CHICAGO BLOG » finanza http://www.chicago-blog.it diretto da Oscar Giannino Thu, 07 Jul 2011 11:43:23 +0000 it hourly 1 http://wordpress.org/?v=3.0.4 W la Grecia /2011/06/17/w-la-grecia/ /2011/06/17/w-la-grecia/#comments Fri, 17 Jun 2011 14:35:51 +0000 Nicolò D. /?p=9303 Nicolò ha uno speciale legame con la Grecia. Ha trascorso le sue prime settimane dopo il concepimento fra le isole di Patmos, Lipsi e Rodi. Ovviamente non poteva vederle. Ma ha ancora nelle narici i profumi  forti della macchia mediterranea, conserva la memoria dela frescura che gli arrivava quando la mamma faceva il bagno in acque che lui immaginava cristalline, ricorda la senzasione di ebbrezza che si accompagnava a un acuto odore di anice quando la mamma – che non sapeva ancora di recarlo in grembo – sorseggiava l’ouzo.

Per questo Nicolò vive le vicende greche con forte partecipazione. E per questo prova a capire quel che succede, e quel che si sta provando a fare perché le cose vadano un po’ meglio o almeno non evolvano verso il peggio. Sarà perché a due mesi di vita non si può capire tutto, ma Nicolò non è affatto convinto di quel che vede.

Non lo convince la stessa architettura dell’euro. Nicolò sa che quando 70 anni, sul finire della guerra, molti stati si vincolarono negli accordi di Bretton Woods evitarono di serrare i meccanismi fino al punto di darsi una moneta unica; mantennero margini di oscillazione fra le singole monete. Ma nonostante avessero mantenuto un po’ di flessibilità al sistema, si resero ben conto che sarebbe prima o poi qualcuno non sarre stato in grado di tenere il passo; previdero che in questo caso l’anello debole della catena potesse svalutare la sua moneta; e previdero che  intervenisse il Fondo Monetario Internazionale per finanziare il Paese in difficoltà fin quando non avesse recuperato l’equilibrio.

Sembra a Nicolò che i costruttori dell’Euro siano stati molto meno saggi. Hanno serrato i bulloni privando il sistema di ogni gioco. Non hanno previsto che un paese possa non reggere il passo, e hanno escluso che qualcuno si possa chiamare fuori, anche momentaneamente, dalla moneta unica. Soprattutto non hanno previsto nessun meccanismo di aiuto finanziario per il Paese chiamato a riaggiustare la propria economia per riprendere un passo simile a quello dei partners.

Ora Nicolò vede che nella crisi ci si da molto da fare per correggere gli errori. In tutta fretta si mettono insieme istituzioni chiamate a finanziare i paesi che non reggono il passo. Si chiama in aiuto il Fondo Monetario Internazionale, dopo che sdegnosamente si era detto che se ne sarebbe fatto a meno. Ma la crisi non aiuta la lucidità del ragionamento.

Si considerino i finanziamenti europei concessi alla Grecia. Nicolò, che comincia a sbrigarsela un po’ con l’algebra elementare, sa bene che alla lunga un paese non può sostenere un tasso d’interesse sul suo debito superiore al tasso di crescita della propria economia. Ma i finanziamenti concessi alla Grecia sono a un tasso molto alto; di gran lunga maggiore di qualunque tasso di crescita che anche a voler essere molto ottimisti è possibile ipotizzare per la Grecia nei prossimi anni. Così, lo capisce anche un bambino, il debito greco, se anche non lo fosse già, diviene insostenibile. I mercati non saranno perfetti, ma non sono neanche stupidi. E se il debito è insostenibile, son sono disponibili a prestare i propri soldi alla Grecia. Ne’ a rinnovare i prestiti già concessi.

A Nicolò, nella sua beata innocenza, sembra che i paesi forti dell’Europa avevano due alternative: o accettare che la Grecia ristrutturasse il proprio debito, facendo sostanzialmente default, ovvero, se pensavano che questa scelta fosse per loro stessi, per le loro banche, per la Banca Centrale Europea troppo costosa, accettare di scommettere sulla Grecia, finanziandola a un tasso d’interesse aleatorio, pari al tasso di crescita che l’economia greca sarà capace di conseguire nei prossimi anni.

La scelta di finanziare sì la Grecia, ma malvolentieri, con la lesina e a tassi troppo alti sembra a Nicolò – che ha letto il post chiarissimo di Oscar Giannino su questo blog – portatrice di ulteriori disastri futuri.

Ma Nicolò può fare ben poco; solo scegliere un’isola dove andare a trascorrere le prossime vacanze, e così dare il proprio contributo al risanamento dell’economia greca.

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Oro e debiti /2011/06/13/oro-e-debiti/ /2011/06/13/oro-e-debiti/#comments Mon, 13 Jun 2011 08:12:32 +0000 Guest /?p=9261 Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco.

“Chi scava una fossa ci casca dentro e chi demolisce un muro è morso da una serpe” Ecclesiaste X,8

“Deteniamo oro perché non abbiamo fiducia nel governo”, recita un vecchio proverbio anglosassone. È infatti il rischio governo in ogni paese a far salire il valore del metallo. Il rischio governo è quello associato ad un contesto economico caratterizzato da valori economici negativi: inflazione, crescita esponenziale dei debiti, dei derivati, svalutazioni competitive, tassi di interesse reali negativi. Il rialzo dell’oro dal prezzo di 250 dollari di dieci anni fa a quello corrente di oltre 1500 misura l’entità del disfacimento delle economie. Anzi il metallo è ancora a buon mercato se si considera lo stato fallimentare dei governi. Ci si prepari a impennate improvvise.Il sistema a base aurea demolito quaranta anni fa, fissando standard di valore stabili, era incompatibile con lo sfrenato statalismo contemporaneo e con le sue promesse di estinguere i debiti alla scadenza, complice il sistema bancario. L’oro funziona da termometro della situazione economica perché il suo valore, in un mondo di valori instabili, è stabile. Fu quindi un grande errore credere che con la demonetizzazione il metallo si deprezzasse. Nel 1934 Ludwig von Mises scriveva:

“Oggi il valore dell’oro è fortemente sostenuto dal suo impiego monetario e la sua demonetizzazione ne influenzerebbe profondamente il prezzo…se un determinato tipo di moneta viene privato delle sue caratteristiche monetarie allora esso perde anche il particolare valore che dipende dal suo uso come mezzo generale di scambio e mantiene solo quel valore che dipende dal suo uso alternativo” (Teoria della moneta).

Anche il grande economista austriaco si sbagliava. Pur rimosso dal sistema, l’oro non è mai sceso di valore poiché ne è sopravvissuta  la componente monetaria che ne motiva una domanda costante. L’oro è quel bene economico universalmente accettato, il cui prezzo misura tutti gli altri beni economici con cui si scambia. Ad essere precisi il suo valore non cambia, varia il suo prezzo in termini delle valute inconvertibili che tendono al loro valore intrinseco: lo zero. Il valore dell’oro è costante e il suo potere d’acquisto è dovunque lo stesso non tanto perché è raro (non esiste mai né abbondanza né scarsità di metallo) ma perché non può essere mai scambiato al di sopra o al di sotto del suo valore intrinseco che gravita sempre attorno al suo costo di produzione. Pertanto è falso paragonarne l’ascesa ad un bolla perché l’essenza di questo fenomeno è l’esagerata sopravalutazione di un bene al di sopra del suo valore intrinseco sostenuta da una abnorme espansione creditizia. Il metallo non si compra a credito perché non produce né interessi né flussi di cassa. Lo si compra come bene strategico, come polizza assicurativa per coprirsi da un possibile collasso finale.
Un altro modo di esprimerne la stabilità valoriale è considerare che, a differenza di ogni altro bene di cui l’utilità decresce all’aumentare della quantità, la sua utilità marginale può considerarsi praticamente costante (o perlomeno diminuisce molto lentamente perché nella scala dei bisogni il suo punto di saturazione è più elevato rispetto a tutti gli altri beni). Il valore di un’oncia d’oro (31 gr) non varia al variare del numero di once possedute. Un bene economico con caratteristiche di divisibilità e di uniformità la cui utilità marginale è costante diventa mezzo di scambio e di pagamento, cioè denaro. Durante la guerra mondiale, quando il denaro scarseggiava, le sigarette ne presero il posto e la loro utilità marginale divenne immediatamente costante.
La fede nell’oro non è di natura religiosa e il suo possesso non è dovuto a turbe psichiche come sarcasticamente sosteneva Keynes.
L’oro non è un fine in sé. Non ha una natura “teologica”. È la base per l’attuazione di un ordine economico volto a sostituire il disordine economico e valutario creato dalla statolatria.

