Il rispetto alla lettera della nuova regola porterebbe in poche settimane dai 50 ai 70 miliardi di euro nelle casse delle imprese. Per molte di loro, una boccata d’ossigeno decisiva. Per non poche, la differenza tra sopravvivere e continuare a dipendere dalla sola moratoria bancaria. Ma è inutile illudersi. E non solo perché Strasburgo lascia a ogni governo sino al 2013 per la messa in regola.
Il realista pensa che resterà una grida manzoniana. L’ottimista testone – eccomi – aggiunge: a meno che… Vediamo. Per realismo, va ricordato che le norme di contabilità pubblica prevedono che il debito pubblico sia tale solo alla scrittura di un mandato di pagamento, o della concessione di una garanzia reale che riconosca il debito come escutibile o scontabile in banca o su un mercato secondario (come capita ai Bot). La contabilità pubblica è per cassa, non per competenza. A molti sembrerà strano, ma se avete vinto una gara bandita dalla PA per la prestazione di un servizio o l’acquisito di un bene, ai sensi del diritto privato siete tutelati a ricevere il compenso dovuto. Ma per la contabilità pubblica quel debito della PA non esiste sinché non viene certificato o pagato almeno in parte. Poiché moltissime Autonomie locali non riescono fronteggiare i debiti per i vincoli del Patto di stabilità interno, il rispetto testuale dei 30 giorni porterebbe automaticamente all’emersione di debito pubblico per 3 o 4 punti aggiuntivi di Pil. Si può immaginare la giusta contrarietà di Tremonti.
A meno … a meno di immaginare un meccanismo che unisca tre diversi pilastri – rigore, trasparenza e prevenzione – facendo contenti sia imprese sia Tesoro. Qualunque garanzia pubblica sul debito insoluto oltre i 60 giorni può essere reperita nell’ambito della Cassa Depositi e Prestiti, il cui bilancio sta fuori dal recinto del debito pubblico per Bruxelles, esattamente come per gli analoghi istituti tedesco e francese. L’intero debito sarebbe immediatamente bancabile senza aggravi per il Tesoro. Per le Autonomie non in linea col patto di stabilità, si imporrebbe però un controllo di legittimità preventivo da parte della sezione specializzata della Corte dei Conti. E infine una doppia penalizzazione automatica: sui futuri impegni di spesa dell’Ente pubblico fino a regolarizzazione del debito avvenuta, ma anche – sorpresa! – in termini patrimoniali e personali per gli assessori e i politici che deliberano spese senza aver denari in cassa. Solo se rendiamo responsabili coloro che spendono in deficit, limitandoli e colpendoli a tempo nel loro patrimonio, evitiamo che a risponderne siano poi gli incolpevoli successori. E non ditemi per favore che a quel punto è come dire che politica la possono fare solo i ricchi, perché bastano sanzioni commisurate allo stock di patrimonio detenuto e al reddito dichiarato, oltre che alle attività partecipate o controllate. Che ne pensate? Non è dal basso, che bisogna fare efficienza e rigore?
]]>Prima domanda? A mio giudizio, per quanto so di lui e di legge italiana, è Nicola Porro un ricattatore o più precisamente un potenziale attore di violenza privata, il delitto per cui è indagato? No, assolutamente no.
Lo sono Alessandro Sallusti e Vittorio Feltri? In termini di codice penale, la mia risposta è altrettanto ferma, è e resta: assolutamente no. Per loro due, che hanno la responsabilità della direzione e della direzione editoriale del Giornale, la questione è diversa. Non riguarda la legge. Ma il giornalismo muscolare che perseguono e realizzano: con ottimi risultati in termini di lettori, va detto. Io ho avuto occasione anche su queste colonne di criticare ciò che alla fine questo giornalismo muscolare alimenta nel dibattito pubblico italiano. Ma è questione che nasce da lontano: perché è stata la risposta che a un certo punto ha iniziato a organizzarsi rispetto a quello della sinistra, rappresentando Silvio Berlusconi il male assoluto per alcuni, e il minore dei mali per gli altri. La questione per loro è l’effetto del muscolarismo in un’Italia politicamente tribale: ma ricade in pieno nella libertà di stampa, e le mie sono critiche non penali ma di opportunità, perché penso che ne venga talora e spesso più male che bene.
Veniamo a Confindustria. Ritengo che Emma Marcegaglia come imprenditrice, e il suo gruppo di famiglia, siano soggetti alla piena indagine della stampa come ogni industriale e impresa in questo difficile Paese irto di leggi e regolamenti? Assolutamente sì, e ci mancherebbe altro. A chi tocca non s’ingrugna, dicono a Roma.
