Questo articolo è stato pubblicato originariamente il 25 maggio 2010 sul blog dell’Institute of Economic Affairs, che ringraziamo per la gentile concessione alla ripubblicazione su chicago-blog.
Il mese scorso Martin Wolf si è chiesto sulle pagine del Financial Times: «L’economia “austriaca” spiega le crisi economiche meglio delle altre scuole di pensiero?».
Dopo aver ammesso che i modelli neoclassici «non si sono certo segnalati per la capacità di prevedere la crisi e di proporre le possibili risposte», Wolf ha evidenziato che alcune tesi “austriache” sono state convalidate dai fatti: «una politica monetaria mirante a mantenere un livello prefissato d’inflazione è intrinsecamente destabilizzante; il sistema della riserva bancaria frazionaria crea esplosioni di credito impossibili da gestire; il “malivestimento” globale che ne consegue spiega il successivo crollo del sistema finanziario».
Disgraziatamente, a questo punto Wolf commette l’errore di confondere le cause della crisi con il dibattito sulle politiche più idonee ad innescare la ripresa: «gli austriaci affermano inoltre – esattamente come i loro predecessori negli anni Trenta – che la risposta giusta consiste nel permettere la liquidazione di tutti i rami secchi, continuando a mantenere il pareggio di bilancio mentre l’economia va a rotoli. È questa ricetta che trovo poco convincente».
Per iniziare, se si spera di trovare nella teoria austriaca del ciclo economico una spiegazione teorica esauriente di: (1) il boom artificiale, (2) la recessione economica e (3) le politiche più idonee ad alimentare nuovamente la crescita, è probabile rimanere delusi. Ma se sarebbe assurdo pensare che una sola scuola di pensiero (per giunta sconosciuta ai più) possa fornire una risposta conclusiva a tutte le questioni proposte, sarebbe irragionevole rifiutare le parti che reggono alla prova dei fatti solo perché non riescono a spiegare tutto.
I concetti “austriaci” equivalgono sostanzialmente ad una teoria dei boom economici non sostenibili indotti dalla disponibilità di credito. Si tratta pertanto di una teoria non applicabile a tutti i cicli di espansione e contrazione e originariamente non aveva neppure lo scopo di indagare il processo di ripresa economica (Hayek aveva etichettato questa parte “deflazione secondaria”, lasciando intendere che il problema primario era un altro, ossia il malinvestimento di beni capitali). Le più famose storie della Grande Depressione in chiave austriaca si sono occupate della fase di espansione, più che della crisi e della recessione: The Great Depression di Lionel Robbins è stato pubblicato nel 1934 e America’s Great Depression (La grande depressione, Rubbettino 2008) di Murray N. Rothbard si ferma al 1932. Consiglierei quindi a Martin Wolf di non considerare le idee austriache alla stregua di sostituti di tutte le altre spiegazioni, ma di seguire un sistema più opportunistico: la teoria austriaca spiega il boom, mentre per spiegare la recessione sono necessarie anche le idee di Keynes e dei monetaristi.
In secondo luogo, Wolf offre un’immagine falsata delle spiegazioni che gli austriaci danno delle depressioni economiche. La tesi del “liquidare tutto” è falsa, giacché molti economisti austriaci riconoscono che riuscire ad evitare una contrazione monetaria può prevenire una spirale deflazionistica che porterebbe alla depressione. In virtù della complessità di questa politica, il ragionamento tende a spostarsi dalla politica monetaria ai regimi monetari, giacché gli austriaci hanno un programma di riforme del settore bancario che in futuro potrebbe prevenire le crisi. Il problema è che solo gli austriaci affrontano a viso aperto la dura realtà economica che nessun pasto è gratis: una volta che i malinvestimenti sono stati fatti, la correzione di rotta è onerosa. Ciò non significa che gli esponenti politici debbano limitarsi a “non far nulla”, ma solo che ogni sforzo deve concentrarsi sulla capacità dei mercati di funzionare come dovrebbero.
