CHICAGO BLOG » Stati Uniti http://www.chicago-blog.it diretto da Oscar Giannino Thu, 23 Dec 2010 19:45:09 +0000 it hourly 1 http://wordpress.org/?v=3.0.1 Legalizzare l’uso di stupefacenti: quale impatto sui bilanci pubblici? – di Flavio Stanchi /2010/12/21/legalizzare-l%e2%80%99uso-di-stupefacenti-quale-impatto-sui-bilanci-pubblici-%e2%80%93-di-flavio-stanchi/ /2010/12/21/legalizzare-l%e2%80%99uso-di-stupefacenti-quale-impatto-sui-bilanci-pubblici-%e2%80%93-di-flavio-stanchi/#comments Tue, 21 Dec 2010 16:00:09 +0000 Guest /?p=7882 Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Flavio Stanchi:

Lo stato della California, che deve rimediare ad un deficit di bilancio di 19,9 miliardi di dollari in vista dell’anno fiscale 2011, a inizio novembre ha votato per il “no” in un referendum popolare sulla legalizzazione della marijuana.

Se a prima vista le due cose possono apparire poco legate tra di loro, bisogna sapere che un recente studio (PDF) di due economisti americani, Jeffrey A. Miron e Katherine Waldock, edito dal Cato Institute, mostra come la stessa California avrebbe potuto generare dalla legalizzazione un risparmio per le casse dello stato di circa 960 milioni di dollari all’anno, senza considerare i possibili introiti derivanti dalla tassazione della droga in questione, stimabili intorno ai 352 milioni di dollari annui. In realtà il dato potrebbe anche essere maggiore, in quanto i due autori, per impostare il calcolo, hanno costruito uno scenario in cui si ipotizza la legalizzazione contemporanea degli stupefacenti da parte di tutti gli stati e del governo federale degli Stati Uniti d’America. Questo significa che, a causa della concorrenza tra stati, gli introiti di natura fiscale risultano minori per ciascuno stato rispetto al caso di una legalizzazione nella sola California.

Per calcolare i possibili ricavi derivanti dalla tassazione delle droghe legalizzate, gli autori hanno prima stimato l’ammontare della spesa in stupefacenti da parte dei consumatori sotto l’attuale condizione di divieto (basandosi sulle stime dell’Office of National Drug Control Policy, rivedute e corrette); in secondo luogo, hanno stimato l’ammontare della stessa spesa nel caso della legalizzazione; infine, guardando all’attuale situazione di alcool e tabacco, hanno formulato un’assunzione sulla tassazione che verrebbe applicata. Lo studio ipotizza che la curva di domanda rimanga invariata a seguito della legalizzazione, a causa del contrasto tra il maggior consumo casuale e la riduzione nel consumo dovuta a un effetto “frutto proibito”: la droga perderebbe il fascino dell’illegalità. Dal lato dell’offerta, prezzi e quantità prodotte dipenderebbero largamente dal tipo di droga in considerazione; se da alcune ricerche emerge che il prezzo della marijuana potrebbe subire una flessione inferiore o uguale al 50%, d’altra parte è lecito aspettarsi che i prezzi della cocaina e dell’eroina possano crollare rispettivamente fino al 20% e al 5% dei prezzi attuali. L’effetto sul consumo varierebbe a seconda dell’elasticità della domanda di stupefacenti, che alcuni studi mostrano essere anelastica; questo significa che una diminuzione del prezzo porterebbe a una riduzione della spesa totale in stupefacenti.

Partendo da queste ipotesi e allargando l’analisi a tutti gli stati e al governo federale, il risparmio per il paese dovuto alla legalizzazione della sola marijuana ammonterebbe a circa 8,7 milardi di dollari, derivanti dalla riduzione delle spese di polizia, delle spese giudiziarie e di quelle penitenziarie legate al traffico e al possesso della droga. Ipotizzando poi una tassazione simile a quella di alcool e tabacco, con un’accisa che pesa per il 33% del prezzo finale, e considerando anche le potenziali maggiori entrate delle imposte sul valore aggiunto e sui redditi, gli autori calcolano possibili introiti per altri 8,7 miliardi di dollari.

Generalizzando ulteriormente e guardando alle cifre relative alla legalizzazione (altamente improbabile) di tutti gli stupefacenti, il risparmio per le casse del paese salirebbe a 41,3 miliardi di dollari all’anno e le entrate della tassazione sarebbero pari a 46,7 miliardi di dollari all’anno, per un impatto totale sul bilancio di circa 88 miliardi di dollari annui. Per quanto sia improbabile che i risparmi possano davvero essere quelli prospettati, perché ciò implicherebbe licenziamenti tra le forze dell’ordine, i pubblici ministeri, ecc., è comunque plausibile ipotizzare un miglioramento economico dovuto al ricollocamento di questi a mansioni più produttive.

Il fatto che la legalizzazione possa generare dividendi fiscali non è, da sola, una ragione valida per considerarla una policy migliore della proibizione. Che si prenda l’una o l’altra parte, è tuttavia utile avere un’idea dell’ordine di grandezza dei possibili benefici economici che ne deriverebbero.

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Assegni di disoccupazione vs disoccupazione strutturale /2010/12/11/assegni-di-disoccupazione-vs-disoccupazione-strutturale/ /2010/12/11/assegni-di-disoccupazione-vs-disoccupazione-strutturale/#comments Sat, 11 Dec 2010 11:48:37 +0000 Pietro Monsurrò /?p=7827 E’ noto che pagare la gente per non lavorare fa passare la voglia di lavorare. Si chiama azzardo morale: le persone dovrebbero essere responsabili delle proprie azioni, altrimenti finiscono a comportarsi come le banche e i politici. D’altra parte, non tutta la disoccupazione è volontaria: alcuni non è che non lavorano perché “se ne approfittano”, ma perché non possono essere impiegati altrove.

In questo articolo discuto due questioni strettamente connesse. La prima è: stiamo osservando, negli USA, disoccupazione da “assegno” o disoccupazione strutturale? La seconda è: esiste un modo per distinguere i lavoratori che non “possono” lavorare per i problemi strutturali dell’economia (sicuramente moltissimi) e quelli che semplicemente non vogliono? Non parlerò invece dei salari minimi, perché è banale che anche questi siano causa di disoccupazione,  quasi esclusivamente proprio tra i lavoratori più deboli.

In questo articolo e nei commenti a quest’altro articolo si argomenta il punto, piuttosto ovvio, che gli assegni generano disoccupazione (un’analisi dell’effettiva rilevanza degli effetti in questione è tutt’altro che ovvia: basta il 10% del vecchio stipendio di assegno per generare moral hazard, o basta prendere il 10% in meno dello stipendio per  mantenere voglia di lavorare? Probabilmente una via di mezzo: bastano poche centinaia di euro per avere un effetto significativo sulla disoccupazione, ma la cosa dipende anche da fattori culturali e morali).

Il primo articolo linkato dice: le vacancies sono cresciute, ma anche la disoccupazione di lungo termine, dunque il problema è l’assegno di disoccupazione. La conclusione è prematura. Se aumentano le vacancies per le infermiere, e i disoccupati sono principalmente operai edili, la disoccupazione di lungo termine può aumentare anche all’aumentare delle vacancies. Come al solito, i dati aggregati non dicono quasi nulla sulla realtà economica: la macroeconomia non esiste.

L’articolo cita tre tipi di mestieri in cui pare ci siano molte vacancies: infermieri, professori, operai industriali. Infermieri e professori non si possono produrre in tempi brevi: se c’è domanda in eccesso dei loro servizi, le vacancies possono naturalmente rimanere a livelli elevati per anni (se l’aumento della domanda non era previsto, cioè se non c’erano professori e infermieri “semilavorati” quasi pronti per entrare sul mercato).

L’industria è più strana: di operai licenziati ce ne sono stati molti (solo nell’automotive si sono persi centinaia di migliaia di posti di lavoro), e se ci sono vacancies o è perché sono già tutti rientrati (molto probabilmente no: l’effetto aggregato sarebbe stato visibile), o perché si richiedono skills ultraspecialistici, o perché ci sono gli assegni di disoccupazione, come sostiene l’articolo. Probabilmente in questo settore l’assegno può essere una spiegazione rilevante per la persistenza della disoccupazione.

Esiste poi un problema di carattere strutturale più subdolo, che, parafrasando un paper di Peek e Rosengren, potremmo chiamare “unemployment evergreening”. Chiunque lavori nel settore immobiliare saprà che deve contrarsi e licenziare: cambiare mestiere è quindi necessario per milioni di americani. Ma il settore immobiliare è anche tenuto artificialmente in piedi, e finché le istituzioni vanno contro i fondamentali, può aver senso aspettare e vedere se si creano posti di lavoro artificiali. Queste aspettative sono pericolose perché rendono persistente la disoccupazione strutturale e rallentano la ripresa, esattamente come il “loan evergreening” a cui si riferivano Peek e Rosengren.

Esiste un meccanismo per fare lo screening tra i lavoratori che hanno problemi a cercare lavoro e lavoratori che ci marciano, in modo da minimizzare il moral hazard aiutando solo i primi? Se un muratore disoccupato vede un job opening come infermiere e non fa domanda, non è il lavoro per lui. Se vede un job opening come operaio in fabbrica e preferisce rimanere con l’assegno, il dubbio che stia approfittando della possibilità di vivere senza lavorare è invece più che lecito.

E’ probabile che molti lavoratori, come dice il secondo articolo, abbiano problemi economici reali, e poco costa dar loro un sussidio: i problemi strutturali comportano un aumento del “tasso naturale di disoccupazione”. Però distinguere chi non lavora perché non può da chi non lavora perché non vuole permetterebbe di liberare risorse per i disoccupati veri (non quelli volontari), ridurre il costo dell’assistenza, e aumentare l’offerta di lavoro nelle aziende che si stanno espandendo, accelerando la ripresa e facilitando la ristrutturazione dell’economia.

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Perché da noi si mistificano i Tea Parties /2010/11/09/perche-da-noi-si-mistificano-i-tea-parties/ /2010/11/09/perche-da-noi-si-mistificano-i-tea-parties/#comments Tue, 09 Nov 2010 15:55:32 +0000 Oscar Giannino /?p=7534 Ancora una volta, negli Stati Uniti il pendolo elettorale si è potentemente spostato. E ancora una volta lo ha fatto in una maniera che in Italia e nel più dell’Europa continentale risulta incomprensibile. Ve ne fornisco una modesta riprova.

Ho condotto un’indagine registrando sul mio pc 276 articoli dell’intero spettro della stampa quotidiana nazionale e locale italiana dal manifesto a Libero e comprese 15 testate locali più importanti, articoli dedicati alla presentazione delle elezioni di midterm nella settimana che ha preceduto le consultazioni, e oltre 350 nei tre giorni successivi, a commento del risultato. In queste elezioni la grande novità è rappresentata dalla storia e dalla posizione dei Tea Parties, che hanno invertito la polarità come il Contratto con l’America di Newt Gingrich fu la base del lunghi anni di Congresso repubblicano, da metà mandato di Clinton fino alla rivincita democratica sotto Bush figlio. Ebbene, su un totale di oltre 600 articoli, circa 480 davano conto dei Tea Parties come una rete potentemente sostenuta dalle grandi corporations, pressoché agli ordini o quanto meno astutamente strumentalizzata da Karl Rove – il mago della mobilitazione repubblicana sotto Bush padre e figlio – nonché come un movimento in cui abbondavano pazzi e spostati, razzisti del Sud armati fino ai denti, antiabortisti visionari e ballisti predicatori di castità come Christine O’Donnel, che ha finito per perdere disastrosamente in Delaware. Dettagliate e più corrette – a mio giudizio, naturalmente, non ho alcuna pretesa di parlare a nome di presunte “verità” – ricostruzioni dei Tea Parties come movimento che nasce si diffonde localmente, come protesta spontanea dal basso innanzitutto contro le politiche stataliste e salvabanche seguite da Bush figlio ben prima ancora che Obama vincesse le elezioni, prima del voto sono state offerte ai lettori italiani a malapena in una cinquantina di articoli, meno cioè del 10%.

