Per il 9 dicembre, invece, grande raduno sindacale a Roma. Come si afferma nei comunicati stampa, “per la prima volta insieme”, Agis, Anica, Cento Autori, Federculture, Slc – Cgil, Fistel – Cisl, Uilcom – Uil. Un evento epocale. Un po’ come se si stesse annunciando, “per la prima volta insieme, i premi Oscar Robert De Niro, Al Pacino e Martin Scorsese”. Il tempo stringe, la tenuta del Governo è appesa a un filo, l’approvazione della Finanziaria è ormai alle porte e molte speranze sono rivolte al cosiddetto “decreto milleproroghe”. Le rivendicazioni sono riassumibili in poche parole: “vogliamo più soldi”. Le variazioni sul tema poi sono infinite, tutte ovviamente volte a nobilitare tale protesta con infiocchettamenti verbali degni dei migliori eredi di Dante.
Voci dissonanti non se ne sentono, anzi: in queste settimane diversi sono stati gli endorsement a sostegno delle proteste. Fra questi anche quello di Claudio Magris, con un suo editoriale (“Il teatro della vita – e della politica”) comparso sul Corriere della Sera del 23 novembre 2010. Il pregio del corsivo di Magris è quello di offrire una profondità storica al dibattito di oggi. Se il teatro ha avuto un ruolo “fondante” nella genesi nella civiltà occidentale, allora possiamo valutare con un occhio rivolto al passato anche il rapporto tra Stato e cultura, tra denaro pubblico e comparto dello spettacolo. Oggi i governi intervengono a sostegno degli spettacoli dal vivo e del cinema. Si tratta di scelte discrezionali, che scaturiscono dal ritenere tali attività meritevoli di sostegno. Ma naturalmente non è stato sempre così.
Come ha scritto Friedrich Hayek, “bisogna ricordare come già ben prima che il governo si interessasse a certi campi, molti beni collettivi, oggi ampiamente riconosciuti come tali, erano forniti dallo sforzo di individui dotati di spirito pubblico, o gruppi privati i quali provvedevano a fornire i mezzi necessari per il perseguimento di scopi pubblici che essi consideravano importanti. La pubblica istruzione, gli ospedali, le biblioteche e i musei, i teatri, i parchi, non furono creati per primo dai governi”.
Lo stesso teatro delle origini era legittimato dall’ampio seguito che riusciva ad attirare. Già nel Seicento, i teatri lirici privati prosperavano a Venezia. Pure il cinema si impone grazie a innovatori e imprenditori, e si afferma in virtù del talento di grandi figure come Buster Keaton, Charlie Chaplin o David Ward Griffith.
L’evolvere della tecnica e delle preferenze individuali hanno decretato il successo o la “decadenza” di determinate attività culturali: dopo i fasti dei secoli scorsi, la lirica è un settore che non gode più delle attenzioni delle masse; lo stesso non si può dire del cinema o della televisione. Esiste d’altra parte un cinema non “assistito” che non ha bisogno di sussidi pubblici, il quale offre allo spettatore opere di valore. Negli anni cambiano le forme, ma non cessa la produzione culturale.
Nessuno sa quello che potrà accadere in futuro, sta di fatto che gridare alla “morte della cultura” non ha alcun senso. D’altronde, come vorrebbero le persone che protestano a gran voce in questi giorni, si può anche optare per una cultura dipendente dallo Stato e dalle scelte dei politici, che sia sostenuta anche da chi non ne usufruisce direttamente (attraverso la fiscalità generale). In questo caso, però, paternalismo e parassitismo non possono essere considerati quali esiti imprevisti.