Ritengo però che un presidente di Confindustria, per la funzione che esercita, abbia il pieno e assoluto diritto-dovere di reagire se anche sente una sola foglia stormire secondo la quale si tenterà di influenzare con un articolo o anche solo una chiacchiera il suo compito di pronunciare giudizi e avanzare richieste sulla politica economica e industriale del Paese? Sì, lo penso fermamente. E per questo ritengo che sia non solo comprensibile ma giusto, che Emma abbia risposto dicendo esattamente le cose com’erano andate, al magistrato che l’ha chiamata avendo già in mano tutte le intercettazioni della vicenda.
La cosa che non riesco a capire è: che cosa c’entri la magistratura, e come mai avesse tutte le intercettazioni. Non avrei mai capito se fosse stata Confindustria, a girare la questione al magistrato. Ma qui è il magistrato ad avere già tutto in mano, ed è questo che ha alzato la temperatura sulla vicenda. Consentendo al giornalismo di destra di accusare la Marcegaglia come se al giudice avesse fatto ricorso lei. E a quello di sinistra di considerare anche questa vicenda nella filiera di quella che Repubblica definisce “la macchina del fango”: Boffo, Fini e così via.
Conclusione, in tre sogni. Un Paese in cui i giornalisti non vengano considerati banditi prezzolati, coi carabinieri all’alba nelle case. In cui Confindustria non debba temere alcunché per ogni aggettivo o verbo il suo presidente e i suoi associati ritengano più opportuno usare. E in cui – la cosa che mi preoccupa di più – tutto questo calor bianco non induca qualche pazzo a perdere la testa e ad alzare le mani contro i sindacalisti della Cisl o qualche industriale alla Marchionne, sol perché parlano chiaro e ci mettono la faccia.
]]>Il contratto disdettato da Federmeccanica era l’ultimo sottoscritto dalla Fiom. Dopo l’accordo interconfederale sul salario decentrato di produttività, sottoscritto dalle associazioni imprenditoriali e da tutti i sindacati con l’eccezione della Cgil, si è aperta una nuova stagione di rinnovi contrattuali secondo le nuove regole. Per l’industria meccanica, l’intesa è stata raggiunta il 15 ottobre 2009. Senza la firma della Fiom, che nega l’intesa abbia valore di contratto e si è sempre riservata di impugnarlo di fronte al giudice del lavoro. Malgrado l’intesa preveda un aumento retributivo medio di 112 euro, con la prima tranche dell’aumento regolarmente versata sarà in busta paga nel gennaio 2010, con l’aggiunta sempre nel gennaio scorso ai circa un milione e 300mila lavoratori metalmeccanici di una tranche ulteriore, come elemento di perequazione per chi non ha la contrattazione integrativa.
Il motivo per il quale la Cgil non ha firmato l’intesa generali sui nuovi assetti contrattuali,e poi la Fiom altrettanto solitariamente non ha sottoscritto il nuovo contratto dei meccanici, sta nel fatto che sia l’intesa generale che quella di comparto introducevano due istituti che per quel sindacato sono inaccettabili. Il primo è la contrattazione decentrata come scelta generale su quote crescenti di salario, in cambio di più produttività. La seconda è la facoltà di procedere a deroghe nei confronti del contratto nazionale: deroghe da contrattare col sindacato, ma deroghe azienda per azienda, stabilimento per stabilimento, deroghe per comparti – come quello dell’auto, in cui insiste Fiat – o deroghe estese addirittura all’intero settore. Scelte che innovano in profondità la rigidità della vecchia contrattazione, incentrata sull’intangibilità del contratto nazionale sia per la parte normativa, sia per la parte salariale. Due novità che mettono di comune intesa – impresa e sindacati – lo scambio tra produttività e salario come sfida necessaria da condividere: per rilanciare la manifattura italiana, per metterla in condizione di agganciare al meglio la ripresa mondiale secondo le specifiche esigenze di miglior utilizzo degli impianti, dei turni, degli orari, che solo in ciascuno specifico insediamento produttivo possono essere meglio sfruttati, non in un solo contratto per tutti siglato a Roma.
La convinzione condivisa tra Confindustria e maggioranza dei sindacati è che solo così, nel mondo globalizzato, possiamo continuare a restare la quinta potenza industriale mondiale difenendo i posti di lavoro – spesso tendiamo a dimenticarlo, che siamo i quinti al mondo dopo Cina, Usa, Giappone e Germania, e pur nella crisi difendiamo bene la nostra posizione mentre tutte le altre nazioni avanzate sono in caduta libera, con l’eccezione tedesca.
