CHICAGO BLOG » Stefano Moroni http://www.chicago-blog.it diretto da Oscar Giannino Thu, 23 Dec 2010 22:50:27 +0000 it hourly 1 http://wordpress.org/?v=3.0.1 Commercio, libertà e concorrenza /2010/01/13/in-difesa-delloutlet/ /2010/01/13/in-difesa-delloutlet/#comments Wed, 13 Jan 2010 11:20:26 +0000 Stefano Moroni /?p=4725 In periodo di saldi le critiche nei confronti dei centri commerciali e degli outlet tornano in auge (si veda ad esempio Aldo Cazzullo sul Corriere del 5 gennaio 2010).
Tre sono i punti che vengono sempre sottolineati.
In primo luogo, centri commerciali e outlet avrebbero qualcosa di intrinsecamente negativo: sarebbero brutti luoghi, privi di elementi di socializzazione, centrati solo sull’acquisto di merci e così via.
In secondo luogo, farebbero una concorrenza troppo spinta e in qualche  modo ‘sleale’ nei confronti dei piccoli negozi di quartiere, costringendoli a chiudere.
Ne conseguirebbe, in terzo luogo, la necessità di supportare e aiutare i negozi di quartiere per consentir loro di sopravvivere. E ciò, anche per salvare le nostre città e il nostro modo ‘urbano’ di vivere.
Mi pare che si possano discutere tutti e tre i punti. Nel primo caso, non vedo cosa ci sia di strano nel fatto che si vendano liberamente merci e si acquistino merci in luogo a ciò deputati. E credo che se molta gente frequenta questi luoghi forse è perché, semplicemente, le va di farlo. Senza che ciò indichi di per sé che non apprezzi e faccia mille altre cose per le ragioni più svariate.
Nel secondo caso, credo vada riconosciuto che la chiusura di molti negozi di quartiere non dipende certo dalla concorrenza diretta di centri commerciali e outlet, ma dall’incapacità di innovarsi del piccolo commercio urbano, anche a causa del protezionismo garantito dall’autorità pubblica che ha per lungo tempo difeso le posizioni acquisite e della difficoltà di aprire nuovi negozi generata dalla marea di vincoli e restrizioni pubbliche.
Nel terzo caso, mi pare che supportare l’una parte o l’altra sia sempre un errore che non può che peggiorare il funzionamento del sistema di mercato nel suo complesso. Soprattutto se si vuole favorire la parte che da sempre è stata protetta da una concorrenza più vera. Le nostre città paiono anche a me un ottimo luogo ove vivere e scambiare, ma sono convinto che sarebbero più vive e attive proprio se smettessimo di pensare che possiamo migliorarle solo intervenendo direttamente (tramite forme velleitarie di pianificazione urbanistica, regolamentazioni artificiose e minuziose di settore, politiche ultrafinalizzate, etc.) alla luce di modelli di vita buona imposti dall’alto. Veramente crediamo che centri commerciali e outlet siano responsabili dello spegnimento di molte realtà urbane più dei nostri errori interventisti e delle gabbie soffocanti che abbiamo costruito per tutte le attività urbane? Aggiungo una domanda ovvia: perché mai i periodi di saldi e i modi in cui hanno luogo dovrebbero essere decisi (in città e altrove) dalla parte pubblica?
A margine dell’intero discorso è importante sottolineare che il decreto Bersani, che aveva previsto una certa liberalizzazione del settore commercio, è stato ampiamente disatteso dalle Regioni che hanno per la gran parte reintrodotto approcci dirigisti e programmatori, caratterizzati da dimensionamenti vincolanti e barriere all’ingresso varie.
Tutto quel che ho sostenuto nulla ha ovviamente a che vedere con l’idea, indiscutibile, che qualunque attività commerciale (in città e altrove) debba essere necessariamente soggetta a regolamentazioni varie; ma ciò, solo per evitare danni diretti e tangibili e non certo per perseguire specifici ideali di vita buona.
Per finire, centri commerciali e outlet sono in profonda trasformazione e, per certi aspetti, già desueti. Se sperimentazione sociale ed economica potranno esprimersi in città e nel territorio, nuove forme commerciali verranno incontro a nuovi bisogni. Imprevedibilmente, come sempre.

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Vita e morte delle grandi città /2009/10/26/vita-e-morte-delle-grandi-citta/ /2009/10/26/vita-e-morte-delle-grandi-citta/#comments Mon, 26 Oct 2009 14:24:23 +0000 Stefano Moroni /?p=3456 Jane Jacobs è mancata nel 2006 a novant’anni dopo una lunga vita spesa in varie attività e in un attento studio dei fenomeni urbani (una brillante ricostruzione della sua vita di studiosa si trova in Pierre Desrochers, ‘The Death and Life of a Reluctant Urban Icon’, Journal of Libertarian Studies, 2007).

Il libro più famoso e importante di Jane Jacobs, Vita e morte delle grandi città, è stato riedito recentemente da Einaudi (l’edizione originaria è del 1961). Il libro ha avuto fortune alterne, a volte acclamato come pionieristico e imprescindibile, altre trattato con sufficienza e denigrato (la stessa Jacobs è stata accusata di essere poco più di una giornalista e niente affatto una studiosa seria e documentata).

Si tratta in realtà di un libro fondamentale sia per quanto riguarda l’interpretazione del fenomeno urbano sia per quanto riguarda la critica all’idea tradizionale di pianificazione urbanistica.

Per quanto rigurada la città, la Jacobs mette chiaramente in luce come si tratti di una realtà auto-organizzativa, un caso di ‘complessità organizzata’ ossia una situazione in cui una miriade di fattori si combinano spontaneamente in strutture ordinate. In un sistema di questo tipo, la diversità e la pluralità sono risorse e non problemi. La mescolanza delle funzioni urbane e l’alta densità di popolazione sono punti di forza e non di debolezza. La città emerge, in quest’ottica, come un immenso laboratorio dinamico di sperimentazione di stili di vita e forme di produzione e scambio: quel che a molti sembra solo caos è in realtà una forma evoluta di ordine (un’interessante rilettura di questo aspetto del pensiero dell’autrice nella prospettiva della scuola economica austriaca, si trova in Sanford Ikeda, “Urban Interventionism and Local Knowledge”, The Review of Austrian Economics, 2004).

Per quanto riguarda la pianificazione urbanistica tradizionale, la Jacobs sottopone a una critica severa e convincente lo scientismo e il dirigismo che da lungo tempo ne sono a fondamento. L’approccio tradizionale alla pianificazione ha infatti considerato la città come un sistema semplice, una specie di macchina facilmente conoscibile e complessivamente modellabile, piuttosto che come un fenomeno di complessità organizzata che sfugge ad ogni comprensione di dettaglio e ad ogni tentativo di guida finalizzata. In tal modo, la pianificazione urbanistica ha finito per imporre alle città schemi statici, inadatti alla natura dei problemi e totalmente avulsi dalla realtà.

Penso che il libro della Jacobs abbia ancora molto da insegnarci oggi; io stesso ho cercato di proseguire la ricerca sui fenomeni socio-spaziali e sulla possibilità della loro regolazione in una direzione che direi inequivocabilmente jacobsiana (in particolare, nei libri L’ordine sociale spontaneo, Utet, Torino, 2005 e La città del liberalismo attivo, CittàStudi, Torino, 2009).

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