Ora, in questa vicenda ci sono tante componenti che non vanno mischiate. C’è la giusta battaglia di Fidenato perché l’Italia si adegui alle direttive europee sugli ogm (nel nostro paese vige una moratoria di fatto). C’è la sua azione dimostrativa per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla costante aggressione ai diritti degli agricoltori che vorrebbero poter usare gli ogm. Ci sono vari e complessi risvolti giudiziari. C’è un ministro dell’Agricoltura che tenta di allineare il nostro paese sulla rotta della modernità (bravo, bravo, e bravo Galan). Ma c’è, poi, qualcosa di molto grave. Cioè, che due irruzioni di fila in due campi di proprietà di Fidenato – della vicenda di pochi giorni prima avevo parlato qui – vengono sostanzialmente metabolizzate e tollerate. Il mondo politico, con poche eccezioni, si divide tra quelli che apertamente sostengono i metodi fascisti di Greenpeace e quelli che li appoggiano in modo un filo più democristiano. C’è che quasi nessuno si sente in dovere di esprimere solidarietà a Fidenato e al Movimento Libertario (per quel che vale, lo faccio – oltre che ovviamente a titolo personale – anche a nome di Chicago-blog e dell’Istituto Bruno Leoni), di sperare che le denunce presentate abbiano un seguito. Ci sono, soprattutto, due questioni.
La prima è politica. Che io sappia, solo Galan sul fronte istituzionale, e Piercamillo Falasca e Giordano Masini di Libertiamo su quello del più ampio confronto interno al centrodestra, hanno trovato scandalose e inaccettabili le dichiarazioni di Zaia. Il “governo del fare” non si è accorto che un autorevole esponente della maggioranza stava appoggiando la squadraccia no global e difendendo la distruzione della proprietà altrui. Il Pdl è troppo occupato con case e ville per accorgersi dei terreni agricoli. Il Pd, anche questa volta, è non pervenuto. A questo punto, non vedo cosa ci sia da scandalizzarsi quando Nichi Vendola dice che Carlo Giuliani è un eroe. Strappa un sorriso che la punta di diamante dell’involuzione vendoliana del centrodestra sia il partito che, a long time ago in a galaxy far, far away, aveva come slogan: padroni a casa nostra. Altro che mutazione genetica. Del resto, si sa, la politica procura strani compagni di letto.
La seconda questione è più profonda, e riguarda il senso del nostro paese per la proprietà privata. Semplicemente, ci fa molta più paura che un poverocristo in Friuli pianti 6 (sei) piantine di mais ogm, del fatto che una banda di corsari gli calpesti il terreno. Del resto, questo è coerente con lo scandalizzarsi dell’evasione fiscale più che del fisco rapace, del mancato rispetto delle leggi più che delle leggi irrispettabili. La realtà è questa: il nostro ceto politico, come dimostra quotidianamente coi suoi comportamenti privati e con le sue decisioni pubbliche, si sente autorizzato a tutto e tenuto a nulla, e in particolare autorizzato a disporre liberamente di noi e dei nostri beni e tenuto a non rispettare né noi, né i nostri beni, né i nostri diritti.
]]>Premessa obbligata. Credo che il Capo dello Stato meriti un voto positivo per l’equilibrio con cui è costretto ogni giorno che Dio manda in terra a barcamenarsi, per evitare che esplodano in maniera irreversibile le aspre conflittualità interistituzionali e politiche che minano la vita pubblica del nostro Paese. Alla luce del suo passato e della sua matrice politica, inevitabilmente tale da insospettire e indispettire il centrodestra, penso che tutto sommato il governo Berlusocni dovrebbe comunque accendere un cero al Presidente della Repubblica. Ci fosse stato oggi uno Scalfaro al Quirinale, Berlusconi e la sua squadra avrebbero chiodi ancor più puntuti e fitti sui giacigli da fachiro ai quali sono costretti, per altro dai propri gravi errori e mancanze. Ma oggi no, Napolitano non mi è piaciuto per niente.