L’occidente sta subendo lo sgretolamento del suo edificio del credito con gravissime conseguenze per la civiltà occidentale. Siamo alle soglie di un fenomeno inquietante: l’insolvibilità globale dei sistemi economici. Il problema della riabilitazione dell’oro nel sistema monetario come mezzo di regolamento internazionale è quanto mai di urgente attualità. Il ritorno al Gold Standard è stato invocato persino dal presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick, ma la proposta è stata accolta con silenzio sprezzante come se avesse parlato di tornare alle lampade a olio o alle navi a vela.
Con il ritorno all’oro non si mette indietro l’orologio ma si costruisce una base per l’avvenire. Il suo rifiuto da parte dell’establishment non ha alcuna base dottrinale, è solo dovuto alla cecità infantile e ostilità passionale di chi vede nel metallo un concorrente, una minaccia all’espansione della spesa pubblica oltre i limiti del prelievo fiscale.

A mali estremi, estremi rimedi. Cosa rende così impellente l’adozione dell’oro come valuta universale e strumento di riserva?  Soprattutto la necessità di ripristinare nel sistema economico il mezzo universale di limitazione e di estinzione definitiva dei debiti che nell’attuale regime di inconvertibilità valutaria e di cambi fluttuanti sono permanenti ed inestinguibili.
I tratti essenziali del sistema aureo sono tre e interdipendenti: 1) cambio fisso tra le valute, unitariamente espresse come quantità  d’oro fissa (parità aurea legale); 2) loro convertibilità nel metallo; 3) adeguate riserve auree per garantire la convertibilità. Con queste regole è possibile correlare il medio circolante ai bisogni reali delle economie. La valuta che può circolare in un paese tenderà sempre a gravitare verso quella necessaria a regolare gli scambi vale a dire quella quantità che vi può circolare al valore di costo che è il valore della parità, cioè del metallo di cui essa è l’equivalente. Se ad esempio un’espansione dell’economia facesse aumentare la domanda di moneta elevandone il valore al di sopra della parità e quindi facesse abbassare i prezzi, aumenterebbero le esportazioni e diminuirebbero le importazioni ed il surplus dovrebbe essere accreditato in oro. Ma l’afflusso in oro ridurrebbe il valore della valuta interna, riportandola alla parità aurea. L’inverso accadrebbe nel paese con un disavanzo commerciale. Poiché i deficit devono essere saldati in metallo, il sistema bancario per difendere le proprie riserve avrebbe tutto l’interesse a ristabilire l’equilibrio commerciale alzando il tasso di sconto per contrarre la circolazione all’interno, diminuire i prezzi e far aumentare le esportazioni. Come si può intuire nel sistema a cambio aureo è il sistema bancario, a doversi preoccupare suo malgrado di salvaguardare la propria solvibilità cioè a mantenere l’equilibrio tra pagamenti e riscossioni. Parimenti, una politica inflazionistica dissennata sarebbe bloccata dagli stessi cittadini perché richiederebbero l’immediata conversione della valuta in oro.
Nel gold standard, tutto l’edificio del credito poggia sulle basi incrollabili delle riserve metalliche e della convertibilità a vista delle valute che ricompongono l’equilibrio economico e regolano la circolazione monetaria che, invece, nel regime di cambi flessibili e delle valute a corso forzoso, cioè inconvertibili, è gestita da un sistema del credito asservito alla necessità dei governi di monetizzare il debito.
L’oro regolando la quantità di debito che l’economia può sopportare, evita quella metastasi, indotta dalla tossicità degli strumenti di finanziamento dei deficit che prima o poi aggredisce tutti i sistemi economici. Infatti, poiché nel gold standard gli strumenti di debito sono legati alla stabilità dell’oro, il valore, gli interessi e la redimibilità di un titolo alla scadenza sono indipendenti dalla promessa dell’emittente. Per contro, in regime di valute inconvertibili, il valore dei titoli di debito dipende dalla promessa dell’emittente: una promessa impossibile a mantenersi perché interessi e capitale saranno restituiti in moneta avariata. La stabilità dell’oro assicura inoltre una struttura dei tassi di interesse naturalmente stabile poiché, in assenza di volatilità, la speculazione non può prosperare. Pertanto i credit-default swaps non avrebbero ragione di esistere. Essi furono inventati proprio per puntellare l’infido e fragile regime delle valute cartacee.
Il regime aureo assicura, infine, tassi di interesse bassi perché viene meno il rischio per i mutuatari di non ricevere alla scadenza, l’equivalente in potere d’acquisto, del valore prestato.

C’è del metodo in quella follia
Dalle considerazioni fatte si capisce che nel gold standard erano i soggetti privati ad esercitare il controllo monetario e del credito. Avendo la facoltà di convertire i propri averi in moneta aurea costringevano il governo a limitare la spesa ed il sistema bancario a contrarre il credito inflazionario, pena il deflusso delle riserve auree.
Quando nel 1933 il Presidente Franklin D. Roosevelt nazionalizzò l’oro confiscandolo e obbligando i cittadini a subire il corso forzoso del dollaro, li privò dell’arma di difesa dei propri risparmi e di quella di protesta contro la manipolazione del denaro per ridistribuire arbitrariamente il reddito. Si aprì la strada a massicci interventi con i quali i governi promettevano di rendere tutti più ricchi con misure monetarie. Ma l’establishment dei politici ed economisti introdusse, invece, l’arma letale della distruzione dei capitali. La durata e gravità della grande depressione è conseguenza del sabotaggio dell’oro. Eliminato un pericoloso concorrente, venne aperto il vaso di pandora delle operazioni di mercato aperto, quegli strumenti fraudolenti di politica monetaria che nello statuto del 1913 della Federal Reserve, il modello di tutte le banche centrali, erano bandite. La Fed le introdusse illegalmente all’epoca del corso forzoso dando inizio alle relazioni incestuose tra banca e governo per partorire i deficit che svalutarono progressivamente il dollaro. Quando il presidente Nixon nel 1971, ripudiando gli accordi di Bretton Wood, chiuse definitivamente lo sportello dell’oro (gold window) rifiutando ai paesi partner la conversione in metallo di dollari svalutati tenuti a riserva, impose al mondo il dollar standard, una valuta che poteva essere creata senza limiti perché a costo zero. Gli Stati Uniti da più grande creditore che erano, diventarono il più grande debitore del Pianeta. Iniziava l’era dell’economia del debito. Fu il nuovo regime di cambi flessibili e delle valute scoperte a spianare la strada alla patologia delle operazioni di mercato aperto come pratica corrente di tutti i governi per monetizzare il debito e fare della speculazione esponenziale la caratteristica permanente del nuovo firmamento monetario.

Quando  banche sottoscrivono titoli del tesoro e li usano per creare depositi, convertono promesse future di pagamento in denaro immediatamente spendibile da parte dei governi. Ma come abbiamo visto più sopra, queste promesse non possono essere mantenute. Infatti alla scadenza i titoli non vengono pagati ma rinnovati con la garanzia di altri titoli di qualità progressivamente inferiore. Così non solo il debito cresce più velocemente del reddito nazionale ma diminuisce anche la sua “la qualità” che l’oro assicurava. Espandendo i depositi, (che rappresentano un attivo per il Tesoro ed un passivo per le banche) il sistema bancario fa circolare, di fatto, il debito come se fosse denaro. In regime di inconvertibilità il debito è dunque lo standard di circolazione garantito da debito crescente. Al verificarsi di default i deposti si azzerano dai bilanci perdendo la caratteristica di denaro. L’oro, al contrario, non svanisce mai, non è eliminato dal default del debitore ma resta in esistenza perché è l’unica posta attiva a non essere contemporaneamente controparte passiva nei bilanci di altri soggetti. Per questo motivo l’oro è il mezzo di estinzione definitiva dei debiti. Pertanto il regime aureo ripristinerebbe la solvibilità del sistema monetario internazionale.