Solo all’indomani del voto, la percentuale di analisi meno estreme dedicate ai Tea Parties si è leggermente equilibrata, soprattutto grazie a vittorie di personaggi di spicco come Marc Rubio in Florida, comunque descritto come politico di lungo corso abile nel cavalcare la protesta ma estraneo alla vera natura del movimento. Gli accenti già mutavano quando si passava alla descrizione di Rand Paul, il giovane oftalmologo vittorioso grazie soprattutto al fatto di essere figlio di Ron Paul, figura di riferimento dell’elettorato libertario pronto anche a candidarsi come indipendente nella gara per le ultime presidenziali, con proposte che in Europa lo fanno passare come matto quali l’abolizione della FED e il ritorno in sua vece al regime del gold standard. Tra parentesi, nella nuova Camera dei Rappresentanti a nettissima maggioranza repubblicana è proprio Ron Paul, il candidato senior repubblicano numero uno alla carica di presidente del sottocomitato alla politica monetaria che è l’interfaccia parlamentare al quale la FED di Bernanke risponde direttamente, visto che nell’ordinamento americano l’autonomia e l’indipendenza del regolatore monetario non lo sottrae a uno stretto regime di audizioni parlamentari, nelle quali i congressmen passano al setaccio le decisioni e gli orientamenti della banca centrale.

Commentando il voto nel mio appuntamento quotidiano con gli ascoltatori di Radio24, ho chiesto esplicitamente al direttore della Stampa, Mario Calabresi, che sul suo giornale insieme al Foglio di Giuliano Ferrara a mio personalissimo giudizio ha dato le informazioni più estese e corrette sui Tea Parties, se non pesasse un pregiudizio tutto italiano e per molti versi europeo, nel leggere i fenomeni spontanei della società americana attraverso lenti deformanti e spesso addirittura caricaturali. Mi ha risposto di sì, che anche nella sua esperienza di corrispondente dagli USA aveva spesso toccato con mano che questo pregiudizio c’è eccome.

Non è questione di malafede, o di voler artatamente leggere la politica americana con l’occhio italiano ed europeo, che è abituato a considerare i partiti politici come unici veri attori della politica e, di solito, con una forza o un polo a maggioranza moderato-cristiano alla quale si oppone un grande partito o un’alleanza progressista-socialista. Un doppio binario che negli States è fuorviante: perché lì la mobilitazione dal basso indipendentemente dai partiti è costitutiva dell’idea stessa dell’Unione, il socialismo non c’è mai stato, e l’impronta religiosa e cristiana vive e influenza pesantemente entrambe le basi e le dirigenze sia democratiche sia repubblicane, con accenti diversi ma a volte assolutamente trasversali su temi come l’aborto, la bioetica e la ricerca sulle cellule staminali.

C’è qualcosa di più profondo ancora del vizio politologico. E’ un difetto culturale, quello che tanto spesso ci impedisce di capire l’America profonda. Perché siamo pronti a comprendere l’America liberal, quella delle élite accademiche, mediatiche e e degli affari della costa orientale come californiana che da sempre costituiscono il bastione del pensiero progressista americano, favorevole all’intervento pubblico e alle politiche redistribuzioniste, alla forte impronta statalista nella sanità come nel campo ambientale. Sono quelle èlite, sommate a un forte scontento per la guerra in Iraq e in Afghanistan, che nel 2008 si mobilitarono per una riuscitissima campagna dal basso e di raccolta fondi online che risultò decisiva per la vittoria del primo presidente nero contro l’accoppiata McCain-Palin. Una vittoria della quale il primo fattore era l’elevata partecipazione al voto, perché tradizionalmente più si alza l’afflusso alle urne dei ceti a basso reddito, migliori diventano le chances dei democratici.

Ma come siamo tradizionalmente propensi ad avvertire l’impegno delle èlite progressiste americane come qualcosa di familiare a quanto avviene nella politica europea, restiamo invece diffidenti e incapaci di capire una mobilitazione dal basso che non passa affatto dalle élite e che anzi le contesta apertamente, a cominciare dal campo conservatore e da quelle del partito repubblicano. E’ esattamente questo il segno originale dei Tea Parties, che in tutti i sondaggi di cui i lettori italiani hanno letto poco o nulla hanno visto impegnati in maniera crescente elettori che si dichiaravano indipendenti fino a percentuali del 40%, meno lontani dai repubblicani ma comunque per un 16-17% dei casi dichiaratamente ex elettori democratici e non solo alle presidenziali per Obama, ma tradizionalmente al Congresso o per governatori dello Stato.

Che cos’è, allora, a impedirci di capire l’anelito libertario prima che liberista che viene espresso questa volta dai Tea Parties, ma che è una componente permanente e ricorrente dell’impegno civile americano fuori dai partiti e dalla lobbies, siano delle grandi banche che da decenni si sono “comprate” il regolatore USA odelle grande compagnie di ogni genere e settore, dal petrolio agli armamenti, dall’auto a Internet? Essenzialmente tre cose, tre valori, tre princìpi che sono fondanti per decine di milioni di americani nella loro vita quotidiana, prima ancora di ogni giudizio politico sull’amministrazione temporaneamente in carica. I tre princìpi riguardano la proprietà, la libertà e l’eguaglianza. Per moltissimi americani, queste tre parole hanno e manterranno un significato profondamente diverso da come suonano ormai a noi italiani ed europei.

Per noi, la libertà non è più minacciata da alcuna tirannide, e la proprietà privata costituisce non più un bene da affermare come diritto naturale pre esistente a qualuqnue pretesa dell’ordinamento positivo, dello Srato e della politica. La proprietà privata ormai da tempo, nel nostro Paese e nella generalità dell’Europa continentale e scandinava, è anzi un limite sempre più pesante al perseguimento dell’eguaglianza. Per milioni di americani al contrario, anche tra coloro a bassissimo reddito e con le qualifiche più basse nel mondo del lavoro – ce n’è un’infinità nei Tea Parties, non sono ricchi avvocati o rancheros texani – la libertà è per sua stessa natura non egualitaria, perché gli esseri umani differiscono tra loro per forza, intelligenza, ambizione, coraggio e per tutti i più essenziali ingredienti che contribuiscono al successo. Come ha scritto Richard Pipes nel suo bellissimo “Proprietà e libertà”, le pari opportunità e l’eguaglianza di fronte alla legge – nel senso enunciato da Mosè nel Levitico 24,22, “ci sarà per voi una sola legge per il forestiero e per il cittadino del Paese, poiché io sono il Signore vostro Dio” – sono non solo compatibili con la libertà, ma essenziali per la sua sopravvivenza. Ma la parità dei compensi e degli averi – tanto cara a noi – invece non lo è. Anzi essa è del tutto innaturale e pertanto raggiungibile solo attraverso la coercizione. E non c’è coercizione buona quando essa è esercitata in mille modi dagli incentivi e disincentivi pubblici o dalla fiscalità progressiva esercitata dallo Stato, perché al contrario tale coercizione stabilita e perseguita da chi esercita il potere per mandato elettorale risulta ancor più dispotica e inaccettabile di quella esercitata con la forza da un tiranno.

Per quei milioni di americani che si sono mobilitati nei Tea Parties gridando basta all’eccesso di debito pubblico acceso da Obama, ancora insufficiente per i liberals come Paul Krugman e potentemente monetizzato dalla ossequiente FED di Bernanke, l’uguaglianza redistributrice è subdola e inaccettabile perché alzerà ulteriormente le tasse, intaccherà ancor più gravemente le libertà naturali dell’individuo, attribuirà alle persone incaricate di garantirla una serie di privilegi che li innalzeranno ancor più al di sopra del popolo.

Un intero filone della storia americana continua a considerare l’eguaglianza come primo e vero nemico della libertà. E diffida dello Stato e del suo welfare invasivo. Per quegli americani, i diritti economici di libertà indidividuale – cioè la proprietà, e questo spiega anche il diritto a portare armi – resteranno sempre più forti dei diritti civili a un equo trattamento stabilito dall’alto. Per loro, la proprietà privata è l’essenza stessa della diseguaglianza, e al tempo stesso procurarsi una proprietà col successo personale è la più importante delle libertà.

L’Europa, dopo il crac della finanza ad alta leva che spingeva milioni di americani a procurarsi proprietà attraverso l’eccesso di debito, ha pensato che fosse venuto il momento di una vittoria epocale. Finalmente l’anelito proprietario e libertario americano era spezzato per sempre. Lo Stato e le sue politiche redistribuzioniste erano l’unica risposta, l’unica via alla civiltà che tempera l’individuo nel nome degli interessi generali. Che sciocca illusione roussoiana, questa europea. I Tea Parties ci dicono il contrario. L’America profonda sa che crescerà più e meglio di noi con meno Stato o senza Stato tra i piedi. Come è sempre stato. Per questo, del resto, negli USA per ogni cittadino che vive solo del proprio ce n’è non più di 0,6 che percepiscono un qualche reddito integrato o corrisposto dal settore pubblico, mentre in Europa la percentuale è più che doppia da noi, tripla in Francia e quadrupla in Svezia. NOI Siamo figli dell’idealismo organicista, in chiave solidarista cristiana o socialista. La maggioranza degli americani ne resta immune. Quando lo capiremo sarà sempre troppo tardi per noi. Perché, oltre a crescere meno, per questo errore culturale avremo anche subìto più del giusto gli effetti di un’egemonia americana che, nel mondo nuovo, è soggetta sì a potenti ridimensionamenti. Ma portati dalla Cina, non dalla vecchia Europa appesantita dalle sue illusioni.

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Un tè con Oscar. Liveblogging /2010/11/08/un-te-con-oscar-liveblogging-2/ /2010/11/08/un-te-con-oscar-liveblogging-2/#comments Mon, 08 Nov 2010 16:41:55 +0000 Alessia Cimmarrusti /?p=7504 Le elezioni di “mid term” negli Stati Uniti sembrano destinate a segnare il percorso della Presidenza di Barack Obama e da più parti si cerca di valutare quale possa essere l’impatto del movimento dei “Tea Party”: la rivolta “grass-roots” dell’America “profonda”, ricca di contraddizioni, ma in linea di massima di spirito libertario e antistatalista.

A conta ultimata, “Chicago-blog” ha organizzato un evento speciale su “Dopo le elezioni di Mid-Term. Quanto pesano i Tea Party? Parlano i protagonisti”, con Oscar Giannino (Direttore, Chicago-blog), C. Boyden Gray (già Ambasciatore americano presso l’Unione Europea), Matt Kibbe (Presidente, FreedomWorks). Coordina: Alberto Mingardi (Direttore Generale, Istituto Bruno Leoni).

Per l’occasione seguiremo il confronto in tempo reale. Dal “Caffè degli Atellani” di via della Moscova, 28 a Milano liveblogging dell’evento.

18.51. Il fenomeno Tea Party in Italia? Per Giannino non è importabile. Nella nostra storia manca la profondità del pensiero liberale. Nel nostro paese il diritto alla proprietà è ancora un ostacolo all’eguaglianza.

18.48. Si spiega così, quindi, come i tea parties nel nostro immaginario diventino una mera reazione ad Obama (prima balla) e il popolo degli stessi un manipolo di individui dalle caratteristiche antropologiche curiose (seconda balla).

18.45. Il fenomeno Tea Party difficile da comprendere in Italia dove è  raro che un movimento parta dal basso.

18.41. Seicento gli articoli scritti prima e dopo il voto del mid-term. Solo il 10% ha superato il “test della qualità”. Le testate italiane più attendibili: La Stampa e Il Foglio.

18.35. Possibile movimento Tea Party in Italia? Cosa la stampa ha riferito sul movimeto americano e come? …Le “balle” più diffuse. Questi i punti dell’intervento di Oscar Giannino.

18.32. Termina l’intervento di Boyden Gray. Giannino impugna il microfono.

18.30. …che torna sul punto di forza dei Tea Parties: il potere dell’individuo. “Not big government, not big business, only individual power!”.

18.20. La parola passa a Boyden Gray

18.18. Termina l’intervento Matt Kibbe. Arriva Oscar Giannino.

18.13. “Look at the contract!”... “Contract from America”, s’intende. L’ “opa dei Tea Party” sul partito repubblicano.

