Cacciapuoti lo ha fatto. Ha raccolto 10 milioni di euro di capitale perché la ”sua” Banca del Meridione era una banca popolare. Bastavano 20 titoli da 100 euro di nominale per diventarne azionisti, e quasi 900 persone, imprese ed enti ci sono cascate. Ha coinvolto nell’iter di promozione e fondazione primari professionisti e accademici napoletani titolari di fior di cattedre universitarie, e financo un ex ufficiale presso lo stato maggiore dell’Arma dei Carabinieri, a fianco di un’improbabile compagnia composta da parenti e amici, nonché da un vetraio a Castellammare. Ha convinto a diventare soci la Popolare di Bari, la Fondazione Banco di Napoli.
Ora spetta ai magistrati Fausto Zuccarelli e Francesco Raffaele, della Procura di Napoli, accertare quanto sarà lunga e grave la lista di reati del sedicente principe, involatosi nel nulla ma, naturalmente, col più del capitale della banca intanto raccolto. La mia esperienza mi dice che non dovrete stupirvi, se il Cacciapuoti, nelle sue dichiarazioni oculatamente girate alla stampa nelle prossime settimane, riserverà veri e propri fuochi d’artificio, tra rivelazioni ad effetto e foschi scenari di oscuri complotti finanziari, domestici e financo -vedrete – internazionali, dei quali tenterà di presenterà vittima. Perché oltretutto ho l’impressione, da quel che si raccoglie riservatamente in ambienti finanziari, che agli 842 soci ufficiali della banca, registrati a raccolta del capitale chiusa, vanno aggiunti altri soggetti, anche al Nord, che si erano fidati delle stratosferiche sparare del principe e gli avevano affidato bei soldini.
Al di là del colore e della vicenda che a questo punto è puramente giudiziaria, però, il caso straordinario di Cacciapuoti e della Popolare per il Meridione non può che far suonare a mille decibel un serio campanello d’allarme. Perché la truffa non si è perpetrata secondo una legge non scritta ma ferrea in materia di truffe, e cioè nella minima unità di tempo possibile perché le vittime del raggiro non aprano gli occhi e chiedano la restituzione del maltolto. E’ una storia andata avanti per 5 anni, dacché il Cacciapuoti annuncia l’idea e affianca a sé i primi stimati professionisti, fino a presentare il progetto alla Confindustria napoletana. L’autorizzazione all’emissione di titoli da parte della costituenda Popolare è regolarmente stata concessa nell’agosto del 2008 dalla Consob. E nell’agosto 2009 l’obiettivo della raccolta è stato raggiunto. Da allora sono passati altri 11 mesi, prima che i tanti rispettabilissimi associati all’impresa capissero che qualcosa non tornava, se la prescritta richiesta di autorizzazione all’attività bancaria non era mai nemmeno stata inoltrata alla Banca d’Italia. E’ partita quando già fioccavano i primi esposti alla magistratura, quando già i buoi erano scapati dalla stalla.
L’autorizzazione Consob, e le 183 pagine di prospetto informativo che sono regolarmente scaricabili dal sito della mai nata Popolare, ci fanno amaramente capire come non ci sia lezione della crisi finanziaria che tenga. La catena di Sant’Antonio, il più classico schema di truffa finanziaria, è nata nell’Italia del Seicento. E’ a tutti gli effetti made in Italy anche il cosiddetto “schema Ponzi”, quello usato con successo per moltissimi anni da Bernard Madoff per raggirare la crema della crema di mezzo establishment finanziario e politico americano. Eppure, proprio nel nostro Paese che da secoli ha purtroppo insegnato al mondo come con carte false si possono estorcere volontariamente denari a risparmiatori e investitori, è ancora del tutto possibile che capitino vicende come questa napoletana. E’ legittimo pensare che il Cacciapuoti rinviasse a oltranza la richiesta a Bankitalia perché tanto esperto delle cose di mondo da sapere bene che lo scrutinio sarebbe stato più intenso e capillare, e non l’avrebbe superato. Ma possiamo solo supporlo. Perché intanto per raccogliere il capitale il placet della Consob era venuto eccome. E non a caso astutamente la forma giuridica della banca prescelta era quella di una Popolare, in maniera che non si dovessero dichiarare ex ante né soci né attività, ma solo il comitato promotore, e nove dipendenti in tutto compreso il direttore generale che per il primo anno sarebbero bastati e avanzati, per quello che c’era da fare.
