Vedo di spiegarmi. Inverto l’ordine di annuncio, e comincio dal “no”. Che Dio benedica e preservi Banca Etica con la “b” e la “e” maiuscole, il suo presidente Fabio Salviato e il suo direttore generale Mario Crosta, ma qui non stiamo parlando di loro. Esistono da anni, grazie all’impegno di cooperatori allo sviluppo che si posero il problema del credito come un diritto e dello scopo sociale del suo ritorno invece che economico. Finanziano alcune migliaia di progetti con la loro raccolta, e mi auguro lo facciano sempre di più e con sempre maggiori sostegni. No, qui stiamo parlando di che cosa possa in concreto significare, dare più spazio all’etica nelle attività della banca ordinaria: cioè senza rinunciare al profitto e alla remunerazione dei soci. Nella prassi concreta, molte banche italiane, tanto spa che popolari, si fregiano dell’aggettivo “etico” grazie ai bilanci di sostenibilità sociale che hanno preso in questi anni a presentare ai propri soci e al mercato, e grazie alla certificazione SA 8000 che attesta il pieno rispetto dei diritti dei dipendenti, della sicurezza del lavoro e della salubrità dell’intera catena di fornitura. Ebbene no, non sto parlando neanche di questo. Francamente ho imparato a diffidare della cosiddetta Corporate Social Responsability: è quasi sempre un adempimento che le grandi banche aggiungono a quelli regolamentari e di vigilanza, tanto per farsi belle. I limiti al finanziamento di attività particolari, come quelle legate alle tecnologie militari o “duali” cioè a possibile rischio, non identificano affatto un banchiere e una banca che metta l’etica al centro della propria attività.
Ma allora, direte voi, ci fai capire di che cavolo stai parlando? Invece di inoltrarmi in princìpi generali, faccio alcuni esempi.
E’ etico quel banchiere “ordinario” che mantenga il suo istituto con un ratio di capitale aggiustato per il rischio che non metta in pericolo il risparmiatore, né confidi nel salvataggio a spese del contribuente, cioè eviti tutti e due i guai inflittici dalla finanza allegra. Quando parlo di “capitale aggiustato per il rischio” non mi riferisco al Tier1 dichiarato dalle banche stesse. Poiché i criteri dei regolatori non hanno ancora incorporato le lezioni della crisi – le banche cioè hanno ottenuto tempi lunghi e non prescrittivi, finora, per ricapitalizzarsi – UBS dichiara un Tier1 del 13%, ma se si leva il capitale ibrido si scende al 2%. Per dirla chiara, Intesa e Unicredit rientrano appena in una media accettabile: ma dovrebbero migliorarla entrambe. È etico quel banchiere ordinario che fa pulizia nel proprio attivo patrimoniale, senza tenere valori intangibili ai livelli stellari ai quali erano stati valutati all’atto di grandi fusioni. Come capita in Unicredit, in cui gli intangibles valgono il 130% della capitalizzazione di Borsa. E’ etico quel banchiere che non forza oltremisura le attività di trading ad alta leva finanziaria su quelle da impieghi ordinari a bassa leva: e qui non ci siamo proprio, visto che nelle trimestrali del 2009 tanto negli Usa che in Europa e in Italia sono proprio le attività di trading – la “carta per la carta” – a tenere su revenues e utili delle banche: esattamente come se non fosse successo niente.
Etico è quel banchiere, detto tutto questo, che fa anche e soprattutto un’altra scelta: che retrocede al cliente una parte maggiore degli utili realizzati da attività tanto ordinarie che di trading. Perché in questo caso investe nella fiducia, e aggiunge clienti – che sanno far di conto – e massa amministrata alla propria raccolta. In altre parole: non lo fa per piacere a Dio, ma per far crescere la banca dando più e no meno soddisfazione ai clienti. È forse antipatico fare nomi e cognomi. Ma se ci chiediamo perché nei primi dieci mesi 2009 Banca Mediolanum – che ha coperto integralmente sin dall’inizio i propri clienti delle perdite Lehman non essendo obbligata a farlo – distacchi del 550% la raccolta annuale del secondo classificato tra le reti dei promotori italiani, e trattando meglio i propri clienti migliori anche l’utile dell’86%, abbiamo una buona risposta al fatto che fare il banchiere etico non solo è possibile. Ma anche conveniente. Francamente, anche se vedete una pubblicità di Mediolanum su questo blog e potreste pensate che questo elogio sia connesso, vi rispondo che non lo è perché lo penso a prescindere.
