Catricalà inizia sottolineando come la crisi abbia una dimensione che necessariamente trascende i confini nazionali, e che dunque restituisce vigore e urgenza allo sforzo europeo di integrare i mercati degli Stati membri, ancora balcanizzati nonostante decenni di tentativi e promesse. Ciò non toglie che molto resti da fare, e possa e debba essere fatto, dai singoli governi. Il Garante avanza alcune proposte e indicazioni, che in parte riprendono la segnalazione che l’Autorità ha già rivolto (senza seguito, per il momento) al governo in base all’obbligo di indicare una set di interventi per la legge annuale per la concorrenza. E’ un peccato che, per ora, questa occasione sia andata perduta, e che l’esecutivo non abbia ritenuto utile seguire i suggerimenti di Catricalà: ma, se letta in questa chiave, la relazione di oggi costituisce un importante vademecum per le innovazioni che sono state annunciate dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Proprio in questa prospettiva, Catricalà sceglie di giocare su entrambi i tavoli: bene la riforma costituzionale – dice – purché non faccia ombra a una serie di passi, di per sé importanti, che si possono fare a costituzione vigente.
Oltre a varie osservazioni, largamente condivisibili, su mercati importanti come quelli elettrico, del gas e delle comunicazioni, Catricalà lancia una serie di sfide al governo che, se vogliamo ristabilire tassi di crescita allineati alle medie europee, l’esecutivo deve avere il coraggio di raccogliere. Anzitutto, i servizi pubblici locali: troppe regolamentazioni e troppi atteggiamenti opportunistici hanno di fatto blindato, localmente, ciò che a livello nazionale è stato liberalizzato. I comuni imprenditori sono ancora la norma, anziché l’eccezione. E se il decreto Ronchi rappresenta un deciso passo avanti, “il punto di debolezza si nasconde dietro l’angolo ed è la facilità con cui possono insinuarsi le proroghe“. Idem per i settori dei trasporti, specie quello ferroviario, giudicato da Catricalà “ancora chiuso“. E idem – ma più grave, se possibile – lo stallo nella liberalizzazione del servizio postale, resa cogente dalla scadenza comunitaria del 1 gennaoi 2011, a cui l’Italia rischia seriamente di presentarsi impreparata. Dunque, rischiamo di avere servizi postali costosi e inefficienti e, in più, di doverci giustificare per l’inadempienza con Bruxelles. Per non parlare del rischio di involuzione degli ordini professionali, la cui riforma ha davvero l’aspetto truce della controrivoluzione.
Dove Catricalà compie uno scatto deciso e, per certi versi, nuovi è nell’affondare il coltello della concorrenza nel corpaccione molle della pubblica amministrazione e, in particolare, del servizio sanitario nazionale. Vale la pena citarlo integralmente:
E’ complessa l’introduzione di meccanismi finalizzati alla corrispondenza tra i valori sociali e umani che i sistemi sanitari si propongono di tutelare, le condizioni di efficienza nell’uso delle risorse economiche impiegate e la libertà di iniziativa economica dei privati. Il modello di intervento pubblico è incentrato sull’attribuzione delle responsabilità a livello regionale, sia per l’erogazione materiale dei servizi sia per la gestione delle risorse. In questo senso l’articolazione della sanità pubblica è già federalista. In un sistema basato su pagamenti per le singole prestazioni fornite è essenziale, dal nostro punto di vista, che anche le aziende ospedaliere pubbliche adottino integralmente e senza gli adattamenti oggi consentiti il modello di bilancio imposto dal codice civile ai privati. È una condizione imprescindibile, anche se non l’unica, affinché possa svilupparsi competizione tra i grandi ospedali e i centri privati di eccellenza che erogano prestazioni sanitarie.
Un problema, quello della trasparenza nella sanità, messo nel mirino anche da Silvio Boccalatte in un paper dell’IBL.
