguente a un incaponimento del no pregiudiziale tipo Fiom, è evidente che Confindustria e il governo, a seconda di come a Cernobbio moduleranno aperture o chiusure a Epifani, si candidano anche a dare o a negare una mano alla tesi che in CGIL si definisce più “riformista”.
Personalmente, non mi spiacerebbe che Confindustria facesse un bell’esempio tra la situazione italiana e quella francese. Oggi Laurence Parisot, presidente del Medéf che equivale alla nostra Confindustria, ha annunciato che malgrado la timida ripresa del Pil transalpino nel secondo trimestre 70 mila piccole e medie imprese francesi rischiano di chiudere. E dire che in Francia il governo ha annunciato sgravi fiscali alle imprese per quasi 12 miliardi di euro. Temo che Tremonti non sia proprio disposto, a sgravi fiscali aggiuntivi. La sua intenzione è dare massima disponibilità solo per l’estensione degli ammortizzatori in deroga. Per il resto, tra Tremonti-ter – di cui manca ancora la circolare applicativa per chiarire le categorie ATECO dei beni su cui investire per gli sgravi – moratoria di un anno sui prestiti e Fondo di Granzia alle PMI – 1,5 bn euro annunciati, in realtà la Corte dei Conti non ha ancora dato l’ok a poco più di 160 mio per il 2009 – il ministro dell’Economia ritiene di aver già fatto tutto il necessario, se non di più. Il ministro è prudente, non solo per contenere il deficit, ma anche considerando l’attuazione di alcuni degli strumenti varati. Per esempio, non c’è stata una gran corsa per attingere alle risorse messe a disposizione dalla Convenzione ABI-CDP dello scorso maggio. Furono stanziati 8bn euro – di cui 3 immediatamente accessibili – come plafond per il finanziamento delle PMI, messi a disposizione delle banche da Cassa Depositi e Prestiti. Ma le prime adesioni alla Convenzione sono solo di queste ultime settimane, e complessivamente le banche che hanno aderito non vanno oltre un ristretto elenco: UBI Banca, Unicredit, Credito Valtellinese, Credito Sportivo, ICCREA. Neanche il 30% dei 3 miliardi a disposizione risulta sin qui erogato. Quanto alla Convenzione ABI-SACE per il rilascio di garanzie volte ad agevolare lo smobilizzo di crediti vantati dalle imprese verso la Pubblica Amministrazione, l’attuazione dell’accordo prevedeva convenzioni tra la SACE e le singole banche. Ma, a oggi, non è ancora stata sottoscritta alcuna convenzione. Neanche una.
Si può capire dunque la prudenza di Tremonti. Eppure essa, a mio giudizio, è sbagliata. La base industriale manifatturiera ed esportatrice italiana - finché non riparte il commercio estero – è esposta al rischio di una morìa a mio giudizio superiore a quella francese. Il problema non è più o tanto l’accesso al credito. Il problema è la base patrimoniale, cioè l’ipocapitalizzazione mediamente assai diffusa nella piccola impresa italiana: oggi, la espone in migliaia di casi all’ipotesi di interruzione della continuità aziendale. Nell’intervista a Panorama che trovate in edicola venerdì, Emma Marcegaglia rilancia l’idea di un fondo volto a ripatrimonializzare le PMI italiane. Qui e qui ce ne siamo già occupati: due mesi fa. È un’idea che ho ulteriormente affinato, ma ci tornerò nei prossimi giorni.
Nonostante ciò, se i privilegi legali delle due government sponsored enterprises, Fannie Mae e Freddie Mac, o gli sgravi fiscali sui profitti immobiliari, o il supporto monetario diretto al mercato immobiliare degli ultimi due anni di crisi hanno avuto effetti devastanti sull’economia americana, soprattutto sulla sua stabilità finanziaria, potrebbe venire il dubbio che comunque qualche effetto sociale positivo ci sia pur stato.