La Consob replica che l’autorizzazione alla raccolta si basa sull’adempimento dei prescritti requisiti formali richiesti alla presentazione del prospetto. Di qui, le due lezioni che sin qui si possono trarre dalla storia. La prima è che, quand’anche fosse come sostiene legittimamente la Consob, significa con ragionevole certezza che c’è un buco nella regolazione, o nella concreta attività dello sceriffo finanziario. Ed è un buco al quale occorrerà subito rimediare. La seconda lezione non riguarda i regolatori, ma la società civile. Non solo quella napoletana, della Campania tutta e della Puglia, le aree in cui si concentra il più dei soci. Se per cinque anni interi fior di gente del mestiere è stata così grossolonamente raggirata, non è solo frutto della maestria certo singolare di Cacciapuoti. Significa purtroppo che la seduzione del denaro facile attraverso denaro raccolto a sbafo da terzi è ancora molto, troppo diffusa: e proprio in ambienti dove, più che nel resto della tecnicamente sprovveduta società italiana, di quest’ambizione si dovrebbe invece massimamente diffidare.
il mercato del controllo societario ha premiato, nel breve, i peggiori: le banche più apprezzate da un mercato distorto (perché contava sulle garanzie pubbliche) hanno potuto acquisire le società ad esso meno gradite (magari perché più prudenti), diventando ancor più grandi e dunque più inclini all’azzardo morale.
L’articolo è da leggere e meditare, ma ci fa soprattutto apprezzare il grande merito di studiosi come Enriques o Jonathan Macey (che proprio nel mezzo della crisi ha pubblicato il suo strepitoso Corporate Governance. Promises Kept, Promises Broken, che nel 2010 potrete leggere in italiano per IBL Libri): l’applicare cioè all’interno delle imprese strumenti analitici cari agli studiosi di public choice.
Alla fine, il succo dell’articolo di Enriques (e del libro di Macey) è molto semplice: bisogna assicurarsi che i diritti di proprietà siano appieno rispettati. Condizioni di opacità e autoreferenzialità del management mettono a rischio il corretto funzionamento dei mercati proprio nella misura in cui contribuiscono a indebolire i diritti dei proprietari.
La questione diviene molto scottante quando investe innanzitutto il regolatore monetario e la vigilanza sugli intermediari finanziari, questione di cui spesso recentemente ci siamo occupati. In questo fine settimana è stata inviata al Congresso e all’Amministrazione una lettera aperta sottoscritta da otto primari economisti, tra cui il fondatore della scuola delle aspettative razionali Thomas Sargent, Anil Kashyap con cui ho condiviso un corso, e che oggi insegna alla University of Chicago Booth School of Business, Ricardo Caballero del MIT che in questi anni ha approfondito le ricerche di Alesina di ormai più di vent’anni fa sull’effetto che l’indipendenza delle banche centrali esercita sui track records delle loro politiche monetarie. All’appello hanno risposto, a oggi, oltre 180 economisti da tutta America, tra i quali grandi nomi come Robert Shiller ma soprattutto accademici giovani di neppure quarant’anni, formatisi negli anni in cui l’inflation targeting figlio delle aspettative razionali era diventato il mantra di ciò che si imparava nelle università, un mantra che come ho già scritto era “quasi” bipartisan tra neokeynesiani e monetaristi-offertisti, sia pure con i primi assai più pronti a giustificare politiche monetarie più discrezionali, i secondi più convinti del famoso paper di Rogoff del 1985 – The optimal degree if commitment to an intermediate monetary target. Quarterly Journal of Economics 100 (4), 1169–89 – in cui sosteneva che, al di là del confronto tra scuole diverse di appartenenza, le serie storiche mostrano che è sempre meglio scegliere un banchiere centrale assai più conservatore dell’environment politico-accademico, in materia di severe strategie anti inflazione.
