L’iniziativa dell’IBL si muove nella stessa direzione e, anche se i problemi di misurazione dello stock di debito sono notevoli, merita il nostro plauso. La ragione è molto semplice: le persone normali vivono in una dimensione monetaria che non conosce i milioni o i miliardi di euro. Quando si parla, quindi, di quei numeri, la convinzione di chi ascolta è che la cosa non riguardi lui, che di quelle somme non sa alcunché, ma altri. Se ci si limita a indicare valori pro-capite il discorso, anche se indubbiamente più comprensibile, non è tanto efficace quanto vedere le lancette di un orologio che scandiscono la corsa verso la bancarotta.
Quel maledetto orologio non si guasta mai, neanche fosse di produzione elvetica! Continua a marciare imperterrito nonostante gli eroici sforzi dei nostri governanti che, sprezzanti del pericolo, continuano a tartassarci nell’implicita convinzione che noi abbiamo troppi soldi e lo Stato, invece, troppo pochi. Come una fanfaluca di tale fatta possa essere ancora propalata senza arrossire è un mistero che supera l’umana comprensione.
]]>Ma all’assemblea di Roma giustamente l’attenzione si è spostata su un altro capitolo, indispensabile a dimostrare come si debba e si possa crescere di più, senza compromettere la finanza pubblica. È il capitolo che riguarda i servizi. Come ha detto il presidente degli industriali romani, l’economia della Capitale può conseguire un vero balzo in avanti, puntando sulle tecnologie della comunicazione e sulla banda larga, investendo privatamente grazie a incentivi in connettività, risparmio energetico, infrastrutture, mobilità nazionale e internazionale, cultura. Vedere per credere, naturalmente. La sfida per un terziario più avanzato e produttivo non riguarda però solo Roma. È nazionale. Guardiamo i numeri, per esempio quelli elaborati dall’ottimo Mariano Bella responsabile nazionale dell’ufficio studi di Confcommercio. I servizi nel 2008 hanno rappresentato il 71% del totale del valore aggiunto nazionale. Per la prima volta da sempre, nel 2008 la spesa per servizi ha superato il 50% del totale dei consumi nel nostro Paese. E l’Italia non esporta solo la manifattura che tanto ci sta a cuore. Esporta anche servizi. Per 3,8% punti di Pil nel 2000, ma la quota è scesa al 3,3% nel 2008. La Spagna ci ha superato, con il 3,8% di Pil nel 2008.
Facciamo allora un solo esempio, di che cosa potrebbe apportare alla crescita italiana un deciso salto in avanti nel settore dei servizi. Il saldo commerciale nel settore turistico dell’Italia nel 2008 valeva 15,2 miliardi di euro, poco più di un punto di Pil. Purtroppo, era stazionario rispetto a 10 anni prima, quando ne valeva già 15. Ma se solo portassimo il nostro saldo turistico a quello austriaco, che vale il 2,4% del Pil, il prodotto nazionale italiano crescerebbe di 24 miliardi di euro. Se poi volessimo raggiungere la performance del turismo in Grecia, il Pil italiano crescerebbe per questa sola ragione a parità di condizioni del 2,8%. Di ben 44 miliardi di euro in più!
Naturalmente, non sono obiettivi che si realizzino con la bacchetta magica. Ma non servono miliardi pubblici. Bensì decisi interventi volti ad agevolare la crescita dimensionale e organizzativa, tecnologica e logistica delle troppe microimprese che abbassano la produttività nel terziario italiano, che rendono inferiore l’offerta alberghiera e turistica, dell’accoglienza e della ristorazione nel nostro Paese, facendone soffrire il commercio rispetto agli altri concorrenti sui quali anno dopo anno perdiamo posizioni, Spagna e Francia. È un discorso che vale per l’intero comparto dei servizi. Non solo per quelli privati, ma innanzitutto per quelli ancor oggi gestiti da migliaia di società pubbliche, a livelli troppo spesso bassissimi di efficienza e produttività. Il recente decreto Ronchi è stato un modesto passo avanti. Con le contraddizioni di tempi lunghi e procedure contraddittorie, anche nell’acqua che pure ha fatto urlare tanti – a torto – alla privatizzazione. Ma le resistenze sono forti. Centinaia di società pubbliche locali restano con piante organiche e ambiti di servizio incompatibili con l’efficienza, prive di economie di scala necessarie all’economicità di gestione. Avvicinare i servizi all’industria e l’industria ai servizi, in una comune logica di produttività crescente e liberalizzazione, significa inevitabilmente disincrostare anche molte rendite di posizione. Ma non si cresce di sola industria. E tanto meno di denaro pubblico.
