Come ogni mese, abbiamo manualmente aggiornato il valore del debito tenendo conto del più recente rapporto Bankitalia. La significativa revisione verso l’alto è dovuta a una correzione che la nostra banca centrale ha apportato al suo stesso database, frutto della rivalutazione di alcune voci. La buona notizia, dunque, è che il tasso di crescita da noi stimato si avvicina molto a quello realmente registrato. La cattiva notizia è che il nostro contadebito, che alcuni amici e anche qualcuno meno amico ha definito “un’iniziativa ansiogena”, si è rivelato in realtà tranquillizzante. Abbiamo dipinto un’Italia migliore di quella che è. O, se preferite, l’ansia che possiamo aver generato è inferiore a quella necessaria: ci impegnamo a restare serenamente indifferenti a chi vorrebbe nascondere la polvere sotto il tappeto. Anche perché il tappeto è piccolo e la polvere è una montagna. Comunque, nel tempo in cui avete letto questo breve post (circa 45 secondi) il debito pubblico è cresciuto di quasi 53.000 euro. (ll&cs)
]]>Siamo in un Paese bancocentrico, senza eguali tra le Nazioni avanzate. Da noi, le banche sono in pressoché totale controllo dell’offerta di capitale di debito e di rischio alle imprese, controllano pressoché totalmente anche il risparmio gestito con le loro SGR. In un Paese siffatto, la vigilanza della Banca d’Italia deve essere esercitata senza guardare in faccia a nessuno, con accuratezza e rigore. Perché grandi e piccole banche hanno l’abitudine di servire e salvare grandi gruppi che storicamente sono intrecciati nei pochi patti di sindacato che più contano nell’asfittico capitalismo italiano. Perché a controllare le grandi banche sono patti di di sindacato con soggetti atipici, le fondazioni bancarie private e insieme pubbliche, senza eguali in Occidente e che rischiano di essere autoreferenziali loro, come autoreferenziali diventano i manager alla testa per decenni di grandi istituti creditizi.
Vengo dunque al punto. Vorrei vivere in un Paese in cui la vigilanza di Bankitalia non commissariasse istituti come il Credito Cooperativo Fiorentino di cui era presidente Denis Verdini, coordinatore del Pdl, solo all’indomani di una vicenda giudiziaria che lo coinvolge, e di una politica che lo delegittima. Quella banca da molti anni è affidata alla gestione su cui la vigilanza ora avanza 800 pagine grevi di irregolarità. Nulla si era trovato sino all’anno scorso, quando pure vi era stata un’ispezione. Le cointeressenze sospette con alcuni soci e i buchi sull’antiriciclaggio sono tutti degli ultimi mesi? Così facendo non si finisce per alimentare l’improprio sospetto che anche Bankitalia adotti una prassi tutta italiana, dare letture e giudizi diversi dei fatti a seconda che chi li ponga in essere sia divenuto più debole per ragioni che con la sana e prudente gestione bancaria nulla hanno a che vedere?
Il mio punto non è difendere Verdini. Da liberita senza partito, vorrei anch’io un Paese in cui ai politici, a tutti i politici, sia inibita la presidenza di una banca. Ma fatto sta che la legge vigente invece oggi lo consente, se la banca è appunto un istituto di credito cooperativo. Dunque soggettivamente Verdini presidente non mi piace in quanto politico, ma oggettivamente per impedirglielo bisogna cambiare la legge, come ha onestamente riconosciuto anche Massimo Mucchetti sul Corriere dell sera.
Vorrei poi anche vivere in un Paese in cui, a maggior ragione dopo tre anni di crisi finanziaria, non avvengano vicende pazzesche come quella della Banca Popolare Meridionale, di cui già qui ci siamo occupati mentre la stampa nazionale non la degna inspiegabilmente di una riga, una vicenda che ha visto un tal Cacciapuoti, sedicente principe di Montebello, raccogliere milioni di euro da centinaia di soci per poi involarsi nel nulla, come in un film di Totò. Non aveva richiesto la licenza a Bankitalia. Ma perché, quando la Consob lo autorizza pubblicamente alla raccolta del capitale, non muoversi immediatamente e accertare che c’era puzza di truffa lontano miglia?