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Keen è un personaggio singolare, che alza la bandiera della “cultura del secondo novecento” (in Italia diremmo: post-sessantottina) sostenendo che si tratti del massimo prodotto di sempre della creatività umana. Prodotto che egli legge come in buona misura frutto di un “eco-sistema culturale” che ha consentito ai “creativi” (cinematografari, scrittori, musicanti) di trarre abbondante soddisfazione dal proprio lavoro. Di qui, parte con una filippica contro Internet, che di quella cultura sarebbe l’assassino. Sostanzialmente: lo sviluppo della rete avrebbe segnato una svolta ideologica per cui la qualità nella produzione culturale (si tratti di una rivista o di un CD) non dovrebbe essere più considerata degna di remunerazione monetaria. Questo ingenera una estrema “democratizzazione” della cultura, per cui tutto, non avendo prezzo, ha lo stesso valore: zero. Quei modelli di business che puntavano sulla costituzione di “piattaforme per la condivisione di contenuti” sperando di potere poi remunerare gli autori attraverso la pubblicità (un modello di per sé non certo nuovo: pensate alla televisione commerciale) sarebbero per Keen già obsolete, e in realtà sarebbero state sin dall’inizio votate al fallimento. Perché? Perché, banalizzo, “la qualità si paga”.
È un discorso affascinante anche se di dubbia consistenza. In prima battuta, a me possono piacere molto sia Bob Dylan che Saul Bellow e Philip Roth, ma prima di sostenere che i loro siano prodotti culturali intrinsecamente superiori a, chessò, Richard Strauss o Edvard Grieg piuttosto che Stendhal e Vittorio Alfieri ci penserei non due ma mille volte. Società diverse, in momenti diversi, hanno “pagato” gli artisti, i filosofi, i giornalisti, i musicisti in modo molto diverso. E siccome le preferenze sono individuali, ciascuno di loro può avere una diversa idea della moneta con cui desidera essere pagato.
C’è però un elemento di verità, o perlomeno a me sembra, nel discorso di Keen. Soprattutto grazie ad Amazon (Kindle) e a Apple (iPod/iTunes e giornali/iPad) si stanno affermando su Internet anche soluzioni per cui “la qualità si paga”. Questo vuol dire che tutto ciò che non è a pagamento fa schifo, oppure sia destinato a scomparire, perché dal momento che tutti hanno a disposizione tempo in quantità limitata lo dedicheranno solo ai contenuti “premium” per cui sborsano fior di quattrini? O, ancora, ciò che è gratuito sarà ridotto al rango di “assaggino”, per indurre all’acquisto, per esempio, di file audio o video?
Forse la faccenda è un po’ più complessa. Mi pare evidente che, con buona pace dei discografici, non esiste alcun tabù sociale che metta alla pari il donwnload illegale (com’era del resto ieri, con le videocassette copiate) con il furto. Mi pare altrettanto evidente che, con buona pace dei tecnofili, il libro va bene così com’è, non c’è bisogno di trasformarlo in una sorta di raccolta di link, e iniziative come il Kindle abbiano successo proprio perché ci consentono di procurarci in modo più pratico i cari vecchi libri.
Internet ci ha stupiti sin qui, e ci stupirà negli anni a venire. Non sarà tutta gratis, non sarà tutta a pagamento. I contenuti gratuiti, spiega Keen, danno l’impressione che “tutti siano uguali”, avvantaggiano il dilettante rispetto al reputato professionista delle arti e delle lettere. Ma siccome anche per leggere questo blog uno spende del tempo, davvero pensiamo che i lettori non sappiano giudicare e filtrare da sé i contenuti, investendo come meglio credono tempo e denaro?
È curioso che un “autoritario di sinistra”, come si definisce Keen, pensi che solo un prezzo in moneta possa rendere giustizia al valore di un’opera dell’ingegno – soprattutto perché, in tutta evidenza, anche al di fuori di Internet (pensiamo a libri o cd) i prezzi non riflettono solamente il “valore intrinseco” dell’opera, eterna chimera degli apologeti della “classe creativa”.
PS: Seth Godin sceglie di pubblicare in proprio sul web. La qualità che si paga, o la disintermediazione degli editori?
]]>Serve più serietà nel settore pubblico, a tutti i livelli.
Se nel 2009 lo Stato ha stanziato per la cultura lo 0,23% del Pil che quest’anno diventerà lo 0,21%, a fronte di un media europea tra 0,3 e 0,4%, i Comuni, le Province e le Regioni italiane impegnano rispettivamente il 3%, il 2,1% e lo 0,6% dei propri bilanci a questo fine. Insomma, di soldi pubblici ancora ve ne sono, seppur tra mille rivoli. Ma il problema è che per ben oltre l’80% vanno in retribuzioni del personale e spese di gestione amministrativa. Dunque, vengono spesi male.