]]>Germania e Francia sono tra i paesi europei che, davanti alla crisi, hanno varato praticamente l’intero spettro di politiche attive pubbliche di sostegno all’occupazione rilevate dall’Ocse. Lavoratori che diventando a tempo determinato o parziale mantengono integrazione al reddito pari a quello conseguito quando erano a tempo pieno e-o indeterminato, sgravi fortissimi o addirittura sospensioni del pagamento dei contributi sui lavoratori che entrano in programmi di ristrutturazione differita rispetto a quella richiesta dall’azienda da cui dipendono, e via proseguendo.
L’Italia, al contrario, non ha fatto nulla di tutto questo. Anche l’Economist giustamente rileva che siamo tra i grandi paesi europei quello i cui strumenti di integrazione del reddito ai disoccupati sono quelli meno lontani dal modello americano. E questo è un bene. Ciò che rende meno alta la disoccupazione aggiuntiva nell’unità di tempo, nel nostro caso, è il molto maggior ritardo delle imprese a ristrutturare, rispetto alla decisione assoluta messa in mostra da quelle americane, dove la produttività nel terzo trimestre, a fronte del record di disoccupati da oltre 25 anni, è salita stellarmente di oltre il 9%.
In sintesi. I grandi Paesi europei con meno disoccupati stanno accumulando più deficit pubblico per programmi straordinari di welfare ai senza lavoro, ma contano su una domanda interna come contributo alla ripresa del Pil quasi dovunque maggiore che da noi. Noi conteniamo invece i disoccupati perché rallentiamo più di altri la razionalizzazione dei fattori produttivi necessaria a ripartire con forza da perimetri e volumi più ristretti, ma con maggiore innovazione. La minor disoccupazione odierna da noi sarà una più bassa partecipazione al mercato del lavoro domani – è stato così negli anni alle nostre spalle, in cui grazie a maggior flessibilità abbiamo innalzato di poco il tasso di occupazione giovanile, e di pochissimo quello femminile – per gli altri un denominatore più elevato che renderà meno oneroso il debito pubblico, nel rapporto tra questo e il prodotto nazionale. Aspettiamo dunque, prima di vani trionfalismi. È stato positivo gestire in deroga l’estensione degli ammortizzatori, preferita dal governo al vano torneo che si sarebbe scatenato in parlamento e sui media con l’opposizione, in caso di loro riforma strutturale. Ma bisognerebbe avere il fegato di alcune rotture di continuità proprio oggi, sulla tasse e sulle regole del mercato del lavoro e delle pensioni, per accelerare la crescita e renderla meglio sostenibile. Alora sì, avremmo imparato qualcosa dagli errori del passato e lo avremmo messo a frutto.
]]>Gli incentivi per l’acquisto di auto in Europa - taglio e incollo dal bollettino - avranno un impatto positivo contenuto sull’attività nell’area dell’euro nel corso del 2009 ed è possibile che diventi negativo nel 2010… in generale dati gli effetti distorsivi generati, tali misure andrebbero attuate con cautela in quanto potrebbero ostacolare l’efficiente funzionamento di una libera economia di mercato e ritardare i necessari cambiamenti strutturali, compromettendo così le prospettive di reddito e occupazione complessive nel più lungo termine.
Certo, la BCE riconosce che gli incentivi auto hanno avuto un impatto al rialzo sui consumi privati con un effetto pronunciato in paesi come Italia, Germania, Francia e Austria. La stima di costo per le finanze pubbliche di questi programmi di rottamazione delle autovetture dovrebbe ammontare a meno dello 0,1 per cento del Pil nel complesso dell’area nel periodo 2009-2010.
Le misure - continua il Bollettino BCE - sembrano aver avuto successo in quanto hanno sostenuto la domanda di breve periodo di autovetture nuove. Ma i programmi di rottamazione delle autovetture hanno anche effetti avversi immediati e futuri sull’attività. Innanzitutto è stata frenata la domanda di altri acquisti importanti (come nuovi articoli di arredamento, ma anche riparazioni di automobili) a causa sia dell’impatto diretto dell’acquisto di autovetture sui bilanci delle famiglie, sia dell’impatto distorsivo sui prezzi relativi. Poiché gli acquisti di nuove autovetture hanno scalzato altri acquisti importanti, l’impatto delle misure sui consumi privati e sull’attività economica complessiva è inferiore a quello diretto sulle vendite di autovetture.
I politici non hanno niente da dire? Certo è ancor più difficile che lo facciano, se lettori di giornali e ascoltatori di tv e radio neanche lo sanno, che cosa scrive la BCE.
