Think tanks, or public policy research institutions, have begun to prove their utility in the domestic policy sphere as information transfer mechanisms and agents of change by aggregating and creating new knowledge through collaboration with diverse public and private actors.
In buona sostanza i think tank agiscono come “ponti fra la conoscenza d il potere”. E’ bene leggere nel dettaglio i dati presentati dalla ricerca di McGann. La prima cosa interessante da segnalare è la continua crescita del numero di think tank presenti nel mondo. Esistono oggi oltre 6300 think tank in 169 Paesi. Il dato è da valutare tenendo conto della crescita del numero nel corso degli anni.
Per ciò che concerne la diffusione su scala geografica, Europa (28%) ed U.S.A. (30%) fanno registrare il numero più alto di think tank. C’è da dire che le strategie, il mercato delle idee e l’impatto dei think tank nelle due realtà sono totalmente diversi. Da segnalare l’aumento dei think tank in Cina.
Veniamo ai nomi. Ottimo posizionamento per la Brookings Institution (prima al mondo, prima negli Stati Uniti). La Chatman House si segnala come miglior think tank non americano. Tra i primi dieci negli Stati Uniti, oltre alla già menzionata Brookings, segnaliamo ilCarnegie Endowent for International Peace (2°), la Heritage Foundation (5°), Il Cato Institute(7°). Solo nono l’American Enterprise Institute. Da segnalare l’ottima prestazione del Center for American Progress dell’obamiano John Podesta premiato come il think tank che ha avuto il maggior impatto sulle public policies. E’ da queste parti che bisogna guardare per capire le mosse dell’amministrazione Obama.
Quattro le istituzioni italiane presenti nella classifica: l’istituto Bruno Leoni 36° in classifica, e poi l’Istituto affari internazionali, l’Aspen Institute ed il Centre for Economic and International Studies.
C’e’ un trend chiaro che emerge dal rapporto: anche nel mondo dei think tank la globalizzazione ha fatto e sta facendo la differenza. Entrare in un network per scambiare informazioni, best practices e soluzioni di policy da adattare alle singole realtà nazionali è indispensabile per sopravvivere nel mercato globale delle idee.
L’Italia non se la passa bene. A parte le iniziative di alcuni capitani coraggiosi, sembra che attori pubblici e privati in questo, come in altri settori abbiano fatto una scelta sul dove andare. O meglio, hanno optato per la più agevole delle soluzioni. Quella di non partire.
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Gli americani si sono divisi secondo le tradizionali linee ideologiche, così se il Cato Institute esulta il New York Times promette battaglia ed invoca l’intervento del Congresso, Jeffrey Tobin sul New Yorker parla invece di un “bad judgment”. L’analisi più equilibrata è probabilmente quella dell’Economist. Non mi interessa approfondire qui i numerosi tecnicismi della decisione. Una analisi prettamente tecnica richiederebbe altra sede. Vorrei invece accennare ad alcuni aspetti tenuti poco in considerazione nei commenti che ho letto fino ad ora.
E’ interessante notare come uno dei consiglieri più influenti nella cerchia degli Obamiani, il Prof. Cass Sunstein, non avesse previsto questo terreno di scontro fra la maggioranza conservatrice della corte suprema e le tradizionali posizioni liberal. Nel 2005 in Radical in Robes. Why Right swing courts are wrong for America nemmeno un capitolo era infatti dedicato all’argomento.
Altro punto fondamentale è il coraggio che nel corso degli ultimi 30 anni i Repubblicani hanno avuto investendo nel mercato delle idee. Come sottolinea Jack Balkin, Citizens United va analizzata tenendo conto di tutto quel mondo repubblicano che nel corso degli anni ha creduto nelle sue idee ed ha creato delle strutture e formato degli intellettuali capaci di controbilanciare le tradizionali élite liberal. La decisione dunque non è una sorpresa.
Problema ben noto è poi quello della legittimazione dei giudici che, sempre più spesso, affrontano questioni di grande portata politica (vd. Juristocracy di Ran Hirschl). Come conciliare il rispetto della legge approvata dalle maggioranze parlamentari con quello per la funzione giudiziaria? Da questo punto di vista Citizens United presenta una maggioranza conservatrice che, visto il suo attivismo nel caso di specie, non fa i conti con i tradizionali principi conservatori che enfatizzano il rispetto dei precedenti ed i principi del judicial minimalism.
Forse il fatto che siano sempre più spesso i giudici a decidere e non “We the people” è il problema davanti al quale Citizens United ci mette nuovamente di fronte. Citizens Unite!!
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Quello che conta, per ora, sono i fatti. In primis la volontà del gruppo dei veltroniani di darsi una struttura, poi la valutazione anche se assolutamente preliminare del progetto.