18.06. Ancora Matt Kibbe sul senso intrinseco al movimento: mobilitare l’elettorato, creare un modo nuovo di fare politica, aggregare il consenso.

18.02. Quali sono le motivazioni che spingono a fare parte del movimento Tea Party? …La parola a Matt Kibbe.

17.54. Mingardi introduce l’incontro e i relatori: C.Boyden Gray, Ambasciatore americano presso l’Unione Europea e Matt Kibbe, presidente di Freedomworks. Due attori principali del movimento dei Tea Party che si fa interprete dello sbigottimento cittadini americani per alcune soluzioni indigeste di Obama.  Raccoglie chi dice No all’aumento della spesa pubblica.

17.52. Gli ospiti si accomodano. Mingardi giustifica il ritardo: “…Minuti utili a spiegare agli ospiti stranieri come funziona l’Italia!”

17:45. La sala è già gremita. In attesa di Oscar Giannino, lasciamo i filtri a riposo per una concentrazione ottimale…

17:30. É l’ora del tè… Un tè con Oscar! Caldi i teapots, fervente l’attesa per l’incontro…

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Come leggere il voto Usa. Senza paraocchi. di Alessandro Tapparini /2010/11/03/come-leggere-il-voto-usa-senza-paraocchi-di-alessandro-tapparini/ /2010/11/03/come-leggere-il-voto-usa-senza-paraocchi-di-alessandro-tapparini/#comments Wed, 03 Nov 2010 22:02:23 +0000 Guest /?p=7458 Proponiamo questa approfondita analisi del voto Usa di Alessandro Tapparini, originariamente pubblicata sul suo blog “Jefferson”.

Lo Tsunami repubblicano, o forse più propriamente il mega-collasso democratico, è arrivato eccome – altro che “clamoroso pareggio” (ma per favore).

Per capire la portata dell’esito di queste midterm, va tenuto ben presente che in gioco erano non solo tutti i seggi della Camera ed un terzo di quelli del Senato (che negli USA si rinnova “a scaglioni”), ma anche ben 39 dei 50 governatori, più moltissime altre importanti elezioni “locali”, a cominciare dai parlamenti degli Stati, più i sindaci di città grandi e piccole, i giudici (che in molto Stati sono eletti dal popolo), e così via.

Quella che fino a ieri chiamavamo opposizione repubblicana era tale anche a questi livelli: i Dem oltre a detenere una vasta maggioranza in entrambi i rami del Congresso erano anche al comando nella maggioranza assoluta degli Stati, sia quanto a governatori che – ancor più – quanto a maggioranze parlamentari locali (le quali a loro volta determinano lo spazio di manovra del governatore).

Inoltre va anche considerato – e non mi pare che i commentatori in queste ore lo stiano facendo – che questa ormai ex opposizione non è certo in forma smagliante (come lo era, ad esempio, nel 1994 quando Clinton subì la rimonta della Republican Revolution); al contrario, è divisa, disordinata e drammaticamente sprovvista di leadership.

Eppure, è andata come è andata.

Alla Camera, per riprendersi la maggioranza ai Rep bastava rimontare di 39 seggi. Nel 1994 ne avevano strappati 54. Oggi se ne sono assicurati almeno 60, almeno il doppio di quanto Larry Sabato vaticinava quest’estate.

Si tratta della più grande vittoria elettorale parlamentare repubblicana dell’ultimo secolo: bisogna risalire al 1894, ai tempi della seconda elezione di Grover Cleveland, per trovare un record superiore. Trombati anche alcuni “inossidabili”, come Ike Skelton, presidente della commissione forze armate della Camera e deputato di un collegio del Missouri dal 1976, quando Obama era un liceale di Honolulu.

Adesso cambierà tutto. Tanto per fare un esempio: sarà ora il “Young Gun” Paul Ryan a presiedere il cruciale House Budget Committee, poltrona che fino ad ora era occupata dal Dem John Spratt così come il seggio del South Carolina dal quale questi è stato detronizzato dopo quasi trent’anni (significa che aveva vinto 14 elezioni consecutive).

Al Senato, dove una opposizione di 41 senatori su 100 ha di fatto un potere di veto su tutte le questioni importanti, i Rep a scrutinio ancora in corso se ne vedono già accreditare non meno di 46. I Dem non hanno perso la maggioranza assoluta ma sono passati dalla “supermaggioranza” (che avevano già perso all’inizio dell’anno con l’elezione di Scott Brown in Massachusetts) ad una risicata maggioranza di cinque o sei senatori (di cui uno è quello col fucile).

A Chicago, sweet home di Obama e roccaforte democratica da decenni, i Dem hanno perso anche il seggio senatoriale che dal 2004 al 2008 fu di Barack Obama (quello, per intenderci, che il famigerato Blago aveva cercato di rivendersi), il quale Obama aveva fortemente appoggiato il candidato Dem cui aveva riservato il suo comizio finale di sabato scorso. Non solo: hanno perso anche il seggio di Springfield, la capitale dell’Illinois, città-simbolo dalla quale Obama lanciò la sua candidatura alle primarie, dove il deputato uscente è stato scalzato da un esordiente “uomo qualunque” sostenuto dai Tea Party, papà di 10 figli e proprietario nientemeno che della pizzeria St. Giuseppe’s Heavenly.

Per quanto riguarda i governatori i Dem, che fino a ieri ne detenevano la maggioranza assoluta (26 su 50), hanno perso circa una dozzina di Stati. Sono tanti. Vuol dire che da oggi tre quarti degli Stati USA saranno governati dai repubblicani. Tra questi alcuni decisivi per vincere le presidenziali, come l’Iowa, lo swing-state per antonomasia Ohio (il neogov. repubblicano è l’ex conduttore Fox News John Kasich) e la Pennsylvania.
Il MidWest da oggi è interamente governato da quei repubblicani che appena due anni fa venivano dati come ridotti a partito regionale del profondo Sud.
Ma il picco più impressionante si è registrato nelle elezioni dei parlamenti “locali”, che non vanno sottovalutate.

Una valanga rossa di queste proporzioni nei parlamenti statali non si ebbe nemmeno ai tempi di Reagan. In una dozzina di casi i Rep. hanno conquistato la maggioranza in parlamenti dove sino a ieri erano all’opposizione da un’eternità.

In Texas, il secondo stato dopo la California per dimensioni demografiche (ed il più promettente di tutti per vitalità economica), dopo le elezioni del 2008 concomitanti con l’elezione di Obama alla Casa Bianca, i 150 seggi della locale Camera dei Deputati erano perfettamente ripartiti 75 Rep. e 75 Dem.; oggi sono diventati 99 Rep. e 51 Dem.
Spostandosi a nord, uno stato “operaio” come il Minnesota, dove il giovane governatore repubblicano Tim Pawlenty (segnatevi questo nome: ne sentirete parlare parecchio l’anno prossimo, quando si approssimeranno le primarie repubblicane) si destreggiava con un parlamento locale da decenni saldamente in mano ai Dem, stamattina si e’ svegliato con una maggioranza repubblicana addirittura di 87 a 47.

Quanto ai “candidati dei Tea Party”, molto banalmente, sono andati bene quando erano dei buoni candidati, e male quando più o meno “impresentabili”: emblematiche, rispettivamente, la vittoria di Marco Rubio in Florida, e la sconfitta della O’Donnell in Delaware e di Paladino a New York.

L’ultima grande roccaforte democratica resta la California, il più grande stato USA per popolazione ma anche quello che per burocrazia, pressione fiscale, strapotere dei sindacati, normative in materia ambientale, e soprattutto debito pubblico, assomiglia più di ogni altro ad uno della vecchia Europa. Lì i Rep. hanno perso sia la sfida per il seggio senatoriale, dove la ex supermanager della HP Carly Fiorina non è riuscita a scalzare la navigata “boss” democratica Barbara Boxer, che quella per la poltrona di governatore, che il repubblicano “anomalo” Schwarzenegger passerà nemmeno ad un volto nuovo, ma al 72enne democratico Jerry Brown che aveva già lungamente governato il Golden State subito dopo Ronald Reagan. La sfidante supermanager di EBay e Disney Meg Whitman, che complici le sue cospicue finanze personali ha speso per la propria campagna più soldi di rtasca propria di chiunque altro nella storia, ha perso di brutto. Ricordatevene la prossima volta che vi ripetereanno che in America le elezioni le vince il più ricco.

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Il succo del voto midterm USA: Hayek contro Keynes /2010/11/02/il-succo-del-voto-midterm-usa-hayek-contro-keynes/ /2010/11/02/il-succo-del-voto-midterm-usa-hayek-contro-keynes/#comments Tue, 02 Nov 2010 15:23:10 +0000 Oscar Giannino /?p=7450 Il voto in corso negli USA avrà effetti notevolissimi in tutti i Paesi avanzati. Riequilibrerà l’eccesso di debito pubblico e di politiche delle banche centrali volte a monetizzarlo. O almeno questa è la nostra esplicita speranza, dopo due anni di illusione keynesiana che ha portato nei fatti il tasso di crescita USA a rallentare fortemente dopo l’apparente forte ripresa, e l’Europa a incagliarsi nella crisi dell’eurodebito e relativo dibattito tra rigoristi e deficisti. Qui una suggestiva maniera rappata di rappresentare l’eterno confronto tra Hayek e Keynes, dopo il fortunatissimo video che in qualche mese è stato scaricato da oltre due milioni di internauti. “Quando dopo le recessioni e l’esplosione dei debiti pubblici bisogn rimettere le copse a posto, allora Hayek ha molto da dirci”, ecco la prima lezione ricordata nel brevissimo panel che segue il rap. La seconda: nelle crisi si riallinea l’eccesso di capacità, determinato dai molti investimenti facilitati dalle oplitiche monetarie lasche che gonfiavano in bolla consumi e andamento degli asset quotati, riportandolo verso una domanda naturale non più artifciosamente sostenuta da politiche fiscali in deficit e politiche monetarie eterodosse, come il QE 2.0 che molti si aspettanop domani il FOMC della FED riprenda in grande stile per 500 miliardi di dollari, seguito dalla Bank of Japan che potrebbbero estenderlo dagli acquisti di bond anche a quello di tuitoli azionari. Un errore, a nostro modestissimo avviso. Un errore perché ancora inadeguato e insufficiente, dicono gli iperkeyenesiani alla Krugman. Tra poche ore capiremo che cosa ne pensano gli elettori americani. Buona visione.

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Sindacato per meno tasse? Evviva! /2010/09/13/sindacato-per-meno-tasse-evviva/ /2010/09/13/sindacato-per-meno-tasse-evviva/#comments Mon, 13 Sep 2010 19:54:07 +0000 Oscar Giannino /?p=7032 Domattina dedico la “versione di oscar” su radio24 all’annuncio venuto oggi da Cisl e Uil: le due confederazioni riuniranno congiuntamente le segreterie il 15 settembre, per varare una piattaforma di riduzione delle tasse, e scenderanno in piazza per questo il 9 ottobre. Lo dico prima di entrare nel merito delle loro proposte, prima di conoscerle in dettaglio anche se le immagino: dico e grido evviva. Evviva anche se magari dirò nel merito che è troppo poco e troppo tardi. Ma un evviva netto e chiaro. Non solo perché qualunque alleato per la riduzione della schiavitù fiscale è ben accetto. Ma perché il sindacato notoriamente nella storia italiana è un alleato potente. E se finalmente il sindacato si smuove dal solo mantra della lotta all’evasione per destinare più risorse ancora alla spesa pubblica ma – immagino – alla lotta all’evasione che resterà affianca finalmente anche richieste di riduzioni delle imposte, allora vuol dire che finalmente anche il lavoro dipendente comincerà a sentirsi dire da chi – ci piaccia o meno è altro discorso – lo rappresenta, che pagare le tasse NON è bellissimo, e quando poi le tasse sono abnormi è osceno. Non solo perché in cambio lo Stato offre quel che sappiamo. Ma perché più alte sono le tasse, maggiore è l’ingiustizia e l’inefficienza. E poiché nel nostro Paese le tasse sono altissime sia sul lavoro sia sull’impresa, è su entrambe che devono scendere per diminuire ingiustizia e inefficienza. Se avete dubbi, vi invito a leggere questo paper. E’ assolutamente illuminante. Lo ha scritto Richard Rogerson, fellow dell’American Enterprise.