Che cosa ha detto il Capo dello Stato? Che i tagli alla finanza pubblica non devono mortificare funzioni delicate ed essenziali dello Stato. Parlava a difesa della diplomazia, poiché ieri e oggi è in corso una conferenza di tutti i capimissione italiani all’estero, su come meglio promuovere l’Italia. E parlava mentre alla Camera è in corso l’esame della manovra. Secondo me, per questa dichiarazione Napolitano merita un’insufficienza secca, a matita verde.
Mi racconta una persona strepitosa che lavora al servizio studi Camera di come ieri le sia capitato di dover consolare e ridar fiato a un consigliere di municipalità napoletano – l’equivalente dei consigli di quartiere – il quale, fermo ai tagli ai gettoni di presenza disposti nella versione originale e tremontiana della manovra, cheideva se almeno si potesse recuperare la loro corresponsione pregressa, bloccata da aprile in avanti. Senonché il consigliere era ignaro che al Senato i gettoni erano stati naturalmente reintrodotti. Ed è rinato a nuova vita, apprendendolo. Come, naturalmente, tra esame parlamentare e ripensamenti del governo sono stati puntualmente accolte le richieste dei magistrati, e di molti altri.
La spesa pubblica italiana va ridotta di molti punti di PIl. Da un capo dello Stato serio, non costretto a sporcarsi con la polvere ultrademagogica della politica, noi povere mosche bianche liberiste abbiamo il dovere di aspettarci l’esatto contrario di quel che ha fatto. Non serve confermare ogni categoria pubblica nella sua convinzione di centrale ed essenziale insostituibilità, e nella sua richiesta che i tagli riguardino tutti gli altri ma non avvengano a casa propria. E’ la malattia italiana publica permanente, quella di giustificare i propri aumenti retributivi e i propri privilegi con quelli degli altri, i parlamentari agganciati ai magistrati, i magistrati a lamentare che i parlamentari hanno più indennità e meno rischi, gli ordinari accademici a puntare il dito contro i medici in policlinici con integrazioni loro negate, e via proseguendo fino all’ultimo consigliere di quartiere, appunto.
Così, con questa mentalità comparativa sempre e sono in senso incrementale, il costo pubblico si gonfia incessantemente, ma tutti comunque lamentano di essere discriminati. Sogno un capo dello Stato capace di dire anche a magistrati e diplomatici – i signori che guadagnano di più, nella macchina pubblica – che nessuno deve fare eccezioni e che comunque le dotazioni dovranno diminuire. Non credo sia chiedere troppo. E’ l’eccezione invocata e riconosciuta a proprio vantaggio da chiunque indossi una livrea pubblica, a fare dello Stato in quanto tale un agente corruttore nella storia.
]]>In Italia, oggi condividiamo con l’esperienza accumulata in 33 anni da 25 Paesi avanzati solo quest’ultima caratteristica negativa. Poiché tanto nei governi di centrosinistra che di centrodestra susseguitisi al governo da 16 anni a questa parte sempre una componente minoritaria aveva potere di veto, il tasso di regolamentazione complessivo resta superiore alla media sia sul mercato dei prodotti sia in quello del lavoro (Italia solo liberalizzata al 49%, dice il recentissimo Indice delle liberalizzazioni curato da IBL).
Ma destra e sinistra italiane restano anomale, rispetto a media OCSE. La destra nella crisi non taglia il welfare di troppo e anzi è fiera di difenderlo, rinviando riforme strutturali degli ammortizzatori sociali come del costo standard sanitario. Si limita, ed è già molto, a contenere la dinamica della spesa pubblica aggiuntiva, ma senza indicare la necessità di condurla di 6-7 punti sotto l’attuale 53,5% di Pil a livelli quanto meno tedeschi. Soprattutto, non liberalizza praticamente nulla. Quanto alla sinistra, non solo non privatizzetrebbe più alcunché, se oggi fosse al potere, ma raccoglie un milione e quatttrocentomila le firme contro una privatizzazione dell’acqua che semplicemente non esiste, e grida e urla contro un’aziendalizzazione delle università e della sanità altrettanto fantasmatiche.
