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Archivio per la categoria ‘macroeconomia’

Come tagliare il deficit del 9% di Pil: a Londra però

21 ottobre 2010

C’è di che riflettere, per i tanti politici italiani che da due anni a questa parte ripetono che tutto sommato ce la passiamo molto meglio dei Paesi anglosassoni, le cui banche all’aria hanno fatto esplodere il debito pubblico.  E’ verissimo. Ma da Londra è venuta una risposta di segno opposto allo statalismo krugmanista che continua a dominare l’America di Obama, vedremo con quale frenata elettorale nelle ormai vicine elezioni del Midterm. La manovra finanziaria varata ieri dal governo Cameron ha un solo aggettivo per essere compresa: epocale. Come abbattere il defit pubblico dall’11% di Pil quest’anno al 2%, entro soli 4 anni. La più grande correzione di finanza pubblica britannica dal secondo dopoguerra, per intensità e concentrazione temporale superiore addirittura per molti versi alla svolta thatcheriana. ben 94 miliardi di euro di tagli alla spesa, 32 miliardi di nuove entrate. In media, ogni ministero subisce un taglio del 19%, ma la logica non è quella lienare adottata in Italia. Il governo cameron sceglie le sue priorità. le lezioni per l’Italia? Non è vero che le riduzioni in termini reali di spesa pubblica non si possono fare. Non è vero che, facendole, non si debba scegliere che cosa tagliare tantissimo e che cosa tagliare comunque, ma meno o anche per nulla. Prosegui la lettura…

Oscar Giannino debito pubblico, macroeconomia, spesa pubblica, ue , , , ,

Il nuovo patto europeo, più ombre che luci

19 ottobre 2010

E’ stata necessaria una mediazione diretta tra Angela Merkel e Nikolas Sarkozy, per sbloccare il braccio di ferro che da settimane spaccava a metà i 27 membri dell’Unione europea sul nocciolo del nuovo patto europeo di stabilità da far succedere al “patto stupido†precedente. Cioè quello di Maastricht del 1992, che già prima della crisi è stato interpretato sempre più discrezionalmente a cominciare da Francia e Germania e che comunque negli ultimi due anni è stato spazzato via, definito com’era sull’irreale ipotesi di una crescita del 3% l’anno in termini reali e del 5% in termini nominali, cioè compresa l’inflazione. Il braccio di ferro opponeva da una Parte Germania e Paesi nordici, come Olanda e Finlandia, dall’altra Francia, Italia, Paesi latini e la maggioranza di quelli dell’Est.  E’ buono, il compromesso? Che cosa signifca, oltre che per l’Ue, per l’Italia? Prosegui la lettura…

Oscar Giannino debito pubblico, fisco, macroeconomia, spesa pubblica, ue , , , ,

Fincantieri, non si può guidare guardando solo nello specchietto retrovisore. Di F. Gastaldi

19 ottobre 2010

Riceviamo da Francesco Gastaldi e volentieri pubblichiamo.

L’Istituto per la Ricostruzione Industriale nacque negli anni Trenta del Novecento a seguito delle conseguenze della crisi internazionale del 1929 e si sviluppo poi successivamente nel dopoguerra, le Partecipazioni statali svolsero un ruolo rilevante nell’Italia uscita a pezzi dal secondo conflitto mondiale e presupponevano un forte ruolo dello stato nell’economia. Ancora oggi la Fincantieri è di proprietà diretta dello Stato Italiano attraverso il Ministero del Tesoro.

