Gli articoli che ha scritto sul caso Fiat sono andati in crescendo, fino a chiedersi esplicitamente se ciò che va bene alla Chrysler debba andar bene all’Italia, se esista davvero il piano “Fabbrica Italia” di Marchionne, se la richiesta di regole nuove negli stabilimenti – più produttività ma in cambio di più salario detassato, parecchio in più, migliaia di euro che altrimenti non vanno ai lavoratori - non sia solo una scusa teatrale, per non investire alla fine inItalia e abbandonare il campo, seguendo il nuovo orizzonte mondialista di una Fiat AUTO mera azionista di Chrysler, forte in Brasile e Polonia ma con l’Italia ridotta a palla al piede. Non sono d’accordo su nulla, tanto meno che la risposta vera sarebbe adottare la cogestione alla tedesca: in Germania i sindacati hanno esattamente accettato tra 2002 e 2005 svolte di contratti aziendali come e peggio di quelli che Mucchetti respinge, perché in Germania si trattò di lavorare di più senza aumenti salariali, e tra 2002 e 2007 così la Deutschland AG aumentò di 17 punti la sua produttività manifatturiera abbassando al contempo di 13 punti percentuali il CLUP. Da noi, accadeva l’esatto opposto. E continuando a dire no a Marchionne, continerà ad accadere l’esatto opposto. Come Cisl e Uil hanno capito benissimo.
Oggi Mucchetti spiega ancor meglio quale sia la cornice delle sue critiche, parlando di Amazon che apre in Italia, ma proponendo a chi vuol lavorarvi di farlo da Paesi esteri, perché hanno tasse e regole del lavoro meno ostili di quelle italiane. Ed è a questo che bisogna dire no, scrive Mucchetti, perché questa mondializzazione che avviene grazie alla libera circolazione di persone, servizi e capitali serve gli interessi dei Paesi emergenti, ma uccide il ceto medio in quelli come l’Italia. E siccome gli italiani votano, dice Mucchetti, buisognerebbe che votassero contro chi propone di non erigere argini a questa barbarie.
Eugenio Scalfari, su Repubblica di oggi, fa il paio con gli interessi. Così, i lettori di Repubblica si vedono proposta la paradossale storiella di un euro a due velocità che sarebbe frutto della cospirazione delle nove maggiori banche mondali che pensano solo a come rilanciare la speculazione, individuando nell’euro il modo per continuare a fare utili arbitraggiando sui cds sovrani.
Berlusconi farà orrore – lo ripeto solo per evitare che lo ritiriate in causa. Ma queste visioni proposte dai due maggiori quotidiani italiani fanno rabbrividire. Sono una puntuale riproposizione del peggior conservatorismo economico-sociale che affligge il nostro Paese. Non è che si spieghi – lo fa benissimo Irene Tinagli oggi sulla Stampa – che al nostro paese, ai suoi giovani così privi di futuro come alle classi dirigenti così evidentemenre non all’altezza, che a tutti noi farebbe bene capire come è cambiato il mondo, e come uil cambiamento è ultreriormente accelerato dal opost crisi. E cioè che non è affatto scritto chy i Paesi avanzati perdano la priopria forza e reddito procapite, se capiscono – come la Germania - che anche con l’esplosione della crescita dei paesi a basso costo della manodopera si resterà forti puntando sull’alto capitale umano e sulle tecnologie, su sistemi di formazine basati sul solo merito e non sul posto agli insegnanti, su welfare più magri di risorse ma solo concentrate su chi è davvero svantaggiato e non come capita da noi alll’esatto contrario, con meno spesa pubblica e meno tasse come puntualmente hanno capito i britannici sotto il governo Cameron-Clegg. No, si preferisce dire che davanti a noi c’è solo il disastro dell’impoverimento, che le tensioni sull’euro non sono provocate da chi non ha capito e continmua a crescere troppo poco a spesa pubblica e tasse troppo alte, no a volerle e anzi a crearle sono gli orchi cattivi della finanza e delle banche straniere, che per questo Marchionne è del giro tanto lo sanno tutti che è canado-svizzero, e per di più si accusa chi non la pensa così di stare solo al caldo con le proprie rendite, e di perseguire il modello Ruby Rubacuiori berlusconiano. Si fa in fretta, dice Massimo, a dire ai figli degli altri che la loro vita sarà quella di fare i lavapiatti.
No, non si fa in fretta. Io due settimane fa ho indicato Londra a una nuova coppia di giovanissimi amici, motivatissimi e stracapaci, due giornalisti che hanno già malgrado la loro età verde esperienze estere senza essere figli di nessuno, ma mettono in conto di doversi fare un bel fondoschiena vista la situazione italiana dell’editoria. Indico la via della formazione estera a moltissimi figli di coppie che conosco, senza che debbano essere milionari, perché nopn per tutti c’è la Bocconi come dice massimo, ma l’alternativa non è detto che sia la dequalificata università italiana pubblica dove – con tutte le numerose eccezioni – comunque impera l’idea che la formazione sia una mangiatoia per chi ci lavora e non una fonte di skills oper chi la frequenta. Non aver paura del mondo nuovo e libero, e indicare ai figli find alla più tenera età la via di buttarcisi dentro per imparare a nuotar meglio, è la differenza tra chi pensa sia eternabile il sistema degli alti costi inefficienti italiani – dall’università al mercato del lavoro, dal funzionamento della Pa ai 28 mila precari assunti a tempo indeterminato in Sicilia la settima ascorsa con tutti i partiti d’accordo, fino ai 900mila euro stanziati due giorni fa dalla regione campania per dare la laurea di specializzazione a tutti i dipendenti dopo aver speso ancor più per quella magistrale, naturalmente senza frequentare nè dare esami se non all0′uinterno del palazzo regionale ah ah – e trra chi invece pensa che proprio la concorrenza tra ordinamenti pubblici e privati obbligehrà più presto che tardi anche il nostro paese, a canmbiare testa e idee, e a tornare ad essere quel che siamo stati in molte luminose parti della nostra antica e recente storia italiana, cioè capaci di affermarci nel mondo e di migliorare il nostro reddito procapite attraverso il meglio di cui siamo capaci, non di sdraiarci sui fasti del passato e dello Statuto dei lavoratori e di tasse e spesa oltre il 5905 del Pil come propongono Mucchetti , Scalfari e tutti i conservatori sociali. Votino per o contro Berlsconi- perché sono maggioranza da ambo le parti - in realtà la pensano allo stesso modo, tranne dividersi su chi comanda.
