CHICAGO BLOG » Filippo Cavazzoni http://www.chicago-blog.it diretto da Oscar Giannino Thu, 23 Dec 2010 22:50:27 +0000 it hourly 1 http://wordpress.org/?v=3.0.1 Alla Scala va in scena la protesta /2010/12/07/alla-scala-va-in-scena-la-protesta/ /2010/12/07/alla-scala-va-in-scena-la-protesta/#comments Tue, 07 Dec 2010 09:25:53 +0000 Filippo Cavazzoni /?p=7792 Studenti, teatranti e cinematografari: tutti insieme questa sera alle ore 17 davanti alla Scala per protestare contro i tagli alla scuola e alla cultura. L’imperativo è unico: opporsi alla cannibalizzazione della cultura! A leggere gli articoli che compaiono oggi sulla stampa, emerge tutto l’armamentario di concetti altisonanti e fumosi (fumosi in quanto altisonanti) che una persona sensibile alle sorti della cultura nel nostro Paese non può esimersi dal pronunciare. Su tutti, naturalmente, il fatto che “La cultura deve essere un bene comune e accessibile a tutti”.

Per il 9 dicembre, invece, grande raduno sindacale a Roma. Come si afferma nei comunicati stampa, “per la prima volta insieme”, Agis, Anica, Cento Autori, Federculture, Slc – Cgil, Fistel – Cisl, Uilcom – Uil. Un evento epocale. Un po’ come se si stesse annunciando, “per la prima volta insieme, i premi Oscar Robert De Niro, Al Pacino e Martin Scorsese”. Il tempo stringe, la tenuta del Governo è appesa a un filo, l’approvazione della Finanziaria è ormai alle porte e molte speranze sono rivolte al cosiddetto “decreto milleproroghe”. Le rivendicazioni sono riassumibili in poche parole: “vogliamo più soldi”. Le variazioni sul tema poi sono infinite, tutte ovviamente volte a nobilitare tale protesta con infiocchettamenti verbali degni dei migliori eredi di Dante.

Voci dissonanti non se ne sentono, anzi: in queste settimane diversi sono stati gli endorsement a sostegno delle proteste. Fra questi anche quello di Claudio Magris, con un suo editoriale (“Il teatro della vita – e della politica”) comparso sul Corriere della Sera del 23 novembre 2010. Il pregio del corsivo di Magris è quello di offrire una profondità storica al dibattito di oggi. Se il teatro ha avuto un ruolo “fondante” nella genesi nella civiltà occidentale, allora possiamo valutare con un occhio rivolto al passato anche il rapporto tra Stato e cultura, tra denaro pubblico e comparto dello spettacolo. Oggi i governi intervengono a sostegno degli spettacoli dal vivo e del cinema. Si tratta di scelte discrezionali, che scaturiscono dal ritenere tali attività meritevoli di sostegno. Ma naturalmente non è stato sempre così.

Come ha scritto Friedrich Hayek, “bisogna ricordare come già ben prima che il governo si interessasse a certi campi, molti beni collettivi, oggi ampiamente riconosciuti come tali, erano forniti dallo sforzo di individui dotati di spirito pubblico, o gruppi privati i quali provvedevano a fornire i mezzi necessari per il perseguimento di scopi pubblici che essi consideravano importanti. La pubblica istruzione, gli ospedali, le biblioteche e i musei, i teatri, i parchi, non furono creati per primo dai governi”.

Lo stesso teatro delle origini era legittimato dall’ampio seguito che riusciva ad attirare. Già nel Seicento, i teatri lirici privati prosperavano a Venezia. Pure il cinema si impone grazie a innovatori e imprenditori, e si afferma in virtù del talento di grandi figure come Buster Keaton, Charlie Chaplin o David Ward Griffith.

L’evolvere della tecnica e delle preferenze individuali hanno decretato il successo o la “decadenza” di determinate attività culturali: dopo i fasti dei secoli scorsi, la lirica è un settore che non gode più delle attenzioni delle masse; lo stesso non si può dire del cinema o della  televisione. Esiste d’altra parte un cinema non “assistito” che non ha bisogno di sussidi pubblici, il quale offre allo spettatore opere di valore. Negli anni cambiano le forme, ma non cessa la produzione culturale.

Nessuno sa quello che potrà accadere in futuro, sta di fatto che gridare alla “morte della cultura” non ha alcun senso. D’altronde, come vorrebbero le persone che protestano a gran voce in questi giorni, si può anche optare per una cultura dipendente dallo Stato e dalle scelte dei politici, che sia sostenuta anche da chi non ne usufruisce direttamente (attraverso la fiscalità generale). In questo caso, però, paternalismo e parassitismo non possono essere considerati quali esiti imprevisti.

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La manna è finita /2010/11/23/la-manna-e-finita/ /2010/11/23/la-manna-e-finita/#comments Tue, 23 Nov 2010 15:23:15 +0000 Filippo Cavazzoni /?p=7680 Il mondo della cultura e dello spettacolo trova un nuovo importante alleato: il Presidente della Repubblica. E’ di oggi infatti l’esternazione di Napolitano in cui afferma che non è attraverso la “mortificazione” della cultura che “troveremo nuove vie per il nostro sviluppo economico e sociale”. Da tempo ormai le rivendicazioni fanno leva sull’effetto moltiplicatore degli investimenti in cultura. Facendo tesoro della lezione di Keynes, ora il concetto di moltiplicatore della spesa pubblica viene declinato a suo favore. Gli investimenti in cultura avrebbero infatti una caratteristica anticiclica. Dietro tali affermazioni si nasconde in realtà solamente la ricerca di una giustificazione scientifica ed inoppugnabile affinchè lo Stato dia sostegno alla cultura.
Nei giorni scorsi si è svolta la manifestazione “Florens 2010″, dedicata al tema dei beni culturali. Tra gli studi proposti non poteva mancarne uno sull’effetto della spesa in termini di crescita di Pil e di occupazione: ogni 100 euro di investimenti nel settore culturale si attivano 249 euro di PIL nel sistema economico. Per quanto riguarda invece l’occupazione: “2 unità di lavoro nel settore culturale generano 3 unità di lavoro nel sistema economico”.
Come sostiene Hunter Lewis nel suo “Tutti gli errori di Keynes“: “Il moltiplicatore di Keynes è forse il suo concetto più conosciuto [...] Si tratta di un esempio da manuale di uso improprio della matematica per fare in modo che una cosa incerta sembri il contrario”. La finalità del moltiplicatore è quella di quantificare ciò che non può essere quantificabile.
Qualche settimana fa, a proposito delle proteste contro la riforma delle pensioni che animavano la Francia, l’Economist scriveva: “[They] appear to believe that public money is printed in heaven and will rain down for ever like manna to pay for pensions, welfare, medical care and impenetrable avant-garde movies”. Ecco, ogni giustificazione è buona per reclamare soldi pubblici, come se i soldi venissero stampati in paradiso.
Lo sciopero di ieri aveva fra le sue rivendicazioni la richiesta di risorse aggiuntive a quelle già assegnate. Qui non si contesta il fatto che il FUS abbia fatto registrare in questi ultimi anni un decremento delle risorse stanziate per il settore. Ma sarebbe opportuno che il dibattito vertesse sui modi alternativi di sostenere il comparto, separando quei settori più attrezzati ad affrontare il mercato dagli altri.
La scelta operata di sopprimere alcuni enti come l’ETI (Ente teatrale italiano) va nella giusta direzione, ovvero quella di ridurre quei soggetti pubblici che una analisi costi-benefici farebbe ritenere non necessari. Spiace allora che il Presidente Napolitano definisca “inspiegabile” la soppressione di tale ente.
Lo sciopero di ieri è stato orchestrato assai bene per il risalto che i media gli hanno dato. In realtà è stato un discreto flop. I teatri erano chiusi perchè ogni lunedì dell’anno lo sono. Le sale cinematografiche invece erano regolarmente aperte: si proiettavano film e si staccavano biglietti. Nelle prossime settimane la protesta continuerà. E’ probabile che attraverso il decreto milleproroghe qualche risorsa aggiuntiva per lo spettacolo verrà trovata. Forse il mondo dello spettacolo vedrà accolte le proprie rivendicazioni minime: reintegro del FUS e rinnovo delle agevolazioni fiscali per il cinema. Queste ultime rappresentano una modalità “altra” di sostenere il settore. Se aiuto ci deve essere, allora meglio che sia indiretto.
In un commento comparso sul Corriere della Sera di domenica scorsa, Severino Salvemini portava all’attenzione il caso francese, “dove una legge sui mecenats introdotta nel 2003 ha sviluppato un sistema di fundraising privato di successo [Inoltre ...] il ministro Frédéric Mitterand sta studiando di elevare la soglia di deduzione fiscale delle persone fisiche, nel caso di donazioni alla cultura, alla educazione e alle organizzazioni umanitarie. E la vuole portare al 60% dell’imposta”.
Questa sarebbe una buona cosa anche per l’Italia, dove il sistema di agevolazioni fiscali è insufficiente e da semplificare. Secondo un rapporto realizzato da Civita, solo il 5,6% delle donazioni è per arte e cultura. A livello pro capite è di 19,9 euro negli Stati Uniti e di 0,9 euro in Italia. Se da noi a donare sono in primis le imprese (mentre negli Stati Uniti i donatori sono in larga maggioranza persone fisiche), questo avviene perchè in Italia il sistema degli sgravi fiscali prevede la piena deduzione per le imprese e una deduzione del 19% per le persone fisiche.
La leva fiscale rappresenta allora un forte incentivo per attrarre risorse da soggetti privati, ed è per questo che sarebbe opportuno cominciare dal cinema per invertire la rotta dell’intervento dello Stato.