Per convincersene, prendiamo la replica di Paul Krugman alla domanda di Wolf: «perché non si verifica una disoccupazione analoga durante la fase di espansione, quando i lavoratori vengono trasferiti alla produzione di beni?». Beh, in realtà durante il boom la disoccupazione esiste: secondo un recente studio, ogni anno nel Regno Unito vengono perduti 2,65 milioni di posti di lavoro nel settore privato (ma tendiamo a non accorgercene, perché ne viene creato un numero superiore). Concentrarsi sul livello di occupazione “complessivo” impedisce di rilevare gli aggiustamenti che vengono continuamente effettuati, mano a mano che gli individui passano da un posto di lavoro all’altro al variare delle condizioni economiche. In effetti anche Krugman dà l’impressione di credere che alla fase di espansione debba corrispondere una “sovrainvestimento”. Sebbene ciò non sia del tutto sbagliato, la tesi austriaca è che durante il boom vi sia un problema di malinvestimento: esaminare le variabili nell’aggregato impedisce di cogliere queste sottili differenze.
Il problema è che gli economisti neoclassici credono in un modello di flusso circolare che fa astrazione dal tempo. Gli austriaci, viceversa, sono consapevoli del fatto che gli investimenti in beni capitali avvengono al passare del tempo. Come ha detto Roger Garrison: «la specificità e la durevolezza del capitale di lungo periodo non permette in generale una tempestiva inversione di rotta». Ovvero, per citare Arnold Kling, «ogni boom è lento e ogni crollo è repentino» (è interessante osservare che John Hicks ha commesso lo stesso errore nella sua critica agli austriaci: si direbbe che Krugman non se ne sia accorto e che non conosca la letteratura secondaria che ciò ha prodotto).
In sintesi, il contributo delle idee austriache dipende dalla nostra opinione in merito alla solidità dell’economia prima della crisi. Come spiega Garrison, vi sono due concezioni alternative: «il crollo è avvenuto: (a) nel pieno di una fase di sana crescita a causa della completa inettitudine della banca centrale; oppure (b) sul finire di un’espansione indotta politicamente intrinsecamente insostenibile e nel marasma della confusione in merito alla natura del problema e dei mezzi migliori per affrontarlo?».
Se rispondete (a) siete un monetarista e non è un caso che le idee austriache vi appiano strane. Ma se rispondete (b), il mio consiglio è di imparare qualcosa di più su una teoria che spiega le crisi economiche con tanta maestria.
]]>La prima è: la liquidità oceanica pompata sui mercati dalle banche centrali non è in grado di evitare sinora la deflazione del credito.
La seconda: ciò avviene perché, sino a ora, gli operatori del mercato – le banche, essenzialmente – scontano a maggior velocità la svalutazione di collaterali e garanzie degli impieghi, di quanto invece le banche centrali tentino di monetizzare i debiti attraverso le nuove iniezioni di liquidità, pur attraverso tutta la nuova panoplia di strumenti a tal fine posti in essere dall’autunno 2008 a oggi.
La terza: se come sembra le banche centrali non sono ancora affatto in c0ntrollo del moltiplicatore monetario, delle due l’una. Potete pensare che, per quanto modesti e poco energiche siano state le spinte coattive riservate dai regolatori alle banche, comunque la crescente pressione nei loro confronti a ricapitalizzarsi e ad attuare il deleveraging abbia sortito un effetto esattamente opposto a quello di ricreare fiducia. Non è la mia opinione. Oppure penserete, se avete abbastanza coraggio, che è il sistema attuale come lo conosciamo delle banche centrali a fare inesorabilmente acqua, e che occorre cambiarlo dalle fondamenta. Abolirle, direbbe Ron Paul, pensando a Thomas Jefferson e Andrew Jackson contro Alexander Hamilton. Oppure – come pensa John Taylor – adottare un nuovo sistema monetario e obiettivi di inflation targeting ormai planetari, in grado di commisurarsi al mercato aperto mondiale della moneta, per contenere l’effetto erosivo sempre più potente che carry trading e impieghi di liquidità massicci su asset mobiliari prevalgano rispetto alla trasmissione degli impulsi all’economia reale.
]]>Se così fosse, la tempesta sarebbe tutt’altro che alle spalle. Tutto considerato, è ragionevole prestare attenzione alle parole del “Maestro”, che di disastri certamente se ne intende.
]]>Ma la pensano così, le opinioni pubbliche? Non si direbbe proprio. È uscito un interessante paper di Daniel Gros e Philip Roth, in cui si analizza la fiducia della “gente” verso le banche centrali. Per la BCE, la fiducia pubblica – come differenza tra giudizi positivi negativi – è scesa da un livello medio superiore al 30% a meno di zero. Idem dicasi per la FED negli USA. I paesi europei in cui i cali sono più netti rispetto all’autunno 2008 sono la Francia, l’Italia e la Spagna, con uno shift di 22, 30 e 39 punti percentuali rispettivamente, a confronto degli 11 punti in Germania.