Io capisco bene che all’Italia a basso reddito dipendente come ai giovani espropriati dei diritti insostenibili dei propri genitori – io vengo di lì, di lavori ne ho cambiati a decine da quando avevo 17 anni, casupole e abituri e città e paesi – tutto quel che proponiamo noi possa sembrare una traversata nel deserto. Capisco bene dunque quale sia la presa, dell’appello “sociale” dei Mucchetti e degli Scalfari. Ma resta la domanda: perché tedeschi e britannici lo capiscono, e da noi no? O meglio, lo capiscono per i fatti loro un bel po’ di milioni di italiani, quelli che reggono il Paese sui mercati continuando a fare impresa che esporta e se la batte malhrado tutti gli osctacoli, anche se non so fino a quando? Perché la differenza sta appunto nelle classi dirigenti, nei giornali e nelle università e tra gli intellettuali, ancor prima che tra i capipartito. Perché capipartito per merito e mercato verranno, solo se i pifferai del conservatorismo sociale appariranno col tempo meno autorevioli e più smentiti dai fatti. Noi qui, microbi trinariciuti, lavoriamo per quello. Senza culo al caldo né Ruby Rubacuori, ma rapinati di tasse. Buona domenica a tutti.
]]>Il rapporto contiene talune proposte ragionevoli e in particolare auspica una crescita del mercato interno, che faccia saltare le molte e talvolta assai alte barriere che impediscono una piena integrazione tra i vari Paesi dell’Europa a 27 e le loro distinte economie. Ma, al tempo stesso, il testo redatto da Monti contiene argomenti e proposte assai discutibili. In particolare, esso formula una netta difesa di vecchi vizi statalisti europei (specie in tema di welfare) e per giunta esprime una esplicita avversione per la concorrenza istituzionale: soprattutto in materia fiscale.
Per questo motivo l’Istituto Bruno Leoni ha pensato di predisporre una sua interpretazione del “rapporto Monti”, affidando a un gruppo di lavoro internazionale il compito di commentare – capitolo dopo capitolo – tutte le tesi contenute nel testo predisposto dall’economista italiano. Questo lavoro a più mani si intitola Il “Rapporto Monti”: una lettura critica (qui in italiano e qui in inglese) e ha potuto avvalersi del contributo di vari studiosi, italiani e no: Filippo Cavazzoni, Luigi Ceffalo, Luca Fava, Pierre Garello, Carlo Lottieri, Diego Menegon, Alberto Mingardi, Lucia Quaglino, Dalibor Rohac, Josef Sima e Carlo Stagnaro.
Il testo è stato presentato a Bruxelles oggi, 2 dicembre, nel corso di un seminario cui ha partecipato lo stesso Monti. L’obiettivo è stato quello di evidenziare i limiti delle proposte avanzate dall’ex commissario, non sempre coerenti con una visione autenticamente di mercato, sottolineando come la logica dirigista di molte tesi del Rapporto ostacoli – al di là delle dichiarazioni e delle intenzioni – lo sviluppo di un’economia europea davvero dinamica, integrata e concorrenziale.
I temi essenziali della critica sviluppata dal “contro-rapporto” targato IBL emergono con chiarezza in questo passo, tratto dall’introduzione:
Dietro la riflessione di Monti si vede la proposta di un “grande scambio”: per costruire il mercato interno, gli Stati membri devono dotarsi di sistemi di welfare state sufficienti ad ammortizzare la transizione e sostenere il consenso; perché questo sia possibile, occorre perseguire un grande disegno di armonizzazione fiscale, volto a colpire sia la “concorrenza fiscale” all’interno dell’Ue, sia – a maggior ragione – quella dei “paradisi fiscali”.
L’analisi dell’IBL punta insomma a raccogliere la sfida del “Rapporto Monti”, per valorizzarne gli aspetti positivi, ma anche e soprattutto per sottolineare come un vero mercato non possa essere “unico” (e cioè ristretto alla piccola Europa), non possa basarsi su una tassazione e su una regolamentazione asfissianti (tratti caratteristici del modello welfarista “renano”) e non possa in alcun modo avvantaggiarsi da un’armonizzazione fiscale costruita dall’alto, che riduca quella pressione competitiva che finora ha impedito ai governi europei di espandere in maniera illimitata le loro pretese.
Se infatti le aliquote marginali delle imposte dirette sono significativamente calate un po’ ovunque (dopo che negli anni Settanta erano giunte a livelli altissimi, e non soltanto in Svezia), questo è stato dovuto non tanto a un cambiamento di orientamenti culturali (che pure in parte si è verificato), ma è stato soprattutto conseguente allo sforzo di quei ministri dell’Economia dei vari Paesi europei che hanno fatto il possibile per non perdere tutti i propri contribuenti più importanti. Quando i capitali si muovono e si trasferiscono altrove, che senso ha, infatti, tenere aliquote molto alte, se esse sono ormai prive di una base imponibile? Meglio portare a casa il 45% di 50 che il 90% di 5.
