Il libro più famoso e importante di Jane Jacobs, Vita e morte delle grandi città, è stato riedito recentemente da Einaudi (l’edizione originaria è del 1961). Il libro ha avuto fortune alterne, a volte acclamato come pionieristico e imprescindibile, altre trattato con sufficienza e denigrato (la stessa Jacobs è stata accusata di essere poco più di una giornalista e niente affatto una studiosa seria e documentata).
Si tratta in realtà di un libro fondamentale sia per quanto riguarda l’interpretazione del fenomeno urbano sia per quanto riguarda la critica all’idea tradizionale di pianificazione urbanistica.
Per quanto rigurada la città, la Jacobs mette chiaramente in luce come si tratti di una realtà auto-organizzativa, un caso di ‘complessità organizzata’ ossia una situazione in cui una miriade di fattori si combinano spontaneamente in strutture ordinate. In un sistema di questo tipo, la diversità e la pluralità sono risorse e non problemi. La mescolanza delle funzioni urbane e l’alta densità di popolazione sono punti di forza e non di debolezza. La città emerge, in quest’ottica, come un immenso laboratorio dinamico di sperimentazione di stili di vita e forme di produzione e scambio: quel che a molti sembra solo caos è in realtà una forma evoluta di ordine (un’interessante rilettura di questo aspetto del pensiero dell’autrice nella prospettiva della scuola economica austriaca, si trova in Sanford Ikeda, “Urban Interventionism and Local Knowledge”, The Review of Austrian Economics, 2004).
Per quanto riguarda la pianificazione urbanistica tradizionale, la Jacobs sottopone a una critica severa e convincente lo scientismo e il dirigismo che da lungo tempo ne sono a fondamento. L’approccio tradizionale alla pianificazione ha infatti considerato la città come un sistema semplice, una specie di macchina facilmente conoscibile e complessivamente modellabile, piuttosto che come un fenomeno di complessità organizzata che sfugge ad ogni comprensione di dettaglio e ad ogni tentativo di guida finalizzata. In tal modo, la pianificazione urbanistica ha finito per imporre alle città schemi statici, inadatti alla natura dei problemi e totalmente avulsi dalla realtà.
Penso che il libro della Jacobs abbia ancora molto da insegnarci oggi; io stesso ho cercato di proseguire la ricerca sui fenomeni socio-spaziali e sulla possibilità della loro regolazione in una direzione che direi inequivocabilmente jacobsiana (in particolare, nei libri L’ordine sociale spontaneo, Utet, Torino, 2005 e La città del liberalismo attivo, CittàStudi, Torino, 2009).
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