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Posts Tagged ‘Tremonti’

Amato e la patrimoniale: l’eterno dirigismo

17 agosto 2009

Oggi sul Messaggero Giuliano Amato ha rilanciato un suo vecchio pallino, l’imposta patrimoniale. Come rimedio per reperire risorse analoghe a quelle che verrebbero meno abbattendo in maniera significativa l’IRPEF, cosa di cui ci sarebbe gran bisogno, dice. del resto, è lo stesso uomo politico che nel 1992, da premier, dovendo fronteggiare una crisi della lira pressoché da default e un deficit pubblico fuori controllo, mise le mani nei conti correnti bancari degli italiani. Onestamente, lo ricorda egli stesso. La patrimoniale è un tema ricorrente a sinistra, e non a caso solo pochi mesi fa Giulio Tremonti sul Corriere della sera respinse chi, in cattedra ma da sinistra, citava Luigi Einaudi come fautore dell’imposta.  Non è questo il luogo per aprire un dibattito generale. Ma almeno per fissare almeno un punto fermo, ricordando un grande “classico” italiano di scienza delle finanze, direi di sì.

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Oscar Giannino Senza categoria , , , , , ,

Il fisco: un nemico della globalizzazione?

14 agosto 2009

C’è da augurarsi che alle parole non seguano i fatti, e che l’anticipazione giornalistica (cfr. Antonio Criscione e Antonio Iorio sul “Sole 24 Ore” del 13 agosto 2009) si riveli infondata. Ma se davvero dovessero diventare effettiva l’inversione dell’onere della prova a carico dei contribuenti prevista dal Dl 78/2009 (se, insomma, alle grida manzoniane faranno seguito azioni concrete da parte delle unità operative predisposte) e se tutto ciò riguarderà in particolare le attività fuori dai confini nazionali, l’annunciata stretta sulle controllate estere finirà per configurarsi come un attacco ai principi del diritto e, di conseguenza, alle prospettive di un’integrazione delle imprese italiane nell’economia globale.

L’idea che ora si debba dimostrare di non avere commesso reati - a parte le difficoltà “tecniche” della cosa - segna un momento di imbarbarimento, dal momento che un tratto della civiltà giuridica è proprio nella presunzione di innocenza. Fino a prova contraria, ognuno di noi è al di sopra di ogni sospetto.

Ma l’ennesimo sfregio, una volta di più, alle ragioni del diritto avrà conseguenze economiche rilevanti. E non solo di fronte agli investitori stranieri, che alle solite si terranno ben distanti dalla Penisola. E ora più che mai.

È chiaro che questo nazionalismo economico e la conseguente volontà di considerare pregiudizialmente evasore chi investe all’estero saranno un potente ostacolo all’internazionalizzazione delle aziende italiane. La voracità del fisco, bisognoso di entrate, e un’impostazione ideologica che celebra gli “inferni fiscali” e condanna i “paradisi” rischiano insomma di pregiudicare ancora di più il già difficile cammino delle nostre imprese sulla strada della loro integrazione nell’economia mondiale.

Non mancasse il protezionismo, ora spunta anche un fisco occhiuto che è pronto a saltarti addosso se solo provi a crescere, fare affari e avviare iniziative al di là della frontiera.

Lo ripetiamo: speriamo che alle parole non seguano i fatti. (Confidiamo, insomma, nell’italica cialtroneria di sempre).

Carlo Lottieri Senza categoria , , , ,

Del perché servirebbe un’opposizione

13 agosto 2009

L’attuale governo è di tanto in tanto accusato di essere “il governo degli evasori”, sulla base di qualche facile allusione al passato perlomeno di due esponenti di primissimo piano dell’esecutivo. Ovvero il Presidente del Consiglio, che si immagina abbia con le banche svizzere la familiarità che hanno persone della stessa affluenza, e il Ministro dell’Economia, il cui nobile lavoro per anni si presume sia consistitito per anni (così come per tutti gli altri che fanno il mestiere suo) nell’aiutare contribuenti italiani a contribuire il meno possibile.
Sarà forse per falsa coscienza che “la guerra all’evasione non va in vacanza”, lo spiega il Sole 24 Ore di oggi, nel raccontarci come tornerà in gran voga il redditometro: Prosegui la lettura…

Alberto Mingardi liberismo , , , , ,

L’accordo Abi-imprese di oggi ultimo intervento-tampone. Per settembre, tre punti strutturali