Che cosa ne dovrebbero ricavare i politici? Che alla gente comune arriva perfettamente un dato: l’oceanica massa di liquidità a costo negativo pompata sui mercati non è riuscita né a ridare forza decisiva alla fiducia interbancaria, né tanto meno prende la via degli impieghi a imprese e famiglie. In altre parole, la gente comune avverte sulla propria pelle, che il magico moltiplicatore monetario sostenuto dagli iperkeynesiani a oltranza non sta funzionando in maniera tanto demiurgica come si pretende. Se i politici capissero così, il messaggio che viene da questi sondaggi, ne dedurrebbero l’esatto contrario delle conclusioni maggioritarie al G20 di oggi, e cioè che non è tempo di exit strategy. Se, al contrario, i politici ne approfittano solo per minare l’indipendenza delle banche centrali – che in America non esiste praticamente più per nulla o quasi, attualmente – e per alimentare campagne contro i banchieri centrali meno allineati al proprio vero o presunto colore politico, allora prendono fischi per fiaschi e commettono un errore ancora più grave della fiat money. Ciascuno di voi ha abbastanza fantasia per capire a chi e a che cosa mi stia riferendo.
]]>Since we last met here, the world has been through the most severe financial crisis since the Great Depression. The crisis in turn sparked a deep global recession, from which we are only now beginning to emerge.
As severe as the economic impact has been, however, the outcome could have been decidedly worse. Unlike in the 1930s, when policy was largely passive and political divisions made international economic and financial cooperation difficult, during the past year monetary, fiscal, and financial policies around the world have been aggressive and complementary. Without these speedy and forceful actions, last October’s panic would likely have continued to intensify, more major financial firms would have failed, and the entire global financial system would have been at serious risk. We cannot know for sure what the economic effects of these events would have been, but what we know about the effects of financial crises suggests that the resulting global downturn could have been extraordinarily deep and protracted.
Although we have avoided the worst, difficult challenges still lie ahead. We must work together to build on the gains already made to secure a sustained economic recovery, as well as to build a new financial regulatory framework that will reflect the lessons of this crisis and prevent a recurrence of the events of the past two years. I hope and expect that, when we meet here a year from now, we will be able to claim substantial progress toward both those objectives.
È evidente che gli spiriti animali dei mercati sono stati spinti dalla FEd e dalle banche centrali per troppi mesi a scommettere sulla crescita, per non continuare ora ad appigliarsi a ogni possibile riflesso condizionato, pur di continuare. In realtà, quello di Bernanke è stato un affilato intervento volto alla conferma del proprio incarico. Il mandato del presidente FED scade il 31 gennaio prossimo, e New York Times e Washington Post ieri e oggi si sono dichiarati stupiti che Obama non abbia ancora annunciato la scontata conferma, anzi hanno cominciato a fare nomi di possibili successori tra i quali il mio preferito sarebbe Roger Ferguson, e la più sgradita Cristina Romer, che da ottima studiosa “critica” insieme al marito del moltiplicatore keynesiano ne è diventata osservante difensora, come neopresidente da sette mesi del Council of Economic Advisors di Obama.
Ma, detto questo, quella di Bernanke è stata una bella autodifesa. Svolta tutta sul filo di un tema appassionante, per gli studiosi di economia e finanza. In che cosa il “panico” del post 15 settembre 2008 ha rappresentato una novità, rispetto a tutti quelli avvenuti e studiati in passato? La risposta di Bernanke parte da un classico non tanto della teoria quanto della prassi della moderna banca centrale – l’unico citato nel discorso – Walter Bagehot.
Bagehot instructed central banks–the only institutions that have the power to increase the aggregate liquidity in the system–to respond to panics by lending freely against sound collateral.
Ma la liquidità da sola – oceanicamente pompata sui mercati questa volta, per evitare la Grande Depressione 2.0 - non basta affatto, dice a ragione Bernanke.