Con il caso Fiat-Pomigliano è venuto il primo banco di prova delle nuove regole. E si è toccato con mano che la maggioranza dei lavoratori e dei sindacati, sia pur di fronte alla durissima polemica della Fiom, ancora una volta hanno detto sì. A questo punto, di fronte al rischio che Fiom si riservasse impugnative a raffiche delle nuove intese in nome del vecchio contratto del 2008, Confindustria fa un altro passo: e cioè, questa è la vera decisione di ieri, apre subito un tavolo con tutti i sindacati che hanno condiviso i passi sin qui compiuti per definire insieme le ampie deroghe contrattuali consentite dagli accordi del 2009. La prima riunione per l’auto è già convocata per il 15 settembre. Confindustria e Fiat sono sulla stessa linea di Cisl, Uil, Ugl, Fismic. Non c’è nessuna violazione di legge e tanto meno di Costituzione. C’è un cammino a tappe condiviso, per entrare insieme nel mondo nuovo. Non c’è nessun attacco ai diritti del lavoro, né tanto meno alcun disconoscimento del legittimo diritto della Fiom e della Cgil a non riconoscersi nelle nuove regole. Purché questo non voglia più dire però che basta il no di una sola organizzazione – per quanto storicamente importante non maggioritaria da sola nel mondo del lavoro italiano – per bloccare tutto. Per troppi anni è stato così. Con regole che restavano arcaiche, perché a dettare il passo era chi andava più lento.
E’ ovvio che Fiom e Cgil a questo punto alzino ulteriormente il tono della polemica. E’ ovvio allo stesso modo che Confindustria, Fiat e tutti gli altri sindacati debbano stare attenti a evitare passi falsi, a concordare ogni sviluppo senza prestare il fianco. Ce’ da temere che l’instabilità politica aggiunga benzina sul fuoco. Ma la rivoluzione cominciata a Pomigliano può responsabilmente e gradualmente oggi estendersi in tutta Italia. Se vincerà il futuro sul passato, Pomigliano diventerà finalmente il simbolo nazionale di un riscatto coraggioso, invece che di una scommessa mancata.
PS. per l’ultimo pst scritto qui e pubblicato anche su Panorama, “Houston, qui Fiom abbiamo un problema”, l’organizzazione sindacale ha deciso di non piotermi più cosniderare un interlocutore giornalistico, motivo per il quale alla trasnmisisone di domani mattina su radio24dedicata a questo temi non avrò nessuno chje porti al voce dell’unico sindacato dissenziente. Sono convinto di non aver diffamato nessuno, esponendo la mia critica. Considero un triste segno dei tempi, che di fronte al dissenso che essa rivendica, la Fiom decida di considerarmi invece un reietto perché io la esprimo nei suoi confronti.
]]>Le altre confederazioni hanno capito che la via è stretta. Nei prossimi giorni si riunisce Federmeccanica, e il suo presidente Ceccardi ha spiegato che, grazie a quanto sottoscritto da tutti meno la Cgil nei due accordi del 2009, nazionale e di categoria, le deroghe contrattuali possono essere ottenute non solo per l’auto, ma per l’intero comparto meccanico o per altri suoi sottocomparti. Tutti gli altri sindacati sanno che la facoltà di sedersi e trattare, compreso il capitolo del godimento dei diritti sindacali a cominciare da permessi e distacchi retribuiti, varrà solo per chi ha firmato quegli accordi.
Landini contava di impedire qualunque deroga: in Fiat, per l’auto, per l’intera Federmeccanica. Dimentica però che, non avendo firmato le intesedel 2009, la Fiom rischia di perdere innanzitutto i propri diritti sindacali. Di qui l’ultimo problema: tra Fiom e Cgil. Siamo sicuri che Susanna Camusso, che a breve succede come leader Cgil a Guglielmo Epifani e che conosce bene Nord e manifattura italiana, sia entusiasta del rischio di finire isolata da tutto e tutti, sindacati, imprese e politica di ogni colore compresi i due terzi del Pd?