Non dirò che prestare denari a gruppi “amici” – cvedo il caso Zaleski, ma potrei enumerarne a iosa – al di là del merito di credito è prassi italiana bancaria invalsa, e dunque se vale per i grandi debba valere per tutti. Al contrario, proprio perché son di quelli che non vorrebbe valesse per nessuno, a maggior ragione non voglio pensare che ciò che oggi colpisce Verdini avviene solo perché politicamente da per bene è diventato birbone.
]]>Cacciapuoti lo ha fatto. Ha raccolto 10 milioni di euro di capitale perché la ”sua” Banca del Meridione era una banca popolare. Bastavano 20 titoli da 100 euro di nominale per diventarne azionisti, e quasi 900 persone, imprese ed enti ci sono cascate. Ha coinvolto nell’iter di promozione e fondazione primari professionisti e accademici napoletani titolari di fior di cattedre universitarie, e financo un ex ufficiale presso lo stato maggiore dell’Arma dei Carabinieri, a fianco di un’improbabile compagnia composta da parenti e amici, nonché da un vetraio a Castellammare. Ha convinto a diventare soci la Popolare di Bari, la Fondazione Banco di Napoli.
Ora spetta ai magistrati Fausto Zuccarelli e Francesco Raffaele, della Procura di Napoli, accertare quanto sarà lunga e grave la lista di reati del sedicente principe, involatosi nel nulla ma, naturalmente, col più del capitale della banca intanto raccolto. La mia esperienza mi dice che non dovrete stupirvi, se il Cacciapuoti, nelle sue dichiarazioni oculatamente girate alla stampa nelle prossime settimane, riserverà veri e propri fuochi d’artificio, tra rivelazioni ad effetto e foschi scenari di oscuri complotti finanziari, domestici e financo -vedrete – internazionali, dei quali tenterà di presenterà vittima. Perché oltretutto ho l’impressione, da quel che si raccoglie riservatamente in ambienti finanziari, che agli 842 soci ufficiali della banca, registrati a raccolta del capitale chiusa, vanno aggiunti altri soggetti, anche al Nord, che si erano fidati delle stratosferiche sparare del principe e gli avevano affidato bei soldini.
Al di là del colore e della vicenda che a questo punto è puramente giudiziaria, però, il caso straordinario di Cacciapuoti e della Popolare per il Meridione non può che far suonare a mille decibel un serio campanello d’allarme. Perché la truffa non si è perpetrata secondo una legge non scritta ma ferrea in materia di truffe, e cioè nella minima unità di tempo possibile perché le vittime del raggiro non aprano gli occhi e chiedano la restituzione del maltolto. E’ una storia andata avanti per 5 anni, dacché il Cacciapuoti annuncia l’idea e affianca a sé i primi stimati professionisti, fino a presentare il progetto alla Confindustria napoletana. L’autorizzazione all’emissione di titoli da parte della costituenda Popolare è regolarmente stata concessa nell’agosto del 2008 dalla Consob. E nell’agosto 2009 l’obiettivo della raccolta è stato raggiunto. Da allora sono passati altri 11 mesi, prima che i tanti rispettabilissimi associati all’impresa capissero che qualcosa non tornava, se la prescritta richiesta di autorizzazione all’attività bancaria non era mai nemmeno stata inoltrata alla Banca d’Italia. E’ partita quando già fioccavano i primi esposti alla magistratura, quando già i buoi erano scapati dalla stalla.