Il regime artificiale di tassi di interessi calanti per sostenere il valore dei titoli, paradossalmente non allevia ma aggrava il peso dei debiti provocando il danno più grave: l’erosione del capitale e la contrazione della produzione poiché tassi di interesse prossimi allo zero sono incompatibili con la formazione del risparmio. Nell’ultimo stadio del deterioramento, a garantire il debito non rimane che il potere di tassazione degli Stati ed è per questo che, lungi dall’essere strumenti di sviluppo, i titoli di debito non sono altro che certificati di confisca. Ma, alla fine, impossibilitati pure a prelevare risorse da economie esauste ai governi non rimarrà che una scelta: il default. Non può avvenire diversamente se l’unica attività a prosperare nel gran casinò dell’economia mondiale sono le fiches del debito pubblico che banche, governi e speculatori si scambiano da decenni. In questo contesto è risibile ed ipocrita parlare di “vigilanza”, di “regolazione finanziaria” internazionale. Quando si gioca al tavolo del casinò non esistono polizze assicurative contro perdite e debiti. Entrambi possono solo aumentare.
I veli pietosi ormai sono caduti mostrando la nudità di questo sistema che ha fatto crollare non solo i valori economici ma anche quelli morali, discreditando le democrazie. Per evitare il collasso economico ed il caos sociale bisogna mobilizzare l’oro per promuovere l’unificazione monetaria mondiale e porre fine alle manipolazioni autoritarie, alle perturbazioni monetarie ed al deprezzamento delle valute.
Riforma temeraria? Può darsi, fino a quando l’opinione pubblica non avrà capito l’immoralità ed incostituzionalità di un regime monetario che sfrutta risparmiatori, produttori e consumatori a beneficio di politici, banchieri e speculatori.
Tempi eccezionali richiedono misure eccezionali. L’oro va richiamato dall’esilio per proteggerci contro la follia dei governi e dagli effetti negativi sull’economie di questa follia.  Raramente nell’epoca delle “democrazie” ha raggiunto un’altezza così elevata.

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Il veto di Tremonti alla direttiva sul risparmio trasfrontaliero /2011/05/18/il-veto-di-tremonti-alla-direttiva-sul-risparmio-trasfrontaliero/ /2011/05/18/il-veto-di-tremonti-alla-direttiva-sul-risparmio-trasfrontaliero/#comments Wed, 18 May 2011 13:47:22 +0000 Oscar Giannino /?p=9041 Si è riproposto ieri all’Ecofin il veto italiano alla bozza di revisione della direttiva europea in materia di tassazione del risparmio transfrontaliero. Il problema è rappresentato dal fatto che ormai l’Italia è l’unica, a insistere sul veto e a bloccare l’adozione delle nuove norme. Ed è del tutto paradossale, a mio giudizio almeno, che il governo di centrodestra italiano superi quelli di tutta Europa nell’invocare l’armonizzazione assoluta su una questione che per un liberale vero dovrebbe essere considerata principio di massima importanza, perchè attiene alla sfera delle libertà individuali e alla tutela che ad esse va accordata. Sempre che si sia liberali e non statalisti, di dstra o di sinistra a me poco importa. Evidentemente, chi per il governo ha delega piena sulla questione è uno statalista di destra. E si chiama Giulio Tremonti. Mi dispiace dirlo, ma è così. Vediamo di che si tratta, per i non addetti ai lavori.

La questione è sorta con l’attacco di esosità che ha colpito nella grande crisi i diversi Stati membri dell’Unione europea . Con l’esplosione dei deficit e dei debiti pbblici, tutti hanno iniziato a cercare di stringere le maglie del proprio fisco nazionale per accrescere il gettito.  Ricorrendo, nel caso di Francia e Germania, a far pagare milioni di euro dai propri servizi segreti a funzionari nfedeli di banche svizzere o lussemburghesi, allo scopo di assicurarsi liste di depositanti illecitamente sottratte agli istituti di credito dai funzionari stessi, alla ricerca di una svolta di bella vita per sempre. naturalmente, tutto ciò è stato fatto in nome della giustizia fiscale. Ne abbiamo più volte parlato, e su questo blog siamo inorriditi, all’idea che Stati sovrani acquisiscano tramite illeciti – nel minimo de casi, si chiama concorso in ricettazione, aggravata da truffa e da molteplici altre violazioni penali, a seconda delle dverse legislazioni vigenti nei Paesi in cui tali banche operano -  dati bancari da incrociare con quelli del proprio sistema fiscale.

Inevitabilmene, il problema che si è posto a quel punto è stata la modifica della direttiva vigente da 7 anni in materia di tassazione del risparmio transfrontaliero. E la convergenza si è trovata in un sistema basato su un’alternativa: o il pieno scambio di informazioni bancarie tra Paesi diversi cioè lo scambio delle liste dei contribuenti con pieno accesso all’ammontare e variare dei loro depositi e investimenti, oppure un euroritenuta alla fonte del 35% sugli interessi maturati, dei quali due terzi vanno a fisco del Paese di cui è citadino il depositante, e il rimanente 25% a quello del Paese che pratica la ritenuta.  Il 35% è un’aliquota elevata e congegnata a crescita nel tempo, in modo da incoraggiare i paesi alla piena disclosure reciproca.

Il ministro Tremonti all’inizio ha avuto i colleghi francesi e tedeschi dalla sua, ma col tempo – i processi avviati e gli accordi raggiunti tramite FMI da quei grandi Paesi con la Svizzera extraeuropea – l’Italia ha finito per trovarsi sempre più sola, nel suo veto.  Perché il punto è diventato quello di pretendere sanzioni ai Paesi che dovessero risultare inottemperanti al pieno adempimento o dello scambio di informazioni, oppure della ritenuta  alla fonte. Laddove per pieno adempimento l’Italia sostiene che bisogna che tutti i Paesi si mettano i condizione di farsi comunicare depositi e investimenti attuati anche offshore ai quattro angoli del mondo, tramite trust o fiduciarie e veicoli comunque costituiti per beneficiare di aliquote ancora più basse in ordinamnti che praticano tradizionalmente la piena concorrenza al ribasso degli oneri fiscali. E’ una richiesta particolarmente inaccettabile per quei Paesi che, come Lussemburgo e Austria, hanno previsto nel proprio ordinamento tutele legali – in Austria, addirittura e santamente costituzionali – alla riservatezza bancaria.

E’ proprio questo principio di tutela, che l’Italia si propone di abbattere con il suo veto. Nessuna tutela alla riservatezza, sanzioni anzi automatiche per chi rifiuta di esercitare le prerogative dello Stato d polizia come fanno in Italia Guardia di Finanza, Agenzia delle Entrate ed Equitalia su ogni forma di impiego, transazione  o ricavo di capitale.

L’Italia, grazie al cielo, è rimasta sola. Tremonti batte persino i francesi, in materia di armonizzazione statalista del controllo totale sull’uso ciò che ciascuno  liberamente  dei propri denari. Piacerà molto agli statalisti di tutti i colori e fedi politiche, piacerà moltissimo ai paladini dello sdegno permanente antievasione. A me non piace per niente. Chi si batte per armonizzazione  e sanzioni dimentica che l’equilibrio del bilancio se sei liberale si ottiene tagliando la spesa, soprattuitto se è superiore al 52% del Pil come in Italia, non alzando le tasse e colpevolizzando un contribuente così tanto vessato come quello italiano. E’ da queste vicende tecniche che non finiscono in prima pagina, che si capisce in maniera indelebile chi è statalista e chi liberale. E’ ovvio che lo statalista antievasione sia più popolare nei sondaggi, pettinando per il verso giusto il mantra nazionale della lotta ai ricchi ed avidi evasori. Ma se è uno statalista di destra, per i liberali è persino peggio degli statalisti di sinistra. Ripeto: niente di personale, Tremonti resta bravissimo ad aver difeso con le unghie e i denti i saldi pubblici italiani, evitandoci così – sostanzialmente lui da solo, contro la sua stessa coalizione – di finire dritti anche noi nella crisi dell’eurodebito. Ma visto che si inzia a parlare di post Berlusconi – vediamo con una transizione quanto lunga e ulteriormente incasinata – tanto vale da liberali per ilmercato parlare schietti, e dire pane al pane. Viva l’Austria tutt la vita, per quel che mi riguarda.

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Che Madoff sia un allievo di Keynes&Krugman? /2011/05/08/che-madoff-sia-un-allievo-di-keyneskrugman/ /2011/05/08/che-madoff-sia-un-allievo-di-keyneskrugman/#comments Sun, 08 May 2011 18:05:38 +0000 Carlo Lottieri /?p=8960 In una nota dell’interessante volume di Glauco Maggi e Maria Teresa Cometto sulla politica americana contemporanea, Obama dimezzato. L’America verso il 2012 (edito da Boroli editore e che sarà al centro di una presentazione pubblica a Milano presso l’IBL, giovedì 12 maggio, con inizio alle ore 18.30), trovo un passo tanto acuto quanto divertente di John H. Cochrane.

Se si crede che la tesi keynesiana sia un argomento a favore dello stimolo, allora si dovrebbe pensare a Bernie Madoff come a un eroe. Lui prendeva denaro dalla gente che lo stava risparmiando, e lo dava a gente che sicuramente l’avrebbe speso. Ogni dollaro così trasferito, nel mondo di Krugman, genera un dollaro e mezzo di reddito nazionale. L’analogia è ancora più stretta. Madoff non prendeva il denaro dai suoi risparmiatori: essenzialmente se lo faceva prestare dando loro dei conti fasulli. Questo assomiglia parecchio al debito pubblico del governo.