Su questo specifico punto sviluppa una riflessione molto sofisticata un altro lavoro discusso oggi a Bruxelles, anche’esso promosso dall?IBL, e cioè il saggio Tax Competition: A Curse or A Blessing? (qui in inglese, ma qui c’è una sintesi in italiano) di Dalibor Rohac, un giovane e brillante economista slovacco che oggi è un ricercatore del Legatum Institute e che qualche anno fa fu pure a Sestri Levante quale relatore di Mises Seminar organizzato dall’IBL. Avvalendosi della teoria dei giochi, nel suo studio Rohac mostra come un’armonizzazione calata dall’alto blocchi ogni processo di apprendimento e soprattutto ostacoli quel dinamismo degli attori che – sul medio e lungo termine – favorisce l’abbassamento delle aliquote e, in questo modo, aiuta a realizzare una migliore integrazione delle economie.
Un’Europa fiscalmente armonizzata, insomma, è destinata a diventare un vero inferno fiscale. Più di quanto non lo sia già oggi.
]]>Ancora una volta, domenica 28 novembre, la democrazia diretta elvetica ha dimostrato tutta la sua efficienza ed efficacia. Sia il banchiere zurighese di Paradeplatz, sia l’ultimo contadino di montagna sperduto in una remota valle alpina (la partecipazione alle urne ha superato il 50%), hanno potuto esprimersi direttamente e senza intermediazioni né partitiche né di rappresentanti politici su due temi importantissimi: il federalismo fiscale e l’espulsione degli stranieri che commettono crimini sul territorio della Confederazione.
I temi in votazione federale necessitano sempre di una doppia maggioranza: quella del popolo e quella dei 26 Cantoni. I cittadini svizzeri hanno rifiutato con un sonoro 58.5% l’iniziativa dei socialisti che intendeva armonizzare i sistemi fiscali dei 26 cantoni introducendo aliquote minime per i cosiddetti ricchi. Questo passo avrebbe minato in un colpo solo: (1) il federalismo fiscale svizzero fatto del 30% di imposte che vanno alla Confederazione e del 70% che rimane ai Cantoni e ai Comuni; (2) la sana concorrenza al ribasso tra le 26 leggi tributarie cantonali; (3) l’attrattività di insediamento in Svizzera per aziende e benestanti; e non da ultimo (4) avrebbe a medio termine esposto l’intera Svizzera a pressioni fiscali armonizzatrici da parte dell’UE, producendo crepe nella sovranità in materia di finanza pubblica. Il cittadino svizzero ha invece nuovamente ribadito che vuole decidere lui sia le spese pubbliche sia la loro copertura. Vuole decidere lui il grado di ridistribuzione che il fisco deve giocare. E vuole decidere lui cosa è fiscalmente equo e ciò che non lo è, senza rigidi e duraturi vincoli di legge. Domenica il cittadino svizzero ha fatto suo il principio che chi paga comanda e chi comanda paga.
Il secondo tema in votazione era l’iniziativa dell’Unione Democratica di Centro, un partito di destra, che voleva l’espulsione diretta dei residenti stranieri che commettono crimini in Svizzera. Va notato che la Svizzera, non lo si ricorda mai, detiene il record europeo quanto a popolazione straniera residente (quasi 1 cittadino su 4). Anche qui il cittadino si è pronunciato con una maggioranza del 53% non per una politica xenofoba, bensì di protezione, ribadendo che il Paese è certamente aperto all’immigrazione, a patto che chi entri in casa si comporti adeguatamente, rispetti la cultura e i valori locali, e contribuisca a costruire il proprio benessere personale e il bene comune. Si noti che il Governo federale aveva proposto un controprogetto di legge che mirava allo stesso scopo, ma sfumando le casistiche di crimine. I cittadini lo hanno semplicemente ignorato, scegliendo la versione originale per la quale erano state raccolte le firme popolari. Il voto popolare dovrà certamente venire corretto tecnicamente dal punto di vista giuridico, ma la politica non potrà non riconoscere il chiaro messaggio uscito dall’urna in materia di residenza e delinquenza.
Il vecchio metodo svizzero di far esprimere su tutto il popolo ha di nuovo smentito chi pensava di scrivere a tavolino le regole di come appropriarsi di mezzi privati; e ha pure smentito chi pensava che le porte da tempo tradizionalmente aperte agli stranieri dovevano rimanere tali sempre e a prescindere dal fatto se chi entra abbia buone o cattive intenzioni.
Sergio Morisoli è economista
La famiglia naturale composta da persone eterosessuali è un fondamento etico del quale non si può negare la legittima difesa. Senza per questo escludere le coppie di fatto con figli dalle nuove egevolazioni. Ma sarebbe meglio se la politica badasse al sodo della questione, prima di inoltrarsi sulla via della polemica. Perché, altrimenti, il rischio è di contrapporre etiche distinte, ma trascurando di fatto la centralità della famiglia in quanto tale. Nucleo essenziale della vita sociale ed economica del nostro Paese. Primo integratore del reddito di giovani e anziani, disabili e malati. Cellula fondamentale della formazione del capitale umano e relazionale, i due pilastri essenziali dello sviluppo in una società della conoscenza, prima ancora del capitale fisico e di quello finanziario.
La famiglia italiana è il primo protagonista della vita nazionale, ed è insieme quello che ha più titoli per una profonda delusione. E’ il soggetto più trascurato dalla politica, più ancora delle imprese, più e peggio dei lavoratori e dei pensionati. Se diamo un’occhiata alle cifre rielaborate nel rapporto Cisf 2009 pubblicato da Franco Angeli pochi mesi fa, c’è da raggelare. Il 53,45 delle famiglie italiane, che sono in totale circa 24 milioni, non ha figli. Il 21,9% ha un figlio. Il 19,5% ne ha due. Il 4,4% ne ha tre. Solo lo 0,7% ne ha quattro. E’ dal 1978 che il tasso di fecondità è molto al di sotto di quei 2,1 figli per donna che servono a tenere in equilibrio la composizione per età della popolazione, e cioè a preservare i conti previdenziali intergenerazionali in futuro. Siamo nel 2009 a 1,4 figli per donna, 1,3 tra le italiane e 2,1 per le immigrate.