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Federalismo fiscale e debito pubblico. Live blogging /2010/11/16/federalismo-fiscale-e-debito-pubblico-live-blogging/ /2010/11/16/federalismo-fiscale-e-debito-pubblico-live-blogging/#comments Tue, 16 Nov 2010 09:43:13 +0000 Filippo Cavazzoni /?p=7600 Ore 12,30. Finito il primo giro di interventi la parola passa alle repliche dei relatori (5 minuti a testa). Per Reviglio gli immobili sono oggetti complessi e dispersi. Il rischio è quello di fare una colossale svendita. Per Giarda, il federalismo fiscale tratta di questioni semplici (le regioni devono essere assistite dallo Stato?) ma non di tante cose di cui il paese avrebbe bisogno di occuparsi (cosa fare con il nostro Mezzogiorno?). Questi ultimi temi devono essere trattati in modo autonomo. Tutta la discussione sul rapporto tra federalismo fiscale e Mezzogiorno non c’entra niente. Il grande problema del Mezzogiorno è la scuola, ma di scuola se ne occupa lo Stato (cosa c’entra con questo il federalismo fiscale? Il federalismo fiscale avrà rilevanza il giorno in cui daremo la competenza della istruzione alle regioni, ma di questo non si parla). Per Costato, il debito dei giapponesi è finanziato dai giapponesi (in Italia non è così). La tentazione è quella di dividersi i debiti (modello cecoslovacco). Per Franco, molti asset pubblici sono gestiti male. Ci sono margini di buona amministrazione, anche se la strada è quella di avere margini diversi nell’avanzo primario. La crescita è il problema più serio di questo paese, compresa la dimensione delle nostre imprese. A questo si aggiunge una pressione fiscale più alta della media europea e una erogazione dei servizi pubblici non efficiente. Un po’ di regole, che vanno nella direzione auspicata da Ricolfi, già ci sono: ad esempio, il patto di stabilità interno. Il debito commerciale verso fornitori della pubblica amministrazione italiana è di circa 4 punti di PIL. Questo pesa sui conti delle imprese. Per Ricolfi è necessario soffermarsi su un punto: dal suo punto di vista il federalismo fiscale abortirà completamente (tempi lunghissimi – 2018 -, meccanismi poco definiti e farraginosi – sui costi standard non c’è nulla): “l’idea non era cattiva ma si concluderà in un nulla di fatto”. Il federalismo, se attuato in altro modo (con meccanismi automatici), avrebbe avuto attinenza con la crescita e il Mezzogiorno (a differenza di quanto sostenuto dal professor Giarda). Uno degli obiettivi del federalismo – prosegue Ricolfi – è la riduzione della pressione fiscale (e la pressione fiscale influisce sulla crescita). Inoltre il federalismo avrebbe ricadute sulla qualità dei servizi erogati (migliorando quelli offerti nel sud). Per Ricolfi, se Reviglio ha smorzato i nostri entusiasmi in termini di vendita del patrimonio pubblico, la carta che dobbiamo giocare è quella della crescita economica (nonostante da più parti si dica che la descrescita sia la strada maestra da seguire).

Ore 12,15. Intervento di Luca Ricolfi (Università di Torino). “Per Tremonti è di 700 miliardi di euro il patrimonio pubblico vendibile (collocabile sul mercato), ed è rappresentato dal patrimonio ‘fruttifero’. La sua idea è quella di fare un grande patto fra centro e periferia. Il 95% del debito pubblico è in capo allo Stato ma solo 1/3 del patrimonio è detenuto dallo Stato. In questi anni poco però è stato fatto”. Per Ricolfi, “le regioni hanno un patrimonio che è dello stesso ordine di grandezza del loro debito, per le province il patrimonio è 3 volte il proprio debito, per i comuni è 5 volte. Vi è un rapporto inverso fra patrimonio e debito. Gli unici enti che sono in grado di fare qualcosa con il loro patrimonio sono i comuni. Dal centro dovrebbe esserci un obbligo per le amministrazioni con debiti di ripianarli attraverso le dismissioni. Invece nei decreti attuativi si stabiliscono sanzioni solo per i deficit sanitari delle regioni. Noi siamo già nel modello giapponese (stagnazione, debito che non diminuisce, squilibri territoriali). Lo squilibro tra le regioni del nord e il resto del paese è dell’ordine di 50 miliardi di euro (se invece vigesse il principio di corrispondenza, di cui ha parlato il professor Giarda, sarebbe di 83 miliardi). Se l’efficienza dei servizi e l’evasione fiscale fossero omogenei, il nord avrebbe 40 miliardi in più. Se inoltre la spesa discrezionale fosse la medesima si avrebbero altri 10 miliardi (in totale lo squilibrio è di 50 miliardi). Con i 50 miliardi derivanti dagli squilibri territoriali si potrebbe abolire l’Irap e l’Ires. Il grosso del nostro problema è l’evasione fiscale differenziale (su questo punto il federalismo fiscale così come si sta realizzando non interviene) e l’efficienza dei servizi. La frase più frequente che si sente dire è che l’Italia senza il Mezzogiorno fa registrare performance uguali a quelle dei paesi europei più virtuosi e sviluppati. Questo non è vero: anche il nord è già dentro il modello giapponese. Il nord e il sud sono perfettamente allineati sul tasso di crescita. Il problema della crescita economica è spalmato su tutto il territorio nazionale. Dopo le cose che ha detto Reviglio non so come sia possibile risolvere il problema del debito pubblico. Il problema del debito pubblico è la sua vulnerabilità (la fluttuazione del tasso di interesse). Se i tassi dovessero diventare il 7% dovremmo pagare 40 miliardi in più di debito all’anno”.