L’appello è breve, e sostiene quattro semplici cose. Primo: l’indipendenza piena dalla politica costituisce scudo per giuste decisioni coro l’inflazione di pressi e asset. Secondo: le decisioni nella funzione di lender of last resort – cioè i salvataggi pubblici – non devono essere politicizzate, e ciò può avvenire solo che se il regolatore è indipendente. Terzo: ogni modifica del processo di selezione dei membri delle autorità come Fed e FDIC che porti più vicino alla politica, ne pregiudica credibilità ed efficacia. Quarto: l’attribuzione di nuove funzioni al regolatore, di cui al disegno di riforma presentato dall’Amministrazione in Congresso, deve vedere nell’indipendenza dalla politica il primo metro di giudizio.
Un appello che firmeremmo di corsa, si direbbe. Io, personalmente, non ho dubbi. Eppure anche negli Usa nel mondo più idealmente a noi vicino sono molte le voci che sferzano quell”appello come falso nei suoi presupposti e quanto mai inopportuno: vedi qui Alex Tabarrok su Marginalrevolution, oppure qui Robert Higgs sul blog dell’Independent Institute. La pretesa di “indipendenza” è del tutto velleitaria, dicono, visto che i regolatori “cosiddetti indipendenti” si rivelano più proclivi a salvare le grandi banche di cui spesso da qualche decennio a questa parte sono per altro diretta espressione, e del resto le loro decisioni su tassi e salvataggi sono politiche in ogni caso, dunque meglio tornare alle tesi originali del free banking di Hayek e Mises. Intendiamoci, questi critici sono liberisti puri, non hanno nulla a che vedere con l’ispirazione che muove da noi Giulio Tremonti. Nella teoria, io sono d’accordo con la messa in guardia liberista “pura”. Nella pratica, considerati i rischi assai concreti di peggiori danni che la rivincita politica è in grado di fare, io l’appello lo firmerei lì e lo promuoverei anche in Italia.
]]>Incredibilmente, a quel punto, Cardia si è dimesso nelle mani del governo. Il quale ha naturalmente concordato con lui preventivamente il respingimento della sua iniziativa, dandogli atto con grande compiacimento del rispetto mostrato verso la volontà del legislatore.
Non trovo parole per commentare. Dunque scelgo di misurarle. Si affossa l’idea stessa di Autorità indipendenti che vigilino sul mercato, una volta che il loro stesso presidente ritenga doveroso “inchinarsi” alla volontà della politica. Tanto vale abolirle e tornare alla sorveglianza ministeriale, se questo è lo spirito ormai destinato a prevalere in Consob, Agcom, Antitrust. Comprendo che Cardia si sia così programmaticamente meritata attenzione e riconoscenza, oltre che della politica, dei grandi editori italiani. Ma ha reso un pessimo servizio allo stesso fine per cui la Consob esiste.
Temo , purtroppo, che ci sia qualcosa di ancor più grave. La procedura odierna mi risulta concordata col governo, anche al fine che altri presidenti di Autorità indipendenti, considerati assai meno malleabili, capiscano la lezione e riflettano, su ciò che ci si aspetterebbe da loro. La lezione è per via Nazionale, per parlar chiaro. Qui mi fermo. Meglio. Mi uscirebbero parole troppo veementi. Non di assenso o dissenso all’operato di questo o di quello, tra via Nazionale ed Economia. Ma perché sono i princìpi, che vanno preservati prima di ogni confronto di merito. Senza princìpi, finisce tutto in vacca.
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