Lo studio nasce in realtà dalla domanda se sia giusto, il tentativo di Obama in atto negli USA di estendere lo Stato e il suo prelievo fiscale sempre più verso grandezze europee. Ma poiché  per dimostrare la sua risposta – che è no – deve dimostrarne la ragione, e per farlo prende in considerazione gli effetti comparati che la tassazione sul lavoro esercita in concreto sulle ore lavorate in tutti i Paesi Ocse, ecco che i dati servono benissimo a riflettere anche a casa nostra, in Italia. Perché i dati mostrano inequivocabilmente che continua ad aver ragione il buon Ted Prescott, che ci ha preso il Nobel coi suoi studi sul rapporto che l’alta pressione fiscale esercita, disincentivando l’offerta di lavoro.

Per averne evidenza, prima ancora di leggere il paper andate direttamente alle due tabelle.  Nella tabella 1 trovate il totale della pressione fiscale e contributiva sul lavoro nei maggiori Paesi OCSE, nel 1960, 1980. e nel 2000. La media OCSE passa dal 25,4% del ’60, al 36% dell’80, al 41,9% nel 2000, cioè cresce in 40 anni di 16,5 punti. Gli Stati Uniti però sono il Paese che resta assolutamente sotto media, passando dal 22,1% del ’60 al 28,6% nel 2000, con un aumento di soli 6,5 punti. Tutti i Paesi europei hanno incrementi a doppia cifra e quasi sempre partendo da una  base iniziale più alta: la Germania passa da 33,5% al 47,7% con un più 14,2; la Francia passa da un 36,6% al 49,7% con un più 13,1; la Finlandia da un 26% al 52,4% con più 26,4. L’Italia è il Paese con la maggior crescita del prelievo sul lavoro nel quarantennio dopo appunto Finlandia e Svezia (quest’ultima passa dal 31,6% al 59,1% con un più 27,5). Sul lavoro italiano, la pressione ficale e contributiva  passa dal 25,5% del 1960 – una media pari allora a quella del Regno Unito – al 49,1% con un aumento di 23,6 punti (mentre il Regno Unito sale solo di 10 punti, e si ferma nel 2000 a un prelievo del 36%).

Qual è l’effetto sulle ore lavorate esercitato dal diverso andamento del prelievo tributario e contribuitivo? Andate alla tabella 2. In media le ore lavorate  settimanalmente per persona di età 15-64 nei Paesi Ocse passano da 28,1 nel 1960 a 23,3 nel 1980 a 22,5 nel 2000: in media cioè a un aumento nel quarantennio del 16,5% di tax rate reale corrisponde una diminuzione di ore lavorate pari a -18,7% in area Ocse.

Solo che questo dato è la media di due sottoinsieme assai diversi. Da una parte ci sono gli Stati Uniti (e il Canada), in cui la limitata crescita della pressione fiscale sul lavoro pari al solo 6,5% ha prodotto un aumento delle ore lavorate del 10% tra il 1960 e il 2000 (state attenti, la cifra delle ore lavorate nel 2000 USA è sbagliata per un refuso: ripetete quella sovrastante del Regno Unito ma ho controllato, in realtà non è 23,3 ma 25,3 rispetto alle 23,7 del 1960, dunque più 10% appunto). Nei Paesi europei, invece, in media maggiore è l’aumento della pressione fiscale maggiore è il decremento di ore lavorate:  in Germania il calo è del 30% passando dalle 28,7 del 1960 a 19,8; in Francia è del 35,3% passando dalle 29,8 a 19,3. In Italia il decremento è del 32,3%, passando da 31,2 ore settimanali a 21,2. L’unico Paese a fare vera eccezione alla regola è la Svezia, dove malgrado l’incremento di 27,5 punti di presione fiscale fino allo spaventoso 59%, il decremento di ore lavorate sui limita nel quarantennio al 7% cioè da 25,3 a 23,5: ma la spiegazione è che nel 1960 la media settimanale svedese era già la più bassa dell’Europa continentale, di 7,5 ore inferiore alla media britannica, d 5,9 rispetto all’Italia, di 3,4 rispetto alla Germania.

La conclusione è evidente. Più aumentano tasse e contributi, più la gente sta a casa invece di lavorare. Trovate tutta la letteratura del caso per approfondire indicata a fine saggio, se pensate che le differenze culturali abbiano un peso – ce l’hanno – come i più o meno efficienti sistemi nazionali di welfare – ce l’hanno anch’essi, e il nostro è inefficiente, basato sulle ipertutele rigide concentrate in capo ai dipendenti a tempo indeterminato.  Ma l’andamento dell’Olanda, disaggregato per periodi di tempo in cui tasse e contributi sono saliti rispetto a quando la politica ha deciso di abbassarli ( a differenza degli altri Paesi dove l’aumento non ha praticamente mai conosciuto se non soste, ma senza mai invertire segno), testimonia che a ogni discesa e risalita fiscale ha corrisposto inversamente un aumento o una diminuzione delle ore lavorate. Come volevasi dimostrare.

Per questo dico: evviva il sidnacato che si decide a scendere in piazze per meno tasse. Inevitabilmente anche di qui, passa la possibilità – per me: necessità – di una maggior produttività per l’Italia. Noi diremo sicuramente che i tagli a tasse e spesa servono più incisivi, ma il sindacato in questo caso dà una mano eccome. Perché rompe finalmente un tabù storico. Era tempo, santiddio.

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Tea Party Italia risponde /2010/08/30/tea-party-italia-risponde/ /2010/08/30/tea-party-italia-risponde/#comments Mon, 30 Aug 2010 14:50:02 +0000 admin /?p=6899 Riceviamo da David Mazzerelli (coordinatore nazionale Tea Party Italia) e volentieri pubblichiamo

Approfitto di Chicago Blog e della consueta franchezza che contraddistingue il suo direttore, Oscar Giannino, per chiarire alcune questioni emerse su un articolo – qui pubblicato – in cui viene citato più volte, spesso in maniera scorretta, il movimento dei Tea Party italiani. Queste erronee interpretazioni del nostro lavoro seguono le mistificazioni della stampa italiana che – in seguito al’evento “Restoring Honor”, che Glenn Beck ha promosso lo scorso sabato, portando centinaia di migliaia di persone a Washington – ha parlato di un movimento di “ultra-destra” che avrebbe niente meno che Sarah Palin come leader maximo.
Troviamo francamente stupidi certi distinguo tra Glenn Bleck, la Palin e il movimento dei Tea Party Patriots USA di cui Tea Party Italia è il referente ufficiale italiano, tanto più che il 12 settembre, vi sarà un altro grande Tea Party Nazionale a Washington D.C., St Luois (sotto il celebre arco) e a Sacramento. Proprio in quest’ultima tappa la responsabile dell’American For Tax Revolt California è stata invitata a parlare dell’esperienza dei Tea Party in Italia, mostrando le nostre foto e i filmati delle tappe che si svolgono – sempre più neumerose – da nord a sud in tutta la penisola.
Solo uno sciocco può pensare che Tea Party Italia sia consociata a qualche partito o politico italiano. Ci hanno dato prima di finiani, poi di servi di Berlusconi (quando abbiamo invitato Capezzone). Adesso – dopo aver forse letto i surreali resoconti della stampa italiana – ci dicono che siamo dei beceri conservatori “Dio, Patria e Famiglia” e assomigliamo più a Glenn Beck che a Ron Paul. Fra tutte forse quest’ultima è certamente l’accusa più lusinghiera!
Non ci facciamo dunque dare lezioni a qualche libertario senza il dono della sintesi su “come cambiare passo” e su quale sia il modello organizzativo migliore per le nostre tappe. Il Tea Party Italia è un movimento di protesta contro lo statalismo e l’invasione dello stato nella vita dei cittadini che, fin’ora, seppur nella sua breve vita, sta riscuotendo un ottimo successo sia di presenze che di interesse da parte di tante persone di estrazione politica e sociale anche molto differente tra loro. Ne è dimostrazione il fitto calendario di tappe che sono in programma e i tanti che ci chiamano per organizzare eventi nella propria città.
Ci vengono addossate critiche accusandoci di essere “inclusivi” e “fusionisti”, quando questi aggettivi non solo non rappresentano per noi una critica ma ci inorgogliosiscono. A dimostrazione di questo, nello splendido Tea Party di Forte dei Marmi del 31 luglio, è intervenuto Oscar Giannino, Daniele Capezzone ma anche Leonardo Facco, Giorgio Fidenato e Francesco Carbone. Nella tappa del Tea Party di Catania sarà presente – fra gli altri – Nicola Rossi (senatore del PD). Mentre quella di Milano del 12 ottobre vedrà la presenza dell’ex leader del partito libertario americano Jim Lark.
A proposito di inclusività, visto che tutti lo citano, prendo in prestito anch’io un passaggio dell’ottimo pezzo di Alberto Mingardi sul “Restoring Honor” di sabato 28 agosto:
“… libertari da sempre sottolineano come sia irrazionale separare libertà “economiche” e libertà “civili”. È vero, ma è un dato di fatto che nella più parte del mondo le persone che desiderano pagare meno tasse sono anche quelle che vogliono che la marijuana sia illegale. Non sarà una grande prova di intelligenza, ma bisogna prenderne atto. Gruppi come FreedomWorks e Americans for Prosperity fanno un eccellente lavoro nel canalizzare queste energie sul fronte delle libertà economiche, cercando di far sì – il meccanismo  è noto da tempo – che nei diversi collegi si affermino non solo dei “repubblicani”, ma dei repubblicani fiscalmente responsabili. È un meccanismo che estende per scala quanto in passato aveva già provato a fare il “Club for Growth”.
Penso che la manifestazione oceanica dell’anchorman di Fox News (il cui programma è campione quotidiano di ascolti) sia esemplificativa di tutto ciò.
Si dice che in Italia il Tea Party sia una cosa di nicchia e comprensibile da pochi, ma la tematica della necessità di abbassare le tasse è sentita da tutti! La splendida alleanza che c’è nei Tea Party USA tra libertari e conservatori ne è un fulgido esempio: “canalizzare queste energie sul fronte delle libertà economiche” è il tentativo che stiamo facendo anche con i Tea Party in Italia, che non possono escludere tout court nessuno, tantomeno il mondo conservatore e cattolico che abbiamo invece il dovere di considerare non solo come un ottimo interlocutore, ma anche come una risorsa, sia a livello numerico (ci sono qualche centinaio di libertari in Italia a fronte di milioni di conservatori) sia a livello di un universo valoriale che – come dimostra Glenn Beck in America – non solo non è polveroso e stantio, ma è talmente vitale da poter condizionare l’agenda politica. Non è certo un caso che queste persone che ascoltano a testa china un predicatore evangelico in un raduno di massa siano poi le stesse che vogliono meno stato, meno tasse e più libertà economiche per tutti.

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La volpe e il tè /2010/08/30/la-volpe-e-il-te/ /2010/08/30/la-volpe-e-il-te/#comments Mon, 30 Aug 2010 09:31:00 +0000 admin /?p=6895 “L’ottimo post di Alberto Mingardi da Washington sulla giornata Restoring Honor ha suscitato molti commenti. Luca Fusari torna qui con le sue opinioni sulla peculiarità liberataria dei Tea Parties rispetto allo show Dio-Patria-Famiglia messo in piedi dalla Fox e rispetto alla tendenza GOP di ‘riprendere il controllo’ del movimento in vista del midterm. Ma Luca affronta anche il tema della possibilità e opportunità di qualcosa di simile in Italia, come aveva chiesto rilanciando ieri Mingardi su Facebook. Spero che altri vorranno contribuire con le loro opinioni. E’ venuto il momento, di dare all’iniziativa libertaria-liberista un fremito di energico attivismo, fuori dai partiti per me, nella società italiana?”  O.F.Giannino

Riceviamo da Luca Fusari e volentieri pubblichiamo

Leggendo i commenti alla manifestazione di ieri tenutasi a Washington D.C. il giornalismo italiano dimostra di essere essere alquanto lontano dalla società americana e dall’obbiettività che dovrebbe caratterizzare i propri articoli giornalistici di analisi dei costumi e della società americana.