To be sure, the provision of liquidity alone can by no means solve the problems of credit risk and credit losses…
Perché questa volta, grazie alle profonde modificazioni alle quali era andata incontro l’intermediazione finanziaria, entravano in gioco categorie ben diverse da quelle elementari che spinsero al bank run per ritirare i depositi bancari nel 1929. Teorie e modelli bislacchi in materia di risk management, per cui
For example, many financial institutions, notably including the independent investment banks, financed a portion of their assets through short-term repo agreements. In repo agreements, the asset being financed serves as collateral for the loan, and the maximum amount of the loan is the current assessed value of the collateral less a haircut. In a crisis, haircuts typically rise as short-term lenders attempt to protect themselves from possible declines in asset prices. But this individually rational behavior can set off a run-like dynamic: As high haircuts make financing portfolios more difficult, some borrowers may have no option but to sell assets into illiquid markets. These forced sales drive down asset prices, increase volatility, and weaken the financial positions of all holders of similar assets, which in turn increases the risks borne by repo lenders and thus the haircuts they demand
Poi la struttura dei mercati del funding interbancario, che nel panico ha preso a seguire meriti di credito totalmente diversi da quelli dei rating fino a quel momento espressi, per allinearsi ai CDS che improvvisamente sui mercati salivano all’impazzata malgrado le assicurazioni delle stesse banche e delle autorità di regolazione. Infine ancora, una nozione del rischio di controparte estremamente più estesa e mondialmente correlata di quella sino a quel momento sperimentata in ogni diverso episodio di crisi finanziaria. Su tale intreccio di aspetti micro e macro la conclusione di Bernanke è stata ben diversa dall’enucleazione di nuovi princìpi certi e condivisi. Infatti, né in materia di requisiti di capitale né in materia di VAR, né sul terreno del Too Big To Fail né su quello macroprudenziale per grandi aree del Pianeta, a distanza di un anno dal 15 settembre e di più di due dall’inizio della crisi, siamo ancora giunti alla definizione della “svolta” milioni di volte invocata. Come Bernanke ammette onestamente
We have seen during the past two years that the complex interrelationships among credit, market, and funding risks of key players in financial markets can have far-reaching implications, particularly during a general crisis of confidence. In particular, the experience has underscored that liquidity risk management is as essential as capital adequacy and credit and market risk management, particularly during times of intense financial stress. Both the Basel Committee on Banking Supervision and the U.S. bank regulatory agencies have recently issued guidelines for strengthening liquidity risk management at financial institutions. Among other objectives, liquidity guidelines must take into account the risks that inadequate liquidity planning by major financial firms pose for the broader financial system, and they must ensure that these firms do not become excessively reliant on liquidity support from the central bank.
But liquidity risk management at the level of the firm, no matter how carefully done, can never fully protect against systemic events. In a sufficiently severe panic, funding problems will almost certainly arise and are likely to spread in unexpected ways. Only central banks are well positioned to offset the ensuing sharp decline in liquidity and credit provision by the private sector. They must be prepared to do so.
Nel frattempo che ci si mette d’accordo e che la politica fisserà nuovi standard, le banche centrali devono essere comunque pronte ad agire imparando dai propri errori. Per questo è meglio – è l’implicita conclusione – che alla FED continui ad occuparsene chi ha già dovuto affrontare una tempesta tanto terribile, sin qui.
]]>]]>The Fed needs authority to lend in a crisis to avoid the chain reaction of failures of financial institutions, which could result in a complete economic collapse. However, this reason to act should not jeopardise the Fed’s credibility and independence.
Mi rendo conto che l’informazione italiana è nella media sprovvista dei fondamentali anche più elementari per capire – e dunque per spiegare – quanto sia assolutamente essenziale la politica monetaria per ogni aspetto della vita economica, e anzi proprio ieri sera con un carissimo amico a cena commentavamo la sconsideratezza per la quale ormai anche nei corsi di laurea in economia – qui in Italia – capiti di dare un esame di politica monetaria come obbligatorio se e solo se l’indirizzo è quello di economia bancaria e degli intermediari finanziari. Tuttavia, come avrete capito se ci seguite in questo nostro modesto blog a più voci, è proprio essenzialmente oggi un problema di politica monetaria quello che abbiamo di fronte a noi. Eppure niente, qui in Italia i giornali preferiscono dedicare colonne e pagine intere alle vicende di M&C dell’Ingegner De Benedetti , poco più che una scatola vuota con in pancia il controllo solo di una modesta e dissestata fabbrica di carta alluminata per cibi, come se si trattasse della lotta per Gerusalemme tra cristiani e mori.