In più, spesso non vengono spesi affatto, per incapacità e ritardi.
Il 22° Rapporto Eurispes ha dedicato un intero capitolo al tema. Il titolo vale più di mille spiegazioni: “Beni culturali: i soldi nel cassetto ovvero come non si spendono le risorse disponibili”. Alla fine del 2009, per esempio, la differenza fra entrate e uscite dava un attivo di 25,2 milioni di euro alla Soprintendenza architettonica di Pompei, e di 3,6 milioni al Polo Museale Napoletano. E in tutti e due i casi si tratta di istituti dotati di autonomia speciale, in grado cioè di avere rispetto al resto dell’organizzazione centrale e territoriale del MIBAC una maggiore elasticità e dinamicità nella spesa.
Più che reclamare nuovi stanziamenti, si dovrebbe allora pensare a come gestire nel miglior modo possibile l’esistente. L’Italia ha un patrimonio artistico e culturale particolarmente ingente. Il legislatore, poi, ha dato un’accezione molto ampia di “bene culturale”, e dunque siamo caratterizzati da un regime molto penetrante di tutele. Ci ritroviamo quindi a tutelare oltre 400mila immobili storici, i centri storici del 78% delle città italiane, il più diffuso sul territorio patrimonio di centinaia di musei statali e locali, opere d’arte, vestigia e parchi archeologici. Se a questo aggiungiamo anche tutta la tradizione italiana legata allo spettacolo dal vivo dall’opera lirica al teatro di prosa al cinema, non basterebbe nemmeno una pressione fiscale moltiplicata per due a conservare e a valorizzare con soli soldi pubblici tutto questo patrimonio. Ed è per me incomprensibile come non lo si capisca, e come ogni teatro a cominciare dalla Scala veda le maestranze continuare a devastare i calendari delle rappresentazioni, invocando più denari pubblici ma in realtà arrecando gravissimi danni ai cittadini che hanno prenotato e pagato il biglietto, al turismo e all’immagine del Paese.
Il contributo dei privati è dunque indispensabile. Ne serve di più, bisogna lavorare per accrescerlo. Mettendo da parte e superando le molte resistenze che vengono ancora dal mondo accademico, e dalle sovrintendenze territoriali in cui si articola il MIBAC. Penso per esempio a quante polemiche ha scatenato e continua ad alimentare l’introduzione, un anno fa, presso il Ministero dei Beni Culturali e Ambientali della nuova Direzione generale per la Valorizzazione del Patrimonio Culturale, affidata a Mario Resca proprio per la sua precedente esperienza di manager privato. Oppure alle polemiche che seguirono l’insediamento del professor Andrea Carandini alla presidenza del Consiglio superiore dei Beni Culturali, quando affermò, lui che è insigne tra gli archeologi della Roma Antica, che “anche agli scavi c’è un limite, se poi non sappiamo mettere a reddito il patrimonio”. Aveva ragione. Sono polemiche datate, che ci fanno toccare con mano quanto l’impresa e il capitale privati siano ancora “sospetti”, agli occhi di chi preferisce magari che le opere restino chiuse nei depositi di musei magri di risorse, invece che rese fruibibili al pubblico grazie alle risorse dei privati.
Basti pensare invece al bilancio positivo delle poche esperienze pilota che sono state realizzate coinvolgendo nella gestione a pari titolo privati e fondazioni bancarie. Come il Museo Egizio di Torino, che dal 2004 ha riunito in fondazione un gruppo di soggetti pubblici e privati a cui è stata conferita dal Ministero la gestione dell’intero museo. Esperienze come questa devono essere replicate su tutto il territorio nazionale. Ed è la stessa esperienza che ci viene da tutta Europa. La realtà italiana mostra che il coinvolgimento dei privati è stato invece troppo timido, e perciò inefficace. Per esempio la trasformazione degli enti lirico-sinfonici in fondazioni di diritto privato non ha garantito l’afflusso di risorse aggiuntive, da assommarsi a quelle stanziate dallo Stato. Come si vede dalle proteste in corso, per la nuova riforma avviata dal ministro Bondi.