La manifestazione di Washington trova la solita macchiettistica definizione di “razzista”, “fanatica”, “xenofoba” più per partito preso (contro) che per i suoi veri significati e contenuti espressi, non riuscendo da parte dei suoi tanti commentatori ad essere analizzata e collocata entro i suoi giusti confini politici da un faziosità giornalistica intenta solo a leggere la politica italiana ed estera entro la stereotipia manichea della propria casalinga faziosità.

Unica eccezione l’articolo controcorrente La pianta del tè di Alberto Mingardi pubblicato su questo sito, il quale senz’altro pone interessanti valutazioni e la giusta contestualizzazione sociale, sociologica e politologica dell’evento andando implicitamente al di là della manifestazione entro una disamina “alla Tocqueville” degli Usa a pochi mesi dalle elezioni del mid-term entro la complessa galassia del conservatorismo statunitense.

L’autore parte descrivendo lo show di Glenn Beck ma subito ci indirizza verso una giusta lettura molteplice della società americana conservatrice del tè, la quale è sempre più protagonista e vera “John Galt” a fronte dei problemi e dei disastri delle amministrazioni presidenziali americane che si succedono come le bolle economiche finanziarie e l’incremento del debito pubblico.

Il conservatorismo americano è un mondo umano prima ancora che politico a parte, che certo non può venir descritto in termini riduttivi o semplicistici a partire dalla sola presidenza americana (o dal presidente che vi è insediato) e neppure da alcuni media di riferimento come Fox News o dagli stessi Tea Party.

Proprio questi ultimi sono semmai da valutare nella loro influenza e interazione anche concorrenziale per azione e impatto, come elementi certamente sempre più presenti e visibili sulla scena politica americana, ma paradossalmente incompresi per finalità e prospettive anche in Italia.

Inizio allora a narrare questo spaccato di realtà americana usando la rinnovata metafora “della volpe e del tè”, dove per “volpe” bisogna intendere Fox News e il suo gran cerimoniere, Glenn Beck, lo speaker televisivo fautore dell’evento di ieri.

Questi è sostanzialmente un giornalista di matrice neocon, una persona certamente opportunista ma abile e certamente sagace, capace di fare il proprio lavoro su tali lunghezze d’onda assumendosi i rischi del proprio mestiere.

Egli si è riconverso a tale ruolo di front-man del popolo ma in questo caso la vocazione religiosa c’entra relativamente poco in prima battuta, in quanto in tempi di crisi e con un presidente americano che all’estero prosegue la dottrina militare di Bush Jr., con un suo ministro della difesa (Gates) al Pentagono ci sarebbe poco da lamentarsi se non si guardasse ogni tanto faziosamente e incoerentemente al debito pubblico nazionale come arma a cui appigliarsi pur condividendo molti capitoli di spesa (estera).

Dibattere di tasse, disoccupazione ed economia è certamente divenuta una priorità obbligata e Beck lo fa talvolta anche certa una certa obbiettiva qualità, ma francamente il personaggio è quanto più lontano ci possa essere dai valori e dai principi di un autentico conservatore americano.

E’ semmai il segno dei tempi, dell’ecclettismo e per certi versi della “schizofrenia politica” che regna nel conservatorismo americano anche nei media, tra tendenze eterogenee e variegate non sempre compatibili o distinguibili politicamente individualmente e politicamente in prima battuta, ma tutte sotto i riflettori e da accontentare e tener in considerazione in vista delle inevitabili scadenze politiche.

Il fusionismo è allora non certo un aspetto spontaneo ma una necessità trasformista se non di convivenza volutamente dettata dagli eventi, ecco che allora Beck da quando è salito alla presidenza Obama si finge mediaticamente il paladino del popolo contro l’IRS (agenzia delle imposte) e saltuariamente per libertario perché è suo interesse farlo credere ai telespettatori (partecipanti ai suoi raduni) recitando tale ruolo e guadagnando di audience.

Ieri evidentemente non era il giorno dei principi libertari ma quello della riconversione dei Tea Party partecipanti alla manifestazione verso la solita trita e ritrita logica social-conservatrice e patriottarda neoconiana dell’establishment GOP.

Quella di ieri è stata una manifestazione che se giustamente analizzata cerca di mascherare “alla bene e meglio” le difficoltà della politica rispetto agli uomini comuni della strada.

I secondi sono molto più avanti dei primi, i media conservatori lo sanno e cercano di tamponare il gap tra partito e piazza laddove i politicanti non ci riescono.

I giornali americani ovviamente nelle loro analisi (e faziosità molto simile a quella italiana) non pongono però in evidenza la difficoltà del conservatorismo se non nei suoi aspetti più mistificanti e non a caso anche la disinformazione giornalistica italiana quasi tutta liberal o partigiana per il GOP (in rare eccezioni) tende a sottovalutare tali questioni, ponendo piuttosto in evidenza gli aspetti più graditi o sgraditi dell’organizzazione dell’evento a seconda dei casi.

Ma le profonde divergenze tra il GOP e il movimento Tea Party a partire dalla sua essenza anti-fiscale restano nonostante tale manifestazione.

Non a caso Beck dopo l’appello e il richiamo a Washington si è speso più nell’elogio delle truppe all’estero (e ci mancherebbe comunque!, visto che i soldati sono i primi a rischiare sulla loro pelle per scelte da lui stesso palesemente sostenute pubblicamente in favore delle politiche belliciste durante l’amministrazione Bush Jr!) e della retorica dell’eccezionalità americana e del suo destino manifesto commistionandolo alla fede e alla rivelazione divina biblica (e su questo punto evito di aggiungere ulteriori sarcastici commenti, visto che tale “eccezionalità americana” è sempre più retoricamente citata a fronte di scelte bipartisan tese ad europeizzarla non solo nei suoi aspetti più materiali…).

Come giustamente ha sottolineato Mingardi, la manifestazione di ieri di Washington sembrava più una manifestazione politica per fare il punto sulla situazione politica di partito in vista del mid-term quasi il tempo fosse fermato al mid-term del 2006, quasi si fosse rimasti all’epoca di Bush Jr anzichè a quella di Obama e della crisi economica derivante dalle disastrose scelte di politica economica promosse anche da questi due ultimi presidenti americani.

Lo show milionario della Fox (che certamente non è parsimoniosa nelle spese quando si tratta di scendere nell’agone politico) sembrava teso più verso una “dialettica interna” al centrodestra americano che verso Obama e i Democrats.

Si è quindi cercato di coprire o attutire più il fenomeno dei Tea Party dirottando l’attenzione dell’americano medio verso una delle più classiche manifestazioni retoriche di piazza in favore del partito in difficoltà (fenomeno non sconosciuto ormai neppure in Italia) anziché dibattere su tematiche concrete e basilari per molti milioni di americani (tasse, spesa pubblica fuori controllo, svalutazione del dollaro) e le proposte concretamente poste dal Grand Old Party.

Un segnale forse di come anche nell’opposizione Repubblicana e in particolare nel suo establishment non ci siano molte idee e delle coerenti proposte alternative rispetto a quanto già fatto vedere nel decennio scorso.

E come tra questa e i Tea Party non ci sia quel feeling da molti dato per scontato troppo facilmente.

La manifestazione ha inglobato mediaticamente (per poi neutralizzarla nei temi) le analoghe iniziative Tea party presenti nella capitale in quel giorno; queste erano certo un più insidioso avversario politico per i Repubblicani rispetto alle rimembranti manifestazioni per i diritti delle minoranze afroamericane promosse dal reverendo Al Sharpton in concomitanza con il famoso discorso di Martin Luther King (le quali semmai hanno acuito la delusione afroamericana interna alla comunità sempre più serpeggiante verso il loro presidente di colore).

Cosa c’entra il “Dio, Patria e Famiglia” di Beck con i Tea Party?

Assolutamente nulla visto che i Tea Party si richiamano alla Costituzione americana, alla guerra d’indipendenza e ai Padri Fondatori (i quali non erano certo dei fanatici religiosi puritani).

Il taglio ultraconservatore che Beck e la Palin hanno dato alla manifestazione sembrava teso più a riprodurre un raduno degli evangelici o di cristiani rinati che di pronipoti di Thomas Jefferson e Thomas Paine.

Non è un caso visto che dietro a Beck non c’è solo Fox News ma anche e soprattutto Karl Rove (ex nume strategico di Bush Jr e della componente statalista del GOP) e quindi l’establishment notabilare del Partito Repubblicano.

Rove e l’establishment GOP (anche RINO) da un anno a questa parte stanno cercando di creare delle manifestazioni mediatiche simil Tea Party che possano incanalare il dissenso anche verso lo statalismo politico congenito in gran parte del GOP e del suo establishment entro un messaggio più politicamente corretto e sostanzialmente gattopardesco, inglobabile e sfruttabile come slogan a costo 0 da parte del partito, come è già accaduto retoricamente nella storia GOP degli ultimi trent’anni…

Quella di ieri era manifestazione che non si distaccava da tali mantra retorici, anche se molti tea partier e individui liberamente hanno deciso di assistervi e parteciparvi con le loro Gasden Flag e la propria tenacia anti-governativa nonostante la pensino comunque diversamente su molte questioni da Beck e soci; c’erano insomma più antistatalisti e conservatori coerenti sotto il palco che sopra.

Rove ha capito come i cristiani rinati di Bush jr siano un fenomeno completamente esaurito ma dato che di idee strategiche non ne ha molte neppure lui, cerca ora di incanalare o riconvertire i Tea Party verso lo stucchevole paternalismo perbenista del nazionalismo standard “Dio-Patria-Famiglia” anni ’50 spostando il fuoco di sbarramento più che sulla questione fiscale su questioni puramente fittizie tra Repubblicani e Democratici.

Insomma i soliti ritornelli di partito utili per proseguire con quanto si è visto il decennio scorso.

In molti lo hanno capito da parecchi mesi e il movimento originario del tè nel frattempo si è fratturato in numerosi eventi aventi obbiettivi e richiami ideologici identitari variegati a seconda degli interessi specifici e caratteristici di ciascuna corrente o fazione politica.

Ieri Beck ha svolto per loro il compitino di partito e ha proferito pubblicamente ciò che l’establishment vuole sentire (e sentirsi) dire, non necessariamente ciò che pensa il partecipante tea partier o il libertario liberista.

Come già è avvenuto con la manifestazione del 12 settembre 2009 a Washington, questi ha cercato di coprire e nascondere la paternità dei Tea Party all’anima più libertaria e conservatrice fiscale del GOP rappresentata dal dissidente Ron Paul (si veda la sua R3volution March a Washington nel 2008).

Ron Paul è stato il primo a ricreare e portar in vita il fenomeno della rivolta del tè con i suoi sostenitori durante la campagna elettorale presidenziale del 2008 (ergo i Tea Party sono in origine libertarian),

Non a caso proprio il texano Ron Paul e in seguito suo figlio Rand Paul (candidato al Senato nel Kentucky per il GOP, ed anima dei Tea Party anti-tasse) sono stati in seguito più volte attaccati dai “Tea party” made in Fox o vicini ai neoconservatori Repubblicani a causa delle loro posizioni troppo antistataliste e miniarchiche in economia, politica interna ed esteri (i neocon cercano in pratica di soffiare il copyright “Tea Party” alle componenti libertarian e conservatrici costituzionali e fiscali del GOP per adoperarlo nei più svariati e contraddittori usi).

Non a caso questo “Tea Party” beckiano era sostanzialmente entro la retorica militarista e non certo anti-interventista e costituzionale come quelli libertarian.

Certamente i Tea Party libertari e conservatori fiscali sono ben altra cosa da quelli della Palin, di Beck o dei neocon e ormai bisogna ammettere come il Tea Party sia termine che in sé per sé si sta sempre più riempiendo di tematiche anche non necessariamente e logicamente propositive a contenere la pressione fiscale e la spesa pubblica interna ed estera.