Eppure, nei sondaggi il numero medio dei figli desiderati dalle famiglie italiane sarebbe superiore a 2. Poiché generalmente non viviamo più in un Paese disposto ai sacrifici di cui furono capaci i nostri padri e i nostri nonni, è allo Stato che le famiglie italiane imputano la responsabilità per il numero inferiore di figli a cui sono per così dire “costrette”. Quando nella famiglia sono presenti tre figli, l’incidenza della povertà assoluta -à espressa come distanza dalla linea mediana del reddito procapite delle famiglie italiane – raddoppia, passando all’8% rispetto al 4% che riguarda le famiglie italiane nella loro totalità, e quadruplica rispetto al 2% che riguarda invece le famiglie con un solo figlio. Se i costo mensile di mantenimento di un bambino tra o e 5 anni è calcolato dall’Istat mediamente come di 317 euro al mese, il costo di accrescimento complessivo del figlio finché resta a carico diventa in media di 800 euro al mese. Ed è dichiarando di non poter sopportare questi costi, che oltre la metà delle famiglie finisce per restare senza figli.
Ci sono almeno tre questioni di fondo alle quali non è facile rispondere, stanti le condizioni della finanza pubblica italiana – motivo che spiega perché Tremonti proceda coi piedi di piombo.
Il primo è il fisco, che in Italia disconosce la capacità contributiva se non individuale a differenza di quanto capita in tantissimi altri paese, e così finisce per sfavorire la fecondità visto che, per chi ha tre figli e con un reddito sino ai 20 mila euro l’anno, il fisco italiano finisce per gravare tra il 30 e il 40% in più rispetto alla Francia e alla Germania. Personalmente sono per il minimumfamilienprinzip alla tedesca, un tetto di reddito familiare modificato di anno in anno dfel tutto intangibile a quelunque pretesa fiscale dell’ordinamento. Una sana barriera di diritto naturale alla fame dello Stato, in germania reintrodotta dalla Corte di Karlsruhe, primo motore della discesa della spesa pubblica e della pressione fiscale di olrre 5 punti di Pil prima della crisi.
Il secondo è il peso relativo dell’intera politica sociale rivolta alla famiglia, dagli asili nido fino alla conciliazione dei tempi-lavoro di padri e madri rispetto ai congedi parentali: l’Italia spende per la funzione famiglia poco più dell’1% del Pil, la Francia il 2,5% e la Germania più del 3%. Spostare un punto e qualcosa di Pil a favore della famiglia significa spostare 16 miliardi di euro, raggiungere la Francia significa riallocarne 23. Alzi la mano chi è disposto, tra i beneficiari della spesa pubblica italiana, a rinunciare a somme che, per addizione, giungano a cifre simili.
Il terzo è che l’intero welfare andrebbe riorientato in maniera sussidiaria, decentrate e aperta al privato sociale, ponendo al centro la famiglia e incentivando fiscalmente chi le offre servizi che lo Stato non è in grado di offrire.
E’ una vera rivoluzione, quella che servirebbe per ridare smalto e futuro alla famiglia italiana. In un Paese in cui tutti lamentano di voler più spesa pubblica per sé, resterà impossibile fare una scelta decisa a favore del nostro futuro. E’ solo tagliando in profondità e riallocando con decisione a favore della procreazione, che non dipenderemo in futuro da un numero ancora maggiore di immigrati.
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Gli studenti, alle prese con le vacanze d’autunno, hanno deciso di riposare, mentre i sindacati hanno allentato la morsa.
Non è la prima volta che sindacati e studenti si alleano per cercare di evitare dei cambiamenti necessari in tema di riforme.
La Francia è il paese degli scioperi. Vi possono quelli “leggeri”; un’esempio è quello attuato dai controllori di volo, che sono in sciopero ormai da mesi e continuano a provocare ritardi per molti voli che transitano sopra il territorio d’Oltralpe. Spesso, invece, il blocco riguarda quasi qualunque attività. Nelle ultime settimane anche le raffinerie sono state “occupate”, impedendo ai cittadini di fare rifornimento di carburante.
Il tema del lavoro e delle pensioni è molto caldo in Francia, distorto molte volte da “leggende” economiche. Una di questa, forse la più importante, è quella che disegna il mercato del lavoro come un’enorme torta.
Solo quando una fetta di questa torta, i pensionati, lasciano il loro posto, vi è la possibilità per i giovani di entrare. È la ragione principale per la quale il movimento studentesco si è unito alla protesta sindacale. I giovani, che vedono un tasso di disoccupazione del 24,4 per cento, molto superiore alla media nazionale del 10,1 per cento, vedono in questa riforma il male di tutti i mali. Invece il mercato del lavoro è una torta che si può allargare, togliendo i freni che limitano l’occupazione.
Il mercato del lavoro francese avrebbe bisogno di altre riforme oltre a quella delle pensioni, sulla quale è in corso lo scontro. Il salario minimo elevato, un’eccessiva burocratizzazione del sistema sono due delle cause che lo rendono poco flessibile.
Il mantenimento dello status quo è certamente uno dei punti di debolezza del Paese Transalpino. Alzare l’età minima pensionabile dai 60 ai 62 anni è necessario in un sistema che vede la spesa pensionistica in aumento. L’etá media di vita si allunga ed i sindacati francesi alleati al Partito Socialista non vogliono tenere conto di questa fattualitá tragica per un Paese che ha un debito ormai superiore all’80 per cento del Prodotto Interno Lordo.