Io non ci scommetterei affatto. A questo punto, è la Fiom, ad averla messa giù dura. Tutti gli altri, Federmeccanica, Fiat e soprattutto tutte le altre sigle sindacali, se non mancano di coraggio e caopisconio che uniti sono una forza assoluta nell’interesse della crescita delle aziende e del paese come dei lavoratori, hanno un interesse assolutamente convergente: passare ad accordi aziendali dovunque possibile contrattandoli insieme, esattamente la via tedesca indicata all’Italia dal Financial Times ieri. Non mi aspetto che l’informazione li spinga a farlo. Ma tutte le persone sensate sì. A meno siano affette da inguaribile nostalgia e perdurante amore per lotte di classe fuori dal tempo, scassaimprese e scassatasche – già magre – dei lavoratori.
]]>Nel tesissimo rapporto tra Fiat e Fiom, questa pronunzia prelude al reintegro che mi aspetto altrettanto puntuale degli altri licenziamenti assunti dall’azienda per casi analoghi in altri stabilimenti. Sono decisioni che a Marchionne piaceranno poco o nulla. Confermeranno e rilanceranno la combattività della Fiom, che si è battuita per il no ai 18 turni a Pomigliano, il nmo alla newco, e tanto più per il no alla deroga nazionale estesa a tutti gli stabilimenti a cui la Fnuova Fiat programmaticamente mira entro il prossimo ottobre. Non verrà niente di buono da un rilancio dell’irrigidimento Fiom, perché è destinato a mettere in difficoltà tutte le altere confederazioni, che hanno ben diverso atteggiamento di fronte alle richieste Fiat, e che si mostrano sin qui ben diversamente consapevoli, del rischio concreto che l’azienda faccia saltare i 20 miliardi di investimento pluriennale riservati all’Italia.
Il terzo punto riguarda proprio l’esito finale della partita. Marchionne non ha mai nascosto, negli incontri riservati, che il suo giudizio è molto scettico, sulla capacità dell’Italia come sistema-paese di saper garantire alla Fiat la cornice adeguata per la produttività più elevata che serve all’azienda. La magistratura del lavoro è pronta molto probabilmente a sostenere a spada tratta eventuali impugnative contro le newco, in caso di deroghe contrattuali non sottoscritte da Fiom. Per Federmeccanica diventerebbe sempre più urgente la disteta del contratto dei meccanici che scade al 2011, con tanto di caduta automatica dei diritti sindacali e di distacco della Fiom, che non ha firmato il contratto successivo e che resterebbe vigente fino all’anno successivo. In un quadro infuocato come quelolo dell’instabilità politica e di governo che si è aggiounta, il reintegro dei tre lavoratori di Melfi non rallegra solo la Fiom e il fronte del no a una produttività più elevata. E’ una tanica di benzina avvicinata al fuoco.
]]>Serve più serietà nel settore pubblico, a tutti i livelli.
Se nel 2009 lo Stato ha stanziato per la cultura lo 0,23% del Pil che quest’anno diventerà lo 0,21%, a fronte di un media europea tra 0,3 e 0,4%, i Comuni, le Province e le Regioni italiane impegnano rispettivamente il 3%, il 2,1% e lo 0,6% dei propri bilanci a questo fine. Insomma, di soldi pubblici ancora ve ne sono, seppur tra mille rivoli. Ma il problema è che per ben oltre l’80% vanno in retribuzioni del personale e spese di gestione amministrativa. Dunque, vengono spesi male.
In più, spesso non vengono spesi affatto, per incapacità e ritardi.
Il 22° Rapporto Eurispes ha dedicato un intero capitolo al tema. Il titolo vale più di mille spiegazioni: “Beni culturali: i soldi nel cassetto ovvero come non si spendono le risorse disponibili”. Alla fine del 2009, per esempio, la differenza fra entrate e uscite dava un attivo di 25,2 milioni di euro alla Soprintendenza architettonica di Pompei, e di 3,6 milioni al Polo Museale Napoletano. E in tutti e due i casi si tratta di istituti dotati di autonomia speciale, in grado cioè di avere rispetto al resto dell’organizzazione centrale e territoriale del MIBAC una maggiore elasticità e dinamicità nella spesa.
Più che reclamare nuovi stanziamenti, si dovrebbe allora pensare a come gestire nel miglior modo possibile l’esistente. L’Italia ha un patrimonio artistico e culturale particolarmente ingente. Il legislatore, poi, ha dato un’accezione molto ampia di “bene culturale”, e dunque siamo caratterizzati da un regime molto penetrante di tutele. Ci ritroviamo quindi a tutelare oltre 400mila immobili storici, i centri storici del 78% delle città italiane, il più diffuso sul territorio patrimonio di centinaia di musei statali e locali, opere d’arte, vestigia e parchi archeologici. Se a questo aggiungiamo anche tutta la tradizione italiana legata allo spettacolo dal vivo dall’opera lirica al teatro di prosa al cinema, non basterebbe nemmeno una pressione fiscale moltiplicata per due a conservare e a valorizzare con soli soldi pubblici tutto questo patrimonio. Ed è per me incomprensibile come non lo si capisca, e come ogni teatro a cominciare dalla Scala veda le maestranze continuare a devastare i calendari delle rappresentazioni, invocando più denari pubblici ma in realtà arrecando gravissimi danni ai cittadini che hanno prenotato e pagato il biglietto, al turismo e all’immagine del Paese.
Il contributo dei privati è dunque indispensabile. Ne serve di più, bisogna lavorare per accrescerlo. Mettendo da parte e superando le molte resistenze che vengono ancora dal mondo accademico, e dalle sovrintendenze territoriali in cui si articola il MIBAC. Penso per esempio a quante polemiche ha scatenato e continua ad alimentare l’introduzione, un anno fa, presso il Ministero dei Beni Culturali e Ambientali della nuova Direzione generale per la Valorizzazione del Patrimonio Culturale, affidata a Mario Resca proprio per la sua precedente esperienza di manager privato. Oppure alle polemiche che seguirono l’insediamento del professor Andrea Carandini alla presidenza del Consiglio superiore dei Beni Culturali, quando affermò, lui che è insigne tra gli archeologi della Roma Antica, che “anche agli scavi c’è un limite, se poi non sappiamo mettere a reddito il patrimonio”. Aveva ragione. Sono polemiche datate, che ci fanno toccare con mano quanto l’impresa e il capitale privati siano ancora “sospetti”, agli occhi di chi preferisce magari che le opere restino chiuse nei depositi di musei magri di risorse, invece che rese fruibibili al pubblico grazie alle risorse dei privati.
Basti pensare invece al bilancio positivo delle poche esperienze pilota che sono state realizzate coinvolgendo nella gestione a pari titolo privati e fondazioni bancarie. Come il Museo Egizio di Torino, che dal 2004 ha riunito in fondazione un gruppo di soggetti pubblici e privati a cui è stata conferita dal Ministero la gestione dell’intero museo. Esperienze come questa devono essere replicate su tutto il territorio nazionale. Ed è la stessa esperienza che ci viene da tutta Europa. La realtà italiana mostra che il coinvolgimento dei privati è stato invece troppo timido, e perciò inefficace. Per esempio la trasformazione degli enti lirico-sinfonici in fondazioni di diritto privato non ha garantito l’afflusso di risorse aggiuntive, da assommarsi a quelle stanziate dallo Stato. Come si vede dalle proteste in corso, per la nuova riforma avviata dal ministro Bondi.
Oltreoceano, il National Endowment for the Arts agisce stilando la lista delle istituzioni potenzialmente soggette a sovvenzioni, lasciando a loro carico la ricerca di un sostegno privato di un ammontare almeno equivalente, senza il quale la somma pubblica non può essere versata. Tale sistema consente di stimolare il sostegno privato attraverso quello pubblico, evitando che esso vi si sostituisca. Mi pare un ottimo modello da seguire.
Di qui la prima proposta: le risorse pubbliche non vanno più date a pioggia alle centinaia di soggetti pubblici protagonisti dell’offerta culturale inefficiente. Bisogna spostare l’allocazione delle risorse spostandole su criteri che tengano conto della domanda, e premino la migliore offerta. Vanno in questa direzione i meccanismi di matching grants, quando il contributo pubblico affianca quello privato al solo patto di averlo saputo reperire in maniera a esso equivalente. Questi strumenti sono particolarmente indicati, in quanto incentivano la ricerca di risorse dal privato e responsabilizzano gli enti, che devono essere in grado di reperire finanziamenti sul mercato.
Un altro grande tema, quello dei musei. La grande ricerca commissionata mesi fa da Confcultura e Federturismo, e condotta da PricewaterhouseCoopers, ha mostrato molto bene come lo sfruttamento in termini economici dei nostri musei sia tutt’altro che soddisfacente. L’Italia non ha un museo fra i primi dieci al mondo per numero di visitatori. E’ vero, il nostro Paese si caratterizza per avere un alto numero di musei, oltre 430 solo quelli statali, diffusi lungo tutta la Penisola, e non pochi e concentrati, come Oltralpe dove sono all’80% nell’Ile de France.
Di qui la seconda proposta: affidare a privati in totale concessione sperimentale alcuni musei italiani, superando i limiti molto stretti posti dall’attuale ordinamento che affida ai privati solo la gestione di alcuni servizi.
Non è una provocazione. Lo Stato, che ha le difficoltà che ha, metta i privati alla prova. Proviamo per qualche anno ad affidare integralmente ai privati l’intera gestione di alcuni grandi musei. Facciamone un’esperienza pilota. Ma consentiamo ai privati anche di aver voce sul capitolo del personale e della sua organizzazione, a quel punto.
Non è vero che senza i denari dello Stato, cioè del contribuente, l’Arte e la Cultura con l’”A” e la “C” maiuscola sono destinati a deperire. Penso a quel che aziende come Eni, Telecom Italia, Pirelli e tante altre a cominciare da banche e assicurazioni fanno già da anni. Lo fanno malgrado i vincoli stretti, troppo stretti, e gli incentivi troppo esigui posti all’investimento culturale dei privati dal nostro ordinamento fiscale.
Di qui la terza proposta. Estendere alle sponsorhip delle imprese private in progetti culturali la disciplina del credito d’imposta per gli investimenti in ricerca e sviluppo tecnologico. L’attuale Testo Unico delle Imposte sui Redditi prevede infatti la totale deducibilità delle erogazioni liberali a fini culturali per i soggetti titolari di reddito d’impresa. Ma ne sono scaturite risorse per poche decine di milioni di euro l’anno. Serve invece una forte agevolazione fiscale per il rapporto di sponsorizzazione, che viene incredibilmente ristretto dall’articolo 120 del Codice dei Beni Culturali. E’ la sponsorizzazione che consente alle imprese un pieno e legittimo ritorno dell’investimento, a vantaggio del proprio marchio, immagine prodotto, e realizza altresì un più pieno coinvolgimento del privato nelle modalità di fruizione del patrimonio culturale.
Infine, sempre in materia fiscale, la quarta proposta. Alzare dal 19% attuale al 30% almeno l’aliquota da portare in detrazione fiscale, quando le erogazioni clturali siano effettuate da persone fisiche.
Non è impossibile, nel giro di qualche anno, raddoppiare l’apporto netto che il turismo arreca alla bilancia dei pagamenti italiana. Il patrimonio culturale è parte integrante e imprescindibile della qualità dell’offerta dell’industria del turismo. Chi farà fare più alle imprese, nella cultura, costruirà un’Italia non solo meno dissipatrice e immemore del suo passato. Ma, soprattutto, un’Italia coi conti più in regola per il suo futuro.
]]>In cima alle buone sorprese, l’articolo 49 con la nuova disciplina delle conferenze di servizio, che afferma il principio che le determinazioni in base alle quali l’intervento oggetto della conferenza ha ottenuto la VAS non possono essere ulteriormente modificate, facendo tornare tutto daccapo, in vista della VIA, e che introduce positive novità come l’esplicita assunzione del mancato rispetto dei tempi ordinatori per i previsti pareri in capo al dirigente pubblico responsabile, per valutarne retribuzione e avanzamenti. Soprattutto, in caso di dissensi di amministrazioni regionali o provinciali su opere d’interesse statale, afferma il diritto comunque del Consiglio dei ministri a decidere entro trenta giorni. La norma nasce da una forte pressione di Confindustria e dell’ANCE. C’è da sperare che il PD dia una mano nell’approvazione, visto che al seminario riservato organizzato proprio dall’ANCE a Ischia lo scorso primo giugno Luciano Violante, presidente di Italiadecide, la fondazione che ha dedicato una monografia alle regole per rilanciare le infrastrutture, ha riscosso un bell’applauso proponendo un tempo limitato concesso alle amministrazioni per assumere decisioni: passato il termine, il potere di decidere tornerebbe ai singoli cittadini o imprese, liberi di agire ma tenuti comunque al rispetto delle leggi. Altri applausi, quando Violante ha proposto che alle opere in corso di contratto si applichino le disposizioni vigenti al momento dell’avvio del procedimento, sterilizzando tutte le norme successive.
Ma una cosa è sicura: la svolta complessiva sul CIPE, nell’intervento governativo non c’è ancora. Eppure, è sotto gli occhi di tutti il bilancio decennale dalla Legge Obiettivo, e la differenza tra a annunci e fatti concreti i quest’ultimo anno e mezzo di crisi profonda delle infrastrutture. Non c’è la scelta dell’appalto integrato sul progetto definitivo, manca l’estensione dell’esclusione automatica delle offerte anomale fino alla soglia comunitaria, niente ancora per quanto riguarda l’eliminazione del vincolo al subappalto, o almeno l’aumento della quota subappaltabile dal 30 al 50%.
Senza l’accoglimento di queste richieste, è praticamente certo che il governo non darà risposta positiva alla richiesta pressante che Emma Marcegaglia ha ribadito a Berlusconi nella sua assemblea annuale, quella di destinare 2,5 punti di Pil “veri” alle infrastrutture antro il 2014. E forse è proprio per evitarlo, che l’Economia si guarda bene dal dare il suo ok a tali proposte. E’ più che comprensibile, in questo quadro, che per esempio il gruppo Autostrade per l’Italia prenda per così dire atto anticipatamente della mancata svolta, e lavori all’accelerazione in house invece che in appalto al più dei lavori per accelerare la cantierizzazione dei lavori.
Anche perché, dall’altra parte, lo Stato aumenta per i concessionari autostradali gli oneri di concessione a favore dell’Anas, all’articolo 15, al fine di dare una mano ai conti del gruppo pubblico. La norma attenderà un DPCM entro 45 giorni dalla definitiva approvazione del decreto, ma in coerenza alle norme esistenti i concessionari si rivarrano sugli utenti, con un aumento tariffario nell’ordine del 5% .
Inoltre, Tremonti si riserva al’articolo 46 del decreto – questa volta con decreti propri di natura non regolamentare, dunque non concertati per nulla con il ministro delle Infrastrutture – una sorta di “ghigliottina centralizzata” per tutti i mutui infrastrutturali accesi da Cassa depositi e Prestiti entro fine 2006 e già interamente non erogati ai soggetti beneficiari. Inoltre, ove non siano stati già affidati gli appalti per i lavori finanziati, i mutui a giudizio insindacabile dell’economia potranno comunque essere revocati e devoluti ad altro scopo. Il fine è quello di rimediare almeno 400 milioni di euro da destinare a finanziamento delle infrastrutture strategiche finora non coperte, cion priorità al Mo. S. E. di Venezia sino a 400 milioni. Ma è ovvio che, con un tempo medio di realizzazione delle opere che in media in Italia sta purtroppo tra i 9 e i 14 anni, la scelta concreta dei mutui da revocare potrebbe essere molto dolorosa, per porti e infrastrutture italiane che – nella penuria generalizzata di finanziamenti e nella negazione sin qui ostinata dall’Economia di quote bancabili di flussi fiscali futuri – sinora contavano almeno sulle magre risorse assegnate e mutuiate da CDP, per il resto non potendo che scontare i tempi lunghi effetto delle farraginose procedure della PA nazionale.
]]>Ha ragione quando sostiene che molti tra coloro che intervengono in materia di “meno tasse” siano spesso improvvisatori maldestri, e spesso vittime di clamorose autocontraddizioni, tanto a proposito di sostegno ai consumi quando magari si intende alzare l’IVA, quanto magari se si intendono alzare le aliquote sulle cosiddette “rendite finanziarie” senza mettere in conto che cosa avvenga sulle emissioni dei titoli pubblici.
Ha ragionissima quando poi aggiunge che Reagan e Thatcher abbatterono le tasse perché puntavano alla riduzione della spesa pubblica, cioè alla diminuzione della pressione fiscale in equilibrio tendenziale di bilancio a medio termine, lasciando a famiglie e imprese più risorse in tasca per aumentare sviluppo e crescita, ed estendere così la base imponibile a più bassa aliquota ma COMUNQUE con un gettito inferiore perchè era la spesa pubblica a ridursi.
Ed ha ragione dunque anche quando sostiene che i tagli alle tasse si deono avanzare appunto proponendo tagli di spesa, tagli veri e non solo indicando la minor spesa da non meglio identificati “tagli agli sprechi”.
Proprio per questo, secondo me ha singolarmente torto nell’aggiungere però che in Italia l’oggettivo realismo pretende che si riconosca come paletto insuperabile che nessuno intenda oggi – nella politica italiana – promuovere la riduzione della spesa pubblica, e di conseguenza poarlare di riduzione delle aliquote sia un esercizio “ozioso” se non tout court “pericoloso”.