In questo pezzo di quasi due anni fa l’economista di Chicago ironizzava su un articolo di Paul Krugman apparso su “The New York Times”. È ovvio però che l’autentica fonte di un certo modo di pensare o sragionare si trova in Keynes. Moltiplicatore, risparmio improduttivo, crisi della domanda, ecc. tutto questo è semplicemente JMK. Anche nell’errore, prima vengono ci sono gli apripista e poi gli imitatori.

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Minoranza a chi? /2011/04/20/minoranza-a-chi/ /2011/04/20/minoranza-a-chi/#comments Wed, 20 Apr 2011 13:24:49 +0000 Camilla Conti /?p=8851 Parmalat, Generali, Telecom: sotto a chi tocca. Perché fra la lobby dei consiglieri indipendenti, il piccolo esercito dell’ Assogestioni targata Siniscalco e gli investitori stranieri si stanno aprendo nuovi varchi nella governance dei totem della finanza e dell’industria.

Ma chi può alzare la mano (e in qualche caso anche la voce) in assemblea? L’istituzione più “pesante” nelle assemblee italiane è Banca d’Italia, con oltre 3 miliardi di euro portati in nove differenti riunioni. L’impatto complessivo dell’istituto è stato pari all’1% sulla capitalizzazione complessiva di Borsa delle società del listino principale, all’8,09% sul relativo flottante, e di un decisivo 15% sul “quorum di minoranza” delle 9 assemblee in cui ha votato. Il colosso americano del risparmio gestito Blackrock si piazza al secondo posto tra gli azionisti di minoranza maggiormente attivi nelle assemblee italiane. Con 2,6 miliardi di euro, apportati tramite ben 67 diversi fondi gestiti e residenti in 7 differenti Paesi, Blackrock pesa per il 6,65% sul flottante votato. L’investimento medio dei fondi gestiti dal gigante americano è stato pari a 38,8 milioni di euro, di oltre 3 volte superiore alla media riscontrata tra tutti gli investitori. Ben distanziate le altre istituzioni, tra cui spicca Generali, i cui 49 beneficial owners hanno portato nelle 16 assemblee in cui tale gruppo risultava azionista di minoranza 1,5 miliardi di euro (oltre 32 milioni in media per azionista), pari al 3,95% del flottante complessivo. Al quarto posto la francese Amundi con il 3,82% del flottante votato, che detiene inoltre il “record” di fondi presenti nelle assemblee (ben 139), seguita da State Street Global Advisors (3,54%), la cui capogruppo è basata negli USA ma presente con 77 fondi residenti in 5 Paesi diversi.

Sono solo alcuno dettagli della fotografia scattata nel 2010 alle assemblee delle società del Ftse Mib dalla società di advisory Georgeson. Fotografia che mostra ancora nel mercato italiano un’elevata concentrazione degli assetti proprietari, seppure evidenziando un costante ma leggero calo nel tempo: dal 49% del 2005, gli azionisti di controllo (sia di diritto che di fatto) arrivano oggi a rappresentare mediamente il 42,7% del capitale delle società a maggiore capitalizzazione, con un calo di circa il 13 punti percentuali nei cinque anni. Ovviamente, una tale partecipazione azionaria continua a garantire un controllo assoluto in sede assembleare, soprattutto considerando le basse percentuali di affluenza riscontrate. Tuttavia la situazione generale segnala piccoli ma significativi cambiamenti. Gli azionisti di minoranza, seppure sostanzialmente stabili rispetto a quanto rilevato nel 2009, continuano ad assumere sempre maggiore importanza e consapevolezza. Dal punto di vista della partecipazione azionaria, il 64% circa della capitalizzazione complessiva di Borsa è da considerarsi “flottante”, contro il 36% detenuto dagli azionisti di controllo. Inoltre, gli azionisti di minoranza hanno fatto segnare un più 32% nel peso assembleare medio (dall’8,1% al 10,7%) dal 2005 ad oggi, evidenziando una sempre crescente attenzione, soprattutto da parte dei gestori istituzionali, verso i grandi temi di governance, spesso determinanti per la continuità di una corretta e trasparente gestione societaria. Il crescente peso azionario delle minoranze si riscontra in particolare da parte della componente istituzionale, che passa a rappresentare mediamente il 38,2% del capitale delle società analizzate, rispetto il 32% riscontrato nel 2005 (più 20% circa). All’interno degli istituzionali, l’incremento riguarda sia la componente italiana (dal 12,5% al 13,5%) che quella estera (dal 19,5% al 24,7%), seppure quest’ultima segni un leggerissimo calo nel corso del 2010 (0,1 punti percentuali in meno rispetto all’anno precedente). La componente retail, ovvero gli azionisti privati, che avevano fatto registrare una diminuzione nel 2009 (dal 17,8% al 16,8%), tornano invece quasi ai livelli del 2005 detenendo mediamente il 17,2% delle società a maggiore capitalizzazione. Focalizzando poi l’analisi sulla composizione del capitale flottante all’interno delle società, si notano differenze sostanziali nelle preferenze di investimento delle singole componenti l’azionariato di minoranza: mentre gli investitori istituzionali esteri sembrerebbero prediligere emittenti a basso livello di controllo, gli investitori domestici, sia istituzionali che retail, focalizzano maggiormente i propri investimenti in società a forte concentrazione azionaria. Ma come si comportano i soci di minoranza in assemblea? Da un lato gli investitori istituzionali esteri mirano ad investire in emittenti in cui possano esercitare un più elevato potere decisionale in sede assembleare, dall’altro gli investitori retail, il cui peso decisionale è storicamente ininfluente, percepiscono maggiori garanzie di continuità della gestione in società fortemente controllate da un unico soggetto (o da più attraverso soggetti accordi quali i patti parasociali ed i patti di sindacato). La medesima considerazione fatta per gli azionisti retail potrebbe essere svolta per gli investitori istituzionali domestici. Si può supporre  che la predilezione da parte dei gestori italiani nei confronti di emittenti fortemente controllati da pochi soggetti possa corrispondere ad un più agevole “attivismo extra – assembleare” (private engagement) grazie ad un più immediato relazionarsi dei gestori stessi con i soggetti controllanti. . Non solo.  Mentre gli istituzionali esteri fanno rilevare un’intensità di partecipazione pari al 32,4%, ovvero votano mediamente quasi un terzo delle posizioni complessivamente detenute, tale intensità si riduce esattamente della metà per le istituzioni italiane, che votano mediamente il 16,2% delle azioni complessivamente possedute.

 Sul fronte della partecipazione,  in 30 società su 32 meno del 30% degli investitori istituzionali ha votato, mentre nelle restanti due il “quorum del flottante” si è attestato al 43% (Exor) ed al 33% (Intesa San Paolo). La partecipazione assembleare delle minoranze si conferma però in leggero e costante aumento, che con ogni probabilità segnerà una forte accelerazione con mirati interventi legislativi atti ad eliminare alcuni importanti ostacoli procedurali (tra cui la previsione di anticipare la pubblicazione dell’informativa anche in inglese e la record date, che porterà alla progressiva scomparsa dell’applicazione del cosiddetto share blocking da parte degli intermediari). Nei casi in cui la relazione degli Amministratori alle proposte assembleari è pubblicata con venti e più giorni di anticipo, rispetto alla prima convocazione, la partecipazione delle minoranze si incrementa di quasi il 30% (e del 6% i favorevoli), e se poi tale relazione è pubblicata anche in inglese il quorum aumenta ulteriormente di un quarto. Gli investitori istituzionali, in particolare esteri, tendono quindi a non votare in assenza di una documentazione puntuale e trasparente.

 È in occasione dei rinnovi delle cariche societarie (Consiglio d’Amministrazione, Collegio Sindacale e Consiglio di Sorveglianza nei casi di modello dualistico) che si esprime al massimo l’attivismo assembleare delle minoranze.  La seconda materia che stimola particolarmente l’attenzione degli analisti internazionali, ed ovviamente dei gestori incaricati di tutelare l’interesse economico dei propri clienti, sono i compensi degli Amministratori (intesi sia come remunerazioni che stock options e piani di incentivazione). Un tema delicato per gli azionisti istituzionali esteri, quello dei compensi degli amministratori, dove si concentrano maggiormente i voti negativi: in media le proposte hanno ottenuto un ridotto 52,8% da parte di questa categoria di azionisti. Sei le proposte sui compensi bocciate dagli azionisti esteri: il piano di incentivazione di Fiat, le remunerazioni del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, le performance shares di Mediobanca, lo stock option plan di Mediolanum e compensi degli amministratori di Snam Rete Gas, l’incentive plan di Telecom Italia. L’approvazione del bilancio non ha creato problemi tranne in un caso, quello di Autogrill che ha ottenuto l’86,37% di voti contrari da parte degli investitori esteri. Una decisione da ricondurre alla mancata distribuzione degli utili in rapporto ai compensi ricevuti dal management.