Ore 12,10. Reviglio conclude affermando che “dalla dismissione del patrimonio pubblico si è fatto molto nel passato, meno si potrà fare nel futuro. Il ‘progetto Guarino’ era molto bello e immaginifico. La sua idea era quella di creare una grande società per azioni. Fu studiata dal Tesoro. Allora non ci furono le condizioni per poterla realizzare”.

Ore 11,55. Intervento di Edoardo Reviglio (Cassa Depositi e Prestiti). “Il riordino del patrimonio deve essere fatto. Sarà un processo di lunga durata. Nei prossimi dieci anni, secondo il FMI, bisognerà tagliare la spesa o aumentare le tasse dell’1% per i prossimi 10 anni per riportare il livello del rapporto debito/PIL nell’Eurozona ai livelli pre-crisi. Per andare in tale direzione, in Italia il patrimonio pubblico può giocare un ruolo importante. In questi anni sono stati venduti parecchi immobili. Il patrimonio è valutato il 140% del PIL (non si conta il patrimonio storico-culturale). Il patrimonio ‘fruttifero’ (partecipazioni, immobili, crediti, ecc.) vale circa 700 miliardi di euro. Per l’80% è in mano agli enti locali. Le partecipazioni dello Stato valgono 70 miliardi (è difficile pensare che lo Stato esca dalle nostre grandi imprese). Dal punto di vista delle privatizzazioni è probabilmente stato fatto quasi tutto. Sono circa 4000 le Spa pubbliche a livello locale (sono valutate circa 17 miliardi). Dalle partecipazioni non potrebbe venire granchè per la riduzione del debito. Gli immobili rappresentano il 41% del totale del patrimonio fruttifero. In tutto ha un valore di mercato pari a 420 miliardi di euro (350 miliardi di proprietà delle amministrazioni territoriali). Circa il 56% del patrimonio immobiliare è in uso dalle amministrazioni pubbliche. Gli enti locali hanno dismesso (nel periodo 2000-2005) un patrimonio immobiliare che ha reso poco più di un miliardo di euro totale. Per quanto riguarda le concessioni (autostrade, aeroporti, porti, ecc.) il flusso di cassa annuale è di circa 2,8 miliardi di euro. Il loro valore attuale è di circa 70 miliardi di euro. Con la vendira dello spettro delle frequenze si potrebbero ottenere soldi importanti. Circa 2,3 miliardi di euro potrebbero essere incassati dallo Stato dalla vendita dello spettro delle frequenze”.

Ore 11,45. Franco prosegue mettendo in evidenza la differenza nella qualità dei servizi. Per quanto riguarda la sanità, i pazienti preferiscono curarsi al centro nord, mentre la spesa corrente pro capite è più elevata al sud. In altri casi i servizi sono meno buoni ma a fronte di una minor spesa. In conclusione, per Franco, “sarà cruciale passare da una spesa storica ai costi standard; accrescere l’autonomia impositiva degli enti territoriali, collegando decisioni di spesa e di prelievo; definire un vincolo di bilancio stringente (evitare trasferimenti ex post). A fianco di tutto questo bisogna rendere più approfonditi e sistematici gli indicatori riguardanti la qualità dei servizi. Una questione aperta riguarda la possibile differenziazione del costo del lavoro nel settore pubblico fra le varie aree del paese”.

Ore 11,30. Intervento di Daniele Franco (Servizio Studi, Banca d’Italia). Franco delinea lo scenario generale: “Il livello debito/PIL è quasi tornato al livello dei primi anni ’90. Dal 1990 al 1994 il debito pubblico ha subito una impennata che lo ha portato dal 95% del PIL ad oltre il 120%. Oggi siamo poco oltre il 115%. Le previsioni dicono che salirà nel 2011 ed avrà una lieve flessione nel 2012. Serve un forte rallentamento della dinamica della spesa primaria. Purtroppo, come sosteneve il professor Giarda, questa è aumentata negli ultimi nove anni del 2% annuo. In uno scenario di crescita del PIL dell’1% annuo la spesa primaria in termini reali dovrebbe scendere del 5% entro il 2016. Le entrate pubbliche di ciascuna regione sono molto differenziate. Come prevedibile, le entrate delle regioni del centro-nord sono molto più elevate di quelle del sud. La spesa pubblica primaria in ciascuna regione è invece più omogenea. Si forniscono gli stessi servizi più o meno in tutte le regioni. Le regioni a statuto speciale sono invece un mondo a parte. Le differenze fra entrate e spesa dicono che ci sono regioni che contribuiscono al salvadanaio comune mentre altre attingono da questo salvadanaio. La Lombardia dà, la Calabria riceve. La spesa pubblica pro-capite è uguale in tutto il paese. Le entrate invece sono molto diverse. L’afflusso netto verso il Sud di risorse intermediate dall’operatore pubblico è pari al 15,6% del prodotto del Mezzogiorno (5,7% in Abruzzo; 23,7% in Calabria); il 3,5 % di quello nazionale”.

Ore 11,20. Il professor Giarda conclude affermando che “in Italia non si attuerà il principio di corrispondenza perchè ci sono forti differenze fra le basi imponibili delle nazioni ricche del nord. L’essenza del federalismo fiscale è che ogni regione debba diventare indipendente dai finanziamenti del centro. Non ci dovrebbero essere più negoziazioni a Roma. La perequazione non dovrebbe avvenire, soprattutto fra i ricchi. Purtroppo le ragioni ricche vogliono essere tutte perequate (ovvero andare a Roma e spartirsi le risorse”.

Ore 11,10. Intervento di Piero Giarda (Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano). “Il tasso di crescita della spesa pubblica è stato dello 0% (dal 1990 al 2000). Negli ultimi 9 anni la spesa ha ricominciato a crescere, a un tasso del 2% annuo. Questa è una cosa drammatica. La prima volta che il termine ‘federalismo fiscale’ compare è nella finanziaria attuata dal governo Dini. Da allora l’iter non si è ancora concluso. Il federalismo fiscale ha poco a che fare con il debito pubblico ma invece riguarda i rapporti fra centro e periferia. La prima esigenza riguarda quali beni e servizi devono essere prodotti a livello decentrato. Inoltre, dobbiamo stabilire come si pagano questi beni e servizi. Deve esserci principio di corrispondenza (bisogna fare con quello che si ha). Nel 1907 ogni comune spendeva i soldi che prelevava dai propri cittadini. Questa soluzione arriva fino al 1952. I comuni della Calabria avevano un terzo delle risorse delle regioni del Nord, e spendevano in base alle risorse che raccoglievano (non c’era indebitamento). Nella teora del federalismo fiscale subentra allora il problema della perequazione. Questa può essere fatta in tanti modi. Per la Costituzione italiana lo Stato fissa i livelli essenziali delle prestazioni; inoltre all’art. 118 si parla esplicitamente di perequazione (dare i soldi ai comuni più poveri). Ma la Costituzione non dice se la prequazione debba essere completa oppure no (le differenze vanno eliminate del tutto?). La struttura attuale è il ‘caos’ (non c’è regola nel finanziamento dei comuni). C’è bisogno di un assetto chiaro e stabile. Purtroppo non si può tornare al 1907. I progetti attuali (costi standard) sono roba da centralismo democratico”.

Ore 11,05. Introduzione di Antonio Pilati (Componente, Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato). “Con i piccoli aggiustamenti anno per anno non si risolvono i problemi del debito pubblico. Occorrono politiche incisive. Ovvero la vendita del patrimonio. Attraverso la vendita di pezzi del patrimonio si potrebbe arrivare a ridurre il debito fino al 60% del debito”.