Questa riforma non tocca nemmeno tutte le categorie sociali; in Francia rimangono delle nicchie per le quali non valgono le regole di tutti. In molte aziende pubbliche l’età pensionabile si abbassa a 55 anni e in un Paese dove le grandi imprese di Stato hanno ancora un peso rilevante, questa differenza provoca uno scontento popolare.
Il “Paese dell’égalité” in realtà è più uguale solo per alcuni”fortunati”. E questi fortunati hanno un peso politico rilevante. Un caso per tutti è quello degli “cheminots”, vale a dire i ferrovieri. Sono oltre 200 mila e quando decidono di bloccare la Francia e Parigi, nella cui area urbana risiede il 20 per cento della popolazione francese, hanno la capacitá di creare enormi disagi.
Sarkozy con questa riforma, nella quale s’innalzano anche gli anni di contribuzione minima, fa un passo in avanti, ma in realtà non va completamente alla radice del problema francese. Non elimina la posizione di forza di cui ancora gode il sindacato.
Per questa ragione chi la pensa come i sindacati e il partito socialista mantiene una profonda avversione alle politiche del Presidente della Repubblica, ma chi aveva visto in Sarkozy l’uomo del cambiamento, in realtà ne è rimasto profondamente deluso.
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Lo studio nasce in realtà dalla domanda se sia giusto, il tentativo di Obama in atto negli USA di estendere lo Stato e il suo prelievo fiscale sempre più verso grandezze europee. Ma poiché per dimostrare la sua risposta – che è no – deve dimostrarne la ragione, e per farlo prende in considerazione gli effetti comparati che la tassazione sul lavoro esercita in concreto sulle ore lavorate in tutti i Paesi Ocse, ecco che i dati servono benissimo a riflettere anche a casa nostra, in Italia. Perché i dati mostrano inequivocabilmente che continua ad aver ragione il buon Ted Prescott, che ci ha preso il Nobel coi suoi studi sul rapporto che l’alta pressione fiscale esercita, disincentivando l’offerta di lavoro.
Per averne evidenza, prima ancora di leggere il paper andate direttamente alle due tabelle. Nella tabella 1 trovate il totale della pressione fiscale e contributiva sul lavoro nei maggiori Paesi OCSE, nel 1960, 1980. e nel 2000. La media OCSE passa dal 25,4% del ’60, al 36% dell’80, al 41,9% nel 2000, cioè cresce in 40 anni di 16,5 punti. Gli Stati Uniti però sono il Paese che resta assolutamente sotto media, passando dal 22,1% del ’60 al 28,6% nel 2000, con un aumento di soli 6,5 punti. Tutti i Paesi europei hanno incrementi a doppia cifra e quasi sempre partendo da una base iniziale più alta: la Germania passa da 33,5% al 47,7% con un più 14,2; la Francia passa da un 36,6% al 49,7% con un più 13,1; la Finlandia da un 26% al 52,4% con più 26,4. L’Italia è il Paese con la maggior crescita del prelievo sul lavoro nel quarantennio dopo appunto Finlandia e Svezia (quest’ultima passa dal 31,6% al 59,1% con un più 27,5). Sul lavoro italiano, la pressione ficale e contributiva passa dal 25,5% del 1960 – una media pari allora a quella del Regno Unito – al 49,1% con un aumento di 23,6 punti (mentre il Regno Unito sale solo di 10 punti, e si ferma nel 2000 a un prelievo del 36%).
Qual è l’effetto sulle ore lavorate esercitato dal diverso andamento del prelievo tributario e contribuitivo? Andate alla tabella 2. In media le ore lavorate settimanalmente per persona di età 15-64 nei Paesi Ocse passano da 28,1 nel 1960 a 23,3 nel 1980 a 22,5 nel 2000: in media cioè a un aumento nel quarantennio del 16,5% di tax rate reale corrisponde una diminuzione di ore lavorate pari a -18,7% in area Ocse.
Solo che questo dato è la media di due sottoinsieme assai diversi. Da una parte ci sono gli Stati Uniti (e il Canada), in cui la limitata crescita della pressione fiscale sul lavoro pari al solo 6,5% ha prodotto un aumento delle ore lavorate del 10% tra il 1960 e il 2000 (state attenti, la cifra delle ore lavorate nel 2000 USA è sbagliata per un refuso: ripetete quella sovrastante del Regno Unito ma ho controllato, in realtà non è 23,3 ma 25,3 rispetto alle 23,7 del 1960, dunque più 10% appunto). Nei Paesi europei, invece, in media maggiore è l’aumento della pressione fiscale maggiore è il decremento di ore lavorate: in Germania il calo è del 30% passando dalle 28,7 del 1960 a 19,8; in Francia è del 35,3% passando dalle 29,8 a 19,3. In Italia il decremento è del 32,3%, passando da 31,2 ore settimanali a 21,2. L’unico Paese a fare vera eccezione alla regola è la Svezia, dove malgrado l’incremento di 27,5 punti di presione fiscale fino allo spaventoso 59%, il decremento di ore lavorate sui limita nel quarantennio al 7% cioè da 25,3 a 23,5: ma la spiegazione è che nel 1960 la media settimanale svedese era già la più bassa dell’Europa continentale, di 7,5 ore inferiore alla media britannica, d 5,9 rispetto all’Italia, di 3,4 rispetto alla Germania.