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Un indizio di come gli USA stiano fallendo /2011/03/28/una-indizio-di-come-gli-usa-stiano-fallendo/ /2011/03/28/una-indizio-di-come-gli-usa-stiano-fallendo/#comments Mon, 28 Mar 2011 13:01:37 +0000 Leonardo Baggiani /?p=8625 In fondo era stato annunciato: se le Banche Centrali continuano a comprare titoli-letame qua e là, quel che ci si può aspettare è che le scoppino in mano. Una cosa già detta più volte è che questa politica è solo un modo per nascondere perdite latenti, farle scoppiare in pancia a un ente pubblico (la Banca Centrale), e quindi “finanziarle” con soldi pubblici. Ma si sapeva che i bilanci non avrebbero mentito (qualche riferimento a caso: qui qui e qui).

A fine 2010 la BCE è ricorsa a un aumento di capitale per coprire il rischio patrimoniale dato dal possibile default, e comunque svalutazione, dei titoli acquistati; per lo meno è una mossa trasparente. La Federale Reserve invece, si può dire, “trucca la contabilità”.

Sì, Trichet ha chiesto 5 miliardi di euro perché il capitale del suo istituto si allineasse al maggior rischio di perdite. D’altra parte se continui a comprare titoli greci portoghesi e irlandesi senza che questi Stati rivedano la propria politica di bilancio al fine di essere in grado di pagare il proprio debito, le paure di svalutazioni diventano legittime. Per la verità questo scenario non solo era prevedibile, era pure il più probabile, ed è un chiodo su cui ho battuto più volte. Tanto per illustrare cosa avviene, si pensi a un bilancio di una Banca Centrale (BCE) con asset (titoli) pari a 100, capitale pari a 8, e passività per 92 relative all’emissione (dal nulla) di moneta (fig.1):

 

Fig.1 BCE
 

Attivo

Passivo

 

asset

100

8

capitale
     

92

emissioni
    100

100

 

 

Poniamo adesso che la Banca registri un utile (interessi dai titoli sottoscritti e dai prestiti della sua moneta) di 3; in bilancio risulteranno interessi per 3 nell’attivo e l’utile verrà incluso nel capitale (fig.2), e in un momento successivo tale utile verrà pagato come dividendi e “trasferito” al Ministero del Tesoro del relativo Governo (fig.3 uguale a fig.1):

 

Fig.2

BCE

 

Attivo

Passivo
  asset 100

11

capitale
  interessi

3

92

emissioni
    103

103

 
 Fig.3  

BCE

 
 

Attivo

Passivo  
  asset 100

8

capitale  
     

92

emissioni  
    100 100    
                 

 

Può darsi il caso che si registri una perdita, ad esempio per una caduta del valore dei propri asset da 100 a 97; in tal caso le perdite si scaricano prima sul capitale (fig.4) e poi il tutto viene ripianato con liquidità proveniente sempre dal Tesoro che quindi “ricapitalizza” la Banca Centrale (fig.5). La Banca Centrale riprende quindi a lavorare come prima (la liquidità diventerà nuovi prestiti o in generale asset).

 

Fig.4

BCE

 
 

Attivo

Passivo  
  asset 97

5

capitale  
     

92

emissioni  
    97

97

   
 Fig.5

 

BCE

 
 

Attivo

Passivo
  asset

97

8

capitale  
  liquidità

3

92

emissioni  
   

100

100

   
                   

 

Si capisce che, nell’esempio, se la perdita fosse superiore a 8, l’ente tecnicamente andrebbe in fallimento (capitale insufficiente). Con l’invenzione ultima della Fed, questa non potrà mai fallire, perché la perdita non va più a ridurre il capitale ma viene “appostata” a parte: se la Fed dovesse segnare una perdita di 5 dovuta ad una generale svalutazione del 5% del proprio portafoglio, o perché il 5% di questo va in default, registrerebbe una voce a parte che si chiamerà “Interesse sulle banconote della Federal Reserve dovuta al Tesoro degli Stati Uniti”, senza toccare il capitale (quindi senza portare il fallimento) da ripianare con il tempo attraverso gli utili della stessa Fed.

Il fatto ridicolo è che questa voce andrebbe nel passivo con segno negativo (fig.6), il che contabilmente ha lo stesso valore di iscriverlo nell’attivo: in effetti si tratta di un ripianamento finora dovuto dal Tesoro ma che non verrà realizzato in forma liquida immediata, e quindi è una specie di “credito” (fig.7). Sempre contabilmente non si tocca il capitale, quindi non c’è un fallimento. Peccato però che la realtà sarebbe comunque quella di un ente sottocapitalizzato, e nel caso di perdite superiori al capitale, di uno Zombi!

 

Fig.6

Fed

 
 

Attivo

Passivo  
  asset 95

8

capitale  
     

92

emissioni  
     

-5

Tesoro  
    95

95

   
 Fig.7

 

Fed

 

Attivo

Passivo
  asset

95

8

capitale
  Tesoro

5

92

emissioni
    100

100

 
                 

 

Vista in un altro modo, si arriva velocemente alla stessa situazione che in realtà consegue da un processo più articolato ma anche più “espressivo”: abbiamo di fronte una Fed che ha effettivamente subito la perdita segnando la decurtazione del capitale (fig.8), che quindi crea nuova moneta per importo pari alla perdita e la presta al Tesoro (fig.9), che quindi provvede istantaneamente a utilizzarla per ricapitalizzare la Fed, che con il rientro della moneta va a ridurre la voce passiva relativa all’emissione di moneta (fig.10 uguale a fig.7):

 

Fig.8

Fed

 

Attivo

Passivo
  asset 95

3

capitale
     

92

emissioni
    95

95

 

 

Fig.9

Fed

 

Attivo

Passivo
  asset

95

3

capitale
  Tesoro

5

97

emissioni
   

100

100  

 

Fig.10

Fed

 
 

Attivo

Passivo  
  asset

95

8

capitale  
  Tesoro

5

92

emissioni
    100 100    

 

Qui si vede un altro aspetto della faccenda: si crea inflazionismo nella misura in cui lo Stato ha “assorbito” titoli-letame, sempre e comunque. I costi mi sembrano evidenti.

 

Allora, l’innovazione contabile della Fed non è un modo di risolvere nulla: in aggregato l’ente Banca Centrale più Tesoro registra comunque la perdita, e la paga in modo surrettizio tramite il debito pubblico (nell’esempio, con un 5% di attivo “improduttivo” che si mangerà la distribuzione di utili al Tesoro con l’aggiunta del costo-opportunità dato proprio dalle poste “improduttive”).

Ma la Fed, come qualsiasi altra Banca Centrale – come e più di qualsiasi ente statale – non sarebbe mai fallita comunque: lo Stato avrebbe coperto comunque le perdite, oppure la Fed avrebbe stampato moneta (acquistando titoli di Stato, finanziando così il Governo, per procedere poi alla ricapitalizzazione – che come dimostrato è un’altra via per ottenere lo stesso risultato). Allora, perché questa specie di mezza-truffa o gioco delle tre carte?

Io direi che gli USA stanno sempre peggio, per quanto ci sia stato un problema di recessione, Obama ha fatto errori consistenti di gestione del bilancio ed adesso manca la liquidità per affrontare un possibile “rosso” della Fed. Con una mossa molto “all’italiana” si pensa di rendere una perdita nei fatti una specie di asset positivo da ammortizzare, scaricando sul futuro il relativo costo. Veramente, nessuna novità, anzi un passo indietro come civiltà politica!

 

E credo che il dato peggiore non sia tanto la necessità di misure straordinarie per proporre il “secondo/terzo round” di problemi connessi alla politica monetaria e fiscale – era scontato che sarebbero arrivati – bensì che un Governo abbia l’anima così sporca da dover cercare di mascherare la realtà senza far almeno professione di onestà intellettuale. Ditelo una buona volta: “abbiamo sbagliato e abbiamo finito i soldi”; anche perché i fatti parlano per voi!

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Generali, Unicredit e Intesa /2011/03/23/generali-unicredit-e-intesa/ /2011/03/23/generali-unicredit-e-intesa/#comments Wed, 23 Mar 2011 11:40:57 +0000 Oscar Giannino /?p=8605 Il focus di cronache e attenzione dei media è su vicende “mondiali”, dal Giappone prima alla Libia oggi. Nella disattenzione generale dei non addetti ai lavori, tuttavia, in poche settimane si va profilando una nuova fase degli equilibri ai piani alti del potere finanziario italiano. La polemica in Generali di Diego della Valle a Cesare Geronzi, in nome del “largo ai giovani”, ha rapidamente ceduto il passo a uno scenario ben più complessivo. Ad affrontarsi – non ho detto a scontrarsi – sono e saranno le due maggiori filiere bancarie italiane, Unicredit da una parte e Intesa dall’altra. In palio, chi giocherà a venire un maggior ruolo in Mediobanca e Generali, cioè chi influenzerà di più il rispettivo management da una parte, e chi avrà più voce in capitolo sulle controllate dall’altra, da Rcs a Telecom Italia. In bilico, la posizione francese in Mediobanca, eredità dell’ultima fase della Mediobanca di Vincenzo Maranghi, concepita come cuscinetto tra i soci privati e quelli bancari di piazzetta Cuccia, e garante in passato della lunga presidenza Bernheim a Trieste. Avvertenza: qui purtroppo non si parla di andamenti e risultati, creazione valore e strategie aziendali, come vorremmo noi con un’ottica di puro mercato. Si parla di “potere” nel mercato, la malattia relazionale tipica del quadro clinico italiano. 