Oltreoceano, il National Endowment for the Arts agisce stilando la lista delle istituzioni potenzialmente soggette a sovvenzioni, lasciando a loro carico la ricerca di un sostegno privato di un ammontare almeno equivalente, senza il quale la somma pubblica non può essere versata. Tale sistema consente di stimolare il sostegno privato attraverso quello pubblico, evitando che esso vi si sostituisca. Mi pare un ottimo modello da seguire.
Di qui la prima proposta: le risorse pubbliche non vanno più date a pioggia alle centinaia di soggetti pubblici protagonisti dell’offerta culturale inefficiente. Bisogna spostare l’allocazione delle risorse spostandole su criteri che tengano conto della domanda, e premino la migliore offerta. Vanno in questa direzione i meccanismi di matching grants, quando il contributo pubblico affianca quello privato al solo patto di averlo saputo reperire in maniera a esso equivalente. Questi strumenti sono particolarmente indicati, in quanto incentivano la ricerca di risorse dal privato e responsabilizzano gli enti, che devono essere in grado di reperire finanziamenti sul mercato.
Un altro grande tema, quello dei musei. La grande ricerca commissionata mesi fa da Confcultura e Federturismo, e condotta da PricewaterhouseCoopers, ha mostrato molto bene come lo sfruttamento in termini economici dei nostri musei sia tutt’altro che soddisfacente. L’Italia non ha un museo fra i primi dieci al mondo per numero di visitatori. E’ vero, il nostro Paese si caratterizza per avere un alto numero di musei, oltre 430 solo quelli statali, diffusi lungo tutta la Penisola, e non pochi e concentrati, come Oltralpe dove sono all’80% nell’Ile de France.
Di qui la seconda proposta: affidare a privati in totale concessione sperimentale alcuni musei italiani, superando i limiti molto stretti posti dall’attuale ordinamento che affida ai privati solo la gestione di alcuni servizi.
Non è una provocazione. Lo Stato, che ha le difficoltà che ha, metta i privati alla prova. Proviamo per qualche anno ad affidare integralmente ai privati l’intera gestione di alcuni grandi musei. Facciamone un’esperienza pilota. Ma consentiamo ai privati anche di aver voce sul capitolo del personale e della sua organizzazione, a quel punto.
Non è vero che senza i denari dello Stato, cioè del contribuente, l’Arte e la Cultura con l’”A” e la “C” maiuscola sono destinati a deperire. Penso a quel che aziende come Eni, Telecom Italia, Pirelli e tante altre a cominciare da banche e assicurazioni fanno già da anni. Lo fanno malgrado i vincoli stretti, troppo stretti, e gli incentivi troppo esigui posti all’investimento culturale dei privati dal nostro ordinamento fiscale.
Di qui la terza proposta. Estendere alle sponsorhip delle imprese private in progetti culturali la disciplina del credito d’imposta per gli investimenti in ricerca e sviluppo tecnologico. L’attuale Testo Unico delle Imposte sui Redditi prevede infatti la totale deducibilità delle erogazioni liberali a fini culturali per i soggetti titolari di reddito d’impresa. Ma ne sono scaturite risorse per poche decine di milioni di euro l’anno. Serve invece una forte agevolazione fiscale per il rapporto di sponsorizzazione, che viene incredibilmente ristretto dall’articolo 120 del Codice dei Beni Culturali. E’ la sponsorizzazione che consente alle imprese un pieno e legittimo ritorno dell’investimento, a vantaggio del proprio marchio, immagine prodotto, e realizza altresì un più pieno coinvolgimento del privato nelle modalità di fruizione del patrimonio culturale.
Infine, sempre in materia fiscale, la quarta proposta. Alzare dal 19% attuale al 30% almeno l’aliquota da portare in detrazione fiscale, quando le erogazioni clturali siano effettuate da persone fisiche.
Non è impossibile, nel giro di qualche anno, raddoppiare l’apporto netto che il turismo arreca alla bilancia dei pagamenti italiana. Il patrimonio culturale è parte integrante e imprescindibile della qualità dell’offerta dell’industria del turismo. Chi farà fare più alle imprese, nella cultura, costruirà un’Italia non solo meno dissipatrice e immemore del suo passato. Ma, soprattutto, un’Italia coi conti più in regola per il suo futuro.
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