La conclusione è evidente. Più aumentano tasse e contributi, più la gente sta a casa invece di lavorare. Trovate tutta la letteratura del caso per approfondire indicata a fine saggio, se pensate che le differenze culturali abbiano un peso – ce l’hanno – come i più o meno efficienti sistemi nazionali di welfare – ce l’hanno anch’essi, e il nostro è inefficiente, basato sulle ipertutele rigide concentrate in capo ai dipendenti a tempo indeterminato. Ma l’andamento dell’Olanda, disaggregato per periodi di tempo in cui tasse e contributi sono saliti rispetto a quando la politica ha deciso di abbassarli ( a differenza degli altri Paesi dove l’aumento non ha praticamente mai conosciuto se non soste, ma senza mai invertire segno), testimonia che a ogni discesa e risalita fiscale ha corrisposto inversamente un aumento o una diminuzione delle ore lavorate. Come volevasi dimostrare.
Per questo dico: evviva il sidnacato che si decide a scendere in piazze per meno tasse. Inevitabilmente anche di qui, passa la possibilità – per me: necessità – di una maggior produttività per l’Italia. Noi diremo sicuramente che i tagli a tasse e spesa servono più incisivi, ma il sindacato in questo caso dà una mano eccome. Perché rompe finalmente un tabù storico. Era tempo, santiddio.
]]>La premessa per comprendere meglio in che cosa consista, questo nuovo patto sociale, è la comprensione della nuova globalizzazione con cui siamo alle prese. Il mondo post crisi vede leader mondiale della produzione industriale la Cina e non più gli Stati Uniti. Vede l’intera costa occidentale del Pacifico, da Vietnam e Thailandia a Corea del Sud e Indonesia, non più sotto l’orbita economica e politica degli States, ma di Pechino, che ha agganciato l’export asiatico alla soddisfazione dei propri consumi interni, destinati a crescere vorticosamente sostituendo la tossicchiante domanda americana.
Chi era critico della globalizzazione anglosassone, resta ancor più critico anche di questa neoglobalizzazione a guida asiatica. Gode di vasto consenso, infatti, la tesi secondo la quale (vedi ultimi interventi di Luciano Gallino ed Eugenio Scalfari, su Repubblica) tentare di assicurarsi quote crescenti di quei mercati, che vedranno centinaia di milioni di neoconsumatori affacciarsi a bisogni crescenti, comporti una concorrenza al ribasso dei costi e dei diritti dei lavoratori dei Paesi avanzati. Come a dire che se la Fiat punta a diventare un gigante mondiale bisogna fermarla, perché se ci riesce significa che gli operai di Pomigliano, Melfi e Mirafiori saranno costretti alle basse paghe e agli zero diritti degli operai cinesi.
E’ una tesi popolare, abilmente insufflata da quel pezzo di sindacato e di sinistra che continua a guardare alla storia attraverso lo specchietto retrovisore. E le lenti della nostalgia, dei mitici anni in cui bandiere rosse e consensi a milioni tra gli operai facevano pensare che la fabbrica fosse finalmente nelle mani giuste, cioè quelle degli sfruttati in lotta naturale contro gli odiati e famigerati “padroni”.
Senonché, si tratta di una tesi completamente falsa. L’intera storia della globalizzazione, dalla prima rivoluzione industriale manchesteriana e dall’applicazione della legge dei rendimenti comparati e della specializzazione del lavoro, è fatta di Paesi che si affermano e restano per lungo tempo leader, anche nell’espansione dei mercati ad aree a più basso costo del lavoro. Purché naturalmente quei Paesi avanzati non dimentichino che devono preservare due condizioni. La prima è che devono avere una struttura produttiva flessibile, in grado di rispondere rapidamente alla mutata domanda internazionale. La seconda è che devono restare titolari di tecnologie di prodotto e processo, gestionali, commerciali e distributive, capaci di preservare la leadership nella parte più elevata del valore aggiunto, quella che i Paesi emergenti metteranno più tempo a raggiungere. E’ grazie a questa leadership, che si realizzano utili tali da continuare a sostenere redditi elevati tantod elle inmprese, che dei loro dipendenti. Così facendo la Gran Bretagna preservò la sua egemonia nell’Ottocento, e gli Stati Uniti la loro nel Novecento e fino alla grande crisi attuale. La differenza rispetto al passato è che semmai i Paesi meno avanzati oggi sono assai più rapidi di un tempo, nel dover concedere aumenti salariali e dei diritti: persino la Cina comunista, registra negli ultimi sei mesi aumenti retributivi tra il 15% e il 25% nel più della propria manifattura.
Ma perché la struttura produttiva sia flessibile e contemporaneamente capace di concentrarsi sull’affinamento e l’innovazione delle tecnologie, occorrono anche regole condivise capaci di rendere possibili queste innovazioni continue. A volte, come nel caso Fiat in Italia, innovazioni di forte discontinuità, visto lo stato di fortissima difficoltà dell’azienda quando Marchionne la prese in mano.
Ma il nuovo patto sociale indicato da Marchionne e Marcegaglia offre ai lavoratori più retribuzione netta e meno tassata, non meno. Oltre a rappresentare l’unica strada oggi possibile per difendere la base occupazione attuale, e per estenderla ulteriormente in futuro. Certo, trattare stabilimento per stabilimento e azienda per azienda le nuove condizioni di miglior utilizzo degli impianti attraverso turni, orari e straordinari, in cambio non solo di più retribuzione ma altresì di 20 miliardi di investimenti, implica l’addio ai vecchi riti e miti della contrattazione centralizzata e iperpoliticizzata.
Ma è di questo che c’è bisogno, nel mondo nuovo. Concretezza, rigore, reciproco vantaggio tra capitale e lavoro. Il nuovo patto sociale manda in soffitta i rottami ideologici della contrapposizione di classe. Non si fonda più sul collettivismo corporativo. Ma sull’utile comune e condiviso di una nuova responsabilità sociale. Che guarda al miglioramento del benessere e dei consumi di miliardi di individui nel mondo come a una possibilità per tutti, non come a una minaccia.