3 agosto 2009

Diciamolo: per i mercati il mese di luglio è stata una manna. L’indice FTSE All World – che tiene conto di tutte le Borse mondiali, ciascuna per il proprio peso relativo - è cresciuto di quasi 9 punti in quattro settimane. Dall’inizio dell’anno, Il MIB italiano ha guadagnato il 30%, il 27% Francoforte, il 26% Parigi, il 24% Madrid, Londra il 23%. Svezia e Norvegia hanno guadagnato 35 punti, ma anche la scassata Irlanda ha totalizzato un apprezzabile più 14%. Negli States, il Dow Jones ha guadagnato 24 punti percentuali, il Nasdaq 28. Quel che conta di più, è che tra fine giugno e luglio ormai i due terzi delle aziende quotate americane hanno annunciato al mercato la loro seconda trimestrale, e nel 74% dei casi i risultati hanno battuto in meglio le attese di analisti e mercati. La fiducia è generalmente in salita. Il petrolio risale oltre i 70 dollari, “annusando” un utilizzo degli impianti meno basso del 65% a cui si era attestato negli Usa e nella maggior parte dei paesi Ocse. Siamo ancora in recessione, ma ammettiamolo: in molti sperano che l’economia reale piano piano abbia iniziato a risalire. È proprio questo, il momento più delicato per un paese come l’Italia.

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Oscar Giannino Senza categoria, mercato , , , ,

Più patrimonio alle imprese: ho perso

16 luglio 2009

Giorni fa su questo blog vi ho accennato all’idea di un Fondo Italia per ripatrimonializzare l’impresa. Con sincera e tempestiva onestà devo comunicarvi che l’idea è stata bocciata. Stamane Confindustria ha sollevato la questione, nell’incontro con Tremonti e ABI per avviare il confronto sull’avviso comune per la moratoria di un anno su interessi e restituzione del capitale relativi ai prestiti bancari alle aziende. Al ministro è stata prospettata la necessità di incentivi alla ripatrimonalizzazione volti a rendere più “sicuri” i crediti bancari alle imprese, stante anche la sottopatrimonializzazione cronica del nostro sistema, tallone d’Achille largamente preesistente alla crisi e specchio della larghissima prevalenza di piccole aziende nel nostro Paese. A Tremonti sono tate prospettate altre due strade, oltre al Fondo Italia che vi avevo illustrato: un meccanismo di compartecipazione bancaria incentivata, con un multiplo di conferimento pari o 3 o 4 rispetto all’apporto diretto di capitale da parte dell’imprenditore;  un’esenzione fiscale inizialmente pressoché totale e poi a scalare nel tempo ai fini della formazione del reddito lordo ‘impresa, per l’apporto patrimoniale del solo imprenditore. Tremonti, come purtroppo supponevo, ha scelto quest’ultima strada. Solleva le banche da qualsiasi intervento, e non mette la faccia del governo su un’operazione mista pubblico-privato ma a prevalenza privata, come quella che avevamo immaginato noi. È una grande occasione persa: peccato. Capisco che Emma Marcegaglia all’assemblea dell’Unione industriale di Macerata in corso in queste ore abbia annunciato il sì del ministro come una vittoria di Confindustria. Ma temo proprio che in questo modo non si arriverà neanche a un decimo, di quei 30-40 miliardi di ricapitalizzazione possibili con l’idea del Fondo, che avrebbero potuto agevolmente condurre ad alcune centinaia di miliardi di euro di impieghi bancari alle stesse aziende così rafforzate. Basta vedere la “cosiddetta” riforma pensionistica varata ieri: direi che proprio non è tempo di idee coraggiose:  Eppure, ciò non ci esime dal dovere di pensarle e di proporle. Anche se vengono bocciate, il nostro mestiere è un altro.

Oscar Giannino Senza categoria , , ,

Shabbat bancario e domenica del banchiere

9 luglio 2009

Ci ho pensato a lungo, prima di dirlo. Poi ho capito meglio. Ma non mi è piaciuta lo stesso, la proposta lanciata dal ministro dell’Economia all’Assemblea dell’ABI. Di abbattimento fiscale degli interessi passivi sulle perdite e sofferenze, da parte bancaria si parla riservatamente da tempo. Non sono mancate energiche prese di posizione pubbliche, non solo di Faissola ma di top banker come Passera. Se il governo ritiene, faccia pure. Basta però che il risultato non sia paradossale: già oggi le grandi banche pagano un tax rate reale inferiore anche di 30 o 40 punti a quello della piccola impresa italiana. Il colmo sarebbe abbassargli ulteriormente le tasse perché gli impieghi soffrono della cattiva condizione dei prenditori, mentre non lo si fa a questi ultimi che incassano in prima persona coi loro dipendenti i colpi della crisi.