Ore 11,00. Sempre per Costato, “il rapporto fra PIL e spesa pubblica continua a salire. La spesa pubblica è oltre il 52% del PIL. Gli enti di previdenza costituiscono la spesa maggiore. L’amministrazione pubblica è sostanzialmente uno ‘stipendificio’. Se non si attua il federalismo fiscale subito, la ‘periferia’ è destinata a soccombere. Il centro ha potere di decisione e prevale sempre (per spirito naturale di conservazione). Cosa devono temere gli imprenditori? Le risorse finiranno per essere cannibalizzate (già sta succedendo: tasse, contributi, gabelle di ogni tipo). Come si uscirà dalla crisi del debito? Non seguendo l’esempio del Giappone, nemmeno quello dell’Argentina. Sta di fatto che ‘la nave va’ e la situazione dell’Italia è in continuo peggioramento”.

Ore 10,45. Segue l’introduzione al dibattito da parte di Antonio Costato (Vice-Presidente Confindustria per Federalismo e Autonomie). “Attraverso il riordino della spesa pubblica dobbiamo ridare la speranza al nostro paese. Quattro ragioni per le quali il federalismo è ineludibile: le regioni a statuto ordinario del nord pagano per le inefficienze (esiste una simmetria fra chi dà e chi riceve); le politiche centraliste sono state un fallimento; la fine della contrapposizione fra blocchi ha resuscitato matrici identitarie; la crisi del 2008 per la prima volta ha sottratto reddito ai ceti medi”.

Ore 10,30, si comincia con i saluti di Umberto Quadrino (Consigliere incaricato, Centro Studi Assolombarda). “Il vero problema del federalismo è che siamo a metà del guado (si è cominciato con la riforma Bassanini del ’97, andati avanti con la riforma del titolo V della Costitutizione, i lavori sono tuttora in corso). La conseguenza che si è avuta è l’aumento della spesa delle regioni, a fronte di un potere di ‘presa’ in mano allo Stato. Va bilanciato il potere di spesa e quello impositivo”.

Oggi, 16 novembre, incontro in Assolombarda co-organizzato dall’IBL. Tema del convegno: federalismo fiscale e debito pubblico. Intervengono Daniele Franco (Servizio Studi, Banca d’Italia), Piero Giarda (Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano), Edoardo Reviglio (Cassa Depositi e Prestiti) e Luca Ricolfi (Università di Torino).
Chicago-blog seguirà in diretta l’evento.

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Matteoli non va in rete /2010/11/10/matteoli-non-va-in-rete/ /2010/11/10/matteoli-non-va-in-rete/#comments Wed, 10 Nov 2010 18:21:04 +0000 Filippo Cavazzoni /?p=7546 Errore di mira per il ministro Matteoli. Bastava una dichiarazione pubblica per prendere posizione a favore delle liberalizzazioni. Invece l’azione e le parole espresse da membri del governo rimangono lontane da propositi di rinnovamento del nostro assetto economico e infrastrutturale. In questo caso, il punto non segnato dal ministro riguarda il suo secco “no” alla separazione della rete ferroviaria da FS. Naturalmente, le frasi di Matteoli non possono non avere fatto piacere all’a.d. Moretti.

Da diverse settimane, l’imminente entrata di un nuovo operatore come la NTV di Montezemolo ha riacceso le polemiche su una situazione ingessata, che avrebbe bisogno di voltare pagina per garantire un sistema ferroviario libero da legami impropri (in primis, quello fra Trenitalia e RFI). Il punto è semplice, Trenitalia e RFI appartengono alla stessa azienda: Ferrovie dello Stato Holding. Da tale assetto nascono i problemi. Montezemolo si è lamentato per la difficoltà di operare all’interno di una rete ferroviaria che sostanzialmente fa tutt’uno con Trenitalia (ovvero il principale concorrente di NTV sulla linea alta velocità). Non servirebbe dire altro per spiegare le possibili conseguenze di tale situazione. Anche la più ingenua delle persone può immaginare come tale assetto abbia qualcosa di distorto e iniquo. In più, come ha spiegato Andrea Giuricin in un Focus IBL, occorre tenere conto dei sussidi pubblici che FS riceve. Il che falsa qualsiasi forma di concorrenza. 

Se poi vogliamo mettere in numeri tale realtà, basta prendere in mano l’Indice delle liberalizzazioni 2010 dell’IBL per capire come, rispetto alle situazioni più virtuose a livello europeo (ovvero, Gran Bretagna e Svezia), l’Italia faccia registrare in termini di liberalizzazione un punteggio pari a 41 (essendo 100 il punteggio dei paesi benchmark). I nodi critici che si mettono in evidenza nell’Indice sono proprio i due menzionati poc’anzi: “La separazione reale tra RFI, Trenitalia e lo Stato Italiano finanziatore dovrebbe diventare uno degli obiettivi prioritari del governo al fine di migliorare la situazione concorrenziale italiana. I contributi pubblici a Ferrovie dello Stato continuano ad aumentare nonostante un’offerta sostanzialmente stabile”.  

Peccato, quindi, per le esternazioni del ministro Matteoli. I binari da prendere sono altri, e portano verso una separazione della rete (non al mantenimento dello status quo).

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Gli ultimi giorni di Pompei /2010/11/09/gli-ultimi-giorni-di-pompei/ /2010/11/09/gli-ultimi-giorni-di-pompei/#comments Tue, 09 Nov 2010 21:30:02 +0000 Filippo Cavazzoni /?p=7541 Domani, 10 novembre, il ministro Bondi riferirà in Parlamento sul crollo avvenuto nei giorni scorsi a Pompei. Il disfarsi della Scuola dei gladiatori ha dato il via a una serie interminabile di dichiarazioni, alcune troppo “di pancia” per essere prese in considerazione, altre utili per capire cosa è successo e come fare in modo che in futuro l’attività di tutela possa prevenire ulteriori crolli, a Pompei come in altri siti di particolare valore storico/archeologico. Premesso che chi scrive non ha una laurea in conservazione dei beni culturali, alcune cose però possono essere messe in evidenza per definire precisi problemi.
L’area archeologica di Pompei, causa degrado e incapacità gestionali, è stata commissariata nel 2008. Il ricorso a procedure emergenziali ha prodotto alcuni buoni risultati, ma inevitabilmente non ha potuto invertire (in così poco tempo) una tendenza che negli anni è stata segnata da incuria e scarsa attenzione.
Il primo mito da sfatare è quello dei soldi (“non si stanziano risorse sufficienti per la conservazione del nostro patrimonio”). Se è vero che gli stanziamenti del Mibac sono stati ridotti in questi ultimi anni, è altrettanto vero che la capacità di spesa del ministero presenta dati assai negativi. In sintesi, se si sostiene che i soldi sono pochi, ancora meno sono quelli che il Mibac riesce a spendere. L’esempio della Soprintendenza dell’area archeologica di Pompei conferma il fenomeno. Al dicembre 2009 poco più del 50 per cento della dotazione finanziaria annuale non è stata spesa (fonte: Eurispes). E’ chiaro come sussistano problematiche di ordine amministrativo e organizzativo.
Anche sul Foglio di oggi si legge una dichiarazione (“sotto vincolo di anonimato”) di un dirigente del settore che ha conoscenza di quanto succede a Pompei e dintorni (“Con due milioni e mezzo di visitatori l’anno, Pompei produce circa 25 milioni d’euro l’anno. Ma non ne spende più di 8. Tanto che si sono accumulati 40 milioni di euro residui”) che conferma quanto detto sopra.
Anche in termini di personale impiegato, si sente dire in questi giorni come questo sia insufficiente. Forse il dato assoluto può far propendere gli “esperti” a pensarla in tal modo. Il dato relativo mostra invece come, ad esempio in Campania, sia concentrato un quinto del personale a disposizione del Mibac. Se infatti si analizza come sono distribuite le risorse umane a livello territoriale, il 18 per cento presta servizio nella regione dove risiede l’area archeologica di Pompei. E’ vero che ogni regione presenta un patrimonio differente, ma la Campania ha circa 1700 unità in più rispetto alla Toscana e quasi 3000 in più rispetto alla Lombardia (fonte: Mibac).
Una conclusione in merito a questi due fenomeni (capacità di spesa e distribuzione territoriale del personale) dovrebbe portare a dire che il Mibac avrebbe bisogno di essere riorganizzato in una struttura più agile e snella, con poche e chiare funzioni. Che la distribuzione del personale a livello territoriale lascia molto dubbi in merito alle reali necessità, e che il ricorso a strumenti d’emergenza nasconde reali deficit strutturali.
Poi c’è tutto il discorso di natura tecnica legato alla tutela del patrimonio. E questo dovrebbe essere il solo ruolo che lo Stato dovrebbe ritagliarsi, lasciando perdere velleità gestionali volte a valorizzare e a garantire la fruizione dei beni culturali. Scindere i due aspetti non è cosa facile, ma si potrebbe cominciare agendo in termini di sottrazione di competenze pubbliche, dove possibile. Probabilmente in questi anni si è avverato quanto sosteneva  Giovanni Urbani, assai critico rispetto alla nascita del Ministero dei beni culturali. La sua preoccupazione riguardava la inevitabile “crescita burocratica del settore, a detrimento di quella tecnica”. Bisognerebbe allora ripartire dai fondamentali: quali sono i compiti dello Stato?