L’autorizzazione Consob, e le 183 pagine di prospetto informativo che sono regolarmente scaricabili dal sito della mai nata Popolare, ci fanno amaramente capire come non ci sia lezione della crisi finanziaria che tenga. La catena di Sant’Antonio, il più classico schema di truffa finanziaria, è nata nell’Italia del Seicento. E’ a tutti gli effetti made in Italy anche il cosiddetto “schema Ponzi”, quello usato con successo per moltissimi anni da Bernard Madoff per raggirare la crema della crema di mezzo establishment finanziario e politico americano. Eppure, proprio nel nostro Paese che da secoli ha purtroppo insegnato al mondo come con carte false si possono estorcere volontariamente denari a risparmiatori e investitori, è ancora del tutto possibile che capitino vicende come questa napoletana. E’ legittimo pensare che il Cacciapuoti rinviasse a oltranza la richiesta a Bankitalia perché tanto esperto delle cose di mondo da sapere bene che lo scrutinio sarebbe stato più intenso e capillare, e non l’avrebbe superato. Ma possiamo solo supporlo. Perché intanto per raccogliere il capitale il placet della Consob era venuto eccome. E non a caso astutamente la forma giuridica della banca prescelta era quella di una Popolare, in maniera che non si dovessero dichiarare ex ante né soci né attività, ma solo il comitato promotore, e nove dipendenti in tutto compreso il direttore generale che per il primo anno sarebbero bastati e avanzati, per quello che c’era da fare.
La Consob replica che l’autorizzazione alla raccolta si basa sull’adempimento dei prescritti requisiti formali richiesti alla presentazione del prospetto. Di qui, le due lezioni che sin qui si possono trarre dalla storia. La prima è che, quand’anche fosse come sostiene legittimamente la Consob, significa con ragionevole certezza che c’è un buco nella regolazione, o nella concreta attività dello sceriffo finanziario. Ed è un buco al quale occorrerà subito rimediare. La seconda lezione non riguarda i regolatori, ma la società civile. Non solo quella napoletana, della Campania tutta e della Puglia, le aree in cui si concentra il più dei soci. Se per cinque anni interi fior di gente del mestiere è stata così grossolonamente raggirata, non è solo frutto della maestria certo singolare di Cacciapuoti. Significa purtroppo che la seduzione del denaro facile attraverso denaro raccolto a sbafo da terzi è ancora molto, troppo diffusa: e proprio in ambienti dove, più che nel resto della tecnicamente sprovveduta società italiana, di quest’ambizione si dovrebbe invece massimamente diffidare.
In sostanza, per un lungo periodo era stato possibile dare e ricevere denaro grazie a un sito (www.zopa.it) che operava come strumento di connessione, raggruppando i potenziali debitori secondo classi di rischio, ripartendo i contributi destinati a vari debitori tra un ampio numero di offerenti (così che chi riceveva 10 mila euro per acquistare un’autovettura, in realtà, doveva ridare 20 euro a 500 soggetti diversi), attrezzando strumenti per la riscossione dei crediti.
Poi d’improvviso tutto viene sospeso. Ecco il comunicato dell’azienda, che ancora è leggibile sul sito di Zopa:
“In data 10 luglio 2009 è stato notificato a Zopa il decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze che, su indicazione di Banca d’Italia, ha cancellato dall’elenco degli intermediari finanziari ex art. 106 la nostra società. Come conseguenza immediata ci vediamo costretti a sospendere la trattazione di nuovi prestiti e l’ingresso di nuovi Prestatori”.
Nelle scorse ore, però, la società ha informato i clienti che potrà tornare ad essere operativa a breve. È stato individuato un nuovo socio di riferimento e con esso l’opportunità di integrarsi in un gruppo finanziario indipendente. A questo punto – anche grazie all’entrata in vigore della direttiva 2007/64/CE del Parlamento Europeo e la creazione di una nuova tipologia di operatore finanziario a livello europeo (l’Istituto di Pagamento) – Zopa può presentare richiesta alla Banca d’Italia per operare come Istituto di Pagamento.
Se ogni va secondo le previsioni, a ottobre Zopa tornerà a servire i propri clienti.