Per dirne una: la velocità di riduzione del deficit delle partite correnti americane sul resto del mondo – una delle voci centrali per “riequilibrare” la domanda interna USA di consumi che manca al mondo per trainare la ripresa, sostituendola con eventuale altra domanda altrove – è un problema che dipende innanzitutto dai tassi d’interesse. Nel 2008 gli USA hanno registrato uno sbilancio ancora pari a 731 miliardi di dollari, l’euroarea circa 200, l’Europa centrale e orientale circa 170, l’Australia poco più di 40. Dalla parte di chi sta in attivo, cioè i produttori di risparmio che ne finanziano i consumatori, il Giappone con il segno più a quota 160 bn, i Paesi petroliferi del Golfo a quota 340 bn, e prima di tutti la Cina, in surplus per più di 420. Sulla bilancia dei pagamenti pesa infatti come componente essenziale il carry trade, che finora ha reso estremamente remunerativo comprare dollari a poco prezzo per impegnarli in attività su valute più remunerative.
Anche il deficit commerciale dipende dalla politica monetaria, perché gli 821 miliardi di sbilancio USA nel 2008, pur in contrazione rispetto agli anni precedenti, possono rientrare o perché le famiglie americane consumano meno – come continua ad avvenire oggi, per rientrare dei debiti e per sfiducia visto che occorre risparmiare di più in previsione di maggiori tasse - oppure possono restare invariati o addirittura aumentare pur in presenza di restrizione dei consumi, se il dollaro si deprezza parecchio e dunque diminuisce il suo potere d’acquisto.
Non voglio continuare, perché su ogni questione che riguardi consumi, risparmi e investimenti, nonché impieghi finanziari per classi di asset e relativa duration, sono i tassi – insieme alle politiche fiscali, ma queste in seconda battuta - a costituire il primo metro di misura, di incentivo o disincentivo. Diceva ieri Mario Seminerio, in suo commento a un mio post deliberatamente un po’ troppo critico verso la FED – sul gap tra tassi attuali e tasso ottimale secondo la legge di Taylor – che a questo punto - stante la necessità di riattivare il moltiplicatore monetario verso l’economia reale, che resta inadeguatamente basso malgrado il basso costo del denaro e la liquidità oceanica in cerca di impieghi - la domanda vera da porre alla FED e alle maggiori banche centrali sarebbe: perché continuare a remunerare i depositi degli intermediari presso gli stessi istituti centrali? Ha perfettamente ragione. Un’altra domanda clou di politica monetaria, come vedete.
Tutte questioni che sono di gran lunga più importanti di ogni polemica sul presunto moltiplicatore keynesiano della spesa pubblica. L’ignoranza pubblica sulla moneta significa in fondo una cosa sola: meno rompiscatole in grado di eccepire, sul fatto che i risparmi di molti finiscano nelle mani di uno solo. Eppure sono proprio gli iperossessionati del come e del chi esercita il potere politico – che viene in seconda battuta su queste materia , rispetto ai banchieri centrali - ad essere i più deliberatamente ignoranti di moneta. Ah, ma ora che mi sovviene, forse quest’anno i media italiani faranno un’eccezione: perché c’è Mario Draghi – come presidente del Financial Stability Board – ad aprire i lavori domattina a Jackson Hole, dopo Ben Bernanke. Voglia il cielo che non si limitino a dire solo se c’è qualche accenno polemico a Giulio Tremonti, come sono usi fare…
]]>È per questo del resto che anche la Fed nella sua ultima riunione dell’OMC ha annunciato una frenata progressiva, da ottobre, al quantitative easing. Mentre è di ieri la pubblicazione delle ultime minute da parte di Bank of England, dalle quali si apprende che sullo stesso argomento alla riunione del Monetary Policy Committee di inizio agosto il governatore Mervyn King è finito in minoranza: per 6 contro 3 è stata respinta la sua proposta, che era di estendere il quantitative easing di altri 75 bn£, mentre l’aumento del fondo approvato a maggioranza è stato “solo” di 50, da 125 a 175 bn£. E’ il caso di dire che a Londra la maggioranza dei membri del board aveva più chiaro di quanto non fosse al governatore, che il sostegno delle banche centrali alle Borse sta esaurendo il suo primo travolgente corso, iniziato a marzo. Ma la FED di Bernanke, che sinora ci è andata giù pesante nel provvedere alle aziende Usa un provvido cuscino di equity aggiuntivo, lo capirà davvero? Se date un occhio a questo grafico, potete rendervi conto di quanto il quantitative easing stia fallendo i suoi obiettivi. Se si paragona lo 0,25% di tasso praticato sui FED Funds al tasso che la FED dovrebbe adottare se applicasse la legge di Taylor - una volta e mezza il tasso d’inflazione, metà della differenza tra prodotto attuale e potenziale, più uno – la distanza siderale tra la realtà e l’optimum è di ben 680 punti base, nel senso che il tasso dovrebbe essere negativo, a -6,55%. Gli acquisiti di titoli NON stanno migliorando l’economia reale, visto il problema negli USA è quello di un drastico perdurante calo dei consumi delle famiglie a fronte della necessità di riallineare i propri debiti al reddito disponibile, in presenza di un continuo calo di valore del proprio patrimonio immobiliare, e mettendo in conto che un surplus di risparmio è necessario altresì per fronteggiare i prossimi aumenti delle tasse, visto l’impennarsi spaventoso del deficit e debito pubblico americano.