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Dopo la riforma della lirica, ora è il turno del cinema? /2010/07/16/dopo-la-riforma-della-lirica-ora-e-il-turno-del-cinema/ /2010/07/16/dopo-la-riforma-della-lirica-ora-e-il-turno-del-cinema/#comments Fri, 16 Jul 2010 07:47:54 +0000 Filippo Cavazzoni /?p=6554 Dopo la conversione in legge del decreto di riforma delle fondazioni lirico-sinfoniche, il Ministro Bondi si sta preparando ad affrontare anche il capitolo cinema. A breve dovrebbe arrivare in Consiglio dei Ministri un ddl governativo che, come minimo, scatenerà lo stesso clamore che si è avuto nel mondo della lirica. Da una nota di agenzia si è infatti appreso che, a partire dal 2011, la volontà del governo è quella di concedere “l’esclusività del finanziamento [pubblico] ai soli documentari, cortometraggi e opere prime e seconde”. Dall’elenco mancano i cosiddetti film di interesse culturale nazionale. La cosa non è di poco conto.
Nonostante si sia cercato di rendere sempre più oggettivi e premianti i criteri per l’erogazione dei contributi pubblici, lo stabilire quali siano le pellicole di “qualità” che abbiano diritto al sostegno dello Stato è sempre stato oggetto di polemiche. Naturalmente, non si può discutere di un disegno di legge estrapolando una riga da una nota di agenzia. Resta il fatto che su tale omissione si giocherà gran parte della discussione intorno alla approvazione della nuova legge sul cinema.
Gli operatori, è facile intuirlo, daranno battaglia. D’altronde, sul piede di guerra già ci sono. Andrea Purgatori, rappresentante del movimento dei 100 autori, ha espresso chiaramente la posizione di una buona fetta del mondo del cinema: “Questo governo detesta il cinema italiano”. Per Purgatori, ci sarebbe in atto un preciso disegno per controllare quanto viene prodotto per le sale. Se, con la scusa di recidere il legame fra Stato e cinema, si vogliono stringere i cordoni della spesa, il risultato sarà quello di avere commedie commerciali dallo scontato lieto fine. Sembra un po’ questo il ragionamento dei cinefili “impegnati”.
Senza voler entrare in dispute sulla qualità delle opere, par di capire allora che esista una stretta relazione fra il cinema assistito e quello di qualità. Quest’ultimo non può sopravvivere senza il sostegno dello Stato. In realtà, da parte dei 100 autori si afferma che è ben lontana da loro l’idea di un mondo del cinema che elemosina aiuti dal settore pubblico. La strada da seguire sarebbe piuttosto quella battuta dalla Francia. Il modello francese rappresenta infatti il mondo ideale per i nostri cineasti. Indubbiamente, confrontando i dati, il cinema francese sembrerebbe passarsela decisamente meglio di quello italiano.
Ma, il rilancio della cinema nostrano passa davvero per una tassa di scopo e per la nascita di un Centro nazionale per la cinematografia? Su tale strumento insistono gli addetti ai lavori. Tassare i ricchi (ad esempio, le televisioni) per dare ai poveri (il cinema impegnato). Oppure, tassare il biglietto di ingresso per creare un fondo per il cinema. Che i soldi arrivino dalla fiscalità generale, dai profitti dei cugini fortunati o dalle tasche degli spettatori, non dovrebbe fare una gran differenza. Il problema si porrebbe negli stessi termini: chi decide a chi devono andare i soldi raccolti? La nascita di una Agenzia “indipendente”, riuscirà a recidere il legame fra politica e mondo dello spettacolo?
Anche la storia del tax shelter e del tax credit per il cinema dimostra che, alla fine, ci si va sempre a scontrare con quel muro: un muro fatto di commissioni che decidono chi ha o non ha il diritto di beneficiare delle agevolazioni fiscali.
La stessa sorte potrebbe subire la proposta di ridurre l’Iva per il settore. Attualmente al 10 per cento, il cinema potrebbe avere lo stesso trattamento dei libri (Iva al 4 per cento). Se poi si volesse riservare anche al dvd le condizioni di cui gode il libro, si scenderebbe dal 20 al 4 per cento. Le risorse che si libererebbero sarebbero ingenti. Ma un provvedimento del genere potrebbe mai diventare realtà? Se si dovesse superare lo scoglio del parlamento nazionale, ben più arduo sarebbe scavalcare il bastione comunitario. Aggirarlo vorrebbe dire abbassare l’Iva solamente per quelle pellicole che abbiano un particolare valore culturale. Così facendo, si tornerebbe da capo.
Non rimane allora che aspettare di vedere come il ministro Bondi realizzerà il suo progetto di riforma del cinema. Avremo la fine dei contributi pubblici dati da apposite commissioni alle presunte opere di qualità?
L’alternativa è regalare a tutti gli operatori l’autobiografia di Roger Corman (“Come ho fatto cento film a Hollywood senza mai perdere un dollaro”). Potremmo finalmente avere registi di culto che non necessitano dell’aiuto dello Stato. In tal modo, poi, si potrebbe anche sopprimere il Centro sperimentale di cinematografia. La factory di Corman ha visto passare registi del calibro di Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Joe Dante, John Sayles e tanti altri. Il tutto, senza perderci un dollaro e senza gravare sulle spalle dei contribuenti.