Inizio del conflitto vero: non le dichiarazioni di Della Valle, ma il no italiano “di sistema” (Banca Intesa e Bankitalia) all’acquisto da parte francese (Natixis) dell’asset management di Unicredit, Pioneer, destinato invece ad Eurizon di Intesa; il no altrettanto “di sistema” (Consob) al salvataggio del gruppo Ligresti (5% di Mediobanca e socio Unicredit) tentato dai francesi di Groupama, per accrescere l’influenza transalpina in Mediobanca e di Vincent Bolloré come vicepresidente in Generali. La politica, in realtà, malgrado Repubblica straparli sul tema, c’entra poco o nulla. Il Tesoro di Giulio Tremonti è per la difesa del risparmio e del settore assicurativo come settori strategici – esattamente come vale per l’energia rispetto a Edf in Edison, o nell’alimentare rispetto a Lactalis in Parmalat, ma di questo parleremo  parte e l’ha già fatto Carlo Stagnaro– ergo guarda alle mosse “nazionali” con esplicito interesse. Ma ciò non significa che entri nel coté interno a Mediobanca e Generali. Almeno finora.

In sintesi estrema, e dunque con molte approssimazioni di cui chiedo scusa, la questione è questa. Allontanato Alessandro Profumo da una Unicredit prima banca italiana per internazionalizzazione e dunque più esposta a necessità di ricapitalizzazioni e abbassamento di leva finanziaria, Banca Intesa era in posizioni di maggior forza. Profumo, oltretutto, era per una prospettiva “non entrista” nelle vicende Mediobanca-Generali-Rcs. Non è un caso che sia la sola Intesa, al centro di tutte le operazioni che la stampa presenta come “di sistema”, da Alitalia l’altroieri a NTV ieri, da Pioneer a Parmalat-Granarolo oggi. Senonché nella Unicredit post Profumo le fondazioni socie non pensano affatto a un ruolo caudatario. Palenzona, a loro nome, ha esposto un programma d’intenti in cui il slavataggio di Ligresti da parte della nuova Unicredit significa più forza in Mediobanca e più forza all’autonomia “italiana” di Generali, anche rispetto all’arrembaggio “largo ai giovani” di amministratori privati o indipendente in realtà filo-Intesa.

Quest’ultimo fronte ha già indirettamente risposto attraverso alcune chiose comparse sul Corriere della sera: meglio che l’11% francese in Mediobanca si rassegni a non contare più e a non veder confermato il patto di sindacato che scade a fine anno, che immagini sin d’ora di cedere la sua quota a italiani. E’ ovvio che attualmente sia Intesa, e non Unicredit, a ritenersi più forte nel fornire a soci italiani a sé “vicini” le risorse per rilevare la posizione francese. A guardare con più interesse a una Rcs in cui, nel tempo, le posizioni dellavalliane si rafforzino. E a sciogliere, nel tempo, il ruolo residuo di Mediobanca sulle partecipate.

Sarà partita lunga. Se la si deve guardare con occhio di mero bilanciamento di potere, meglio un’Italia in cui le fondazioni di Unicredit si rafforzino tornando a immaginare per l’istituto un ruolo di contrappeso. Altro sarebbe – tutt’altro, ma proprio questo sarebbe il mio povero punto di vista ideale – se si dovesse giudicare con un’ottica di puro mercato. In quel caso, non molti degli intrecci attuali tra soci e controllati dovrebbero sopravvivere. Testate come il Corriere sarebbero più libere, e Repubblica la pianterebbe di rappresentare ogni questione in base è a chi è più amico di Letta o Tremonti. Per questo lunga vita a quei pochi soci privati – come Caltagirone – che in Generali e altrove stanno perché hanno messo risorse proprie, non devono nulla a questa o quella grande banca, e parlano il minimo indispensabile: se non negli organi deputati e numeri alla mano, non per bilance di potere attuali o future.

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/2011/03/23/generali-unicredit-e-intesa/feed/ 1
Verso una exit strategy. Liveblogging dal Discorso Bruno Leoni /2011/02/07/verso-una-exit-strategy-liveblogging-dal-discorso-bruno-leoni/ /2011/02/07/verso-una-exit-strategy-liveblogging-dal-discorso-bruno-leoni/#comments Mon, 07 Feb 2011 17:26:54 +0000 Carlo Stagnaro /?p=8242 (Per seguire gli aggiornamenti “refreshare” spesso la pagina. Se credete che questa iniziativa sia un tentativo meritevole di stimolare un dibattito attento alle ragioni del mercato, dimostratelo comprando il libro di Taylor, Fuori strada)

19.17. Il liveblogging finisce qui a causa delle difficoltà di connessione che hanno rallentato, e ritardato, l’aggiornamento sul dibattito. L’intervento di Taylor è stato un richiamo potente sulla domanda di certezza che i mercati rivolgono ai decisori politici – siano essi i responsabili della politica fiscale o di quella monetaria. Ai politici – aggiungo io – non si chiede nulla di impossibile, se non di astenersi dal fare troppi danni e troppo pervasivi.

19.14. In risposta a un’altra domanda, Taylor sottolinea che con Lehamn Brothers la politica discrezionale entrò in cortocircuito. Dopo Bear Sterns, tutti si aspettavano un comportamento simile. Il problema quindi non fu la scelta di lasciar fallire Lehman, ma il fatto che tutti furono spiazzati da quella scelta. E poi ci fu Aig e poi si cambiò ancora strada, generando una progressiva confusione sul mercato.

19.10. Risponde Taylor: la mia narrazione della crisi enfatizza il ruolo delle politiche, mentre altre narrazioni dicono il contrario, che le cose sarebbero peggio se queste politiche non fossero state implementate. È molto difficile vincere un dibattito ma credo, almeno negli Usa, abbiamo avuto una sorta di movimento dal basso di critica di queste politiche, o almeno così sembrano suggerire le ultime elezioni di mid term.

19.06. Per riassumere: c’è una indiscutibile correlazione tra le politiche e la performance economica. Secondo Taylor questa correlazione nasconde un nesso di causalità, e ci sono strumenti teorici per interpretare, e prevenire, le ragioni di tale ciclo tra discrezionalità e approcci basati sulle regole. È il momento per avviare un percorso di ritorno verso le regole, e via dalla discrezionalità.

19.09. Inizia il dibattito con Alessandro Penati. La seconda oscillazione del pendolo, dopo gli anni 90, dalle regole alla discrezionalità, potrebbe essere dovuta alla percezione popolare di un “fallimento del capitalismo e delle borse”. Questo lascia molto pessimismo riguardo all’uscita dalla crisi in corso. Cosa ne pensa Taylor?
19.03. Ci vollero 12 anni perché l’appello di Milton Friedman contro le politiche monetarie discrezionali fosse raccolto. C’è oggi nel Congresso americano una nuova attenzione al bisogno di tornare a un approccio basato sulle regole, nella politica monetaria. Guardando alle aspettative sul debito pubblico americano non si può non sperare in un simile atteggiamento nella politica fiscale.

19.01 Quindi sappiamo che le politiche hanno conseguenze. È la comprensione di questo fatto che ci ha spinto verso politiche migliori negli anni 80 e 90. Forse è stato proprio il successo di quegli anni a creare l’illusione che avremmo potuto abbandonarci alla tendenza opposta.

18.57. C’è evidenza che le riforme fiscali transitorie non ebbero risultati, che i controlli dei prezzi furono una follia e che i sussidi non funzionarono. Invece è dimostrato che la politica monetaria ha avuto impatti enormi, sia nel bene che nel male.

18.54. E che dire della politica fiscale? Anche qui abbiamo osservato il ritorno dei pacchetti fiscali discrezionali. Senza peraltro che questo abbia davvero avuto risultati in termini di stimolo dell’economia, come per esempio nel caso del fallimento della “rottamazione” delle auto. L’unica cosa che è stata stimolata è la spesa pubblica, statale e locale anzitutto. Il risultato è che il debito pubblico ha subito un’escalation senza precedenti in periodo di pace. È difficile non accorgersi che i periodi di maggior discrezionalità corrispondono a maggiore turbolenza economica, mentre la performance dell’economia è assai migliore quando si applicano politiche rules-based. Una correlazione non è necessariamente una causa, quindi bisogna chiedersi se sussista un nesso causale.