Tutto bene è quel che finisce bene, se non ci fosse un “se”. E cioè il fatto che istituzioni europee, ministri dell’Economia e governatori delle Banche centrali da tempo hanno un solo mantra: le “liberalizzazioni”. Il guaio è che si parla in un modo e si razzola in un altro.
Questa vicenda di un’impresa chiusa per un anno solo perché permetteva di accedere a crediti a buon mercato e al tempo stesso assicurava redditi discreti (dato che veniva saltata l’intermediazione bancaria) sembra allora attestare più di molte altre cose come vi sia una discrasia tra le parole e i fatti, tra la retorica e l’azione.
Speriamo davvero che Zopa, a ottobre, possa riaccendere i motori. E che più in generale l’esigenza di aprire i mercati venga avvertita da tutti come un’esigenza veramente cruciale.
]]>Il sistema economico e finanziario rischia oggi una seconda crisi provocata dalla nuova bolla di statalismo e “over-regulation” innescata dalla scossa dell’estate del 2007. Sinora il complesso sistema di interazioni tra regolatori e norme ha dimostrato di non tener conto né della ciclicità degli impatti da essi provocate, né delle specificità di funzionamento dell’istituzioni finanziarie, siano esse banche, assicurazioni o non-banche (società finanziarie specializzate) operanti nelle diverse realtà geografiche, macro e microeconomiche.
Dinamiche e cause della drammatica crisi che ci attanaglia da circa trenta mesi sono chiare ed indicano un fallimento sistemico e collettivo, in cui l’individuazione di un solo ed unico colpevole appare operazione demagogica e velleitaria . Rivediamole in breve:
Quo Vadis ?
Il FOREX appena tenutosi a Napoli è stato un momento importante di riflessione sulle problematiche del settore finanziario. Focus particolare è stato dato al tema degli sviluppi e delle tendenze dei mercati collateralizzati, alla luce delle nuove regolamentazioni e delle nuove architetture e regolamentazioni di vigilanza in Europa. Ma altri temi trasversali e prioritari hanno impegnato, tutti gli operatori del settore :
Gli impatti delle nuove norme previste da Basilea 3 sulle banche italiane.
Ormai almeno su un punto siamo tutti d’accordo in Italia: Basilea 3 – se mantenuta come è stato comunicato dal Comitato per la Supervisione Bancaria – non farà affatto bene né alle banche, né alle imprese italiane.
Contrariamente a quanto accadeva qualche anno fa, quando nelle aule dei seminari sulla riforma di Basilea 2 si vedevano sempre le stesse facce dei pochi “addetti ai lavori” mentre degli imprenditori sottocapitalizzati – complice la fase economica espansiva – neppure l’ombra, questa volta politici, imprenditori, banchieri e regolatori italiani sono tutti d’accordo che le nuove norme penalizzino troppo le nostre banche, radicate sul territorio e sulle PMI, rispetto ai colossi anglosassoni del trading in proprio e degli investimenti a rischio. Tra i due tipi di “business model” – diametralmente diversi ed opposti – le differenze di leva finanziaria ed assorbimento di capitale dovrebbero essere macroscopiche, mentre invece alla luce della nuova normativa Goldman Sachs e Monte Paschi risulterebbero e verrebbero trattate in modo simile.
Ora tutte le banche stanno svolgendo i test previsti dal programma dei lavori del Comitato, ma già si sa che i principali istituti italiani nella migliore delle ipotesi (nella peggiore si parlerebbe di tagli di 4-5 punti percentuali su livelli medi di capitalizzazione oggi vicini al 7%) patirebbero una riduzione del Core Tier I di almeno un punto e mezzo percentuale. Un impatto negativo importante, in un mondo bancario che stenta a convincere gli azionisti, gli analisti, gli osservatori e soprattutto la clientela che ciò che residuerà al netto di tali nuove deduzioni potrà dare il comfort circa la possibilità di superare nuove crisi e remunerare adeguatamente il capitale azionario per il rischio dell’attività.