]]>Sul primo punto, mi limito a segnalare il post di John Taylor sul suo blog. Il FMI ha finora impegnato in prestiti solo il 7 % dei 750 milardi di diritti speciali di prelievo che gli erano stati straordinariamente assegnati all’inizio dell’aprile scorso, molto meno ancora di quanto non avvenne nella raffica di crisi finanziarie dei Paesi emergenti, nella seconda metà degli anni Novanta. In più, oggi l’economia mondiale è trainata proprio da quei Paesi, e non sono le crisi potenziali dell’Est Europa o Russia a giustificare una simile panoplia di risorse a disposizione. Si inizi a tagliare, perché troppi denari a disposizione di enti pubblici alla ricerca di ruolo sono sempre una ghiotta occasione per sprechi inutili.
Quanto al ruolo della BRI o BIS se seguite l’acronimo inglese, segnalo dalla bellissima Quarterly Review appena uscita:
- questa proposta in materia di derivati Over The Counter, volta a creare camere di compensazione assai meno ideologicamente vincolanti dei tanti deliri proibizionisti fioriti ultimamente sulle bocche di tanti insospettabili economisti ammazza-finanza;
- questa analisi su una possibile eventuale metodologia per classificare i diversi tipi di intermediari finanziari in classi di rischio macrosistemico, con esempi concreti rispetto al situazione attuale mondiale;
- infine questa ricerca su come e perché il costo dell’equity bancario divenisse sempre meno sensibile, nel quindicennio 1990-2005, al crescere del rischio sul mercato e di mercato.
]]>La seconda misura chiave allude a un criterio per impedire l’insorgere del problema Too Big To Fail del quale tanto abbiamo scritto nei mesi scorsi. Per il momento si dice in una due scarne righette che si procederà a identificare dei livelli di leva finanziaria – rapporto tra patrimonio e impieghi-rischi – all’oltrepassare i quali la congruità patrimoniale va rafforzata. Si annuncia che la definizione avverrà secondo metodologie condivise e internazionalmente tarare secondo i principi contabili che continuano a essere diversi, tra Europa e Usa. Detta così, è una mezza rivoluzione culturale. Immagino che le grandi banche anglosassoni si batteranno con tutte le proprie armi, perché i criteri e i rafforzamenti patrimoniali siano i meno vincolanti possibili. Ma tutto ciò in Basilea 2 non c’era, né nell’ordinamento statunitense. E serve invece a tentare di evitare che i denari del cotriubuente debbano servire a salvare intermediari finanziari a catena, per i solo principio che sono troppo grandi perché il loro fallimento eventuale non abbia effetti sistemici a catena.
La terza misura è volta a creare procedure e criteri di vigilanza sull’adeguatezza per ciascuna banca – a prescindere dall’area in cui opera – del proprio sistema di funding, con tanto di stress test condivisi per i ratios di liquidità di breve e medio periodo. La quarta va letta congiuntamente alla seconda: si abbraccia il principio che oltre ai livelli del capitale di vigilanza rafforzati e standard, occorre predisporre un cuscinetto di capitale aggiuntivo dinamico, cioè destinato ad accrescersi nel bel tempo di mercato, e ad attenuarsi entro certi limiti nei tempi di crisi. In questo modo, si impedisce l’effetto anticiclico che requisiti patrimoniali “stretti” inevitabilmente finiscono per esercitare, quando la qualità degli impieghi e dei collaterali inevitabilmente si deteriora in una crisi. La quinta misura, rivoluzionaria anch’essa, promette l’adozione di metodologie condivise per impedire il rischio macrostemico rappresentato da banche che operano a cavallo di ambiti regolatori sin qui differenziati. È la disciplina relativa a come impedire che i grandi gruppi cross border tendano, in tempi di crisi, a scaricare il più degli effetti distorsivi e restrittivi in aree del mondo diverse da quelle al cui regolatore sono sottoposte.