L’effetto “B” esiste, come anomalia. Chi dice di no. Ma pensate anche a questo paper, se siete davvero convinti che l’unica anomalia sia “B”. Perché ce n’è una ancor maggiore, che riguarda l’intera politica italiana attuale. Ammalata di statalismo e regolamentite da sinistra a destra, con pochissime, purtroppo irrilevanti eccezioni.
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Quasi un milione e mezzo di persone hanno firmato contro la “privatizzazione” dell’acqua, sulla scorta di slogan del tipo “l’acqua non si vende” o “l’acqua non è una merce”. Mi dispiace per questo milione e mezzo di persone – statisticamente, 2,5 italiani su cento – ma sono stati fregati, ingannati e presi per il culo da gente senza scrupoli. A me sta bene il dibattito politico, anche violento: mi piace, mi diverte e generalmente non mi sottraggo. Ma deve esserci un minimo di onestà intellettuale da parte di tutti. Non capisco perché un’azienda deve essere punita (giustamente) se fa pubblicità ingannevole, e un’organizzazione politica no.
Ecco come gli organizzatori descrivono le ragioni dei referendum:
Perché l’acqua è un bene comune e un diritto umano universale. Un bene essenziale che appartiene a tutti. Nessuno può appropriarsene, né farci profitti. L’attuale governo ha invece deciso di consegnarla ai privati e alle grandi multinazionali. Noi tutte e tutti possiamo impedirlo. Mettendo oggi la nostra firma sulla richiesta di referendum e votando SI quando, nella prossima primavera, saremo chiamati a decidere. E’ una battaglia di civiltà. Nessuno si senta escluso.
Ora, io non so se l’acqua sia un bene comune e un diritto umano universale, e non sono neppure sicuro di sapere cosa ciò significhi. So che non c’è nulla, nella normativa attuale, che in principio contraddica queste posizioni; nulla che impedisca a ciascuno di avere accesso all’acqua; nulla che tolga l’acqua agli assetati. Non so neppure cosa voglia dire che nessuno può appropriarsene, visto che, ogni volta che bevo un bicchiere d’acqua, ho la sensazione di appropriarmene senza per questo provare sensi di colpa. So però che “l’attuale governo” non ha deciso un tubo che abbia l’effetto di consegnare l’acqua “ai privati e alle grandi multinazionali”. So però che, se passassero i referendum, come dicono gli stessi organizzatori,
Dal punto di vista normativo, il combinato disposto dei tre quesiti sopra descritti, comporterebbe, per l’affidamento del servizio idrico integrato, la possibilità del ricorso al vigente art. 114 del Decreto Legislativo n. 267/2000.
Tale articolo prevede il ricorso ad enti di diritto pubblico (azienda speciale, azienda speciale consortile, consorzio fra i Comuni), ovvero a forme societarie che qualificherebbero il servizio idrico come strutturalmente e funzionalmente “privo di rilevanza economica”, servizio di interesse generale e scevro da profitti nella sua erogazione.
Ora, se i promotori dei referendum fossero persone oneste, direbbero che questo significa tornare all’Italia del passato, un’Italia nella quale gli attuali problemi sono germogliati e cresciuti e hanno raggiunto la dimensione attuale. Direbbero che tornare alla gestione pubblica pura significa tornare alla gestione truffaldina e clientelare delle cricche o, nella migliore delle ipotesi, a una onesta e inefficiente gestione da parte di gente che nella vita non ha alcuna competenza nella gestione di un servizio industriale quale è quello idrico. Direbbero che gli investimenti o si fanno o non si fanno, e se si fanno in qualche modo vanno finanziati. Dunque, tariffa oppure tasse poco cambia (se non sotto il profilo redistributivo e dell’efficienza, e in entrambi i casi con una netta preferenza per le tariffe). Direbbero che, se gli investimenti non si fanno, non è che i cittadini non paghino nulla: pagherebbero, come pagano oggi, un pesante tributo alle perdite e all’illegalità degli allacci abusivi. Direbbero che tutte le storie che quotidianamente leggiamo sulle cricche e sul malaffare e sulle tangenti e che giustamente ci fanno provare schifo per una classe politica incapace e corrotta e composta non da ladri gentiluomini ma da ladri di polli, semplicemente le ritroveremmo – all’ennesima potenza – anche nel settore idrico.