Mi pare poi del tutto macchinoso subordinare lo sgravio fiscale a una remissione degli interessi praticata dalle banche ai prenditori. Chi la amministra e secondo quali criteri, questa perdonanza a tempo? La imponiamo per legge, se le banche non si adeguano? La disponiamo per avviso comune governo-Abi, ma con che base coercitiva?  E’ volontaria e dipende dai paternoster e dalle avemaria che l’imprenditore si impegna a recitare per espiazione? Capisco che a Confindustria la proposta sia piaciuta subito: tutto va bene, pur che l’impresa abbia più ossigeno e meno richieste di rientro. Ma la misura biblica ha l’aria di una gran drittata: premia le banche e non gli altri soggetti, le sottopone a inevitabili discrezionalità nel valutare dall’esterno a chi sospendere il pagamento interessi e a chi no, e infine solleva il governo dal dover adottare  meccanismi più strutturali e di mercato, come quel Fondo Italia di cui vi ho scritto sul nostro blog. E che a Tremonti non piace, perché gli “sporca” le prospettive di recupero gettito tramite scudo fiscale.

Oscar Giannino mercato , ,

L’indipendenza dei regolatori serve, nonostante tutto

6 luglio 2009

Su Affari e finanza di Repubblica, Massimo Giannini attacca duramente la scarsa cultura dell’indipendenza dei regolatori che, secondo lui, caratterizza questo governo. A corredo del suo intervento (che non trovo online), sta un ampio servizio sulle surreali dimissioni di Lamberto Cardia, capo della Consob, di cui su Chicago si era occupato anche Oscar Giannino. Forse Giannini esagera nella critica al governo, ma c’è del vero nelle sue parole, che del resto prendono le mosse dal provvedimento con cui l’esecutivo ha respinto le dimissioni di Cardia, che recita testualmente:

[Il Consiglio dei Ministri] ha confermato la propria piena fiducia al Presidente Cardia, esprimendo apprezzamento per il suo operato, in particolare per il suo atteggiamento di rispetto istituzionale verso il Legislatore.

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Carlo Stagnaro mercato , , , , , , , , ,

Gas agli energivori, botta all’Eni dal suo azionista

26 giugno 2009

Tra i tanti provvedimenti compresi oggi nel decreto varato dal governo, mi riservo di tornare domani su altro, a cominciare dalla parte fiscale che considera automaticamente strumento di reato qualunque patrimonio allocato in cosiddetti “paradisi fiscali”, Tremonti lo fa per accrescere il successo dell’imminente nuovo scudo, a me non solo non piace - posso liberamente allocare all’estero somme sulle quali ho regolarmente pagato le imposte - ma credo possa risolversi nell’effetto opposto. Segnalo subito una norma che non credo domani verrà spiegata dai media per quel che è davvero.  Una bella e sana vendetta consumata dal vertice di Confindustria nei confronti dell’Eni, dopo le “conquiste” operate dal Cane a sei zampe in Assolombarda, le ambizioni a Venezia e altrove.

I cinque miliardi di metri cubi di gas a prezzo “calmierato” rappresentano una bella decurtazione di utili all’Eni. Godono i grandi gruppi energivori, i veri destinatari prioritari di tale misura.  L’incredibile, per tanti versi, è che ciò avvenga su decisione del Tesoro, azionista di controllo dell’Eni. La presidente di Confindustria rende felici i suoi associati, e non si duole della botta a Scaroni. Tremonti, per parte sua, incamera consensi e dà una bottarella pure lui, a uno Scaroni forse considerato un po’ troppo autonomo e pronto a disporre ormai di Silvio sulla scena internazionale senza neanche chiedere il permesso…