]]>Confrontate l’andamento del Pil nel G7 , che varia dal meno 7% del Giappone al meno 3% francese, a quello del G5, che va dal + 7,9% cinese e dal +6% indiano al -1% brasiliano (il Messico è l’eccezione negativa). Confrontate le vendite al dettaglio nella domanda interna del G7 - con l’eccezione britannica e francese, tutte abbondantemente a segno negativo, con gli USA in risalita solo ora verso un -6% da uno spaventoso e prolungato -10% - al tumultuoso andamento delle vendite di auto nel G5, con la Cina che è riuscita a toccare persino un +60% da aprile ad oggi. È evidente che le politiche monetarie e fiscali di sostegno alla domanda interna – di segno sostanzialmente omologo nel G7 e G5 – hanno effetti assai più apprezzabili nei Paesi emergenti che in quelli già sviluppati. Keynes è residualmente più efficace solo nei Paesi poveri, come l’Europa e gli USA dovrebbero aver imparato a proprie spese negli anni Settanta del secolo scorso, anche se oggi l’hanno inopinatamente dimenticato. Come si legge anche dei diversi andamenti dell’ inflazione, quelli modestissimi e sostanzialmente deflattivi del G7, e quelli invece “robusti” del G5, con l’eccezione veramente impressionante della Cina.
La conclusione è duplice. Da una parte, l’inversione dei tassi a risalire appare assai più prossima nel 2010 per il G5, di quanto non si sposti ormai tendenzialmente verso il 2011 per il G7. Dall’altra, le tensioni monetarie internazionali sul dollaro sono fatalmente destinate a salire, in vista di un diverso ordine monetario mondiale.
]]>La seconda cifra è 45,8%. E’ il livello al quale secondo l’Istat è giunta attualmente la pressione fiscale in Italia. Sta crescendo perché il denominatore, cioè il Pil, si contrae quest’anno di cinque punti, mentre la spesa pubblica corrente è in espansione. In queste condizioni, c’è un’altra regola aurea da non dimenticare. Quanto più un Paese parte da pressione fiscale già elevata, tanto più famiglie e imprese tendono a diminuire l’efficacia di spesa pubblica aggiuntiva anticrisi. Perché si fanno subito il conto che le tasse saliranno ulteriormente, e dunque è meglio risparmiare invece che consumare o investire. Di conseguenza, quando il fisco è già tanto pesante, se si pensa a deficit aggiuntivo nel breve termine è meglio tagliare le tasse in maniera incisiva piuttosto che aumentare la spesa pubblica. Cercando di mirare bene, dove fare i tagli. E’ la strategia che sta seguendo la Francia, tagliando l’equivalente transalpino dell’Irap di quasi 11 miliardi di euro. Parigi introduce anche una carbon tax che peserà 2 miliardi, e aggrava la pressione sulle grandi imprese pubbliche “di rete” che fanno grandi utili, nell’energia, telecomunicazioni e ferrovie. Ma le imprese private tireranno nel 2010 un bel respiro di sollievo. Anche in Germania, dove insieme alla Merkel il vincitore alle elezioni sono i liberali antitasse di Westerwelle, le imposte scenderanno. In Italia, per il governo si tratta di pensarci seriamente. Occorrerebbe aiutare insieme sia i lavoratori, sia le imprese. Se entro fine anno il governo destinerà 5-7 miliardi – tra scudo fiscale e proventi della lotta all’evasione – a sgravi ai soli redditi più bassi, allora per le imprese occorre pensare ad altro.
La terza cifra è: 6 miliardi. Sono l’equivalente dei Tremonti bonds che erano stati prenotati, ma non sono stati sottoscritti da Banca Intesa e Unicredit. La ragione è che erano troppo cari, col loro 7-8% di interessi. Dimenticando che in altri grandi Paesi le banche che hanno avuto aiuti pubblici nel capitale li stanno restituendo, come in America, pagando anche il 17% senza fiatare: grate allo Stato per aver impedito l’Armageddon, e patrimonalizzate oggi assai meglio di quanto non sano le banche italiane. Le polemiche, tuttavia, lasciano il tempo che trovano. La questione è un’altra. Perché non destinare quei 6 miliardi, e parte aggiuntiva dell’offerta fino a oltre 15 miliardi che era stata riservata ai Tre-bonds bancari, a ricapitalizzare direttamente le imprese, visto che negli altri settori non si potrà ricorrere per tutti agli incentivi diretti come per l’auto? Tecnicamente la questione è delicata, poiché le istruttorie devono essere fatte con un know how che le strutture pubbliche non hanno, a differenza delle banche. Ma lo spazio per un’intervento di questo tipo c’è tutto. E c’è anche chi ha iniziato a pensarci.
L’essenziale è non smarrire la rotta, non cadere nella trappola del pessimismo, non farsi deviare dalle risse in cui la politica perde tempo. La crisi economica resta seria. Ma l’Italia ce la può fare meglio, se si concentra su pochi obiettivi prioritari unendo tutte le sue forze produttive.
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