cosa si nasconde dietro tanto attivismo, come si deve interpretare un simile accavallarsi di iniziative pre- o meta-politiche, tutte rivolte – almeno sulla carta – alla produzione di ricerche e piani di riforma, alla formazione di una nuova etica pubblica e alla costruzione di un’Italia più decente e meglio funzionante dell’attuale? A pensare male, lo si potrebbe considerare un espediente fumoso e tattico: come la copertura nobile ed edificante, scelta da singoli politici o da singoli protagonisti della scena economica, per compensare il vuoto etico e progettuale nel quale siamo sprofondati da qualche anno e che ha toccato in particolare proprio i nostri gruppi dirigenti. Insomma, non avendo questi ultimi più nulla di sostanziale da dire, non avendo più valori nei quali credere o passioni per le quali combattere, si accontenterebbero di mettersi una medaglietta sul bavero per farsi belli in pubblico. La cultura, nella società dell’immagine, è pur sempre un discreto investimento, soprattutto poi per chi abbia in testa altri e più prosaici obiettivi da perseguire.
Qui invece Furio Colombo:
Vi diranno che “think tank” come il nuovo “Italiadecide” sono spesso il fiore all’occhiello, tecnico, scientifico, politico, della vita pubblica americana. E’ vero. Ma con due avvertimenti:
Il primo. I “think tank” veri sono sempre politicamente orientati (conservatori o liberal, repubblicani o democratici, vicini all’impresa o vicini al sindacato), e lo dicono. Reclutano i cervelli del “think tank” secondo le affinità dichiarate. La credibilità risiede nel livello delle persone e nella qualità del lavoro. Non nel fare finta di niente sulle diverse storie politiche.
Il secondo avvertimento è più drastico, difficile da evitare. Mai i politici attivi in Parlamento, meno che mai nel governo, possono partecipare a un ”think tank”. Hanno strumenti molto pesanti per esprimersi e, almeno come ipotesi, possono sempre rispondere con un dono o con una minaccia al giurista, all’economista, all’imprenditore che si fa notare nelle cordiali discussioni nel gruppo. Dunque niente mix fra studiosi e politici, tra tecnici e titolari del potere.
Ecco, da punti di vista molto diversi, mi sembrano cose di buon senso. La povertà del dibattito politico c’insegna che la cultura politica è importante, essenziale. Ma le culture politiche sono poche, antiche, e non s’improvvisano. Di più: la loro forza produce risultati nel lungo periodo (facendone materia per pochi inguaribili ottimisti). Onestamente, il compito delle fondazioni e dei centri studi è riallacciare i fili di tradizioni che continuano. Non tentare il “minestrone” per raggranellare consensi. La debolezza dei partiti porta molti ad auspicare maggiore incisività da parte dei “think tank”. Ma sono “oggetti” diversi che debbono fare mestieri diversi. Guai a confondere le cose.
]]>