18.47. All’interno della Fed abbiamo avuto una serie di interventi. Prima si è deciso di aiutare i creditori di Bear Sterns, poi si è cambiato idea e non si è scesi in soccorso di Lehman Brothers, e poi ancora si è più volte cambiato idea. Abbiamo addirittura avuto politiche di “quantitative easing” che hanno ulteriormente aumentato il carattere discrezionale della nostra politica monetaria. Così i bilanci della Fed sono letteralmente esplosi.

18.36. Negli anni ’80 e ’90 si verificò un cambiamento totale. Gli stimoli keynesiani finirono sostanzialmente di informare la politica fiscale, al punto che nel 1992 il Congresso rifiutò una proposta di stimolo di appena 10 miliardi di dollari avanzata dal presidente Bush, e l’anno successivo fece lo stesso con un suggerimento analogo di Clinton. La stessa politica monetaria si concentrò sulla stabilità monetaria in modo da creare un ambiente prevedibile e dove le decisioni erano prese su base sistematica.

18.35. La “rivoluzione keynesiana” che negli Usa ha preso forza soprattutto negli anni 60 ha segnato un’evoluzione verso una politica discrezionale. Queste misure venneri razionalizzate in una serie di argomenti apparentemente molto persuasivi. Contemporaneamente emersero controargomenti, tra cui si distinse il contributo di Milton Friedman sui danni di una politica monetaria incontrollata. Quegli ammonimenti però caddero perlopiù nel vuoto.

18.32. Questi trend non riguardano solo la politica monetaria e la politica fiscale. I termini “rules-based” e “discretionary” policy si riferiscono al grado di prevedibilità, o orientamento al breve termine, delle politiche. Taylor spiega che cercherà di illustrare le variazioni in una serie di variabili da questo punto di vista, e di capire le cause di tali variazioni.

18.29. (Tenterò di seguire il discorso a dispetto della qualità della connessione che rallenterà la frequenza degli aggiornamenti). Taylor ringrazia per l’invito ed entra subito nel tema: la exit strategy dalla crisi, e la contrapposizione tra un’uscita “regolata” e una basata sulla discrezionalità. Per partire, può essere utile guardare agli insegnamenti della storia. Negli ultimi 50 anni si sono osservati vari trend, verso la crescita del governo, poi il riflusso, e poi ancora verso una crescita.

Ore 18.24. E’ appena iniziato il Discorso Bruno Leoni 2011. Alberto Mingardi (Direttore Generale dell’Istituto Bruno Leoni)  e Andrea Battista (Ceo di Aviva) introducono l’ospite di questa serata, John B. Taylor, autore per IBL Libri di Fuori strada.

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De Profundis per l’economia – di Gerardo Coco /2011/02/03/de-profundis-per-l%e2%80%99economia-%e2%80%93-di-gerardo-coco/ /2011/02/03/de-profundis-per-l%e2%80%99economia-%e2%80%93-di-gerardo-coco/#comments Thu, 03 Feb 2011 09:43:25 +0000 Guest /?p=8221 Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco:

Le economie dei G20 ristagnano da tre anni senza che le colossali manovre monetarie e altre misure interventistiche statali abbiano minimamente avuto effetti sul miglioramento delle capacità produttiva dei rispettivi paesi. E’ infatti l’incremento della produzione e della produttività e non quella dei consumi, a caratterizzare una autentica ripresa. Su questo aspetto le grandezze macroeconomiche nominali dei PIL sono fuorvianti.Ad es. negli USA la registrazione di un incremento del 3.2% dei consumi nel quarto trimestre del 2010, salutato come un segnale di crescita dell’economia, non rappresenta altro che pura inflazione determinata dal deficit e dagli stimoli monetari della Riserva Federale.

La realtà è che le manovre monetarie e politiche fiscali espansive sono incompatibili con la crescita economica e ne creano solo l’illusione.

L’espansione monetaria creata dalla banca centrale americana non ha manifestato ancora i suoi effetti distruttivi all’interno perché l’inflazione viene, per ora, esportata all’esterno. Infatti, il dollaro godendo della invidiabile posizione di valuta di riserva, cioè di mezzo di pagamento internazionale, non segue le regole delle altre valute e permette agli Stati Uniti di indebitarsi, spendere e consumare più di quello che guadagnano e producono semplicemente perché la FED crea i dollari dal nulla. In questo modo gli USA possono espropriare risorse degli altri comprando beni e servizi all’estero con un potere d’acquisto fittizio come potrebbe fare qualsiasi contraffattore che clona una valuta a costo zero e la spende nel mercato a spese del potere d’acquisto degli altri. L’eccesso di dollari torna poi in patria per essere trasformato in titoli del tesoro cosicché i partner degli USA con gli stessi dollari finanziano il loro deficit incoraggiando un irresponsabile consumo di risorse. Essi hanno infatti poco incentivo ad usare il surplus di dollari per acquistare beni e servizi in quanto negli ultimi decenni le industrie americane hanno perso completamente competitività. Ma cosa succede alle valute dei partner degli USA? I dollari ottenuti in cambio dei beni esportati devono essere convertiti nelle rispettive valute per effettuare gli acquisti all’interno. Se le forze di mercato operassero liberamente, l’eccesso di dollari alzerebbe il prezzo delle valute con cui il dollaro si scambia e rivalutandosi rispetto a quest’ultimo farebbero rincarare il valore delle loro esportazioni. Per evitare il peggioramento delle ragioni di scambio, l’unica opzione a disposizione dei partner è quella di abbassare artificialmente il valore delle proprie valute attraverso espansioni monetarie competitive. Per mantenere stabile il cambio essi devono acquistare il surplus di dollari ricorrendo deliberatamente al quantitative easing. Quindi, quando la Federal Reserve apre il rubinetto dei dollari anche le altre banche centrali aprono quello delle proprie valute. I dollari acquistati vengono parcheggiati in titoli del tesoro  permettendo così agli USA di mantenere bassi i tassi di interesse e di continuare a vendere il proprio debito. Tutto questo processo porta danni incalcolabili alle economie perché fa scattare un’inflazione mondiale “sincronizzata”.

In questo modo le banche centrali dei G-20 hanno pompato nell’economia un oceano di liquidità che non avendo alcuna relazione con i processi di produzione della ricchezza porta alla crescita dei prezzi delle materie prime, dei generi alimentari, del gonfiamento dei prezzi di borsa creando nei mercati effimere illusioni di prosperità. Di tutto questo, nel salotto economico di Davos naturalmente ci si è ben guardati dal parlarne.

L’ inflazione monetaria è, naturalmente anche il precursore di nuove bolle perché il denaro di nuova creazione filtra nelle economie prima di tutto attraverso il settore delle attività finanziarie incentivando investimenti speculativi, puntellando posizioni viziate, elargendo sussidi a gruppi privilegiati ed aggravando l’indebitamento generale fino all’esplosione di nuove crisi. I cosiddetti squilibri globali (global imbalances) non sono determinati da quelli delle bilance dei pagamenti come si racconta, ma sono le creature delle irresponsabili e metodiche politiche di manipolazione monetaria. Ai surplus commerciali dei paesi esportatori non corrisponde infatti un surplus di risparmio da investire nei paesi importatori ma dei fondi creati dalle banche di emissione che non costituiscono capitale perché non sono la controparte di una riduzione di consumi nel paesi con deficit commerciale. D’altra parte i tassi di cambio che dovrebbero riflettere il rapporto tra i poteri d’acquisto reali fra le valute vengono falsati dalle relative velocità di aumento delle espansioni monetarie che a loro volta ne determinano la velocità di svalutazione. Più un paese aumenta l’espansione monetaria, cioè la circolazione complessiva in rapporto alla produzione reale, più velocemente svaluta la propria moneta ed il suo potere d’acquisto. E poiché, in definitiva, le esportazioni si pagano con le importazioni, per uno stesso ammontare di importazioni si ottengono minori esportazioni. In breve, il paese esportatore si arricchisce di valuta ma impoverisce in termini di beni e servizi che riceve, cioè in termini di ricchezza reale. In un contesto di tassi fluttuanti e di guerra valutaria (dirty floating), chi sostiene che è l’espansione delle esportazioni a generare lo sviluppo economico assume implicitamente che un aumento delle esportazioni comporti automaticamente un aumento dei risparmi e quindi di stock di capitale, il che non è vero. Una valuta di un paese esportatore che perde valore abbassa le sue ragioni di scambio e ciò significa che dovrà esportare di più per ottenere lo stesso ammontare di beni, il che equivale a produrre di più ma ad essere pagati di meno. Un paese  che gode di un genuino sviluppo economico, non è necessariamente quello che esporta di più ma quello in cui la produttività ed i redditi reali crescono più velocemente e perché ciò sia possibile è necessario che lo stock di capitale aumenti. In un contesto di instabilità monetaria l’equazione degli scambi viene falsata, la produzione distorta e la formazione di capitale minata.