]]>E’ uscito un interessante paper che realizza in poche pagine proprio la trasposizione di cui stiamo parlando. L’autrice è Delia Velculescu, per il Dipartimento europeo del Fondo Monetario. Ha utilizzato la contabilità ufficiale europea interfacciandola con gli indicatori e le proiezioni di sostenibilità elaborate dall’EC Aging Working Group, il più recente e comrpensivo rapporto sui costi futuri dei diversi attuali sistemi nazionali di welfare in UE27.
I risultati offrono una verità molto più preoccupante, di quella proposta dai conti “all’indietro”. Se la correzione media attuale nell’eurozona in termini di minor deficit pubblico, per raggiungere l’obiettivo di un debito pubblico al 60% del pilcome prescritto da Maastricht entro il 2060 per mantenerlo poi stabile a quella data, è dopo la crisi 08-09 ancora pari a 6 punti di PIl strutturali – cioè definiti e permaneti, non per unanno – se si adotta l’attuale criterio backward looking, il taglio di bilancio diventa in media di ben 8 punti di Pil se alla stessa data si vuole raggiungere la stessa stabilizzazione di debito ma incrporando gli entitlements che entreranno a maturazione di qui ad allora.
Divertitevi a guardare la graduatoria dei Paesi in figura 3, rispetto alla linea media di tagli dell’8% , e scoprirete come sopra addirittura la linea del 12% e fino al 16% addirittura ci sono Spagna, Slovenia, Regno Unito, Lussemburgo, Grecia e Irlanda. La sorpresa per alcuni di voi sarà constatare che, “guardando al futuro”, l’Italia sta decisamente messa meglio di quanto, scommetto, molti di voi crederebbero. Siamo l’unico grande Paese europeo, infatti, che deve tagliare di più per stabilizzare il debito “guardando all’indietro”, più di due punti di Pil stabilmente, di quanto avvenga invece “guardando in avanti”, poco meno di 2 punti. Dipende dalle riforme delle pensioni votate, essenzialmente, una volta che andranno pienamente a regime. Quando gli italiani scopriranno che il loro reddito disponibile per mantenersi a ciò che sono abituati imporrà di vendere case, se le hanno. ma questo è un altro paio di maniche…
]]>Andamenti prezzo case
Il tasso di disoccupazione è salito da poco più dell’8 per cento a oltre il 20 per cento in poco più di due anni; e su questi livelli dovrebbe stabilizzarsi per tutto il 2010 e il 2011. La crescita economica ha visto una recessione importante, anche se inferiore a quella italiana nel biennio 2008-2009, ma il 2010 potrebbe essere il terzo anno consecutivo con un prodotto interno in contrazione.
Il Governo spagnolo, guidato da Zapatero, ha dapprima negato la crisi, almeno fino al 2009, ma successivamente, di fronte all’evidenza dei dati statistici, ha deciso di intervenire pesantemente nell’economia.
Le misure di aiuto ai disoccupati sono state aumentate, senza che in alcun modo si modificassero le regole per potere accedere a questi aiuti. Molti lavoratori in Spagna, preferiscono oggi restare nel “paro” (la disoccupazione), perché lo Stato gli garantisce il 90%, l’80 % e il 70 % dell’ultimo reddito per i tre anni successivi al licenziamento.
La riforma dell’indennizzo al licenziamento
E proprio sul diritto a licenziare da parte delle aziende si sta giocando una partita importante. Lo scorso 16 giugno il Governo ha invertito la propria politica sul mercato del lavoro, diminuendo la somma di denaro che le imprese devono dare ai lavoratori in caso di licenziamento.
Prima della riforma il mercato spagnolo era fortemente dualistico, poiché vi erano i lavoratori di serie “A”, con il diritto di ricevere 45 giorni di salario per ogni anno lavorato al momento del licenziamento. I lavoratori di serie “B”, invece erano i lavoratori temporanei che non avevo diritto ad alcun indennizzo.
I lavoratori di serie “B” di solito erano i giovani e nel momento di crisi il tasso di disoccupazione in questa categoria ha raggiunto quasi il 50 per cento. Questo è dovuto principalmente al fatto che le imprese, al momento di tagliare il personale, erano “costrette” a ridurre l’occupazione che chiaramente era meno costosa indennizzare.
La riforma del Governo riduce a 33 i giorni per anno lavorato l’indennizzo e in caso di crisi aziendale il limite scende a 20 giorni. La riforma tuttavia non è stata appoggiata dai partiti di sinistra che appoggiano Zapatero e per passare in Parlamento ha dovuto appoggiarsi sull’astensione del CIU. Il CIU è una forza di destra della Catalunya, che ha già salvato Zapatero nel piano dei tagli di 15 miliardi di euro dello scorso maggio. Questa maggioranza trasversale evidenzia la debolezza del PSOE, il quale è costretto ogni volta a trattare per far passare le leggi in Parlamento.
Lo stesso Partito Popolare non si è ancora pronunciato sulla riforma che tuttavia ritiene troppo timida. Molti economisti chiedono al Governo molto più coraggio al Governo che non ha ancora risolto altre partite importanti, come quello delle pensioni.
Perché tale riforma è necessaria? Il costo per gli ammortizzatori sociali legati alla disoccupazione hanno raggiunto i 40 miliardi di euro nell’ultimo anno, su un totale dell’entrate Statali di poco superiori a 100 miliardi di euro.
