CHICAGO BLOG » Carlo Stagnaro http://www.chicago-blog.it diretto da Oscar Giannino Sat, 02 Jul 2011 12:36:55 +0000 it hourly 1 http://wordpress.org/?v=3.0.4 Il petrolio e la speculazione pubblica /2011/06/29/il-petrolio-e-la-speculazione-pubblica/ /2011/06/29/il-petrolio-e-la-speculazione-pubblica/#comments Wed, 29 Jun 2011 09:30:08 +0000 Carlo Stagnaro /?p=9418 L’Agenzia internazionale per l’energia ha autorizzato il rilascio di 60 milioni di barili di petrolio (prevalentemente di buona qualità) per controbilanciare l’interruzione della produzione libica. Questa decisione ha scatenato un interessante dibattito tra favorevoli e contrari ma, soprattutto, dà lo spunto per tornare a parlare di petrolio, speculazione, scaronate e tremontate. Ma andiamo con ordine.

Le riserve strategiche sono, per definizione, uno strumento da maneggiare con cautela: dalla loro creazione negli anni Settanta, le riserve strategiche americane sono state utilizzate solo 17 volte, sempre in occasione di eventi eccezionali. Prima di oggi, solo in due occasioni è stato deciso un rilascio coordinato da parte delle maggiori economie mondiali. Date le condizioni del mercato – tendenzialmente lungo, ma tale da risentire della rivolta in Libia sia per le sue implicazioni dirette, sia per le conseguenze possibili – è giustificata la scelta di impiegarle per mitigare i prezzi alla vigilia della driving season 2011?

Sul New York Post, Nicole Gelinas spiega perché non è una buona idea. Da un lato, in questo modo si impedisce al mercato di fare il suo mestiere (cioè prezzare le commodity). Dall’altro, è un sussidio implicito alle banche americane e ai bilanci pubblici europei spaventati dal crack greco. Mantenere i prezzi petroliferi relativamente bassi, infatti, serve a dare un poco di respiro all’economia e dunque rimandare le decisioni più drastiche. In breve,

We need to burn up some of that bad debt, and let lenders suffer the free-market consequences of their bad decisions. A brief oil gusher may confuse markets for a while, but Western economies won’t leave the doldrums till our leaders face reality.

Gelinas sembra esprimere un pensiero condiviso da molti nel settore, tanto che Sam Fletcher, sul prestigioso Oil & Gas Journal, paragona la decisione di Barack Obama e degli altri leader mondiali al secondo round di “quantitative easing” – l’arma di distruzione di massa di cui le banche centrali hanno fatto uso e abuso negli ultimi anni di cui si è spesso occupato Oscar Giannino qui su Chicago-blog.

La pensano diversamente Jerry Taylor e Peter Van Doren (autori, in passato, di un bellissimo studio in cui spiegano perché le reserve strategiche andassero abolite – e su questo siamo perfettamente d’accordo). Nella sostanza, in un articolo su Forbes Taylor e Van Doren difende la mossa in termini pragmatici: come dimostra l’escalation dei prezzi siamo in presenza di una emergenza dal lato dell’offerta. Le riserve strategiche servono appunto in questo tipo di evenienza: sarebbe meglio se non ci fossero (perché i loro costi nel lungo termine non giustificano i benefici nelle poche occasioni in cui servono), ma, visto che ci sono, tanto vale usarle. In verità la loro tesi è più radicale: in pratica suggerisce di svuotare le risere ora che i prezzi sono alti (col duplice risultato di far affluire risorse preziose nelle casse pubbliche e calmierare i prezzi) senza riempirle più.

So what should we do with this massive reserve of crude oil if its original mission is pointless? Well, we can mindlessly hoard crude oil at the taxpayer’s expense or start selling it off while the selling is good. We opt for the latter.

Intellettualmente si tratta di una posizione onesta e corretta, ma politicamente mi pare ingenua. Infatti, credo che sia al di fuori delle opzioni possibili. La scelta vera è se usare le riserve strategiche (per poi ricostituirle passata la buriana) oppure non usarle. Io sono per la seconda opzione, essenzialmente perché il mercato sa fare una sola cosa (e serve appunto per quella): misurare la scarsità presente e prevedere la scarsità futura. Ogni intervento pubblico per annacquare il suo giudizio si giustifica solo con risultati di breve termine, ma non fa altro che amplificare i problemi di lungo termine. Nel caso specifico, una temporanea riduzione dei prezzi incentiva il sovra-consumo di petrolio e pone le premesse per un disastro più grande nel caso in cui il problema libico dovesse durare più del previsto o trasmettersi ad altri paesi produttori più importanti.

Il che ci porta alla discussione più ampia sulla speculazione. In passato (e su un altro blog) ho spiegato perché la speculazione (cioè, in sostanza, l’effetto dei mercati finanziari sui prezzi del petrolio) fa più bene che male. Molti non la pensano così. Il bello è che la soluzione da loro proposta è, generalmente, più speculazione ancora – da parte pubblica, però. Va in questa direzione una proposta (se preferite, un ballon d’essai) lanciato tempo fa dall’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, che ha riscosso il plauso, tra gli altri, di Giulio “la speculazione è ancora a piede libero” Tremonti. Ecco l’idea di Scaroni:

La proposta di Eni prevede “la creazione di un’agenzia internazionale per il petrolio che rappresenti sia i produttori che i consumatori. Manca oggi – ha spiegato Scaroni – un watchdog di tutto il settore petrolifero mondiale” e in seguito a questa assenza “mancano gli strumenti per descrivere il mercato e fare previsioni su di esso. Bisogna che il mondo si doti di uno strumento rappresentativo di tutti”. Eni inoltre propone di “mutuare dal mondo elettrico il capacity payment”, per cui “si remunera chi investe evitando che la capacita’ di riserva si azzeri”. Scaroni ha poi aggiunto che e’ necessario prevedere “un fondo che remuneri i Paesi produttori quando i prezzi del petrolio scendono troppo”. Infine, nella proposta di Eni, figura un “coordinamento mondiale delle scorte di petrolio e dei prodotti finiti”.

Per capirne la natura, bisogna dare una definizione di speculazione. Come ha ricordato Mario Seminerio a suo tempo, la speculazione (in senso generale) significa semplicemente comprare a poco, accumulare, e vendere a tanto. Normalmente questo consente allo “speculatore” di fare un sacco di soldi (e lo mette a rischio di perderne altrettanti) ma ha effetti limitati sul mercato. Solo in condizioni particolari un singolo soggetto ha la forza di influenzare l’andamento dei prezzi: in quel caso si dice che il mercato è stato “messo nell’angolo”. In breve, la ricetta di Scaroni e di quelli che la pensano come lui per combattere la speculazione è creare la grande madre di tutti i fondi speculativi. Cioè costituire un fondo, gestito dalla comunità internazionale, capace di muovere così tanto petrolio da far salire i prezzi quando sono “troppo bassi” e farli scendere quando sono “troppo alti”. La domanda a cui né Scaroni né altri possono rispondere è cosa significa “troppo alti” e “troppo bassi”. E anche se queste espressioni potessero avere un significato (diverso da quello che gli dà il mercato, cioè dal prezzo che osserviamo quotidianamente) non si capisce perché questo dovrebbe interessare agli attori pubblici: i quali perseguono obiettivi più prosaici quali favorire gli amici, vincere le elezioni, eccetera.

In conclusione, è davvero paradossale che l’unica alternativa alle “locuste” sia una super-locusta comandata dai politici. