Uno dei testi più forti della storia del liberalismo è la “Petizione dei fabbricanti di candele“, con la quale Frédéric Bastiat ridicolizza gli argomenti protezionistici attraverso l’immaginaria lamentela, appunto, dei produttori di candele contro la concorrenza sleale del sole. Se Bastiat vivesse oggi in Italia, scriverebbe la petizione dei fabbricanti di pannelli fotovoltaici.
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L’Italia è uno dei tre paesi dell’Ue15 – assieme ad Austria e Danimarca – che devono rimboccarsi le maniche per raggiungere l’obiettivo di riduzione delle loro emissioni. Per il resto, l’Unione europea brinda oggi alla luce del più recente rapporto dell’Agenzia europea per l’ambiente. Infatti, Kyoto è vicino, anzi,
large drop in emissions seen in 2008 and 2009 gives EU-15 a head start to reach and even overachieve its 8 % reduction target under the Kyoto Protocol.
Infatti, l’Ue ha potuto contare sul sostegno di un grande alleato: la recessione.
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The Rational Optimist di Matt Rildey è un libro veramente notevole. L’autore è un apprezzato giornalista scientifico (fra i suoi libri Il gene agile. La nuova alleanza tra eredità e ambiente, edito in Italia da Adelphi, e La regina rossa. Sesso ed evoluzione, edito da Instar), in passato è stato fra i caposervizio dell’Economist, e – sull’onda del suo interesse per la teoria dell’evoluzione – ha sviluppato una vera passione per lo studio degli “ordini spontaneiâ€.
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La pubblicazione del rapporto dell’InterAcademy Council sul processo dell’Ipcc – l’organizzazione delle Nazioni unite che fa “il punto” sulla scienza del clima – ha generato reazioni eterogenee quanto prevedibili. Gli “amici” dell’Ipcc vi hanno letto una sentenza di assoluzione, i critici una condanna. Probabilmente la verità sta nel mezzo, ma certamente sarebbe sorprendente se la cosa rimanesse priva di conseguenze. Come invece sarà .
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Da alcuni anni, il professor Giovanni Sartori approfitta della penuria estiva di notizie per farsi pubblicare sempre lo stesso articolo, sempre nel giorno di Ferragosto, e sempre sul Corriere della sera. Sarà forse perché un 15 agosto così freddo e così brutto non lo si vedeva da tempi immemorabili, ma quest’anno – accanto al consueto rosario catastrofista – Sartori dice una cosa nuova e giusta.
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Autocitarsi è sempre un po’ antipatico e va fatto con moderazione e ironia, ma a volte ci vuole. Leggere che i Democratici hanno rinunciato al climate bill, che avrebbe allineato (seppure in modo molto graduale e con le dovute calma e cautela) gli Usa alle politiche energetiche europee, non solo mi riempie di speranza. Non solo automaticamente paralizza tutti i negoziati globali sul tema, visto che è assai improbabile che gli Usa, non potendo raggiungere un compromesso interno, si facciano promotori di un compromesso internazionale. Non solo desta qualche preoccupazione e attenzione per la possibile scelta della Casa bianca di premere il pedale sulla regolazione della CO2 come un inquinante – una follia che nessun economista, che io sappia, considera sensata, ma con la politica non si sa mai. Soprattutto, provo una certa soddisfazione sapendo che – mentre tutti in Europa si sbracciavano per l’elezione di Obama e l’europeizzazione degli States – come Puffo Quattrocchi, l’avevo detto, io – in tempi non sospetti.
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Il climategate si è sgonfiato. Le mail dei climatologi dell’East Anglia che discutevano di quale “trick” usare “to hide the decline” non danno scandalo. La pubblicazione dell’indagine coordinata da Sir Muir Russell sembra scagionare gli scienziati che, per alcuni mesi, sono stati accusati di truccare le carte per far sembrare l’emergenza climatica più grave di quanto non fosse. Tutto finito, dunque? Tutti assolti? Tutti puliti? Vediamo.
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Nonostante lo stallo raggiunto nelle settimane scorse, nei corridoi di Bruxelles l’ipotesi di alzare dal 20 al 30 per cento il target di riduzione delle emissioni non è ancora tramontata. C’è, all’interno dell’Ue, una forte lobby che spinge per rilanciare, nonostante il basso livello di probabilità di raggiungere un accordo a Cancun alla fine di quest’anno – cioè l’alta probabilità che l’Europa continui a trovarsi isolata sulla strada dei sacrifici unilaterali. Di questo atteggiamento ambiguo, oscillante tra il realismo della ragione e l’utopismo delle anime belle (ma non solo quelle), si trova traccia nella bozza delle conclusioni del Consiglio europeo, che dovrebbe concludersi domani. Le bozze – che Chicago-blog ha potuto vedere in anticipo – sembrano scritte nella migliore tradizione democristiana, lasciano aperte tutte le porte.
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Ieri il Senato americano ha respinto di stretta misura (47-53) una mozione della senatrice Lisa Murkowski (repubblicana dell’Alaska) che avrebbe fermato il tentativo della Epa (Agenzia di protezione ambientale Usa) di regolamentare le emissioni di gas serra. La notizia non è buona, perché lascia aperta una via d’uscita all’amministrazione nel caso non fosse possibile raccogliere la maggioranza necessaria per approvare il “climate bill” voluto dal presidente. Ma nel male c’è un grano di bene.
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Il presidente americano, Barack Obama, ha più di una ragione per mettere il broncio alla Bp, la compagnia responsabile del disastro alla piattaforma Deepwater Horizon. C’è, ovviamente, la faccenda rognosa dell’impatto ambientale. C’è una battaglia legale e politica che si preannuncia lunga e tormentata per vedere chi pagherà cosa e quanto. C’è che Bp è stata a lungo la compagnia simbolo del “petroliere buono”, che si sporca le mani col greggio ma si lava la coscienza con gli investimenti verdi. C’è che Bp fa un casino dietro l’altro e l’altro ancora, e questo non aiuta la sua immagine. C’è che Bp è tradizionalmente in prima fila, coi suoi lobbisti, a spingere per il cap and trade. Proprio il cap and trade potrebbe essere una vittima eccellente dell’incidente nel Golfo del Messico.
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