Se avevamo già fortemente criticato Italiafutura, gli stessi argomenti possano essere uilizzati per l’iniziativa veltroniana. Piaccia o meno agli amici del PD, un think tank è una cosa seria. Le idee sono una cosa seria. Non basta radunare i soliti professori, metterli dietro ad una cattedra e aspettare che i discenti si limitino a recepire. La natura della ricerca e della sua diffusione nella società, soprattutto nell’ambito dell’operato dei think tank (quelli seri), è essenzialmente competitiva. Le idee si testano, si valutano, si modificano. Interagiscono con i portatori di interessi nella società. Non ci sono più i mandarini che o gli intellettuali organici di partito pronti a dispensare verità. Da questo punto di vista le esperienze di GovernarePer ed Ulibo pare non abbiano insegnato nulla.
Perché se poi il principio che vale è quello del “non fare tessere perché contarsi è sempre rischioso”, allora anche questa iniziativa è destinata all’inutilità. Ci ripensino al PD.
C’e’ bisogno di idee e di persone. Nuove davvero. Perché non basta evocare il modello Real dell’azionariato diffuso come fa Morando, altrimenti alla fine il campionato lo vince il Barca di Joan Laporta con una proprietà solida, le idee chiare ed un modello competitivo.
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]]>Così, per quel che riguarda dibattito sulla riforma sanitaria, girovagando fra le pubblicazioni ci si può imbattere in un fact sheet dal titolo: “The moral dimension of health care reform. How the health care reform bill in Congress measure up Catholic social teaching“.
Spesso ascoltiamo grandi giornali lamentarsi di come la dottrina sociale della chiesa sia utilizzata strumentalmente a fini politici da attivisti di destra o dai theocon. Forse non avevano ancora letto questo fact sheet.
La dottrina sociale della chiesa lasciamola alla chiesa.
]]>L’evento scatenante risale alla pubblicazione del libro Three Felonies a day: How the Feds Target the innocent. Ogni giorno, sostiene l’autore Harvey Silvergate, un professionista si sveglia, va a lavorare, torna a casa, cena e va a letto non consapevole di aver violato numerose leggi federali. Come è possibile? Come scrive il New York Times:
The book argues that federal criminal law is so comprehensive and vague that all Americans violate it every day, meaning prosecutors can indict anyone at all.
Viene in mente qualcosa? Qualche situazione vagamente paragonabile?
Troppe leggi. Questo il problema. Per questo libertari di destra e di sinistra hanno unito le forze.
C’è una lezione per tutti: l’eccessivo interventismo dello Stato, come ci ricorda il mio amico Henry Porter, si misura anche dall’erosione delle nostre libertà civili.
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L’ultima nata è REL (Riformismo e Libertà). Ne è promotore il deputato del PDL Fabrizio Cicchitto. L’articolo di Mattia Feltri su La Stampa riassume bene per gli interessati lo stato dell’arte (vedi anche Il Foglio).L’aspetto interessante, da segnalare per i lettori, è che con la caduta del muro di Berlino e il lento declino dell’egemonia culturale marxista, la destra avrebbe una naturale vocazione allo sviluppo di una contro-egemonia. Certo, le sacche di resistenza ci sono. Berlusconi in una famosissima puntata di Ballarò fece riferimento alle “scuole elementari, alla magistratura e alle università”. Prendiamo il prendibile, ma è impossibile negare che in alcune parti della società la cultura di sinistra è ancora dominante. Per carità nulla di strano, solo il risultato di un graduale processo gramsciano di conquista e seduzione.
Tutto il contrario di quello che avviene ora all’interno del centrodestra italiano. Fondazioni temporanee che nascono legate ad esigenze del breve, brevissimo, periodo senza un progetto. Così ogni capo corrente crea la sua creatura. Produzione d’idee poche, però si fidelizzano le truppe.
Paradossalmente, un “vero” successo politico si può creare solo mediante la competizione al di fuori del ring elettorale e partitico. Per comprenderci, l’attuale nomina di molti giudici conservatori alla Corte Suprema americana non è avvenuta solo per i due mandati di Bush. La doppia elezione di Bush è stata possibile perché istituzioni deputate a produrre una cultura per il movimento conservatore hanno, dagli anni ’80, fatto il loro mestiere investendo nel mercato degli uomini e delle idee. Insomma, per vincere in politica non basta vincere le elezioni.
Tutto il contrario di quello che stiamo vedendo in Italia. Il centrodestra d’altronde non si fida degli intellettuali.
Come il calabrone che per il suo peso, la sua forma e le caratteristiche fisiche dell’aria non potrebbe volare, l’apparato di fondazioni che gravita attorno al PDL sembra destinato ad una sicura implosione futura. Eppure come il calabrone per ora il PDL vola. Chissà fino a quando.
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Presidente Romano, il Corriere della sera parla di un clima “rilassato”, roba da pacche sulle spalle, in Parlamento sulla riforma della professione forense. Cosa ne pensa?
Tutto ciò ci lascia quantomeno perplessi.Non riusciamo nemmeno a comprendere come la riforma della professione forense, che non interessa ai cittadini se non per gli inevitabili profili negativi, possa avere così tanta eco ed addirittura godere di un’accellerazione parlamentare senza precedenti.
Perche’ questa riforma non la convince?