In generale, dunque, rispetto al passato quella di Catricalà è una relazione più aggressiva, focalizzata sugli elementi necessari a riportare il paese sul sentiero della crescita. Non sempre, in una prospettiva come quella dell’IBL, le sue proposte sono pienamente condivisibili, ma ciò che conta è l’enfasi sulla necessità di più mercato, non più intervento pubblico. Un’enfasi resa indispensabile anche dalla “narrazione” prevalente della crisi, che tende a presentare lo Stato come la soluzione – quando invece l’interventismo pubblico è il problema. Sarà interessante vedere in che modo Catricalà coniugherà le sue posizioni il prossimo 12 luglio, alla presentazione dell’edizione 2010 del nostro Indice delle liberalizzazioni. Quel che è certo è che la rivoluzione della concorrenza è oggi più inderogabile che mai.
Speriamo che qualcuno ascolti Catricalà e approfitti del suo sollecito per stilare la legge annuale per la concorrenza: introducendo competizione e libertà dove oggi incombe la cappa oscura del monopolio pubblico.
]]>Considerato che tutte le Associazioni hanno l’identica finalità della difesa degli interessi del consumatore, ci si può domandare per quale particolare ragione avvocati, sindacalisti, politici od altri soggetti abbiano ritenuto opportuno moltiplicarne il loro numero. Infatti se lo scopo è lo stesso, sembrerebbe più logica una loro concentrazione che garantisce maggior forza rappresentativa e “un’economia di scala” dei costi di funzionamento, piuttosto che una loro polverizzazione che comporta l’inevitabile restringimento della singola platea di rappresentati e maggiori costi organizzativi e gestionali.
La presenza di così numerose sigle fa sorgere il sospetto che tra le ragioni di tanta diaspora possa esserci quella della fiduciosa certezza del finanziamento pubblico, sempre attento ai richiami del consenso e perciò acriticamente disponibile a riempire il bicchiere di tutti i convenuti con la generica motivazione della pubblica utilità del servizio reso al privato consumatore.
L’appoggio della politica statale e regionale alle Associazioni si è in effetti tradotto negli anni in provvedimenti di finanziamento pubblico, ingenerando la loro moltiplicazione, esattamente come nel caso dei rimborsi elettorali ai partiti. Prendo soldi non per quel che conto, ma perché presente alla conta (ma quella dei partiti è una storia che porta altrove…).
La maggior quota di finanziamento pubblico è stata introdotta con la legge finanziaria del 2001 (quindi alla fine del 2000), tramite l’istituzione di un fondo per iniziative a vantaggio dei consumatori, costituito dai proventi delle sanzioni pecuniarie comminate dall’Antitrust e distribuito dal Ministero dell’economia, di modo che l’entità del finanziamento ministeriale era correlato all’ammontare delle stesse multe. In altri termini, più l’Antitrust multava, più le Associazioni consumatori incassavano.
Con l’ultima finanziaria il ministro Tremonti ha disposto che le somme versate dalle sanzioni del 2009 siano messe in economia per affrontare le emergenze atmosferiche. Pertanto, almeno per il corrente anno 2010, le Associazioni dei consumatori non potranno contare sui finanziamenti statali costituiti dalle sanzioni dell’Antitrust.
La notizia, se letta come segno di una volontà politica di interrompere il flusso dei finanziamenti pubblici, potrebbe avere un forte impatto sulla ratio di questi ultimi, poiché significherebbe una precisa opzione a favore della trasparenza. Apparirebbe infatti poco limpido il fatto che le Associazioni dei consumatori vengano finanziate da multe irrogate dallo Stato a soggetti imprenditoriali privati, col rischio di incrementare una litigiosità non sempre adeguatamente motivata.
Le Associazioni potranno comunque continuare a fare affidamento su altri fondi pubblici, come quelli della Comunità europea, accessibili attraverso bandi concorsuali, o quelli regionali (anche se ridotti, poiché alimentati anche dal fondo nazionale Antitrust).
Solo in parte minima, esse contano su quello che teoricamente dovrebbe essere la fonte di loro sostegno ma che, grazie al cappello del finanziamento pubblico, può rappresentare una quota irrisoria del loro bilancio, ovvero l’appoggio dei rappresentati/consumatori (tramite, ad esempio, il tesseramento degli iscritti e il cinque per mille).