I Tea Party negli Usa non sono solo le grandi sigle “di sindacato” ma anzitutto una galassia composita e frattalica che si autodefinisce su programmi o intenzionalità non sempre compatibili o genericamente legate ai partiti di Washington e alle loro logiche.

I Tea Party nascono con varie finalità a seconda dei cittadini che spontaneamente si organizzano e decidono di rappresentare con tale modalità di organizzazione una data istanza, tant’è che i Tea Party americani non sono un unico movimento, ma sono migliaia e centinaia di migliaia di movimenti Tea Party racchiusi in alcune sigle e categorie politiche (neocon, RINO, libertari, destra religiosa, social-conservatori, populisti, suprematisti, estremisti militaristi, addirittura alcuni liberal hanno inizialmente organizzato dei Tea Party pro Obama pur di attirare consensi, il che è detto tutto!….), non necessariamente legati al solo GOP dato che ormai chiunque può realizzarlo con un paio di amici.

Adesso che si avvicina il mid-term Karl Rove, Beck, Palin e la Fox puntano a coalizzare strumentalmente tali Tea Party nella più machiavellica delle ragion politiche, cercando di usarli come strumenti di propaganda in favore dell’establishment GOP e dei suoi uomini (come è avvenuto con Lindsay Graham Repubblicano RINO avvezzo alla spesa pubblica “a go go” e guardacaso ex rivale di Rand Paul nelle primarie GOP in KY, il quale pur di non perdere aveva organizzato Tea Party a suo nome pressoché deserti in quanto palesemente fake e statalisti rispetto a quelli autentici del vincitore Rand) con la promessa di un “change” che seppure avverrà in termini di maggioranza congressuale di partito rischia di deludere come è già avvenuto nel 1994 visto che l’opposizione al di là degli slogans non ha ancora ben chiara cosa fare (e cosa non fare) una volta giunti a Washington.

Non a caso nei mesi scorsi sono circolate molte voci che parlano dell’intenzione di molti Tea Party americani di intraprendere in futuro la via politica e partitica autonoma e indipendente in proprio in vista del 2012 e certamente qualora i congressisti repubblicani non fossero coerenti con il loro mandato nonostante il loro voto.

Non è da escludere tale eventualità che sconvolgerebbe l’assetto politico del GOP e il suo elettorato.

Non a caso esistono già oggi vari Tea Party apolitici che invitano al boicottaggio del sistema elettorale e del mid-term, protestando contro i RINO (ovvero i finti Repubblicani centristi ed ex Democrats) o per quei pochi statalisti neocon che sono usciti vincitori dopo le primarie interne delle settimane scorse a danno dei beniamini del tè.

Per evitare la possibile diserzione elettorale laddove i tea partier hanno perso le primarie o laddove si faccia largo l’opzione dell’astensione o dei terzi partiti come voto di protesta a fronte della similarità dei due partiti; l’operazione di Beck al pari di altre (si veda i comitati caucus Tea Party nel GOP come quello di Michele Bachmann nel RLC (caucus libertario nel GOP) alquanto neolibertario a cui però non partecipa Ron Paul) è funzionale ad evitare tale possibile svolta che cambierebbe di colpo il sistema bipartitico americano, imbrigliando per tempo i movimenti verso il partito dell’elefante.

Tant’è che Glenn Beck ha un suo seguito ben definito dentro la galassia conservatrice utente anche di Fox News e la sua credibilità e impatto non è certo quella che molti giornali anche italiani affermano oggi.

Stessa cosa si può dire della onnipresente Sarah Palin.

Il personaggio è sempre più una specie di “Paris Hilton della politica” (il che la dice lunga sulla sua influenza e importanza) al di là delle cronache giornalistiche italiane che non mancano mai di citarla e di candidarla in pole position per il 2012 più come spauracchio utile per cancellare le incapacità dei vari Democrats o quale esempio di incapacità politica (non senza un fondamento di verità seppur non malizioso quanto i giornalisti italiani vogliono presentare) a fronte dei disastri di Obama.

Tant’è che solo la stampa liberal e la CBS, CNN, NBC danno risalto a tale personaggio come il Bush Jr dei tempi d’oro di Micheal Moore….

Basti pensare come i comizi della Palin siano quasi sempre politicamente disertati dalle grandi masse per tali ragioni di sua scarsa credibilità e non è un caso se questa è intervenuta in quando collaboratrice Fox News entro l’evento di massa organizzato ieri; se fosse stata per la sua sola presenza certamente l’evento non avrebbe richiamato molte persone.

“Palin is unfit” e non a caso all’ultimo CPAC (il caucus conservatore del GOP) si è beccata un due di briscola nelle retrovie a fronte del trionfo del libertario Ron Paul, e la stroncatura su American Conservative magazine, la rivista Old Right più letta tra i conservatori autentici a stelle e strisce è ben più duratura di una comparsata sul palco con Glenn Beck.

La Palin è una statalista neocon in ambito estero e social-conservatore in quello interno, che gioca a fare la finta tea partier per convenienza e ieri addirittura la sacerdotessa della Destra Religiosa riuscendo brillantemente nel ruolo.

Questo suo cangiantismo è il tentativo continuo da parte del personaggio di voler incarnare (e di trovare) una posizione politica (e una propria collocazione gradita) entro la galassia del conservatorismo GOP, dato che non è molto amata dall’establishment ma al contempo non riesce a sfondare neppure presso il popolo dei Tea Party.

Questa dopo essersi accodata negli endorsement strumentali dietro all’onda lunga del successo di Rand Paul (un vero coerente tea partier) da vera opportunista qual’è a giochi praticamente fatti, è solo riuscita a realizzare una serie di gaffe e svarioni con sue ondivaghe proposte in materia di politica interna ed estera scritte letteralmente sul palmo di una mano!….

In personaggi come la Palin emergono chiaramente la confusione e i limiti del GOP: si critica Obama ma non si critica il Welfare state compiutamente, si critica la riforma sanitaria di Obama ma non la riforma sanitaria approvata a suo tempo da LBJ la questione social-conservatrice pone in evidenza gli aiuti pubblici all’infanzia e alle famiglie disagiate come assistenzialismo, si critica il governo di Washington e la sua politica estera ma non in chiave isolazionista o con un minor attivismo neoconiano ma semmai in chiave ancor più interventista e guerrafondaia

La rotta seguita da personaggi come l’ex governatrice dell’Alaska non è la direzione giusta verso il meno tasse e meno Stato, tendono semmai a riproporre laddove non sono orientate da forme di populismo verso forme di consenso o di lobbying politico poco coerenti e affidabili, basti pensare all’ex paladino dei Tea Party del Massachussetts, Scott Brown, il pupillo di Mitt Romney dopo aver detronizzato i Democrats dal seggio che fu di Ted Kennedy ha approvato con loro in Senato la riforma finanziaria Dodd-Frank tradendo il suo seguito solo pochi mesi dopo la sua elezione.

Questo la dice lunga sulla coerenza e la lucidità di molti tea partier e di molti candidati aspiranti politici.

I Tea Party libertari e conservatori fiscali sono ben altra cosa anche se ormai questi hanno perso l’imprimatur sull’organizzazione del Tea Party.

E’ la democrazia (jacksoniana), bellezza!

Non esiste una piattaforma Tea Party unitaria a parte forse quella delle grosse organizzazioni come i Patriots o quelli di Freedom Works.

I Tea Party Patriots però non sono che una delle sigle ma non “la” sigla né una organizzazione unica che detta una linea politica e ideologica a tutte le altre e a tutti gli aderenti o realizzatori dei vari Tea Party che non si riconoscono in tali sigle.

Tutti si possono dare appellativi di “Tea Party”, fatto sta che Tea Party Patriots non viene riconosciuta da molti che la accusano di lobbismo e di vari atteggiamenti politici ed ideologici discutibili sul piano concreto e queste questioni americane sono discusse sui forum e siti web in clamorose risse con insulti e minacce non tanto criptiche

Quindi è sbagliato considerare i Tea Party americani nella loro omogeneità (neppure in termini nominali) dato che negli Usa esistono Tea party contrapposti e fazioni politiche interne al GOP contrapposte e non legate neppure sul dato delle tasse (torno a ripetere come le spese militari e le spese interne denunciate dai tea partier libertarian pauliani e costituzionali non equivalgono per significato e proposte alle manifestazioni per l’incremento delle spese militari o interne leggermente calmierate della Palin o dei RINO i quali creano tea party al solo scopo elettorale autoreferenziale).

E ogni giorno nascono nuove sigle vicine all’establishment che sempre più cercano di imbrigliare i tea partier locali in tante sigle “sindacali” o lobbistiche di vecchio stampo per facilitare il controllo centrale da parte del partito.

Fox News contribuisce allo sforzo, anche se bisogna riconoscere come le posizioni unitarie non siano nonostante tutto all’ordine del giorno tra i vari gruppi, almeno sui forum americani.

I Tea Party Usa non sono espressione servile della politica partitica americana, benché Rove, la Fox o Beck vogliano realizzarlo o farlo credere via cavo.

Mingardi nel suo articolo giustamente tende a distinguere e a valutare ciò andando al di là delle questioni politiche meramente fenomeniche del raduno o solamente economiche per porre in conclusione una analisi libertaria di libertà anche individuale e nei diritti negativi all’interno dell’ambito civile e sociale, mediante la metafora della “pianta del tè” e dei suoi consumatori.

La questione delle libertà economiche e della proprietà è prioritaria heyekianamente per poter giungere a legittimare le libertà individuali e i diritti civili ma nel caso italiano al pari di quello americano (di ieri) l’anomalia di tali eventi e di molti Tea Party è quella di dar spazio a istanze che non sono certo ben disposte a riconoscere una società aperta e maggiori libertà responsabili sia nelle questioni economiche che dei diritti civili.

Vi è però un eccesso di ottimismo e di fusionismo ideale anche da parte di Alberto Mingardi nel riconoscere o avvalorare in tali eventi e Tea Party una capacità rivoluzionaria e propulsiva laddove purtroppo al di là dei palcoscenici o delle folle oceaniche c’è poca cosa.

Obama né è un esempio in negativo assodato, i Tea Party potenzialmente potrebbero creare il vero “change” oppure seguirne una analoga sorte divenendo un fenomeno di tendenza modaiola e perché no pure di tendenza e di merchandising o di nicchia (come è avvenuto con i cristiani rinati) senza però risolvere nulla entro l’ambito dei rapporti di forza dei poteri forti del/nel partito e delle lobby a Washington D.C.

Le differenze sono sostanziali e i punti di vista non sono né equivalenti né unitari nel conservatorismo americano tra le sue varie anime, proprio come non lo erano pochi anni fa durante il doppio mandato di Bush Jr.

Per quanto riguarda l’ambito italiano le cose per certi versi non sono così differenti né in termini politico-partitici con l’elettorato né a livello di rapporti tra associazioni e movimenti aventi istanze contrarie al fisco e all’invadenza dello Stato, eppure l’Italia non può né può essere gli Stati Uniti (e questo è bene ricordarcelo!).

Basti sottolineare le differenze tra un movimento culturale e di divulgazione di principi e tesi libertarie e liberiste antistataliste come Movimento Libertario di Leonardo Facco e l’iniziativa (alla quale pure aderisce il ML) dei Tea Party Italia.

Questi ultimi sono una piattaforma per lo più liberaldemocratica o liberalconservatrice tendente alla sola retorica miniarchica a fronte del solo scambio d’opinione tra personaggi della politica e dei vari think tank e associazioni e fondazioni fuori e dentro il Palazzo.

I Tea Party Italia non hanno ancora ben compreso la situazione complessa politicamente ed economicamente degli Usa, in compenso si pongono pressapoco sulla lunghezza d’onda di Beck e della Fox come orizzonte di funzione in rapporto con la politica.

Quindi più che sulle istanze anti-fisco basilari e originarie del Movimento Libertario o di Ron Paul e Rand Paul negli Usa, su istanze di endorsismo beckiano politico a ciò che oggi è presente nella politica italiana (il che è tutto dire!).