Per questo motivo, in un contesto di valute inconvertibili, la forma peggiore di interventismo è quella monetaria e purtroppo non c’è limite al potere delle banche di emissione di espandere i mezzi monetari consentendo loro di perpetrare i più indegni abusi. Questi abusi naturalmente sono strettamente collegati al finanziamento dei governi bancarottieri da parte del sistema bancario che acquista titoli di debito emessi dalle loro tesorerie. A questo riguardo l’Europa è tanto irresponsabile quanto gli Stati Uniti. I governi di entrambi i paesi non essendo più in grado di ripagare il loro debito lo rinnovano attraverso l’emissione di nuovo debito che non ha altra garanzia se non quella di altri titoli di debito che vengono emessi allo stesso modo in un processo di cui non si vede la fine. Non c’è nessuna creazione di valore in questo meccanismo: questi titoli infatti non producono alcun reddito ma rappresentano solo consumo perpetuato su scala gigantesca che ingoia il capitale reale della collettività.

I governi non producendo nulla, non hanno mezzi per pagare interessi e dovranno attingere da chi questi mezzi produce. Ma non essendoci nell’economia privata incrementi di produttività e, quindi, maggiore prodotto con cui pagare i maggiori interessi, i governi o ricorreranno a nuove dosi di debito o al mezzo illegittimo e disonesto dell’inflazione per svalutarli. Ormai le politiche monetarie e fiscali non hanno più nessun nesso con la creazione di valore nell’economia. Esse ammorbano tutta l’atmosfera economica ed impediscono alle strutture economiche di adattarsi a rapidi mutamenti.

In questo clima “bellico”, di instabilità monetaria, di guerre valutarie, di debiti e di generale incertezza  non ci può essere crescita economica reale ma solo impoverimento progressivo.

Le premesse di una ripresa economica non effimera stanno nella stabilità valutaria e nella ricostituzione dello stock di capitale effettivo dissipato nella crisi precedente e affinché ciò avvenga il risparmio della collettività deve aumentare relativamente al consumo. E’ l’ammontare di capitale a determinare la capacità del sistema economico di produrre beni e servizi, di creare occupazione, di aumentarne la produttività e di permettere ai consumatori di acquistare beni durevoli a credito. Purtroppo l’ortodossia economica pensa che il sistema economico abbia sempre capitale a sufficienza e che i problemi economici si risolvano con le iniezioni di liquidità, con la spesa, con i consumi e con provvedimenti legislativi, insomma con un orgia di interventismo piuttosto che incentivando il risparmio e la produzione. Così la crisi dell’organismo economico si dovrebbe risolvere prolungandone la malattia.

Stiamo vivendo un inquietante regresso dell’evoluzione economica, ma crediamo che siano ancora pochi ad averne piena coscienza.

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La guerra di Enrico /2011/01/26/la-guerra-di-enrico/ /2011/01/26/la-guerra-di-enrico/#comments Wed, 26 Jan 2011 15:02:57 +0000 Camilla Conti /?p=8148 Ci risiamo. Sono passati quasi cinque anni da quando Enrico Bondi è diventato amministratore delegato della Parmalat. Al tempo la guerra dei voti fu tra banche, hedge e distressed fund. Il copione si è poi ripetuto a ogni assemblea chiamata a rinnovare il board tirando in ballo anche la questione dei dividendi, che in base allo statuto di Collecchio devono essere pari al 50% degli utili, e quindi chiedendo cedole più sostanziose. A tre mesi dall’assemblea, che si terrà il 12, 13 e 14 aprile, anche quest’anno la storia si ripete.

Stamattina abbiamo letto sul Corriere della Sera che un gruppo di fondi avrebbe già raccolto il 17% del capitale di Parmalat e starebbe preparando una lista in vista del rinnovo del consiglio di aprile per defenestrare l’attuale amministratore delegato Enrico Bondi e di fatto azzerare l’attuale cda. Nel pomeriggio la conferma ai rumors su richiesta della Consob: “Accordo di coordinamento tra i fondi Skagen, Mackenzie Financial Corporation, Zenit Asset Management AB (Brummer&Partners), soci al 15,3% di Parmalat, per presentare una lista comune per il rinnovo del Cda e del collegio sindacale del gruppo alla prossima assemblea”, recita la nota diffusa dei tre investitori che sottolineano di non aver deciso ancora i nomi dei candidati. L’obiettivo? “Lavorare insieme per individuare dei candidati che possano accompagnare Parmalat in una nuova fase di sviluppo, i cui principali obiettivi siano il rafforzamento dell’attuale posizionamento sul mercato italiano, il continuo miglioramento della performance operativa, l’ulteriore crescita derivante da una mirata espansione internazionale, anche tramite acquisizioni che accrescano il valore per gli azionisti”.  Balle.

Il valore già c’è: Parmalat può contare su una ricca cassa, oltre 1,3 miliardi di euro. Bondi ha più volte detto che il gruppo studia opportunità di acquisizioni per impiegare l’ampia liquidità a disposizione, ma non a ogni costo. Il tempo di cause e processi è quasi finito e ora ci troviamo di fronte a una società che, pur operante in un settore molto competitivo e a margini non elevati, è risanata, senza debiti, non è cara ed è completamente contendibile, caso quasi unico sia nel suo settore che nel mercato di riferimento. Sul fronte giudiziario, la condanna in primo grado per bancarotta fraudolenta a Calisto Tanzi per 18 anni comminata a Parma si è aggiunta a quella per 10 anni e 100 mila euro da restituire ai 32.000 piccoli risparmiatori  fregati per aggiotaggio, comminata a Milano nel 2008 e nel 2010 confermata dalla Corte d’Appello.  Il coinvolgimento nel crac Tanzi è costato caro anche alle banche. L’ultimo capitolo è stato scritto il 17  gennaio  dai pubblici ministeri che sostengono l’accusa nel processo in corso a Milano per il reato di aggiotaggio nei confronti di Citigroup, Deutsche Bank, Morgan Stanley e Bank of America. Ubs e Nextra hanno invece risarcito sia l’amministrazione straordinaria sia i risparmiatori, una scelta che ha consentito loro l’abbandono dei processi di Milano e di Parma.  Le altre banche non sono state meno generose, tanto il gruppo alimentare ha già accumulato un tesoretto di oltre 2 miliardi: Credit Suisse ha risarcito Bondi con 172,5 milioni, Morgan Stanley 150 milioni, Bank of America 98,5 milioni e Deutsche Bank 74 milioni. Ai risparmiatori invece sono andati circa 100 milioni di euro. Per gli istituti – che sulle cifre fraudolente di Tanzi ci hanno guadagnarto fiumi di denaro – il conto finora pagato è più alto dell’eventuale condanna.  Grazie anche alla cocciuta battaglia portata avanti da  Bondi.

Una tesi, la sua, tenacemente e solitariamente sostenuta da anni contro l’intero sistema bancario, che tende a presentarsi nelle vesti del raggirato insieme a migliaia di incolpevoli bond-holder che comprarono i titoli proprio agli sportelli di quelle stesse banche: le banche davano copiosi finanziamenti per oltre 13 miliardi di euro a un gruppo che dal 1990 era tecnicamente fallito. A tassi superiori rispetto a quelli di mercato, dunque con lauti guadagni. E poi, grazie alla recovery dei crediti in azioni e all’avvaloramento del titolo, hanno portato a casa ulteriori buoni realizzi. Bondi non s’è piegato di fronte a campagne odiose di stampa fomentate dalle banche, campagne che ancora continuano, da parte di chi per lungo tempo sosteneva che revocatorie e risarcitorie andavano concentrate in una bad company per lasciare invece l’azienda industriale e il suo futuro ad aggregazioni decise dalle banche stesse. I 162mila ex obbligazionisti poi divenuti azionisti della nuova Parmalat devono ringraziare Bondi, per quel po’ che hanno recuperato. La cassa però fa gola alle banche e ai fondi che invece lo detestano a e a ogni assemblea sulle nomine provano a farlo saltare. L’ultima mossa pare, però, assai prematura visto che la partita si giocherà fra tre mesi. Che serva solo a generare pressioni sul manager di Collecchio, che sia speculazione pura sul titolo che oggi è schizzato del 5% o che la squadriglia di fondi faccia davvero sul serio, fino a oggi la conta è sempre stata positiva per l’ex manager del risanamento Montedison.

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