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La cultura poi ti cura con premura /2010/06/22/la-cultura-poi-ti-cura-con-premura/ /2010/06/22/la-cultura-poi-ti-cura-con-premura/#comments Mon, 21 Jun 2010 23:02:33 +0000 Filippo Cavazzoni /?p=6337 Della riforma degli enti lirico-sinfonici ci eravamo occupati alcune settimane fa (qui), durante il varo del decreto legge che tante polemiche ha suscitato. In quell’occasione si era espresso un cauto apprezzamento per il testo emanato dal governo. Cauto perchè i pochi articoli di cui era composto lasciavano in sospeso diversi punti, tutti da sviscerare con successivi regolamenti. Apprezzamento perchè si affrontava in maniera netta il nodo dei costi, soprattutto quelli per il personale.
Da allora è stato un susseguirsi di contestazioni. Ora che il testo ha cominciato l’iter per la sua conversione in legge, siamo giunti nel pieno degli scioperi. Il ddl è stato approvato da un ramo del Parlamento, e oggi andrà alla Camera per una sua veloce approvazione, che dovrà avvenire entro la fine del mese (allo scadere dei 60 giorni dalla comparsa del decreto in gazzetta ufficiale).
All’Arena di Verona hanno proclamato uno sciopero di 3 giorni (dal 25 al 27 giugno), alla Scala è stata fatta saltare la “seconda” del Faust, e così via giù per lo stivale. Per oggi (22 giugno) i sindacati hanno indetto uno sciopero nazionale unitario, con presidio davanti a Montecitorio.
In realtà, le modifiche approvate dal Senato hanno in parte ammorbidito il testo. Ad esempio, la decurtazione del contratto integrativo (se entro due anni dal varo della legge non verrà firmato il nuovo contratto collettivo) sarà del 25% e non più del 50%. L’impianto della riforma rimane però invariato, e così doveva essere. Non è il caso qui di ritornare sui punti specifici del ddl, già affrontati in un apposito paper dell’IBL.
Se troppo trionfali suonano le parole del ministro Bondi (“Ho fatto quello che dovrebbero fare uomini di governo seri e responsabili, ossia adottare criteri di efficienza e di trasparenza nell’uso del denaro pubblico e proporre una riforma che salvi nel nostro Paese la lirica dalla bancarotta”), allo stesso tempo gridare alla morte della cultura pare così eccessivo da non essere giustificato.
Di morte della cultura, di un governo che mortifica l’arte, si sente parlare ormai da anni, ogni volta che qualcuno prova a scardinare lo status quo (o con riforme o con semplici riduzioni di trasferimenti). Come se, appena si stringono i cordoni della spesa, si arrecasse un grave danno alla cultura. Non si può allora fare a meno di notare come in tal modo si instauri un legame tra sovvenzioni e cultura. Alla domanda su cosa sia la vera cultura, non si potrebbe fare a meno di rispondere: quella sussidiata. Perchè, prima o poi, qualcuno ci dovrà spiegare cosa sia realmente questa cultura che viene ammazzata, a cadenze regolari, dal governo di turno. E’ morta così tante volte la cultura che, in confronto, Lazzaro  è un dilettante dell’arte di resuscitare.
Ma davvero la cultura, per sopravvivere, ha così bisogno delle sovvenzioni del Principe? O non si tratta ogni volte di proteste che lamentano la perdita di una rendita di posizione? Sarà forse una lettura troppo sbrigativa, ma tutti questi scioperi e queste manifestazioni sembrano avere una unica finalità: la ricerca di una rendita.
Quasi mai capita di sentire qualche artista che non cada nei soliti piagnistei. Qualcuno che dica apertamente: non abbiamo bisogno dell’aiuto dello Stato, si può fare cultura anche senza. Ovviamente, è la via più difficile. Vuole dire, arrangiarsi, contare sulle proprie forze e sul proprio valore. E’ più facile nascondersi dietro richieste nobili di investimenti in cultura, come volano per lo sviluppo civile, sociale, educativo di un Paese. Sentire frasi come “La cultura è necessaria come l’acqua che si beve e l’aria che si respira. E poi appartiene a tutti” (Massimo Wertmuller). “La cultura appartiene a tutti”, uno slogan che non se ne andrà mai in soffitta. Oppure, nei giorni scorsi mi è capitato di prendere parte a un convegno in cui l’intervento finale e riassuntivo si concludeva più o meno così: “e ricordiamoci che la cultura non è un bene privato”.
Mentre si usano parole vuote e si protesta per i tagli, nessuno affronta il tema del come si spendono o non si spendono i soldi destinati alla cultura. Perchè il grosso problema da risolvere è soprattutto quest’ultimo. Sul “Giornale dell’arte” di maggio, compariva infatti un articolo dal titolo assai eloquente: “Residui passivi, ecco il vero problema” . Nell’articolo si riportava una frase di Francesco Rutelli che, quando ancora ricopriva la carica di ministro dei beni culturali, disse: “Il bilancio dei Beni culturali nel 2001 era pari allo 0,48% (incluso il comparto spettacolo, Ndr), mentre nella proiezione sull’anno 2007, a legislazione vigente e quindi prima della legge finanziaria, scende allo 0,26%. Questa è la prima brutta verità. La seconda brutta verità che dobbiamo parimenti affrontare è che a causa della scarsità di risorse non abbiamo un’adeguata capacità di spesa. Negli ultimi cinque anni, i fondi che si sono tradotti in residui passivi nel bilancio dei Beni culturali sono stati pari a quasi 2,3 miliardi di euro. Questo significa che dobbiamo rivedere in profondità l’organizzazione del Ministero per i Beni e le Attività culturali”.
Direi che sia dovuto a scarsità di personale è una falsa giustificazione. Nonostante riforme amministrative che hanno riguardato la struttura del ministero, il problema permane ancora oggi: i residui passivi arrivano a toccare quote elevatissime. Non è un caso che anche il Rapporto Eurispes 2010 sull’Italia dedichi un intero capitolo sul tema: “Beni culturali: i soldi nel cassetto ovvero come non si spendono le risorse disponibili”.
Va detto che i residui passivi riguardano maggiormente le spese per i beni culturali che quelle per lo spettacolo. A funzionare male è la macchina pubblica, non tanto quando lo Stato si fa solamente erogatore, ma quando agisce in prima persona attarverso la sua struttura, per preservare e gestire il nostro patrimonio artistico e culturale. Che lo Stato non sia efficiente non è una novità. Se il ministero non è capace di spendere le risorse che ha a disposizione allora perchè non ridurle ulteriormente? Non è una provocazione, ma semplice realismo. Perchè non responsabilizzare chi sta in capo alla pubblica amministrazione? Vuoi risorse, prima cerca di far funzionare i tuoi uffici.
Se questo è un nodo mai risolto, almeno da quando si ha il Ministero per i beni culturali (dalla metà degli anni Settanta), il punto prima richiamato (cultura e sussidi) è ancora più dirimente. Non si può non apprezzare le parole del ministro Bondi quando dice che “il problema della cultura in Italia è che è sempre stata condizionata dai contributi dello Stato e dall’ideologia politica. Quella che dobbiamo sostenere deve fare a meno del sostegno e dell’oppressione dello Stato e dei condizionamenti della politica”. Parole sacrosante, a cui però non sempre seguono i fatti. La tendenza è quella di sostituire a una influenza politica, un’altra di segno opposto.
La cultura deve fare “a meno del sostegno … dello Stato”: chissà se prima o poi sentiremo portare nelle piazze questa frase.