Direbbero che a loro non gliene frega un cazzo dell’acqua e delle merci e dei diritti, ma che gliene frega solo di perseguire l’obiettivo della politicizzazione della vita economica, sociale e civile del paese, e che hanno trovato nell’acqua il ventre molle di una inesistente cultura delle liberalizzazioni. Direbbero onestamente che loro vogliono la gestione pubblica non perché vi sia alcuna evidenza che sia migliore o più efficiente o più economica, ma solo perché per loro il pubblico è bene, il privato è il male e il profitto è lo sterco del demonio.
Direbbero tutto questo se fossero onesti, ma poiché onesti non sono, e in nulla si differenziano dalle cricche se non nel fatto che le cricche tangentare fanno meno danni, non lo dicono e non lo diranno. Fottendosene bellamente del fatto che il paese va e andrà sempre più a puttane anche grazie al loro generoso contributo.
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La risposta ovvia è che l’origine di tutto sta nel collateralismo tra politica e affari. Come tutte le risposte ovvie è probabilmente vera, ma come molte risposte ovvie è anche tautologica. Perché politica e affari sono collaterali? In realtà, messa così è ipocrita e populista, perché ovunque nel mondo ci sono punti di contatto tra politica e affari. La miglior formulazione che riesco a trovare della domanda è: perché in Italia politica e affari hanno così tanti punti di contatto, sovrapposizioni, linee di confine tanto sfumate? E’ chiaro che, meno punti di contatto ci sono, meno numerose e meno sostanziose sono le tentazioni. Se la tentazione fa l’uomo ladro, a parità di tutto il resto (non credo che gli italiani in generale, e perfino i politici italiani, siano antropologicamente meno onesti degli altri), meno tentazioni vuol dire meno ladri. Meno ladri – o meno zone esposte al furto – vuole anche dire più facilità nel controllo e nell’enforcement, più deterrenza, e quindi ancora meno ladri (perché cresce il costo opportunità del furto). (Uso le parole “ladri” e “furto” in senso del tutto generico e populista).
Penso a questi temi da qualche giorno, principalmente perché ho trovato molto interessante – e molto poco condibisibile – un bell’articolo di Massimo Mucchetti sul Corriere di mercoledì (qui una mia letterina al Foglio e qui la risposta di Massimo). Prima di cercare di esprimere la mia lettura delle cose, e delle cause, e dunque suggerire la riforma che io farei se fossi il Dittatore Benevolente di questo paese, vorrei attirare la vostra attenzione su due grafici. I grafici, costruiti su dati World Governance Indicators, mettono in relazione la corruzione (che ho definito come l’opposto del “controllo della corruzione” misurato dalla Banca mondiale) con la qualità della regolazione (figura di sinistra) e la rule of law (figura di destra). La scala su entrambi gli assi va da -2,5 a 2,5, dove valori più alti sono “buoni” per qualità della regolazione e rule of law, cattivi per la corruzione.
Questi due grafici mostrano una cosa molto semplice, molto intuitiva e molto indagata in letteratura (a partire almeno da qui). Cioè che i paesi regolati meglio – dove meglio è normalmente sinonimo di poco – sono meno corrotti, e i paesi con una più forte cultura della rule of law sono meno corrotti. Una correlazione non è necessariamente una causa, ma sarebbe davvero sorprendente che questa correlazione non indicasse un nesso di causalità, e ancor più sorprendente sarebbe se il nesso di causalità andasse in direzione opposta (cioè la corruzione determina la qualità della regolazione e la rule of law).