Banche ed assicurazioni italiane nel 2010
Il sistema finanziario italiano ha retto bene al primo tsunami del 2007-2008 grazie alla sua natura essenzialmente finanziaria: “tanquam non esset” abbiamo potuto ripetere con orgoglio per alcuni mesi, forti di un modello bancario che aveva espresso la sua capacità produttiva su aggressive reti di vendita di prodotti per la gestione del risparmio al dettaglio, senza essere impattato dalla crisi dei subprime, delle cartolarizzazioni e dei prodotti derivati esportati dagli USA in Europa, poi finiti copiosamente nei portafogli dei gestori inglesi, tedeschi, belgi ed olandesi.
Il panico è stato però tale da “tetanizzare” anche il sistema reale: gli ordini sono crollati, l’export pure e da finanziaria la crisi è divenuta realissima. Ed ecco il secondo tsunami, questa volta sospinto da cause reali che determinano, da una parte, la crescita rapida ed impetuosa delle sofferenze, dei pagamente rateali insoluti, dei sinistri assicurativi e delle frodi, dall’altra, l’accresciuta difficoltà delle famiglie a mantenere il risparmio, gli investimenti, ed il consumo di un tempo.
Soffrono ora di più le banche e le assicurazioni italiane: soffrono per la struttura ed i problemi reali, legali e fiscali del paese a cui non possono ovviare da sole; soffrono per la prociclicità perniciosa delle norme che aggravano il funzionamento del loro motore già sotto stress; soffrono anche per fattori molto tecnici come essere giunte a questo appuntamento con un livello di strumenti ibridi di capitale sacrificato rispetto ai concorrenti europei. Se la dinamica in atto proseguirà il suo corso, è assai probabile che le banche e le assicurazioni italiane debbano ricorrere a capitali freschi, chiamate a cui – ad oggi – non è certo chiaro se e come potranno rispondere gli attuali azionisti. Se si esclude per un momento l’eventualità degli”aiuti di stato”, non sono da escludersi alleanze ed accordi per necessità, prima a livello nazionale tra banche minori, e poi a livello transnazionale: AXA, BNPP, Calyon, Deutsche Bank, Allianz , Barclays, Santander, Groupama ed altri grandi gruppi finanziari hanno buone ragioni per mantenere un livello d’attenzione alta sull’Italia.
Cosa accadrà nei prossimi anni e cosa occorre fare subito perché il sistema riparta e trovi un suo nuovo sentiero di crescita stabile.
Analizzare questo punto fondamentale in una prospettiva solo italiana è scorretto: la globalizzazione dell’economia e l’interconnessione degli intermediari finanziari bancari e parabancari sono tali da richiedere necessariamente un coordinamento internazionale su vasta scala. In tal senso il Financial Stability Board presieduto dal Governatore Draghi rappresenta senz’altro una chance sistemica importante.
Purtroppo ad oggi non appaiono soddisfatte tre condizioni necessarie per la soluzione della crisi finanziaria in Europa: 1. un sistema politico forte e trasparente per la gestione della crisi; 2. una chiara politica economica europea per la riduzione degli squilibri interni dei vari paesi coordinata dall’Eurogruppo; 3. una supervisione unitaria della regolamentazione del sistema finanziario di Eurolandia.
Quid faciam?
In attesa che ciò si realizzi al più presto, un numero molto limitato di nuove regole semplici e globali potrebbe avere un impatto positivo sul sistema finanziario globale in tempi rapidi:
Ciò che invece non va fatto:
La gestione dinamica della crisi è senz’altro possibile (ed alcuni governi hanno dimostrato sicuramente di avere il senso e la capacità degli interventi di urgenza) ma richiede, da una parte, molto più tempo e determinazione da parte di tutti gli attori coinvolti, dall’altra grande attenzione a mantenere un po’ di pressione ed abbrivio nelle vele del sistema, che si trova ora in una zona di pesante bonaccia, evitando con cura di dare continui colpi di barra al timone, tanto illusori quanto inutili per riprendere una buona navigazione.