La controriforma non convince alcuno se non una parte degli addetti ai lavori (avvocati). C’è una profonda spaccatura tra le autoreferenziali gerarchie ordinistiche e la base della classe forense. In breve si tratta di una riforma assai peggiore di quella fascista del 1933. Qualche settimana fa è stato proprio il Presidente dell’Antitrust Catricalà a Ballarò su Raitre a definirla così. Io mi permetto di qualificarla ulteriormente: una controriforma censocratica, illiberale, antieuropea. Solo per dirne una, manca colpevolmente nella proposta, la previsione della partecipazione alle società professionali da parte dei soci di mero capitale, la qual cosa invece garantirebbe non solo di ampliare la struttura degli studi professionali, ma di dare occupazione e sostegno economico a un maggior numero di giovani avvocati. L’eventuale mancanza di indipendenza e di autonomia dell’avvocato, rispetto a chi apporterebbe il capitale esterno, è una favola a cui non crede più nessuno, anche perché lo stesso discorso si potrebbe obiettare per quegli studi legali che vivono sulla base di “pratiche” ricevute per amicizie politico-elettorali. Agli studi professionali bisognerebbe dare la possibilità, essendo considerati imprese a livello comunitario, di iscriversi alle associazioni imprenditoriali nazionali che sicuramente difenderebbero meglio gli interessi della base più di quanto non lo faccia il Consiglio Nazionale Forense.
Cosa dira’ il 28 novembre?
Il 28 Novembre a Piazza Navona a Roma dalle ore 15, assieme al mondo dei consumatori ed al mondo imprenditoriale, daremo voce ai cittadini che vogliono essere difesi da questo attacco normativo che li colpirà attraverso una aumento vorticoso delle tariffe, nonchè con un incremento del contenzioso processuale dovuto al fatto che, per essere ritenuti esercitanti la professione con continuità, gli avvocati saranno obbligati ad incardinare cause anche pretestuose. Ricordiamo con tristezza un altro tipo di cancellazione dagli albi degli avvocati, non per questioni di condizioni economiche come in questo caso, ma per questioni razziali. E’ purtroppo, mutatis mutandis, storicamente provato – come i giovani avvocati italiani hanno ricordato nel “Giorno della Memoria” 2009 – che il Consiglio superiore forense non esitò a rigettare con una «decisione-standard» e in un’unica serie di sedute tra il 17 e il 19 dicembre 1940 – i ricorsi disperati degli avvocati ebrei avverso le invereconde cancellazioni dall’albo ordinario a seguito della famigerata legge razziale 1054/1939.
Se le istituzioni deputate alla produzione delle idee (spesso e soprattutto in Italia le università pubbliche) si rifugiano nel conservatorismo e nel nepotismo, a pagarne caro il prezzo sono i cittadini che ne hanno sovvenzionato le attività mediante la tassazione generale.
A tal proposito Chicago Blog ha già affrontato in alcuni interventi precedenti la rilevanza del fenomeno think tank e le pecche del sistema Italia.
Diciamolo con serenità: sempre più spesso la cattiva qualità della nostra politica dipende anche dall’assenza delle idee o dalla mancanza di comunicazione tra il mondo accademico e quello dei decision makers. Come rimediare? Alcuni partiti hanno pensato di trasformare i vecchi “uffici studio” in think tank. I risultati? Sono stati pessimi. Il sottile equilibrio fra attendibilità accademica e capacità di diffusione delle idee prodotte non può reggere se delegato a strutture che fanno della fedeltà al leader e alla gerarchia il criterio unico di merito.
James McGann ha ben evidenziato queste difficoltà sottolineando le differenze fra l’Europa e gli Stati Uniti. Se i meriti, le strutture e le strategie del sistema dei think tank americani sono note, poco si è fin qui detto sulle peculiarità del sistema europeo dei think tank.
Di fronte ad un incremento esponenziale del numero dei think tank europei, giunge dunque a proposito l’ultimo report del Think Tanks and Civil Society Program dell’Università della Pennsylvania: “European Think Tanks: regional and transatlantic trends”.
Come si comportano i think tank europei? Quasi per un effetto di path dependece i think tank europei sembrano assumere tutti i vizi del contesto accademico e sociale europeo. Risulta così che
La storia dei think tank americani è una storia di successo. Dal punto di vista dell’impatto che sono riusciti ad avere sulle policies, della credibilità che queste istituzioni sono state capaci di ottenere e della capacità di produzione di classe dirigente.
Il fiorire di iniziative in questo settore in Europa, e soprattutto in Italia, non va invece nella direzione giusta. Troppi legami con le segreterie dei partiti, troppa voglia di imbrigliare le idee e le persone entro i ristretti confini delle necessità politiche dell’adesso. Solo strategie di lungo periodo, una continua interazione fra ricerca, accesso ai media ed ai decision makers, ed il rispetto della libertà di chi lavora in queste istituzioni potrà dar vita ad una esperienza di successo simile a quella americana.
A tal proposito il report offre alcuni interessanti suggerimenti:
In buona sostanza, come rileva giustamente il report, i think tank europei dovranno dedicare particolare attenzione anche allo sviluppo di iniziative europee e non solo nazionali. L’Europa legifera e decide. Che piaccia o meno.
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