Cosa dicono questi grafici? Dicono essenzialmente quello che ho cercato di esprimere nella lettera al Foglio, e che ribadisco qui. La corruzione (e anche la cattiva regolazione, o la regolazione “catturata”, che in fondo è corruzione d’alto bordo) esiste perché il sistema legale è sufficiente confuso, o sufficientemente folle, o entrambe le cose da rendere il comportamento corruttivo “conveniente”, dati i rischi e i payoff attesi. Quindi ci sono solo due modi per ridurre la corruzione: uno è aumentare i rischi, cioè armare la mano della magistratura o di chiunque sia impegnato a controllare/intervenire contro la corruzione. Ma questo è un metodo relativamente inefficiente, perché gli stessi controllori possono essere corrotti e perché, in ogni caso, non si può pensare (e non sarebbe neppure desiderabile) avere un paio d’occhi in ogni angolo di strada.
L’altro modo è rendere più difficile la corruzione, cioè aumentarne i costi; oppure renderla meno utile, cioè abbassare i payoff. Per rendere difficile la corruzione, bisogna adottare sistemi legali (autorizzativi, fiscali, ecc.) trasparenti. Esempio banale e d’attualità: la mafia e la corruzione stanno all’eolico come le mosche al miele perché i procedimenti autorizzativi sono fottutamente opachi e discrezionali. Rendeteli lineari, e avrete meno corruzione. Per abbassare i payoff della corruzione, bisogna restringere la zona grigia in cui Stato e mercato di sovrappongono, facendo chiarezza e tagliando le unghie a politici e burocrati: io corrompo un politico o un burocrate se penso, in questo modo, di poter guadagnare di più (per esempio aggiudicandomi una gara con un’offerta più bassa o alzando i costi di ingresso sul mercato per la concorrenza). Ripeto una precisazione già fatta: uso il termine “corruzione” in modo piuttosto indifferente rispetto a cattura del regolatore, perché le due cose, sebbene diverse sotto il profilo giuridico, sono abbastanza indifferenti riguardo gli effetti economici. Se dunque il politico o il burocrate non ha il potere di aiutarmi, non ha senso che io lo corrompa. Perché c’è la mafia nell’eolico e non, che so, nei panifici (suppongo), e soprattutto perché la mafia nell’eolico è una patologia cronica e nei panifici sarebbe solo una manifestazione acuta di un problema? Perché i politici hanno molte meno possibilità di influenzare il business del pane di quanto non abbiano con quello del vento.
In senso molto brutale sto dicendo che se ci sono poche leggi/norme/regole e sono chiare, ci sono anche poche norme da violare, e la violazione è per definizione più facilmente identificabile. Sto cioè dicendo che, come le tasse per essere pagate devono essere pagabili, le leggi per essere rispettate devono essere rispettabili, e per essere rispettabili devono essere poche, chiare, e possibilmente “giuste”. Quindi, chi crede che la legalità sia un valore (senza farne un feticcio, e non voglio qui entrare nella discussione sul rispetto di leggi ingiuste), non dovrebbe invocare più regolamentazione, più sbirri e più paletti o vincoli: dovrebbe invocare meno norme, meno Stato e più mercato. Basta leggere la cronaca di questi giorni per rendersi conto che le cose stanno così, ed è proprio il proliferare delle norme l’alveo in cui la corruzione/cattura si verifica, non il suo opposto. Non il capitalismo selvaggio, ma lo statalismo impiccione.
Se le etichette hanno un senso – e raramente ce l’hanno – chi oggi crede che esista una questione morale, come esisteva nei primi anni Novanta, dovrebbe riconoscere che la questione morale è figlia dello statalismo all’italiana. Se la legalità è il fine, lo strumento non può che essere la deregulation e il liberismo.
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Sulle tlc, Pilati sottolinea differenza fra privatizzazione e liberalizzazione. La liberalizzazione del settore ha funzionato bene (pensiamo al mercato della telefonia mobile). Se mancano gli investimenti sulla rete, dipende dal modo in cui Telecom è stata privatizzata: Telecom non è stata in grado di difendere l’asset che aveva ricevuto in eredità dalla SIP (la rete). Il problema di oggi è che dopo aver caricato il debito delle acquisizioni sul patrimonio della società a Telecom mancano risorse. Gli operatori mobili hanno bisogno di risorse trasmissive in quantità maggiore di oggi: serve un riassetto delle frequenze, che ne sposti dal settore televisivo (dove sono usate in modo inefficiente) alla telefonia. Bisogna “aprire il trading delle frequenze” consentendo agli operatori di negoziare i diritti di uso che hanno accumulato nel tempo. Altrimenti si rischia saturazione reti operatori mobili.