Oscar Giannino Senza categoria , , ,

Pax bancaria: Usa, Ue e Italia orano insieme S.Matteo

10 giugno 2009

Lo ammetto, mi era sempre sembrata saggezza popolare di grana un po’ grossa, quella per cui Matteo l’evangelista - alias Levi “il pubblicano” - viene da duemila anni considerato protettore insieme degli esattori fiscali e dei banchieri. All’epoca, gli ebrei osservanti disprezzavano chi raccoglieva le tasse per conto del regime fantoccio sostenuto dagli occupanti romani. Versavano un anticipo a Roma, e poi si rivalevano prestando denaro a usura, si diceva ai loro tempi. Ma l’accostamento al banchiere diceva solo che nei secoli successivi - allora come in seguito, fino ai nostri tempi - l’opinione comune aveva continuato a considerare chi esercita il credito non meno arbitrario e vessatore dell’agente delle tasse.

Ora però, si capisce meglio che la fede popolare - capita spesso, assai più di quanto credano scettici e volterriani, secondo me - coglie nel segno. Nel senso che stiamo qui a imbrattar carta e occupare internet da un anno e più sulla crisi generata da un modello sbagliato e rischioso di intermediazione finanziaria, consentito e generato da scelte sbagliate della politica monetaria come da scelte sbagliate del legislatore e dei regolatori americani. Riempiamo volumi e convegni della necessità di una nuova svolta regolatoria, che impedisca ciò che in passato la regolazione aveva consentito. Ma si rivelano quasi tutte chiacchiere e distintivo, alla prova dei fatti che sono poi l’unica cosa a contare davvero. Allineo quattro novità appena maturate negli Usa come in Europa. Negli States, l’amministrazione Obama ha rinunciato al tanto sbandierato progetto di accentrare in una super Fed i poteri ispettivi sugli intermediari finanziari si qui divisi tra quattro regolatori diversi, a livello federale. All’Ecofin, il progetto di una vigilanza comune sui maggiori intermediari cross border continentali non ha ottenuto il consenso necessario, ieri. La Germania, cioè il Paese nel quale gli attivi bancari restano più tossici nel nostro continente, continua a difendere la linea per la quale nessuno ha titolo per condurre stress test agli istituti di credito tedeschi con risultati “pubblici”.   Lo Iasb, per parte sua, ha appena respinto l’appello a far presto, quanto  a nuovi criteri contabili e patrimoniali condivisi: se ne parla, se va bene, a fine anno, di conseguenza per il momento ogni Paese europeo concede alle banche di agire diversamente. E dire che il deleveraging bancario tra passività e capitale in Europa si sta sgonfiando assai meno rapidamente che negli Usa: vedi questa tabella tratta dall’ultima analisi comparata delle maggiori banche Usa ed Ue, a cura di R&S Mediobanca.

Negli States come in Europa la politica scommette sul fatto che, per scongiurare ogni residua paura sulla stabilità dell’intermediazione finanziaria, tanto vale a questo punto dire che tutto il necessario è stato già fatto. Dunque, nella sostanza bisogna “coprire” le banche senza più far polemica. Chi mi conosce, sa che ho sempre pensato che Larry Summers - l’artefice delle scelte regolatorie  sbagliate a metà anni 90 che hanno concorso a portarci alla crisi - non era cambiato, ma avrebbe semplicemente adattato ai nuovi tempi la sua funzione di ambasciatore dei grandi istituti presso una politica “prigioniera”, oltre che sprovvista dei fondamentali in materia.  Che avvenga anche in Germania, dove il sistema bancario è pubblico per due pilastri su tre, non sorprende. Che siamo invece arrivati al punto che avvenga anche nell’Italia del centrodestra, verbalmente tanto polemica verso le banche, un po’ sì. Ieri, al congresso dell’Acri, il professor Bazoli ha impartito la sua benedizione a Tremonti. E questi, seppellita la sua ascia di guerra in nome del fatto che occorre preservare il pieno sostegno delle fondazioni alla CDP riviando loro di tre anni la prevista conversione di obbligazioni ibride in azioni con la quale oggi avrebbero perso, ha attaccato non più le banche ma le partite Iva, che sono a suo giudizio troppe e nascondono evasione fiscale.

Banchieri ed esattori delle tasse, uniti oggi nella grande battaglia di reperimento risorse per rendere sostenibili le proprie passività. C’è chi lo fa con le obbligazioni bancarie piazzate allo sportello come in nessun altro paese Ocse, c’è chi lo fa con le obbligazioni della Repubblica. Il fine è eguale, il santo patrono pure. Non chiedetevi chi finanzierà negli Usa lo sforzo gigantesco per rendere Fiat-Chrysler pubblica profittevole, visto che di capitale fresco privato non ce n’è neanche da parte italiana. Ci penseranno le banche sottoposte al lending coatto del Tarp, obbedendo al Tesoro.