I tre principi guida nella transizione riguardano appunto la definizione delle precondizioni e dei particolari tecnici delle cinque misure di fondo intanto definite. L’impegno condiviso dai governatori delle maggiori banche centrali è a promuovere il rafforzamento patrimoniale delle banche expeditiously cioè in fretta – qui è la sconfitta tedesca – ma con l’accortezza che il processo avvenga senza effetti deleteri sulla ripresa in corso, ed è su questo che i franco-tedeschi punteranno, rinviandone l’attuazione il più possibile.
È una vera vittoria dei principi conservativi e prudenziale che vanamente la Banca dei Regolamnenti Internazional ammoniva trascurati e violati, negli anni di Greenspan: a proposito della sciocca e infondata storia per la quale nessuno avrebbe avvisato della crisi in arrivo. Ed è una vittoria del FSB guidato da Draghi, come sa chi ne ha seguito i lavori riservati. Temo proprio che il bene da augurarsi stia tutto in questa agenda, non nei legal standards che tanto piacciono ai media italiani compiacenti.
]]>Partiamo da questa tabella, che offre una stima del peso dei derivati per tipologia di settore nel quale operano le aziende che se ne servono. Come si vede, i derivati energetici, sulle commodities e sui tassi di cambio per le materie prime e i semilavorati industriali sono robetta: oltre 295mila miliardi su 296mila miliardi di dollari in valore nozionale sono tutti concentrati tra gli intermediari finanziari. Il che significa che nel comparto energetico il più dei derivati serve davvero – almeno attualmente – a scudarsi dall’andamento erratico di prezzo delle commodities, rispetto a chi sosteneva che il ruolo della pura speculazione è ancor oggi assai maggiore della pura tecnica di copertura. Ripeto il caveat “almeno attualmente”, perché in realtà le aziende energetiche ammettono che nell’83% dei casi in passato hanno usato i derivati non per l’hedging dei prezzi ma a puri fini speculativi. Qui, forse e almeno al momento, la lezione dell’estate 2008 e del barile a quasi 150$ sembra introiettata dagli operatori.
Dopodiché passiamo a quest’altra tabella , che ci consente di apprezzare dove davvero si concentra il problema finanziario. Come potete vedere, sul totale dei 295mila miliardi di dollari di nozionale in derivati concentrato nel settore finanziario, JP Morgan ne ha per 81,7 mila miliardi, Bank of America per 80mila, Morgan Stanley per 39,3 mila miliardi, Citigroup per 31,5 mila, e, fuori dalla classifica, naturalmente Goldman Sachs: fuori classifica perché sinora si è clamorosamente rifiutata di comunicare a regolatori e mercato il valore lordo dei propri derivati – a due anni dall’inizio della crisi! – e ha svelato solo il numero contrattuale delle relative posizioni. Ma Fitch stima che il nozionale in derivati a carico di GS sia pari ad almeno 47,8 trilioni di dollari.
Infine, Fitch si produce nel più difficile. In questa tabella, fa il conto dell’esposizione netta rispetto al lordo di mercato in derivati, per ciascun grande intermediario nei cui libri i derivati pesino più del 5% del totale degli asset. La terrificante conclusione è che, per quattro delle Big Five resuscitate, il rischio è superiore ai 100 miliardi di dollari a testa: 137,3 per BofA; 131,2 per JP Morgan; 112,2 per Citigroup; 104,3 per Goldman Sachs; solo Morgan Stanley si ferma - per così dire - a quota 80 miliardi di dollari.
La conclusione di Fitch è devastante: in caso di nuovo cigno nero, l’esplosione di questo mezzo trilione di dollari di rischio puro e netto sui derivati farebbe apparire il fallimento di Lehman un mortaretto per bambini.
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