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Stephen Goldsmith sbarca nella Grande Mela /2010/05/06/stephen-goldsmith-sbarca-nella-grande-mela/ /2010/05/06/stephen-goldsmith-sbarca-nella-grande-mela/#comments Thu, 06 May 2010 12:45:55 +0000 Filippo Cavazzoni /?p=5925 La notizia è che Stephen Goldsmith ricoprirà un ruolo di spicco nell’amministrazione della città di New York. L’autore di “Governare con la rete. Per un nuovo modello di pubblica amministrazione” (IBL Libri) è stato infatti nominato dal sindaco Michael Bloomberg come suo vice.
Goldsmith ha ricoperto il ruolo di sindaco di Indianapolis dal 1992 al 1999, mettendo in pratica ciò che poi ha sistematizzato in “Governare con la rete”. Durante i suoi due mandati, per fornire servizi pubblici ai cittadini ha creato delle vere e proprie “reti”, dove ogni soggetto ricopriva un ruolo ben definito. Responsabilizzazione dei cittadini, coinvolgimento delle comunità locali e una posizione di primo piano data ad organizzazioni non profit e for profit, questo è stato l’obiettivo (raggiunto) del sindaco Goldsmith. La sfida che ora dovrà affrontare è senza dubbio affascinante, NYC ha 10 volte la popolazione di Indianapolis: le stesse ricette possono funzionare anche nella Grande Mela? Stando a quanto si è appreso, Goldsmith dovrà sovrintendere al funzionamento della polizia e dei vigili del fuoco di New York, e a tanti altri settori fra i quali quelli dei trasporti e della sanità.
Dopo il termine della sua esperienza come sindaco di Indianapolis, Goldsmith ha ricoperto il ruolo consigliere di Bush, durante gli anni della sua amministrazione. Nello specifico, si è occupato delle iniziative della Casa Bianca legate al mondo del non profit e al coinvolgimento delle comunità locali (e soprattutto delle comunità religiose) presenti in larghissima quantità sul territorio statunitense. Non è un caso, infatti, che in “Governare con la rete” Goldsmith dedichi molto spazio ai servizi di assistenza sociale, ad esempio ai servizi di assistenza all’infanzia: tutela della famiglia, adozioni, affidamenti. Per ognuno di questi settori possono essere messe in piedi vere e proprio “reti”, che, grazie alle possibilità di coordinamento offerte dalle innovazioni tecnologiche, permettono una frequente e veloce interazione fra le parti coinvolte. Ma lo stesso schema è applicabile a numerosi ambiti: dalla gestione dei parchi alla costruzione di infrastrutture.
Come scrive Goldsmith, “un’entità statale che realizza la maggior parte della sua missione tramite reti di partner richiede un’impostazione e una serie di capacità diverse rispetto ai tradizionali modelli di governo”. Nel libro si trovano numerosi consigli su come impostare tali reti, e sulle capacità necessarie per renderle operative.
Il libro costituisce una sorta di manuale, che cerca di dare risposta alle tante domande legate ai nuovi modi di erogare servizi pubblici. Goldsmith (ed Eggers, co-autore del libro) non mancano di farcire il volume con numerosi esempi concreti. Ciò che negli Stati Uniti è divenuto realtà da parecchi anni, da noi si deve ancora imporre, scontrandosi con problemi di natura culturale.
Se negli ultimi tempi, in Italia, il dibattito è stato inflazionato da termini come “esternalizzazioni”, “privatizzazioni”, “liberalizzazioni”, non si può dire che nella realtà delle cose il panorama abbia subito particolari svolte. Un esempio è rappresentato dal tema della “privatizzazione” dell’acqua, affrontato in diverse occasioni su questo blog. Se da una parte è stato messo in atto un provvedimento volto a coinvolgere maggiormente i privati nella gestione dei servizi idrici, dall’altra non si è atteso molto per gridare allo scandalo, ricorrendo subito al referendum per abrogare una legge dello Stato.
Le forme tradizionali di erogazione dei servizi sembrano segnare il passo, sia per motivi di efficienza che economici. Il settore pubblico andrebbe ripensato. Se esiste la volontà politica di fornire determinati servizi, il problema si sposta allora su “come” questi vadano erogati. Goldsmith dimostra come il settore pubblico possa reinventarsi, perdendo il suo carattere “operativo” per concentrarsi sul ruolo di impulso e controllo. Non più dunque una gestione del servizio attraverso una struttura “pesante” e burocratica, ma attraverso una pluralità di soggetti, tenuti insieme da regole chiare stabilite preliminarmente (sulle finalità da raggiungere, sulle modalità della collaborazione, ecc.).
Teniamo dunque d’occhio quello che succederà a NYC, perché potrebbero realizzarsi esperienze da cui trarre ispirazione. Nel frattempo, per gli amministratori che vogliano mettere in pratica la “dottrina Goldsmith, esiste già un manuale a cui appoggiarsi, si chiama “Governare con la rete”.