Atteso che le Associazioni, come visto, continuano comunque a vivere sostanzialmente di finanziamenti pubblici regionali e comunitari e di altre forme di finanziamento non privato (derivante per esempio dalle convenzioni e dai protocolli di intesa che possono stipulare con soggetti pubblici di qualsiasi tipo), ci si potrebbe interrogare sulla logica di questo sistema, quando le associazioni dovrebbero tutelare i consumatori anche (e spesso) nei confronti dei soggetti pubblici.
Se la pretesa di un autofinanziamento delle associazioni sembra troppo velleitaria, sarebbe già un passo avanti che i consumatori siano messi nelle condizioni di conoscere di cosa vivono i loro rappresentanti. Una trasparenza piena dei canali di finanziamento della loro attività sarebbe garanzia non solo per i consumatori, ma anche per la credibilità e l’autorevolezza delle Associazioni stesse, che fugherebbero così ogni malevolo dubbio che esse si comportino come “cinghie di trasmissione” non tanto degli interessi dei rappresentati, quanto di parti politiche, sindacali, di referenti diversi, quando non addirittura del proprio apparato.
]]>P.S.: costano meno? Male! Ecco qui la risposta dei verdi: “Cibo che costa poco danneggia l’ambiente”.
]]>Ma ve li immaginate? Tutti quanti i direttori commerciali delle società che si siedono intorno ad un tavolo e si dicono: “Bene, da oggi in tutti i supermercati del paese il caffè, i dolciumi e il cibo per animali (sic!) devono costare tra x e y”. Vi pare realistico? A noi no. Innanzitutto perché più sono gli operatori autori della collusione, più è alto l’incentivo a “scartellare” (l’instabilità di un cartello di così grandi dimensioni è sotto gli occhi di tutti), in secondo luogo perché il mercato della grande distribuzione in Germania è così vario e sfaccettato che lo spazio per concorrenti in grado di offrire prodotti a prezzi più bassi c’è eccome. Andate a fare la spesa in Germania e ve ne accorgerete. Proprio ieri a Berlino Aldi, Netto/Plus e Penny hanno peraltro deciso (ulteriori) ribassi sui prezzi per generi di prima necessità. In terzo luogo perché il cioccolato non è il cioccolato e basta: esistono diverse marche e diversi prodotti con prezzi diversi a seconda delle preferenze dei consumatori, il prodotto cioccolato, così come quello caffè è cioè disomogeneo di per sé.
I prezzi poi non stanno nelle cose, ma rispecchiano le preferenze soggettive dei consumatori. Può essere che il prezzo aumenti perché la domanda cresce più proporzionalmente di quanto si riesca a produrre. Così come è possibile che sia un effetto del fattore monetario (in questo caso sarei però portato a dire di no).
Nel caso specifico non sappiamo se il cibo per gatti in Germania sia troppo alto o troppo basso. Ma è l’interrogativo ad essere fuorviante. Se anche i “collusori” avessero trovato un accordo e fosse stato rispettato ci troveremmo nel pieno solco di un processo di mercato, ovvero di conoscenza, non al di fuori. I produttori tentano di coordinarsi, di trovare la strategia più efficiente alla distribuzione e lo fanno in gruppo, raccogliendo le informazioni necessarie nell’ordine spontaneo. Che ciò sia destinato a funzionare non è detto: l’elasticità della domanda e l’ingresso di nuovi concorrenti, così come fattori esogeni inaspettati possono modificare da un momento all’altro la situazione. Si tenta e sbaglia. Così vanno le cose, anche per le tanto aborrite grandi imprese.
Tali operazioni dell’Antitrust tedesco vanno insomma ascritte alla grande illusione di poter controllare il mercato, modificandone i marchingegni e le rotelle, come si trattasse di un giocattolino perfettamente statico. Il mercato non è statico, è dinamico. Lasciamo contrattare i produttori ed eliminiamo le barriere all’ingresso. Tocca poi al consumatore rispondere.
]]>Qualche giorno fa mi sono fatto una bella risata leggendo su Chicago-blog “ma parlarsi prima, no?“. Bè oggi non è proprio la stessa questione, però ce n’è una altrettanto carina:
9 dicembre. L’Aeeg dà una schicchera da 1 milione euro a Enel Distribuzione (ostacola i produttori di rinnovabili, nonché suoi concorrenti, impedendo le connessioni alla rete).