Il deficit Statale ha superato l’11 per cento lo scorso anno e quest’anno dovrebbe essere superiore all’8 per cento. È una delle ragioni per le quali i mercati sono nervosi e il differenziale con il Bund tedesco è cresciuto ad oltre il 2,2 per cento. Un’altra ragione del nervosismo è dovuto alla discrepanza tra le dichiarazioni del direttore del Fondo Monetario internazionale, Dominique Strauss-Kahn e il primo ministro spagnolo Zapatero. Il primo ha dichiarato prima dell’incontro che si è tenuto a Madrid il 18 giugno che la discussione “non ha come obiettivo parlare di un possibile salvataggio della Spagna, ma si sarebbe parlato solo delle riforme”, mentre il secondo, sempre prima dell’incontro aveva dichiarato che l’invito per il direttore del FMI è avvenuto per “spiegare che la solvenza dell’economia spagnola è fuori discussione”.
Un minimo di coordinazione nelle dichiarazioni avrebbe certamente tranquillizzato i mercati che si sono molto preoccupati dell’andamento del deficit spagnolo.
Le riforme strutturali sono necessarie in un Paese che è cresciuto molto velocemente negli ultimi 15 anni e le quali entrate tributarie hanno avuto un boom. Le amministrazioni pubbliche si sono ritrovate con una “manna” fiscale che hanno scialacquato nel corso degli anni. Il debito spagnolo non è a livelli esagerati e anche nei prossimi anni, quando raggiungerà il picco, non dovrebbe superare l’80 per cento.
(Domenica la seconda parte)
]]>I governi hanno mostrato più prontezza ed energia, nel valutare i rischi che si aprivano sotto i piedi europei, e la necessità di un’energica correzione di rotta su deficit e debito pubblico. Al termine del primo semestre 2010, abbiamo oramai una stima precisa delle manovre di correzione varate da tutti i Paesi europei. Se si somma il Regno Unito ai 16 Paesi dell’eurozona, la correzione complessiva del deficit tendenziale – per oltre l’80% concentrata più nel breve che nel medio termine, tra 2011 e 2013 – è infatti stata pari al 4,1% del Pil totale di riferimento. Si va dalle punte massime del -10,7% della Grecia, -8,2% della Spagna, -6,6% del Portogallo, -6% del Regno Unito, -5,3% del Belgio, -4,5% della Francia, al – 3,2% dell’Irlanda (che sembra più basso di quanto non sia in realtà, visto che bisogna sommarvi altri 2,5 punti di Pil di deficit in meno tagliati già nel 2008s ul 2009). Fino al -3% della Germania, -2,5% della Slovacchia, -2,1% dell’Olanda, e al -1,6% dell’Italia.
In questa classifica, l’Italia è tra quelli che hanno tagliato di meno, sotto di di noi c’è solo l’Austria con una manovra correttiva pari allo 0,9% del suo Pil. Ed è una collocazione rispetto alla quale vale la pena di spendere qualche parola. Se infatti pensiamo che l’Italia, col 14,2% di quota del Pil euroarea+UK, ha invece un debito pubblico pari al 23,6% complessivo (superato dalla Germania, che sta al 25%, la Francia ci segue col 21,2%, il Regno Unito sta ancora solo al 15,2%), se ne potrebbe dedurre che la manovra di stabilizzazione italiana è stata insufficiente, rispetto alla media degli altri grandi Paesi.
Ma quello che non bisogna mai dimenticare era la situazione tendenziale in corso allorché è esplosa la crisi dell’eurodebito, a metà del gennaio scorso. L’Italia era infatti a fine 2009 il Paese con minor deficit primario nell’intera lista, di poco superiore al punto di Pil, dopodiché venivano Germania e Austria intorno ai 2 punti, il Belgio a 2,5, l’Olanda a 4 punti, tutti gli altri oltre i 5 punti come la Francia, oltre i 7 come il Portogallo, quasi a 9 la Grecia, addirittura a 10 Regno Unito e Spagna e infine a 12,5 l’Irlanda. La media del deficit primario europeo e britannico era superiore ai 5 punti di Pil, cioè di 4 punti peggiore della nostra, e questo spiega perché il governo italiano per non deprimere troppo l’economia reale se la sia potuta cavare con una correzione tendenziale molto inferiore alla media.
Alcuni, come il professor Paolo Manasse che insegna Economia Internazionale a Bologna, hanno provato a formulare una simulazione nella quale l’aggiustamento di ogni Paese europeo è stato ricondotto a una situazione virtuale, e cioè rispetto a quello medio europeo se le condizioni di debito accumulato, deficit primario, effetto del cambio sul peso relativo dell’export, e bilancia di parte corrente fossero quelli dati dal distribuire a ciascun Paese per il suo peso di abitanti la somma aggregata complessiva di ciascuna di quelle grandezze. In tale simulazione, i Paesi più virtuosi per strategia antideficit di questi mesi rispetto alla media risultano nell’ordine Belgio, Portogallo, Olanda, Spagna e Germania. Mentre a risultare più distante dalla linea mediana della virtù risulta proprio l’Italia, seguita dall’Irlanda, Slovacchia e Austria.
E’ ovvio da che cosa dipenda: dal fatto che con un simile metodo il debito pubblico accumulato pesa molto più del basso deficit primario. Di conseguenza, se ne ricava che l’Italia dovrebbe tagliare tra i 2,4 e i 2,7 punti aggiuntivi di deficit rispetto al Pil in 5 anni, per ridurre più velocemente il suo debito. Ma qui il discorso si fa complicato. Perché significa non più occuparsi di exit strategy come facciamo qui, cioè di come fronteggiare il costo fiscale potenziale aggiuntivo di circa 30 punti di Pil per i Paesi del G20 a seguito della crisi. Ma di valutare quel che occorre per rimediare all’esplosiva tendenza del debito pubblico precedente alla crisi, per via del troppo welfare pubblico rispetto all’invecchiamento futuro della popolazione: un costo aggiuntivo che il FMI valuta attualmente in ben 400 punti di Pil per il G20 nel prossimo trentennio. Per questo politica e opinioni pubbliche è meglio che capiscano, che l’era dello Stato grasso è finita per un bel pezzo.
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