Il Tea Party Italia è inclusivo e consociato con la politica di palazzo statica e statalista dei partiti e tende ad atteggiamenti se non ambigui certamente poco in linea con quanto promosso dal ML e dalle componenti libertarie e fiscalmente responsabili o indipendenti dalla politica.

Il Tea Party Italia non è un Tea Party americano di protesta, in quanto non valorizza o non ritiene di adeguarsi ad una determinata piattaforma culturale e di azione di Tea Party, ma pone entro/sotto tale etichetta o “brand”, variegate e contraddittorie impostazioni ideologiche e culturali alquanto dissonanti e non compatibili in termini di partecipazione e finalità da conseguire.

I Tea Party Italia sono organizzati come un talk show, con una tipologia di partecipazione fusionista rispetto anche a quelle monotematiche e identitarie degli originali tea Party libertari e conservatori fiscali americani rispetto a quelli RINO e neocon.

Il movimento dei Tea Party Italia deve cambiare passo come hanno già fatto notare molti libertari tra cui lo stesso Leonardo Facco presso il sito del Movimento Libertario (qui la discussione sul sito ML mentre qui la risposta del responsabile della loro organizzazione David Mazzerelli e le prospettive future da lui prospettate).

Il Tea Party Italia non è un momento né un movimento di protesta fiscale contro il Governo e lo statalismo, su questo bisogna essere chiari ed espliciti cercando di evitare possibili sperequazioni o voli pindarici sull’onda lunga di quanto è avvenuto in questi anni negli Usa.

E’ semmai un momento di dibattito trasversale tra protagonisti della politica e delle associazioni liberiste e libertarie fuori dalla politica, il quale sempre per le analoghe questioni di mancanza di coerenza formale con l’impianto originario tenderà a trasformare sempre più il Tea Party Italia in una sorta di meccanismo della politica a proprio uso e consumo, un palcoscenico per i politici e per le loro promesse.

In questo i Tea Party Italia è certamente affine all’evoluzione (o involuzione politicante dei Tea Party americani 2.0 promossi dalla Fox).

Tant’è che si inviteranno fin dalle prossime tappe italiane esponenti politici catto-comunisti del PD e si sono invitati esponenti cattosocialisti pidiellini e finiani di Governo con risultati alquanto imbarazzanti e poco inclini alla logica di tali eventi.

Quello che francamente lascia l’amaro in bocca in queste esperienze italiche di Tea Party è la voluta e sistematica assenza di proteste fiscali e di azioni concrete contro il governo e lo Stato pur avendo a che fare con un esecutivo che è palesemente contrario alla riduzione della spesa pubblica e alla riduzione della pressione fiscale.

Forse non casualmente visti gli sponsor e i personaggi partecipanti a tali manifestazioni….

Non è assolutamente naturale che il tea party italiano graviti sulla partitocrazia statalista di governo e opposizione, dato che questi sono soggetti con nessuna prospettiva per i contribuenti nel taglio alla pressione fiscale.

Il PDL  poi non è il GOP, con tutti i problemi che ha il GOP questo è ancora senza dubbio migliore del PDL e della monarchia assolutista di Berlusconi.

Credere che Lega Nord, PDL, FLI o altri soggetti politici siano di centrodestra e libertari-liberisti è già un errore politologico, pensare che i tea party italiani debbano scimmiottare quanto accade recentemente negli Usa come lobbying o partecipazione al gioco elettorale anche laddove non c’è analogia di contesto e di percorso compiuto è semplicemente assurdo!.

Berlusconi è il vero maestro di Obama per promesse e per comunicazione elettorale, tant’è che il primo si era pure complimentato con lui quando è stata approvata la riforma sanitaria!….

Questo per dire come siamo messi oggi per conservatorismo e liberalismo italiano!.

Non basta parlare di centrodestra americano per trovare una condivisione sulle tasse, né basta parlare di sostegno di alcuni tea partier ad alcuni candidati libertari, neocon e dell’establishment GOP per dichiarare una linea politica/prassi condivisa da tutti quanti (questo è un grossolano errore).

Allo stesso modo non basta invitare un esponente del “centrodestra” governativo italiano che si auto-nomina come “liberale e liberista” per aver davanti a sé un autentico difensore dei contribuenti e un interlocutore credibile (figuriamoci esponenti della sinistra italiana inneggianti a Obama!…).

Allo stesso modo pensare che il Tea Party Italia possa affermarsi come piattaforma di consenso o di supporto per candidati politici “liberali” nei due partiti italiani è di per sé cosa impossibile, dato che non si comprende quale aiuto potrebbero fornire a tali nominati dalle segreterie politiche, né con quali fatti a loro sostegno (e in favore dei contribuenti) realizzati e compiuti nella legislatura corrente (agli sgoccioli) o antecedenti.

Inoltre non si è ancora compreso come a livello politico in Italia sia impossibile compiere una qualsiasi forma di endorsement presente negli Usa tramite ATR o presso alcuni Tea Party (i quali perlopiù criticano duramente sia il GOP che i Democrats allo stesso tempo, sostenendo solo i candidati realmente liberisti, libertari e conservatori fiscali quando ve ne sono a disposizione).

Il fenomeno Ron Paul in Italia non esiste al momento e non è riproducibile per ragioni congiunturali, strutturali, culturali e politiche intrinseche agli USA (sin dalla loro costituzione e storia americana) rispetto al nostro disastrato Paese.

Ora i Tea Party italiani paiono mirare a riprodurre ciò che non è realizzabile (endorsement e lobbying politico) mentre paiono timorosi (quali sono le prove che dimostrano il contrario?) a inscenare cortei, proteste e manifestazioni di piazza contro il governo, l’agenzia delle entrate e questo centrodestra (ovvero sono timorosi di realizzare le cose più semplici, popolari e immediatamente comprensibili a largo pubblico).

La questione politica è il significato e non-senso della presenza futura e passata di esponenti del governo (ma in futuro anche di questa opposizione) ai Tea Party.

Esponenti politici italiani che al pari di molti loro colleghi americani non comprendono minimamente le logiche liberiste e che certamente mal comprendono la buona fede degli eventi Tea Party Italia nel loro scopo finale e di organizzazione (dato che poi parliamo di un fenomeno di importazione estera a loro culturalmente sconosciuto) vengono invitati come ospiti e come interlocutori, il rischio della deriva sindacalista dei Tea Party italiani (quali potenziali bacini di voti elettorali da contendersi a suon di fantasiose promesse) è quanto di più concreto e di vecchio che purtroppo potrà compiersi,visti anche gli interlocutori di palazzo ricercati/invitati…

Appare evidente allora come l’intenzione da parte degli organizzatori del Tea Party Italia di invitare comunque tali personaggi come ospiti produca dissonanza, malumore e profondo disaccordo presso il pubblico (di cui faccio parte) dei possibili partecipanti e utenti ai Tea party Italia (questo sia che si fosse presenti sia che lo si guardasse da un monitor).

La questione vera da porre è allora la seguente: il Tea Party organizza tali eventi per sé e i suoi organizzatori o per i contribuenti e coloro che pagano troppe tasse?.

La domanda parrebbe provocatoria e forse lo è, ma solo se la leggiamo entro la considerazione di una utilità effettiva, di presenze politicamente incoerenti in un simile contesto.

Forse bisognerebbe tornare a considerare i Tea Party Italia per quello che dovrebbero essere da un punto di vista utilitaristico quale strumento e manifestazione utile per i contribuenti e i cittadini contro le tasse e il governo.

Se in tali assise non si convincono o educano i cittadini sulla giustezza della battaglia anti-fisco e dell’antistatalismo, accontentandosi piuttosto di riportare i risultati dello scudo fiscale o della lotta al lavoro nero (come enunciato da Capezzone a Forte dei Marmi), tali eventi sono totalmente inutili.

Se non si spiega ai contribuenti questioni fondamentali nei prossimi anni a venire (tipo questione monetaria, federalismo fiscale…) da un punto di vista economico ed etimologico corretto, si rischia solo di dare assist al teatrino della politica, di cadere in equivoci neolinguistici orvelliani consegnando il ruolo decisionale sulle libertà economiche e sulle vite degli individui direttamente ai politicanti.

Il Tea party deve essere un modo per contenere le fughe dei cittadini dalla politica dei partiti o piuttosto una forma per dare un taglio alla partitocrazia?

Secondo Beck e gli organizzatori dei Tea Party italiani si, secondo i libertari e il Movimento Libertario no.

A quanti Tea Party americani ha partecipato personalmente Nancy Pelosi?.

Che io sappia in nessun evento, Capezzone ed esponenti dell’esecutivo hanno già presenziato oltre a Forte dei Marmi anche in altri eventi del tè italiano parlando solo degli ottimi risultati introdotti dalla lotta all’evasione fiscale e dallo scudo fiscale realizzato da questo esecutivo e delle altre “mirabolanti imprese” berlusconiane di questi 15 anni!.

Non certo quanto coerentemente di liberista e libertario ha detto in quella occasione Oscar Giannino!

Penso che sia chiaro a tutti l’obiezione che ne consegue a tali affermazioni, senza che debba esplicitarla qua….

Il Tea Party italiano non dovrebbe riprendere nessuna istanza politico-partitica italiana come suo riferimento e quale propria rappresentanza (sia essa come ospite sia questa come intermediazione per le proprie richieste).

Non a caso il Movimento Libertario a differenza del cartello dei Tea Party Italia a cui aderisce, considera differenti le priorità nella propria azione da compiersi rispetto al movimento italico del tè.

La politica e la sua casta per i libertari sono il vero problema nel nostro Paese, senza porre la questione della protesta fiscale con la disobbedienza civile nonviolenta è impossibile modificare o costringere lo Stato e i suoi protagonisti a retrocedere dalle vite e dai portafogli dei singoli individui contribuenti.

Il Tea Party Italia per dirla come un noto politico “tentenna” alquanto su questo punto, troppo per essere alla lunga un iniziativa credibile e coerente con le sue origini nominali.

Appare evidente come ci sia una profonda differenza di stile e di logica d’azione umana tra i tea party libertari americani (in particolare liberisti e libertari simili al Movimento Libertario per logica) e i tea party italiani.

Quindi come ci siano differenti priorità tra i libertari del Movimento Libertario e la casta ospitata (e riverita) nei Tea Party italici.

Un Tea Party non dovrebbe appartenere alla casta politica che ci governa e in questo caso l’esempio americano è senz’altro calzante (almeno sino al prossimo mid-term), ma non bisognerebbe fermarsi al solo plagio o imitazione del fenomeno, bisognerebbe comprendere che i Tea Party sono nati come fenomeno contro anche una certa politica “conservatrice” della destra americana.

Oggi con un presidente come Obama i vari opportunisti e promoter come Palin e Beck possono certamente riprendere fiato e buttarla in retorica a costo 0 illudendo e intrattenendo il pubblico americano partecipante con proclami e invocazioni nell’alto dei cieli, salvo poi essersi comportati o comportarsi esattamente come i loro bersagli retorici quando si tratta di decidere se spendere o tagliare.

In Italia il problema è la presenza di un governo che si dichiara e si presenta agli elettori come di centrodestra e amico delle partite IVA e dei piccoli e medi imprenditori,  salvo poi ripetere le gesta obamiane della sinistra americana o quantomeno non distinguendosi da una epigonicità di modelli e storia politica italiana già vista in passato.

L’Italia è davvero un Paese che viaggia all’incontrario rispetto agli Stati Uniti, il problema è che la classe politica italiana è tutta orientata verso un unica direzione: quella del Big Government.

Purtroppo salvo poche eccezioni come il Movimento Libertario e alcuni think tank come l’Istituto Bruno Leoni e questo blog non sempre si riesce a cogliere e a riportare tali fenomeni d’Oltreoceano nella giusta contestualizzazione prendendo da questi gli aspetti più propositivi e favorevoli a far crescere l’albero della libertà (o la pianta del tè) anche nel nostro Paese.

Piuttosto c’è una incredibile e congenita tendenza tutta italiana nel voler riportare o imitare anche in casa nostra, gli aspetti più furbescamente o astutamente deleteri o controproducenti di simili eventi o realtà.