10 dicembre. L’Antitrust, che dispone di strumenti alternativi alla multa, li usa: accetta gli impegni di Enel Distribuzione, Enel Servizio Elettrico e Enel Spa e chiude senza sanzione l’istruttoria sulla salvaguardia.
21 dicembre. I due comunicati (Aeeg e Agcm) arrivano alla stampa esattamente all’unisono, ieri all’ora di chiusura delle borse (ore 18).
E poi dici che non si parlano.
Che cos’e’ questa liberta’ di scelta? Cito da Repubblica.it:
Il meccanismo della “schermata di scelta” sarà semplice: una volta entrati in Windows, si aprirà una finestrella col titolo “Seleziona il tuo browser”, senza i tratti caratteristici di Internet Explorer, dove l’utente trovera in ordine casuale tutte le icone dei 12 browser più utilizzati in Europa, come Opera, Firefox, Safari o Chrome e altri. L’utente potrà cliccare sulle icone per ottenere maggiori informazioni e basterà poi un altro clic per installare il browser scelto come impostazione di default per navigare su internet. Questa finestra, che si chiamerà “Choice Screen” comparirà su tutti i pc che utilizzano i sistemi operativi Windows XP, Vista o Windows 7, grazie agli aggiornamenti automatici previsti dai sistemi. Il tutto a partire da marzo 2010.
Tanto rumore per… per risolvere con un meccanismo di questo tipo, che sostanzialmente fa risparmiare all’utente un clic rispetto all’aprirsi una finestra di Explorer e andare alla ricerca del nuovo browser che piu’ gli aggrada. L’impressione e’ che siano sprecate energie e parole per combattere e “vincere” una guerra che non ha piu’ ragion d’essere. Lo sviluppo di nuovi browser non e’ stato pregiudicato dal fatto che Explorer era offerto gratis a chi acquistasse un PC. Firefox, Opera e Safari hanno sgranocchiato quote di mercato riuscendo a convincere sempre piu’ utenti. Google con Chrome portera’ la competizione su un nuovo livello di integrazione, fra browser locale ed offerta di software “remoto”. La posizione dominante di Microsoft non si e’ ridimensionata (almeno in parte) perche’ abbiamo avuto un Antitrust attivista. Che per inciso se l’e’ presa con Media Player mentre iTunes cominciava a cavalcare la tigre, ed ha rispolverato la questione dei browser mentre andava cominciando ad assumere forma l’idea di “cloud computing”.
Microsoft oggi sembra meno pericolosa (se rifacessero il film “Antitrust”, per inciso una vera schifezza, e’ evidente che il “cattivo” oggi sarebbe Google) perche’ si e’ evoluta la tecnologia, e la concorrenza, quella vera non quella immaginata dai Mario Monti della situazione, ha fatto il suo corso. In questo “corso”, ci sta che grandi innovazioni tecnologiche o imprenditoriali garantiscano a un operatore una forte posizione dominante in alcuni momenti, quelli in cui avanza sull’abbrivio dell’innovazione da esso prodotta. Il problema e’ che questa posizione dominante sia “sfidabile” sul mercato, cioe’ non sia tutelata da protezioni legali.
Bruxelles ha accelerato, con le sue indagini e le sue multe, questo processo di distruzione creatrice? Ho i i miei buoni dubbi, perche’ gli interventi muscolari di Monti e della Kroes hanno penalizzato Microsoft senza “garantire” o “agevolare” una sfida di mercato a Microsoft. Il messaggio che hanno dato e’: quando diventi grande, entri nel mirino (e’ accaduto ad Intel, accadra’ a Google). Creare incertezza colpendo gli innovatori di ieri non aiuta quelli di oggi. E non incentiva altri a candidarsi ad essere gli innovatori di domani.
]]>PS Prevengo un’obiezione: è positivo, entro certi limiti, che i due regolatori, ex ante ed ex post, non si coordinino. Ma, appunto, ci sono dei limiti. Se danno messaggi opposti, ditemi voi in che razza di mondo ci troviamo.
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