]]>Sugli ammortizzatori, come potete leggere Draghi riconosce che il governo molto ha fatto quest’anno per attenuare le disparità tra coloro che non ne erano coperti in terziario e artigianato, in caso di perdita dell’impiego. Ma aggiunge che ancora allo stato attuale almeno 1,2 milioni di lavoratori dipendenti ne restano esclusi, e quasi mezzo milione di lavoratori parasubordinati, oltre al fatto che il requisito dei 12 mesi di contributi versati nei due anni precedenti al sussidio non è solo distonico rispetto a criteri più limitati e diluiti nel tempo di altri grandi Paesi europei, ma soprattutto poco coerente alla flexicurity verso la quale il governo stesso vuole meritoriamente procedere. Per questo, dice Draghi, usciti dall’emergenza occorre una riforma complessiva. Poiché aggiunge chiaramente “usciti dall’emergenza”, mi pare che abbia ragione non una ma due volte. Non vedo contraddizione con quanto il governo ha sempre sostenuto.
In materia previdenziale, Draghi non solo sottolinea che pur dopo le correzioni recenti sui coefficienti di trasformazione a partire dal 2015 sembrano permanere problemi legati al basso tasso di sostituzione per chi ricadrà integralmente nella riforma Dini, a capitalizzazione “virtuale”, ma avanza l’ipotesi che al pilastro integrativo su base volontaria possano essere trasferiti parte di quel monte contributi del 33% individuale che sono attualmente il tetto più elevato in area Ocse. In che cosa consiste, a tale proposito, l’invasione indebita di campo rispetto al governo? Piuttosto, mi pare un utile osservazione che potrebbe essere utilizzata dall’esecutivo nel suo rapporto con i sindacati, per ottenere maggiore disponibilità a incentivare il rialzo dell’età media pensionabile effettiva. A ciò si aggiungono molte pertinenti osservazioni, sull’eccesso di costi e commissioni che continuano a gravare sulle gestioni e prodotti previdenziali integrativi, nonché sulle ripercussioni che derivano dall’essere troppi gestori non di adeguata massa critica amministrata, nonché ancora sulla necessità di sottoporre le rendite a condizioni di trasparenza nelle modalità di erogazione, che oggi continuano a mancare per asimmetria informativa. Non vedo se non del bene, da tali proposte. Richiamano a più responsabilità non solo lo Stato, ma anche gli operatori finanziari e assicurativi.
Il punto di fondo è forse un altro. La politica diffida ormai dei tecnici non eletti, dopo anni nei quali proprio da essi venne una straordinaria supplenza politica al clamoroso fallimento di un’intera classe politico-istituzionale. In questo, posso capirla e anzi la capisco. Deve governare chi si presenta al giudizio dell’elettorato e ne ottiene la maggioranza. Ma se questo significa che un governatore della Banca d’Italia deve tacere su qualunque argomento abbia a che fare con la finanza pubblica e privata, vuol dire solo che la politica ha ancora poca stima di se stessa. Così facendo mostra non di avversare legittimamente ipotesi improprie – che oggi non esistono - ma di temere fantasmi. Che sono figli della propria inadeguatezza, dei propri complessi di inferiorità.
]]>Zopa, il servizio di social lending che ha già distribuito oltre 7 milioni di euro di prestiti, sospende l’attività.
In data 10 luglio 2009 è stato notificato a Zopa il decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze che, su indicazione di Banca d’Italia, ha cancellato dall’elenco degli intermediari finanziari ex art. 106 la nostra società. Come conseguenza immediata ci vediamo costretti a sospendere la trattazione di nuovi prestiti e l’ingresso di nuovi Prestatori.
La società sta valutando tutte le iniziative, anche di natura giurisdizionale, per tutelare la propria posizione e la community. Vi terremo informati su tutte le attività che metteremo in atto per salvaguardare un’iniziativa innovativa, etica, sociale e vantaggiosa per tutti i partecipanti.
[HT: Roberto Venturini]
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