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Crescita, tre dati non contrastanti

11 ottobre 2010

L’Istat ha diramato il dato relativo all’andamento della produzione industriale ad agosto, che con il suo più 9,5% di variazione tendenziale annuale, ha diffuso ottimismo come miglior dato di questo tipo dal 1997.  Poche ore dopo, il centro studi di Confindustria ha diramato una prima stima della produzione industriale a settembre, che con un meno 0,7% rispetto ad agosto ha raffreddato l’ottimismo di poche ore prima. Ciliegina sulla torta, l’Ocse sempre oggi ha rilasciato una stima aggiornata  del suo Composite Leading Indicators, e il messaggio è diventato ancor più contraddittorio: perché mentre Germania, Giappone e Russia secondo l’indicatore sono definiti in espansione, Italia, Francia, Regno Unito e addirittura India sono segnalati come “in contrazioneâ€. E’ evidente che, di fronte a dati apparentemente tanto contraddittori, esistono due rischi di ordine diverso. Il primo, inevitabilmente, è che la vasta platea di non addetti ai lavori, cioè di chi non ha cognizione di statistiche economiche e metodologie di stima della crescita, non ci capisca nulla. La seconda è che la politica si comporti disinvoltamente secondo il metodo pret-a-porter, come si fa pescando cioè dall’armadio l’abito che più asseconda i propri desideri, e sottolineando il dato più ottimistico o quello più pessimistico a seconda tifi per il governo o per l’opposizione. Cerchiamo invece cercare di spiegare il più semplicemente possibile i dati, perché la statistica economica non è materia per pazzi né per ubriachi. Vediamo allora di capire come e perché i tre dati diversi non siano assolutamente in contraddizione. Prosegui la lettura…

Oscar Giannino macroeconomia

I tre errori europei sulle banche

6 ottobre 2010

Abbondano gli scettici, sulla necessità del giro di vite in corso sulla vigilanza europea in materia di finanza pubblica e crescita, il doppio pilastro che dal 2011 sostituisce il vecchio rispetto – elastico e perciò non credibile – del precedente “stupido†patto di Maastricht. Eppure, l’Irlanda dovrebbe ricordare a noi tutti che siamo ancora bel lontani da una exit strategy ccredibile. Dopo la nuova iniezione di miliardi pubblici resasi necessaria per evitare che l’Anglo Irish Bank finisse gambe all’aria, Dublino è diventata leader del deficit pubblico per anno tra i Paesi avanzati, con una percentuale sul Pil che supera il 32%. Segue il Regno Unito sopra l’11%. Gli Stati Uniti che faticano a mantenersi entro il 10,5%. La Spagna oltre il 9% ,malgrado l’austerity che costa al governo socialista il minimo dei consensi. E poi nell’ordine Grecia, Francia, Giappone e Portogallo, tutti ben oltre la media dell’euroarea che sta al 7%. E poi – virtuose come si vede se conta la graduatoria del deficit annuale, e conta qualcosa santiddio – Germania e Italia, di poco entrambe sopra il 6%. Purtroppo, il caso irlandese si aggrava per la singolarità del processo di salvataggio e ricapitalizzazione bancaria seguito dall’euroarea, ispirato a due logiche abbastanza singolari, pur appartenendo tutti alla medesima area monetaria: “ciascuno a casa suaâ€, e “una foglia di carciofo alla voltaâ€. Con un terzo errore, che ne consegue. Prosegui la lettura…

Oscar Giannino credito, finanza, macroeconomia, ue , ,

Meno tasse, l’idea del banchiere centrale (ad Auckland però)

6 ottobre 2010

La politica italiana faccia pure quel che che crede, alterni pure rotture e armistizi nel centrodestra che s’inabissa davanti ai suoi elettori, la sinistra apra al papa straniero Montezemolo come si legge sul Riformista, si sogni pure come rimedio il ritorno al proporzionale e alla frammentazione così che ciascuno comandi nella casetta sua ritenendosi indispensabile. Intanto nel mondo vivo e vero c’è chi pensa a cose serie per crescere. Per esempio nella mia amata Nuova Zelanda, in testa di lista insieme alla Svizzera come Paese dove esercitare l’exit dall’Italia per chi non  ne potesse più dello statalismo corrotto e corruttore e di politici autistici. Ne è un buon esempio la proposta del presidente della Banca Centrale neozelandese, l’economista Arthur Grimes, (in Nuova Zelanda non è il governatore che Alan Bollard, in carica dal 2002). Prosegui la lettura…