Il boom partito alla metà degli anni ‘90 ha provocato un aumento della proprietà immobiliare tra gli americani: se prima il 64% degli americani aveva una casa di proprietà, poco prima della crisi era salito al 69.0%. Ammesso (e non concesso, data la mobilità lavorativa degli americani) che questo sia un fatto di per sé positivo, c’è da dire che la crisi ha già fatto scendere questo tasso al 67.3% (2009Q1), e considerando che gli interventi del Tesoro e della Fed hanno rallentato il naturale aggiustamento dell’economia, i fondamentali economici sono sicuramente ben peggiori di quanto i numeri facciano pensare.
Non sono un fan delle analisi costi-benefici, perché sono necessariamente value-ridden e tendono sempre a dimenticare qualcosa (il mondo è complesso e l’informazione scarseggia). In ogni caso, un aumento del 5% (ora 3%) dell’homeownership è costato moltissimo: la creazione di un sistema finanziario instabile, un indebitamento estero da repubblica delle banane, il dirottamento dei pochi fondi disponibili dall’industria verso servizi finanziari dal dubbio valore reale e verso un settore immobiliare evidentemente ipertrofico da anni (con conseguente depauperamento del settore secondario, o sua esportazione all’estero), un aumento incredibile dell’indebitamento dei privati, e un’improvvisa – anche se prevedibilissima – contrazione dello stato patrimoniale degli americani, che si erge minacciosa come una spada di Damocle sul futuro dei baby boomers pensionandi.
I dati sono dell’US Census Bureau. Viene da chiedersi, in pratica, se l’unico effetto positivo del boom immobiliare indotto dai governi USA non sia che un fenomeno temporaneo, visto che presto o tardi i debiti andranno pagati, e quindi qualcuno perderà la casa acquistata rovinandosi finanziariamente, e a costo di enormi distorsioni macroeconomiche.
E che se qualche altro politico di prima fila le pensa, sta ben accorto a tenerle per sé. Riporto di seguito i passaggi più significativi:
Una prima importante considerazione, in tal senso, riguarda le cause stesse della crisi, da più parti imputata al mercato, ai suoi princìpi e valori di riferimento e alla sua asserita, strutturale inidoneità a coniugare la logica del profitto con l’interesse generale a una crescita sostenibile e a una distribuzione non sperequata della ricchezza. In questa stessa prospettiva, è stata, da più parti, rivendicata la superiorità dell’intervento pubblico e si è invocata una più estesa presenza dello Stato nell’economia, unitamente all’introduzione di vincoli più stringenti alla libertà di iniziativa economica. Questo diffuso atteggiamento appare quanto meno singolare a fronte di una crisi alla cui genesi hanno contribuito, in misura assolutamente non secondaria, scelte pubbliche errate o insufficienti; in particolare, una inefficace e lacunosa disciplina dei mercati finanziari e politiche monetarie incautamente accomodanti. Il concorso di questi errori ha prodotto una miscela perversa di opacità, conflitti di interesse e distorsioni nel meccanismo di formazione dei prezzi dei titoli. Un vasto numero di intermediari finanziari ha così potuto trasferire su soggetti terzi i rischi eccessivamente elevati – ma non riconoscibili e valutabili dal mercato – assunti nel perseguimento di politiche imprenditoriali fortemente orientate ai risultati di breve periodo piuttosto che ai canoni di una sana e prudente gestione. Le degenerazioni conseguenti a questo assetto squilibrato non possono dunque essere imputate al mercato e alla concorrenza, ma a quell’insieme di fattori distorsivi che ha seriamente alterato quelle condizioni di contesto essenziali al loro corretto funzionamento. Diversamente, finiremmo per confondere cause e sintomi, rischiando di aggravare ulteriormente una situazione già difficile e densa di incognite. Avere ben chiaro come stanno le cose appare oggi tanto più rilevante alla luce dei cambiamenti che la crisi stessa ha determinato, in termini di assetto e prospettive, nel sistema di rapporti tra Stato e mercato. Le necessità dettate dalla fase emergenziale hanno infatti prodotto una significativa inversione di tendenza, dilatando ovunque, e in modo significativo, la presenza pubblica nell’economia, come risposta immediata, e senza alternative, alle esigenze di stabilità dei sistemi bancari, di tutela del risparmio, di protezione sociale e di sostegno alle famiglie e alle imprese.