Se fino agli anni Trenta il GDP Usa era al 90% privato e per il 10% pubblico, ancora a fine anni Ottanta la fetta pubblica non andava oltre il 22% e il 78% era privato. Nel post fallimento Lehman, per via della crisi da una parte e dell’interventismo pubblico dall’altra, la ripartizione del GDP americano vede il “pubblico” salito a un vertiginoso 45% rispetto al 55% privato: roba da socialismo europeo. In più, se il 77% del GDP USA fino alla crisi era trainato da consumi interni, i due decìli di cotnribuenti più elevati pesavano da soli per oltre il 56% del totale dei consumi, rispetto a un 40% originato dai quattro decìli della classe media, e uno scarso 4% totale del 20% di contribuenti a reddito inferiore. Ma è proprio sulla parte alta dei contribuenti americani , cioè su quelli che originavano il più dei consumi, che Obama intende accrescere di un bel po’ le tasse. Forse è molta meno spesa pubblica inutile aggiuntiva, la cura migliore da seguire oggi, assai più che gli acquisti in Borsa da parte delle banche centrali.
]]>In questo anno in cui ricorre il bicentenario di due storici messaggi di libertà, vale ricordare un principio che è parte del nostro retaggio democratico. Esso si compendia nella massima: No taxation without representation. Il principio è violato dall’inflazione, che pone in atto nella nostra società un meccanismo redistributivo gigantesco e interamente arbitrario. In una visione di legittimità democratica quel principio investe l’istituto di emissione del diritto-dovere di farsi assertore della difesa monetaria.
Posto che la citazione andrebbe contestualizzata (a straordinario merito di Baffi, tenendo presente cos’era l’Italia nel 1976), c’è da chiedersi quali siano i banchieri centrali che oggi, nel mondo, la sottoscriverebbero volentieri – e quali siano invece quelli convinti che quel “meccanismo reditributivo gigantesco e puramente arbitrario”, se ben “arbitrato”, possa menarci fuori dalle secche in cui ci troviamo.
In tema di politica monetaria, col tempo i liberisti hanno imparato a dividersi in due categorie (fra le altre): i “costituzionalisti” e gli “anarchici” della moneta. I “costituzionalisti”, da buoni costituzionalisti, credono che sia possibile rendere meno arbitraria l’azione dei banchieri centrali, attraverso regole e meccanismi che ne costringano virtuosamente l’operato. Gli “anarchici”, da buoni anarchici, pensano che nell’esistenza stessa del potere sia implicita la possibilità del suo abuso – e che pertanto affannarsi alla ricerca di”vincoli” all’arbitrio sia, al massimo, funzionale ad una “formula politica”.
Sul Christian Science Monitor del 3 agosto, George Selgin (uno dei più autorevoli studiosi del “free banking”) porta sinteticamente buoni argomenti al mulino degli anarchici – rigettando persuasivamente l’argomento per cui una banca centrale sia la migliore risposta alla “instabilità finanziaria” che si verificherebbe in sua assenza. Sul tema, si sono versati fiumi d’inchiostro. Per un’introduzione veloce e un po’ di bibliografia, si puo’ ascoltare questa conversazione con lo stesso Selgin. Piccolo messaggio promozionale: IBL Libri pubblicherà un libro di Kevin Dowd su “Abolire le banche centrali” a settembre.