Dopo la richiesta di un commento sulle assicurazioni da Bellasio, Pilati nota come l’indennizzo diretto non abbia fatto scendere i prezzi. Per Pilati, il differenziale di prezzo delle polizze con gli altri Paese va spiegato anche alla luce di una lettura del contesto italiano: troppi sinistri, troppa litigiosità, incertezza del diritto, frequenza delle frodi.
Bellasio nota come il PD faccia tutto fuorché incalzare il governo sulle liberalizzazioni. Sulla tv, Daniele chiede a Gentiloni se non sia stato sbagliato, per la sinistra, evitare sempre il tema di privatizzazione della Rai. Gentiloni risponde che le forze di centro-sinistra hanno “problemi al loro interno”, e cita la vicenda del referendum sulla privatizzazione (cosiddetta) dell’acqua. Dice però che è dalle parti del Governo che le liberalizzazioni sembrano mordere il freno (“manca pure il ministro del ramo”).
Sul mercato del lavoro, Gentiloni sostiene che per salvaguardare il maggiore grado di apertura del lavoro vanno cambiati gli ammortizzatori sociali (per evitare “effetti boomerang” anche sul piano sociale). Evitare il cortocircuito con una forma di “flexecurity”.
Gentiloni è d’accordo con Pilati sul tema delle frequenze, siamo fra i Paesi più avanzati per accesso alla banda larga sul mobile, vanno redistribuite le frequenze ma c’è un “problema di posizione dominante dei grandi soggetti, che vogliono tenersi le frequenze anche se è evidente che oggi non sanno che farsene”. Gli operatori scommettono sull’innovazione, accaparrando frequenze pensando di potere poi andare all’incasso in un secondo momento. Per questo, il sacrificio non lo possono fare solo le tv locali “deve essere fatto a tutti i piani del palazzo dei televisionari”. La sua proposta è quella di un’asta pubblica delle frequenze (e non libero scambio dei diritti d’uso fra operatori, come proponeva Pilati).
Il dibattito è chiuso, Bellasio auspica che ci rivedremo l’anno prossimo “superando la soglia psicologica del 50%”. Come dalle migliori tradizioni italiche, ora si passa al buffet.
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Gentiloni è “preoccupato dalla dottrina dell’antimercatismo del nostro ministro dell’economia” che non è “sufficientemente attenuata dai discorsi sull’art.41″ ma pure dal fatto che il leader del Pse all’Europarlamento, Schulz (sì, il “kapò” di Berlusconi), parli di “riscoprire le radici anticapitaliste della sinistra”. Segnala che il governo non ha licenziato la legge annuale sulla concorrenza “idea che non va mitizzata ma neanche fatta cadere”.
Gentiloni ha un punto interrogativo sul tema della tv: la tecnologia ha abbassato le barriere all’entrata, ma non è convinto sulla scelte del benchmark spagnolo. In Spagna, spiega Gentiloni, c’è un mercato frammentato e un operatore pubblico poco pesante, ma una regolamentazione ex ante fortissima.
Sui servizi pubblici locali, Gentiloni segnala come ci sia una sorta di “union sacreé” contro ogni genere di riforma effettiva. Mancano i regolamenti attuativi del decreto Ronchi, c’era stata la rivolta di mezza maggioranza contro il Lanzillotta. Questo perché, dice Gentiloni, evitando la liberalizzazione in un quadro di crescente devoluzione si può finire per consolidare situazioni ibride, che servono a piazzare persone e in alcuni casi ingenerano fenomeni di corruttela. Il fatto che si vada avanti a non fare nulla, per i veti di poteri locali e forze anti-mercato, è grave. Il risultato potrebbe essere non “meno Stato, più società” ma “più ingerenza pubblica nell’economia e (di conseguenza, aggiungo io) più fattori corruttivi della politica”.
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