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Postvoto: Brunetta, Formigoni, Scajola

9 giugno 2009

Per chi fosse eventualmente interessato a un mio commento sul turno elettorale, lo trovate qui, in forma di dieci domande che il risultato pone a tutti i maggiori attori della politica italiana. Non mi sorprende che Berlusconi si sia subito defilato dall’ipotesi di sostenere il referendum elettorale - io sono nel comitato promotore -  poiché, alla luce dell’esito delle urne, non irritare la Lega in vista dei tanti ballottaggi ancora aperti ai suoi occhi supera di gran lunga la convenienza di una prova di forza in senso bipolar-bipartitico. Al contrario, a me tale spinta sembra ancor più essenziale, di fronte alle tendenze centrifughe manifestatesi nelle urne, con voti in uscita e astenuti a milioni tanto dal Pd che dalla Pdl.

Ma qui occupiamoci invece delle prime reazioni che al voto si manifestano nella politica economica. Telegraficamente, ne segnalo tre. Il più lesto a reagire è stato, come al solito, l’ipercinetico ministro Brunetta. Alla giornata dell’innovazione, che si tiene stamane in Confindustria, ha secondo me giustamente dichiarato che la cosa migliore per il governo sarebbe quella di mettere subito mano a un programma straordinario in cento giorni, mirato a innalzare la produttività non solo attraverso interventi che sono di competenza del ministro stesso - come la digitalizzazione della PA - ma che astutamente Brunetta ha indicato invadendo competenze altrui, candidandosi a stimolo della compagine. La liberalizzazione e privatizzazione delle public utilities locali è solo un esempio, ne ha fatti altri. Dubito che gli daranno retta: fatto sta che Brunetta cerca di tirarsi fuori dalla morta gora del “non è tempo di riforme”. Secondo me, ha ragione.

Apparentemente, il risultato alle europee  rafforza la candidatura alla presidenza dell’assemblea di Strasburgo avanzata dalla Pdl, per l’onorevole Mauro. In realtà i tedeschi della Cdu-Csu, che hanno tenuto onorevolmente la posizione contenendo le perdite ma tradizionalmente in Europa pesano più della sezione italiana del PPE, pare abbiano già chiuso da tempo un patto di ferro a favore del candidato della Polonia, Paese che considerano una sorta di cortile interno della propria delocalizzazione. Se la preferenza per Jerzy Busek dovesse risultare confermata e Berlusconi non volesse avventurarsi in una rischiosa prova di forza, allora aumenterebbero le possibilità per un portafoglio italiano nella prossima Commissione europea ben più sostanzioso dell’attuale, i Trasporti affidati ad Antonio Tajani quando la rischiosa vicenda Cai-Alitalia batteva alle porte. La Lega vorrebbe intensissimamente che fosse Roberto Formigoni, il candidato  italiano a un importante incarico nella Commissione. Ma tale scelta aprirebbe fin dal prossimo autunno una partita molto delicata, tra Pdl e Lega per guida ed equilibri in Lombardia, la Baviera italiana per peso economico e civile.

Da altri autorevoli ambienti, possiamo anticipare sin d’ora che a Silvio verranno suggerimenti diversi. Perché non mandare alla Commissione eventualmente Claudio Scajola, aprendo spazio per una modifica nella cabina di regìa della politica economica governativa? Al di là della buona volontà - per esempio sul nucleare - sinora Scajola ha dovuto far buon viso a tutte le severe limitazioni intervenute a stanziamenti, programmi e politiche che insistevano precedentemente sulle Attività produttive.  A mio giudizio l’esatto contrario di un danno, per la sfiducia che nutro in genere verso le “politiche industriali”, compresa quella “Industria 2015″ varata da Bersani nella precedente legislatura, oggi fortemente ridimensionata. Ma la maggioranza la pensa diversamente, sia in ambo gli schieramenti politici che tra le categorie economiche. Tremonti no. Occhio, che per Silvio viene una fase in cui la concretezza conta più delle polemiche, per tentare di farle dimenticare.

Oscar Giannino Senza categoria , , ,