Oscar Giannino fisco, macroeconomia ,

Banche centrali, meglio di eBay

5 ottobre 2010

La Bank of Japan lancia la sua ultima (ma solo in ordine cronologico) versione dell’easing quantitativo, quello che ormai gli addetti ai lavori chiamano con l’acronimo LSAP (Large Scale Asset Purchases, acquisti di attivi su vasta scala). Il tasso-chiave di politica monetaria, fino a ieri allo 0,1 per cento, scende in un corridoio “compreso tra zero e 0,1 per cento”, ma soprattutto, la banca centrale giapponese lancia un fondo di monetizzazione, col quale comprerà almeno 5000 miliardi di yen (60 miliardi di dollari) praticamente di ogni tipo di asset giapponese: titoli di stato, cartolarizzazioni, fondi immobiliari, persino Etf. A breve immaginiamo anche Playstation e tostapane, funzionanti e non.

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Mario Seminerio macroeconomia, monete

Studiare per lavorare… o far lavorare

29 settembre 2010

Tra poco scade l’appuntamento con l’Agenda di Lisbona, e vedremo quanti Paesi hanno davvero fatto dei passi avanti verso un’Economia della Conoscenza, in cui è considerato essenziale l’aumento della quota di laureati in quanto segno di incremento di capacità lavorativa ad alto livello; è plausibile che una tale “superiore†capacità lavorativa sia più remunerativa per l’economia intera, permettendole di rispondere alla potenza manifatturiera degli “emergenti†puntando su settori diversi. Intanto L’OCSE divulga un po’ di dati che riguardano anche parte del 2009: i laureati aumentano, guadagnano più dei non-laureati, e risentono meno dell’aumento della disoccupazione; questo ovunque, tranne che in Italia. Prosegui la lettura…

Leonardo Baggiani Mercato del lavoro, macroeconomia, mercato, università

Come Forzare la Logica delle Regole in Finanza

24 settembre 2010

Da diverse parti, si sa, vengono chieste migliori o ulteriori forme di regolamentazione del sistema finanziario. Un esempio della retorica sottostante a queste richieste può essere l’articolo di Masciandaro sul Sole24Ore di fine luglio. Nella seconda metà di quell’articolo, Masciandaro si lascia andare ad una accusa politica ad Obama per la sua incapacità di riformare la finanza USA, condita con “sospette†donazioni da Goldman Sachs, e infiocchettata con l’asservimento europeo alla lobby USA; la prima parte dell’articolo è quella che ci interessa, perché fa un cappello logico sulle ragioni della riforma del sistema finanziario (che Obama non ha realizzato) e su cosa dovrebbe essere Basilea3. Provare ad “analizzare†ogni passaggio di questo ragionamento è secondo me utile, perché si tratta dello “stile logico†ricorrente anche quando vengono giustificate regole e interventi più in generale nell’economia.

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Leonardo Baggiani Senza categoria, finanza, liberismo, macroeconomia, mercato

Ok, il prezzo è giusto !

16 settembre 2010

Periodicamente, ad intervalli brevi ed irregolari, appare sempre qualche market update di provenienza bancaria o finanziaria contenente stime econometriche dell’inflazione attesa dal mercato nei prossimi x anni a venire. Il succo del procedimento consiste nel determinare il differenziale in termini di rendimento annuale tra il tasso di interesse di un titolo governativo a cedola fissa (T-Bond o Bund ad esempio) ed un titolo governativo, di durata finanziaria similare, il cui valore di rimborso finale è indicizzato all’inflazione ufficiale. Facendo un esempio molto rozzo: se un BTP al 5% nominale, con scadenza a un anno, ha prezzo 100 ed un BTPi (indicizzato) con scadenza sempre ad una anno, ma cedola al 2%, ha anch’esso prezzo 100, significa che il mercato si attende un inflazione dei prezzi al consumo del 3% per i prossimi dodici mesi. Il calcolo in realtà è più complesso e si estende lungo tutta la curva dei rendimenti, il principio di fondo però è quello sopra esposto.

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Silvano Fait credito, finanza, macroeconomia ,