In Italia le volpi non sono soltanto i media quanto semmai presenti anche in politica e queste sono come numero di voci in maggioranza (anche quando non lo sono) rispetto a quella dei consumatori del tè, dei libertari-liberisti o dei suoi sedicenti imitatori italiani d’oltreoceano.

Questa è una condizione su cui bisognerebbe maggiormente riflettere a mente fredda.

E’ già avvenuto in questi decenni con la politica “del popolo decisionista” e a “regime maggioritario bipolar-bipartitico” fino alla realizzazione dei partiti persona che si sono introdotti in Italia modelli e proposte politiche che non solo hanno illuso ma anche deluso nella loro risoluzione pratica dei problemi, dato che nel nostro contesto italiano manca quella consapevolezza del senso comune, quella responsabilità e quella storia che invece possiedono molto spesso gli americani come anticorpi al populismo e “all’egemonia della maggioranza democratica” parafrasando A. Tocqueville.

Da noi tali iniziative di fatto non hanno limitato l’ingerenza da parte della classe dirigente politica nel persistere a battere strade erronee, anzi le hanno acuite e favorite.

Volendo ora importare e riprodurre i Tea Party in Italia ponendoli sotto l’ombrello dell’ennesima modalità di consociato politicismo privo di mordente verso le stanze del potere, si rischia nuovamente di operare uno strabico errore che non solo non sarà in grado di risolvere i problemi irrisolvibili come il debito pubblico e la disoccupazione, ma neppure di far ripartire l’economia obbligando lo Stato e la politica a retrocedere entro una sensibilizzazione e un opera di divulgazione e informazione alla libertà.

Innestando la pianta del tè nell’italico terreno delle volpi (della politica) si rinuncia a priori non solo ad una reale operatività al suo esterno contro di esse ma a qualsiasi sua crescita.

Paradossalmente si passerebbe dal rifacimento americano della favola di Esopo della “volpe e l’uva” a quella più collodiana e italiana di Pinocchio e dell’episodio del “Gatto e della Volpe” con tutte le conseguenze del caso…

Nel 1787 Thomas Jefferson scrisse in una lettera a William Stevens Smith come “L’albero della libertà deve essere rinvigorito di tanto in tanto con il sangue dei patrioti e dei tiranni. Esso ne rappresenta il concime naturale“; ebbene il rischio che incorre l’esperienza americana e alla lunga anche e sopratutto quella italiana del tè (priva di anticorpi presenti invece negli Usa) è quella di una pianta che rischia di non germogliare né di rinvigorirsi ma di rimanere imprigionata e soffocata dal “concime naturale” in cui viene a trovarsi.

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La pianta del tè /2010/08/29/la-pianta-del-te/ /2010/08/29/la-pianta-del-te/#comments Sun, 29 Aug 2010 08:10:42 +0000 Alberto Mingardi /?p=6880 Oggi Washington è stata letteralmente invasa dagli ammiratori di Glenn Beck, per una manifestazione enfaticamente intitolata “Restoring Honor”, pensata a sostegno delle forze armate Usa ma anche dei valori di “fede, speranza e carità” incarnati da figure esemplari della società civile. L’evento è stato in prima battuta un fund raiser per la Special Operations Warrior Foundation – e poi un test per la popolarità del conduttore radiofonico. In diversi hanno associato questa manifestazione ai “Tea Party” ma effettivamente si è trattato di un evento molto diverso da quello che lo scorso 12 settembre ha visto un numero straordinario di americani correre nella capitale per dire il loro “no” alla cultura dei bail-out.

L’evento di Beck è stato una manifestazione bella e imponente. Il colpo d’occhio era spaventoso (vedete le foto nel post scattate col cellulare, ma anche e soprattutto quelle sul sito ufficiale), ad essere bella era la gente, i partecipanti.

Persone normali, pulite, semplici. Nonne e nonni coi nipotini, mamme coi passeggini, veterani e ragazzine acqua e sapone con una “Liberty Bell” tatuata a pochi centrimetri dall’ombelico. È vero, come hanno scritto i media mainstream, che era a dir poco difficile trovare un partecipante di colore (pur avendo navigato la folla in lungo e in largo, ne avrò visti sì e no una decina, di cui uno con la maglia di Balotelli). Ma è anche vero che c’erano persone diversissime, per età, background, e soprattutto reddito. Gente che per venire a Washington s’è fatta sedici ore di macchina, dormendo sul sedile posteriore. Madri di famiglia che nella capitale non c’erano mai state, e nel pomeriggio hanno preso d’assalto i musei. E smaliziati manager abituati a passare da un lounge d’aeroporto all’altro. Tutti assieme, confusamente, con un grande senso di solidarietà, una forma di rispetto profonda, riuniti da un’amicizia imprevista ma non banale. Non s’è sentito uno slogan razzista, ma anzi grandi applausi e profonda commozione nel ricordo di Martin Luther King.

Lo show (costato un paio di milioni di dollari) era tecnicamente perfetto. A me non era mai capitato di ascoltare Beck, ma non faccio fatica a capire perché gli riesca facile mobilitare tanta gente. Sul messaggio, si può discutere. Può piacere o non piacere. Nel mio caso, davvero non era “my cup of tea”: in quaranta minuti ho fatto il pieno di Dio, patria, famiglia e onore per i prossimi tre anni.

Detto questo, guardandosi attorno, interrogando questi “compagni di gita” e standoli a sentire,  l’impressione era davvero quella di stare in una manifestazione della “maggioranza silenziosa”.

La stessa maggioranza silenziosa che poi si è sciolta e riunita a grappoli per eventi più piccoli, quelli sì organizzati da gruppi vicini ai Tea Party. In questi eventi, anziché nominare Dio invano si faceva più modestamente ma anche più costruttivamente riferimento alla Costituzione e ai padri fondatori. L’obiettivo di queste organizzazioni è schiettamente politico: andare a influenzare l’esito delle elezioni di Novembre, all’interno del partito repubblicano di cui perseguono “un’opa ostile” (così Matt Kibbe e Dick Armey nel loro “Tea Party Manifesto”). Da alcuni punti di vista, l’enfasi “religiosa” di Beck fa persino pensare che la sua manifestazione sia stata un tentativo di fare rientrare nella politica americana proprio quei temi che i Tea Party avevano contribuito a mettere fra parentesi, focalizzando l’attenzione di nuovo sulle intrusioni dello Stato nella vita economica. Va detto però che gli appelli al Signore di Beck non sono in nessun caso diventati indicazioni politiche (pro o contro il matrimonio omosessuale, l’eutanasia, l’aborto….) – ma hanno preso piuttosto la forma di un richiamo etico-religioso.

Circa i patiti del tè: attenzione a non esagerare descrivendo come fossero una realtà omogenea i Tea Party, che invece sono contraddittori e plurali come inevitabilmente tutti i movimenti che crescono dal basso e restano acefali. Alcuni gruppi grass-roots (FreedomWorks e Americans for Prosperity su tutti) cercano di dare loro un’infarinatura di cultura politica, come ha ben documentato Kate Zernike sul New York Times, dopo aver partecipato ad uno di questi seminari). L’impressione è che effettivamente mobilitino persone che sono rimaste fino a pochissimo tempo fa “politicamente apatiche”. L’opinione pubblica, anche da noi, è nettamente divisa: da una parte gli ammiratori acritici, dall’altra gli animosi critici.

Avendo seguito una delle convention tenutesi a Washington in questi giorni, posso solo dare alcune impressioni:

  • i consumatori di tè tendono ad essere, almeno retrospettivamente, critici dell’amministrazione Bush – e alcuni di essi arrivano a leggere le scelte stataliste di Obama in sostanziale continuità con essa. In Italia, alcuni commentatori paventavano l’“isolazionismo” dei Tea Party. A me farebbe piuttosto paura la tendenza a difendere a scatola chiusa tutte le decisioni di politica estera della passata amministrazione repubblicana. Alcuni consumatori di tè lo fanno. Non tutti, per fortuna;
  • i consumatori di tè sono un gruppo molto eterogeneo, sia per età che per reddito. La cosa notevole però è che l’eterogeneità non produce la stessa “divisione del lavoro” che si vedeva in passato: i ricchi che ci mettono i soldi, i poveri che ci mettono le braccia. Al contrario. Anche fra persone di ceto elevato, c’è molta voglia di contribuire donando tempo e passione. Anche fra persone di mezzi modesti, c’è il desiderio di mettere il proprio, per quanto piccolo, obolo a disposizione;
  • i consumatori di tè sono un gruppo numericamente consistente. Se preferite l’opera ai concerti rock, è naturale che i loro meeting vi mettano un po’ a disagio. Il volume della musica  è molto alto, si tende a parlare per slogan, si urla e si applaude. Non troverete fra i consumatori di tè analisi politiche particolarmente raffinate. È normale. Perché un movimento di massa dovrebbe funzionare come un covnegno?
  • se c’è una cosa che unisce i consumatori di tè (anche nella variante del tè aromatizzato al Glenn Beck), è la preoccupazione per un fatto che risulta palmare quando vi mettete a girare per i tanti negozi che a Washington vendono merchandise politico. Quali che siano le sue posizioni in politica estera, Obama impersona come nessuno prima la “presidenza imperiale”. C’è un culto della personalità che travalica in manifestazioni imbarazzanti. Alla Union Station di Washington potete comprare un fumetto sulla vita di Barack, “child of hope”, e un libretto da colorare sulla “Obama family”. I bevitori di tè sono preoccupati dal fatto che un Presidente così popolare possa finire per accentrare e consolidare enormemente il potere;
  • i libertari da sempre sottolineano come sia irrazionale separare libertà “economiche” e libertà “civili”. È vero, ma è un dato di fatto che nella più parte del mondo le persone che desiderano pagare meno tasse sono anche quelle che vogliono che la marijuana sia illegale. Non sarà una grande prova di intelligenza, ma bisogna prenderne atto. Gruppi come FreedomWorks e Americans for Prosperity fanno un eccellente lavoro nel canalizzare queste energie sul fronte delle libertà economiche, cercando di far sì – il meccanismo è noto da tempo – che nei diversi collegi si affermino non solo dei “repubblicani”, ma dei repubblicani fiscalmente responsabili. È un meccanismo che estende per scala quanto in passato aveva già provato a fare il “Club for Growth”.

È possibile immaginare qualcosa del genere anche in Italia? Qualcuno ci sta provando – per esempio Tea Party Italia e il Movimento Libertario.

Inoltre, per ora, da noi manca l’evento catalizzatore: che in America è stato sostanzialmente lo “stimolo” obamiano. Inoltre, le differenze fra noi e gli Usa sono fin troppo ovvie. Rispetto al “metodo” (influenzare le elezioni collegio per collegio) è evidente che è impossibile pensare di procedere nello stesso modo, grazie alla nostra sciagurata legge elettorale.

Questa “maggioranza silenziosa” è tale perché è cresciuta in un orizzonte simbolico nel quale sono centrali Costituzione e Dichiarazione d’indipendenza. Al netto di qualsiasi, più approfondita discussione fra federalisti/antifederalisti, etc, queste persone leggono i documenti fondamentali della storia americana come un manifesto del governo limitato. Potranno giocare a fare i rivoluzionari, ma a tenerli uniti è l’idea che ci sia una “tradizione” degna di essere preservata. “Restore” America contro un “change” presuntuoso e socialisteggiante: ancora, al netto di qualsiasi “inquinamento” di quella tradizione politica che possa esserci stato dal New Deal in poi (non è certo Obama ad aver fatto degli Stati Uniti uno Stato tutto fuorché “minimo”).

Che dire? Il messaggio forse è semplice, ma il fatto che sia semplice non significa che non possa essere giusto. Gli obiettivi del movimento sono ambiziosi. Staremo a vedere se davvero i Tea Party riusciranno prima a fare eleggere dei candidati effettivamente sostenitori del governo limitato, e poi soprattutto se sapranno vigilare contro l’inevitabile tendenza al compromesso che quelli stessi candidati potrebbero sviluppare, una volta eletti.

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