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La riforma degli enti lirico-sinfonici /2010/04/17/la-riforma-degli-enti-lirico-sinfonici/ /2010/04/17/la-riforma-degli-enti-lirico-sinfonici/#comments Fri, 16 Apr 2010 22:12:05 +0000 Filippo Cavazzoni /?p=5702 Vista la situazione di emergenza cronica degli enti lirico-sinfonici, era da tempo che si vociferava di un decreto legge preparato dal ministro Bondi. Ieri questo decreto ha fatto la sua comparsa durante il canonico consiglio dei ministri del venerdì. Dopo una riforma che ha trasformato gli enti lirici in fondazioni (correva l’anno 1998), i numerosi passivi di bilancio realizzati, i conseguenti commissariamenti e le giustificate polemiche, era inevitabile cercare di porre un argine al dissesto del nostro settore lirico-sinfonico.
La “privatizzazione” degli enti lirici avrebbe dovuto conferir loro l’autonomia necessaria per quanto riguarda gli aspetti culturali ed artistici. Nello stesso tempo, si è cercato di renderle sempre meno dipendenti dalle sovvenzioni statali, coinvolgendo maggiormente nuovi finanziatori privati. La realtà ci dice che nessuno di questi due obiettivi è stato centrato, di qui le difficoltà che si sono palesate in questi anni.
Il Fondo unico per lo spettacolo ha continuato a rappresentare la maggior fonte di finanziamento (il 50 per cento del Fondo viene ogni anno destinato ai 14 enti lirici). Ai soldi dello Stato si sono poi affiancate ingenti sovvenzioni da parte di altri soggetti pubblici (dai comuni alle regioni). Nonostante vi siano state modifiche nel tentativo di coinvolgere in maggior misura i privati, queste non hanno prodotto gli effetti sperati: tra il 2004 e il 2005 si è stabilito che i privati potessero partecipare alla gestione delle fondazioni; è stata abbassata (dal 12 per cento all’8 dell’apporto finanziario statale) la soglia minima perchè i soggetti privati potessero nominare un proprio rappresentante nel consiglio di amministrazione. Anche altre misure sono state messe in campo; a distanza di alcuni anni possiamo dire che tutti questi tentativi si sono rivelati inadeguati.
Come detto, la realtà ci parla di un controllo gestionale e di un sistema di finanziamento che vede i soggetti pubblici quasi egemoni. Dallo Stato al comune dove risiede la fondazione, di qui passano le sovvenzioni e da qui provengono i consiglieri di amministrazione.
Stando a quanto scritto in un articolo  comparso sulla rivista Aedon, nelle fondazioni lirico-sinfoniche «la maggioranza di tutti i consigli di amministrazione delle fondazioni è appannaggio di questi [soggetti pubblici], non solo perché così, di fatto, dispone la legge, ma soprattutto perché i soggetti non pubblici che hanno titolo alla designazione di consiglieri di amministrazione sono assai pochi e con presenza circoscritta, sia pure in quasi tutte le fondazioni (La Scala, Verdi, Carlo Felice, Comunale di Bologna, Maggio, Opera di Roma, Massimo, Petruzzelli); sicché, le maggioranze per l’adozione della gran parte delle decisioni sono assicurate dal consenso dei membri designati dal consorzio pubblico dei fondatori. […] In più l’assetto finanziario, anche qui con notevoli differenze tra tutte le fondazioni, espone una situazione per la quale, in grande linea di massima, si può dire che esse lavorano con risorse che, grosso modo, derivano per poco meno della metà dal trasferimento statale, per circa un quarto dalle entrate proprie, per circa un quinto dai trasferimenti degli enti regionali e locali, e per il restante (un decimo scarso) dall’apporto di privati».
Il risultato vede ogni anno almeno metà di queste fondazioni chiudere i bilanci in passivo, Così è stato nel 2008: 7 su 14 hanno chiuso l’esercizio in rosso. Mentre da Napoli a Genova, passando per Firenze, si è proceduto negli ultimi anni a commissariare gli enti lirico-sinfonici presenti in queste città.
Se il panorama è questo, allora risulta veramente inevitabile cercare di porvi rimedio. Il decreto legge approvato ieri dal consiglio dei ministri prende atto sostanzialmente di una cosa: il settore è composto da un personale molto ampio (sulle 5.500 unità) che assorbe circa il 70 per cento del finanziamento pubblico. Per rendere l’idea dei costi fissi legati al personale, basti dire che le spese sostenute per questo capitolo dagli enti lirici superano le sovvenzioni erogate dallo Stato. Nel 2008, a fronte di una spesa di € 340.146.756 per il personale, il contrbuto statale erogato è stato di € 235.465.231. Il governo è partito da questo dato di fatto: i costi per il personale sono troppo elevati, vanno ridotti.  In che modo? Viene riformulato il metodo per la stipula del contratto collettivo. Ad esempio, l’obbligo di certificazione da parte della Corte dei Conti dovrebbe servire a tenere sotto controllo i costi contrattuali. Oppure, si vieta fino alla fine del 2012 di assumere personale a tempo indeterminato, mentre dal 2013 si potrà assumere a tempo indeterminato solamente all’interno di meccanismi di turnover. Altre sono poi le misure aventi sempre la medesima finalità: ridurre i costi per il personale.
Questo quanto si dispone dettagliatamente da subito. Poi vi è un passaggio del decreto in cui si dà mandato al Ministero di rivedere, entro un arco temporale definito, i criteri attraverso i quali lo Stato eroga i contributi a questi soggetti. Si prevede dunque una seconda fase della riforma: dopo avere disposto il contenimento dei costi si rimette mano al modo in cui le sovvenzioni vengono date agli enti lirico-sinfonici. Su questo punto bisognerà attendere quanto verrà deciso. Per ora vi sono vaghi riferimenti ai criteri che verrano adottati: qualitativi, quantitavi e legati al buon andamento nella gestione dell’istituzione sussidiata. Par di capire che i soldi saranno dati tenendo conto dei bilanci, della qualtà artistica dell’offerta e dei risultati conseguiti (ad esempio in termini di coinvolgimento di pubblico).
In attesa di avere più chiaro il quadro degli interventi, si può dire che, pur non essendo una riforma epocale, la direzione intrapresa è quella giusta. Da una parte si cerca di bloccare la deriva dei bilanci di queste fondazioni, dall’altra ci si propone di rivedere i meccanismi di erogazione delle sovvenzioni statali (nel senso di premiare quelle realtà virtuose e ben gestite). Insomma, se proprio dobbiamo tenere in piedi con denaro pubblico questi enti, almeno si cerchi di non sperperarne troppo. Tenendo sempre presente quello che dice il sovrintendente del Teatro Massimo di Palermo, Antonio Cognata: «L’idea del finanziamento pubblico all’opera lirica o ai teatri sta semplicemente nel fatto che lo Stato, nella sua funzione etica e paternalistica di allocazione delle risorse per conto di tutti noi, decide che l’opera deve essere prodotta, perchè altrimenti, se l’opera non fosse prodotta oggi attraverso i finanziamenti pubblici, mio figlio, che ora ha 4 anni, non avrà mai la possibilità di vedere un’opera perchè nessuno la produrrebbe attraverso mezzi privati». Cognata parte dall’assunto tutto da dimostrare che senza l’intervento pubblico non si avrebbe l’opera lirica. Di sicuro, dice una verità: la scelta che compie lo Stato nel finanziarla è puramente arbitraria, lo si fa per ragioni di prestigio, identitarie e meritorie. Sono buone ragioni?

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Scusi, sa dov’è via Hayek? /2010/04/01/scusi-sa-dove-via-hayek/ /2010/04/01/scusi-sa-dove-via-hayek/#comments Thu, 01 Apr 2010 15:09:22 +0000 Filippo Cavazzoni /?p=5575 Chi è nato e cresciuto nei paesi del socialismo reale in salsa emiliana ha familiarizzato da subito con i “santini” del PCI: Marx, Gramsci, Togliatti, ecc. Bastava alzare un attimo lo sguardo per constatare che la toponomastica cittadina non lasciava spazio al dubbio: l’amministrazione locale non poteva che essere “rossa”. Non so se esista una storia della toponomiastica italiana, ma credo sarebbe di un certo interesse. Per capire l’influenza delle varie dottrine di pensiero sui territori che compongono la nostra Penisola, basterebbe dare un’occhiata a chi sono intitolate le vie che attraversiamo. In un paese, come l’Italia, dove tutto viene letto in chiave politica, anche l’intitolazione di vie, piazze, giardini, ecc. spesso divide. Così succede quando si vuole “riabilitare” qualche figura più o meno compromessa con il Ventennio, oppure quando il personaggio in questione ci ha lasciato da troppo poco tempo e non è ancora stato “storicizzato”.
E allora abbiamo avuto aspre polemiche quando a Roma si voleva intitolare una via a Giuseppe Bottai; oppure, di recente, nel momento in cui si è pensato, a Milano, di ricordare Craxi attraverso la toponomastica. E cosa dire della proposta di dedicare una via a Rosa Berlusconi? Nessuna di queste proposte è andata in porto. Il risultato è stato solamente un gran baccano.
Con un po’ di stupore ma con grande piacere abbiamo invece appreso che la Giunta del Comune di Milano ha deciso in questi giorni di dedicare una via a un grande scienziato sociale del Novecento: Friedrich A. von Hayek. In zona Bicocca ci sarà una Via Hayek! Verrebbe voglia di trasferirsi…
Forse è inutile ricordare chi era Hayek. Premio Nobel per l’economia, figura di punta della cosiddetta “scuola austriaca”, intellettuale di straordinario valore, Hayek si è battuto per tutta la vita a sostegno della libertà. In anni in cui il mondo era spaccato in due, tanti si sono fatti accecare dal sol dell’avvenire, e hanno sostenuto attivamente forme di pianificazione in campo economico e ideologie di stampo socialista. Hayek no, ha sempre difeso “la società libera”, senza paura di sporcarsi le mani. Dare il suo nome a una via è un omaggio a tutta una tradizione di pensiero che ha sempre saputo tenere la barra ferma.
Oltre a Via Friedrich von Hayek, il Comune di Milano ha istituito il Giardino Antonio Custra, i Giardini Antonio Marino, via Alle donne vittime della violenza, via Gian Maria Volontè e via Giovanni Ansaldo.
Come spiega l’assessore alla cultura Massimiliano Finazzer Flory (a lui si deve la felice scelta di dedicare una via ad Hayek): “Vi è un passaggio esplicito che tiene insieme queste vie ed è la libertà. Con Giovanni Ansaldo abbiamo voluto ricordare un rappresentante di una borghesia illuminata e impegnata a favore della città. Gian Maria Volontà è, invece, un attore che ha saputo abbracciare i generi del cinema e del teatro lungo la direzione di una nuova drammaturgia densa di motivazioni etiche. Con Friedrich Von Hayek Milano è la prima città italiana ad onorare un grandissimo filosofo ed economista liberale che ha posto al centro della sua teoria la società aperta e l’economica di mercato come luogo della conoscenza, battendosi contro il falso individualismo e contro tutti i totalitarismi”. Che dire: ora aspettiamo via Milton Friedman, largo Ludwig von Mises e magari piazza Bruno Leoni!

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