(…) Occorre, innanzitutto, consolidare i progressi sin qui realizzati in direzione di una maggiore liberalizzazione e apertura concorrenziale dei mercati, mettendo al riparo quanto già acquisito da inopportuni tentativi di restaurazione.
In questo quadro, vorrei segnalare un interessante (e leggibilissimo) paper di Arnold Kling per il Mercatus Center, The Unintended Consequences of International Bank Capital Standards. Il testo è sintetico ma accenna a più questioni, sottolinea per esempio il difetto pro-ciclico dei coefficienti patrimoniali imposti alle banche (Basilea I e II), ma ha soprattutto il merito di porre un tema che non è per nulla secondario.
La stragrande maggioranza di coloro che auspicano innovazioni normative, per rispondere alla crisi ed evitare che essa si ripeta, le vorrebbero internazionalmente concertate e globali quanto a spazio d’applicazione. Crisi globale, risposta globale: lo slogan dei governi è questo, ed ha senso politico. “Consorziarsi”, cartellizzarsi, serve per condividere i rischi connessi all’emanazione di nuove norme, e schermarsi contro l’eventuale effetto-boomerang che nuove norme inadeguate, o sbagliate, potrebbero provocare (se sbagliamo tutti, non sbaglia nessuno).
Non troppo diversamente, e questo è l’aspetto su cui Kling si ferma, si vorrebbe un’altra “armonizzazione”: fra veicoli finanziari diversi (banche e non-banche). L’ipotesi è abbracciata entusiasticamente dai più, ma è necessario riflettere su due aspetti. Primo, come spiega bene Kling, un sistema di regole pone in essere una struttura di incentivi. Servono gli stessi incentivi per realtà intrinsecamente diversissime, come una banca e un hedge fund? Secondo, anche il regolatore deve “imparare” dalla realtà – ed avere una pluralità di regimi regolatori consente di vedere man mano quali sono quelli che si comportano meglio, e perché. Nei vasti dibattito sul senso della crisi e come uscirne, l’ampiezza dell’ambito su cui insisteranno le nuove regole è troppo spesso in ombra. Invece, dal prevalere di un sistema pluralistico e basato sulla concorrenza istituzionale, rispetto ad uno fondato sul valore dell’armonizzazione, potrebbe dipendere non poco, di quanto è in gioco al tavolo dei regolatori.
D’altra parte, affermare che “il thatcherismo è miseramente fallito” manifesta un estremismo che ben pochi, in varie famiglie culturali, sarebbero disposti a sottoscrivere. Perché anche chi ha opzioni ideologiche diverse da quelle dei liberali si rende egualmente conto che è grazie a quella svolta storica che oggi non abbiamo un solo fornitore di energia elettrica e gas, una sola società telefonica, una sola emittente televisiva: e il tutto sotto il controllo dello Stato e dei partiti. L’evidente indisponibilità dei più a ritornare in quell’universo irizzato spiega più di tanti discorsi quanto significativo sia stato il cambiamento che ha avuto luogo in quegli anni.
Sul decennio thatcheriano (e reaganiano) molto si è scritto e detto: e anche taluni liberali hanno sottolineato le incertezze e le prudenze eccessive che hanno ripetutamente segnato quegli anni, in cui sono stati commessi anche molti errori. Il dato se secondo cui sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito perfino negli anni Ottanta il rapporto tra spesa pubblica e prodotto interno è cresciuto, ad esempio, costringe i liberali a moderare il proprio entusiasmo e obbliga gli stessi critici dell’ultraliberalismo di quel decennio a sfumare alquanto la loro analisi.