Se lo avessi seduto di fronte a me, direi a Roberto che di questi eccessi di realismo da parte di economisti e addetti ai lavori si è costantemente nutrita nei decenni la funzio incrementale della spesa e dell’intermediazione pubblica nel nostro Paese. Faccio presente che nell’Italia odierna il tasso di interposizione pubblica sull’economia – sommando gettito e spesa pubblica - supera il 100% del Pil. Se non è questa, la condizione nella quale continuare a battersi con forza per meno Stato e meno tasse – entrambi concentrati su poche priorità da ridefinire come essenziali – non so proprio quale sia. Mi sembra poi non singolare, ma singolarissimo, che questa diventi la posizione esplicita del quotidiano di Confindustria, poichè gli industriali non fanno che ripetere incessantemente che è proprio di meno Stato invadente e inefficiente, ciò di cui hanno bisogno loro e il Paese intero. Rendere omaggio alla prudenza assoluta di Tremonti nell’evitare deficit aggoiuntivo è un conto, va sempre ripetuto visto che la politica vorrebbe incessantemente più spesa ancora. Ma rassegnarsi all’impossibilità – anzi: alla “pericolosità” - di battersi pe rmeno Stato è secondo noi un errore al quale non bisogna rassegnarsi. meno che mai oggi, in un mondo che vedrà i Paesi avanzati di qui a pochi anni raggiungere l’Italia come percentuale di debito pubblico sul Pil, se voci come le nostre non avranno non meno, ma più ascolto.
]]>Per questo, da anni i governi hanno di volta in volta annunciato il suo graduale abbattimento. Troppo graduale, hanno pensato le imprese dopo i primi taglietti effettuati dal governo Prodi. È per questo che il centrodestra ha fatto dell’annullamento dell’Irap un esplicito impegno elettorale. Rilanciato da Silvio Berlusconi tre giorni fa. Ribadito ieri da Tremonti e Letta, incontrando le Regioni. La soluzione finale verrà solo con il federalismo fiscale, ha detto Tremonti, proprio perché va compresa in un quadro di imposte e risorse proprie che rendano le Regioni responsabili di quello che spendono.
Bisogna dedurne che il governo ha deciso di accelerare sull’attuazione del federalismo fiscale. In caso contrario, tutte le imprese e dunque milioni di elettori avrebbero l’impressione che si tratta ancora di un annuncio per suscitare aspettative, dopo il quale si prende altro tempo. È vero, occorre essere responsabili per il debito pubblico, la prima preoccupazione di Tremonti ogni qualvolta gli si propongono misure che s traducano in deficit aggiuntivo. E l’Irap nel 2008 ha portato alle casse pubbliche oltre 38 miliardi di euro. È anche vero che gli introiti dello scudo fiscale, essendo una tantum, non possono finanziare tagli strutturali e permanenti alle entrate. È anche vero però, sostengono gli imprenditori che ieri hanno coperto di applausi a Mantova il capo dei piccoli di Confindustria Giuseppe Morandini, che ci sono ancora miliardi di euro di sprechi nella spesa pubblica, che le province nessuno le ha tagliate, che le cronache continuano a proporre esempi di carrozzoni pubblici con politici che assumono centinaia di raccomandati. La politica si dia una mossa, allora, se non vuole assistere all’asfissia crescente che grava su tantissime aziende.
Se davvero si volesse mettere mano da subito a una graduale riduzione dell’IRAP, una volta tagliata spesa pubblica equivalente, il problema diventa da dove cominciare. Le strade possibili sono almeno tre. C’è innanzitutto chi propone di concentrare la prima riduzione accrescendo la deduzione degli interessi passivi. L’effetto potrebbe essere però quello di concentrare i benefici sulle banche e sugli intermediari finanziari: è davvero questa, la priorità da seguire?
Una seconda strada è quella invece di attenuare o addirittura annullare la componente dell’imposta che grava sul numero di dipendenti. È sicuramente questa, la richiesta maggioritaria che viene dalle imprese manifatturiere e dei servizi. Ma attenzione: anche qui, se non si interviene con cura, si potrebbe finire per agevolare soprattutto le grandi imprese, piuttosto che le piccole che a migliaia sono ancora più a rischio.
La terza strada è quella di concentrarsi invece solo sulla piccolissima impresa, quella che attualmente gode del regime di franchigia. In questo terzo caso, però, significa limitarsi alla fascia di aziende fino a 180mila euro di fatturato. Non va bene neanche questo, a giudicare dagli allarmi levatisi ieri a Mantova. La soluzione preferibile sarebbe quella di una prima diminuzione concentrata su una fascia di piccole imprese più estesa. Nel quadro di un annuncio preciso, in termini temporali, degli sgravi ulteriori negli anni a seguire per le aziende, in maniera che esse da subito possano almeno pianificare i propri flussi finanziari. Questo, naturalmente, sempre che si voglia cominciare davvero. In caso contrario, avrebbe ragione Tremonti: era meglio, cioè, in definitiva, non annunciare nulla.
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