Ma forse a questo punto bisognerebbe interrogarsi di più e meglio sui due decenni successi. Insomma, sul Ventennio ora chiuso dall’elezione di Barack Obama: l’epoca dei Major e dei Clinton, dei Bush (padre e figlio) e dei Blair. Anche perché se si scoprisse – come è del tutto evidente – che c’è stato ben poco di thatcheriano negli ultimi vent’anni, allora sarebbe difficile continuare a riproporre (anche evitando un’analisi più specifica) quell’atto di accusa per cui la crisi attuale sarebbe figlia del liberismo.
È infatti piuttosto curioso che il neokeynesismo contemporaneo, punto d’incontro tra l’interesse dei politici ad ampliare i loro poteri e il furore ideologico (troppo a lungo represso) di tanti intellettuali cresciuti a Sraffa e Marcuse, debba risalire nel tempo fino al 1979-1989 per ritrovare le radici del presente. Come se niente fosse successo dopo l’uscita di scena di Maggie e Ronnie.
In realtà, negli ultimi due decenni molto cose sono accadute, anche se si è trattato di un periodo al’insegna dell’opportunismo politico e anche se l’Occidente non ha saputo esprimere alcuna figura davvero significativa. In linea di massima, si è assistito al trionfo di un pragmatismo travestito da buon senso, in cui non si è avuto il coraggio di buttare a mare l’eredità del decennio liberista, ma si sono invece elaborati autentici mostri ideologici: dalla terza via post-laburista al conservatorismo compassionevole. Quella a cui si è assistito è stata una fuga verso il centro che alla fine ha condotto in una terra di nessuno, in cui la politica si è patrimonializzata e l’economia privata ha scoperto (se mai l’aveva dimenticato) quanto sia agevole fare soldi grazie ai favori dello Zar di turno.
In questo senso, l’uomo che forse più incarna lo spirito del Ventennio post-thatcheriano è Vladimir Putin, che pur operando in una Mosca per tanti versi ancora molto remota oggi può apparire l’antesignano delle politiche economiche “militarizzate” che caratterizzano il ritorno in forze dello Stato in larga parte dell’Occidente contemporaneo.
In fondo, il reaganismo e il thatcherismo allo stato puro (al di là dei limiti delle loro realizzazioni) hanno rappresentato qualcosa di paradossale: quell’idea di un Potere che decide di autolimitarsi – attraverso un vasto programma di privatizzazioni, ad esempio – che nessun serio scienziato politico riterrebbe, a ragione, davvero possibile. E non a caso, esauritasi la spinta “ideologica”, quanti sono giunti al potere nel corso del Ventennio hanno utilizzato le privatizzazioni soprattutto per costruire “oligarchi” a cui cedere (o anche solo affidare) pezzi di Stato: imprese, autostrade, banche e via dicendo. A Mosca lo si è fatto senza pudore, ma anche altrove si è spesso tralasciata ogni decenza.
Se nei tempi recenti la politica è stata fatta più nei consigli d’amministrazione delle banche che nei luoghi deputati, molto si deve proprio a questo processo di slittamento costante del potere, grazie al quale lo stesso destino delle banche viene spesso deciso dai maggiorenti della politica. È stata la logica del Ventennio, appunto, ovvero sia di un’età che ha voluto coniugare e fondere in una sintesi praticabile esigenze diverse e anche opposte.
Il dibattito che si è sviluppato in questi giorni sulla crisi dovrebbe allora interrogarsi un po’ di più sulla convergenza di fatto tra l’ex agente del KGB assurto alla guida del Cremlino e gli scialbi leader occidentali dell’epoca. Perché senza dubbio Putin si è tenuto ben lontano da ogni impostazione ideologica, e infatti sarebbe impossibile provare a classificarlo in qualche modo,usando categorie come “socialista”, “conservatore” o “liberale”. Se i leader occidentali hanno ricercato “l’elettore mediano” e il voto dei tiepidi, l’uomo forte della Russia postcomunista si è piuttosto preoccupato di individuare un equilibrio in grado di dargli il massimo del potere e della stabilità.
Da vero politico pragmatico.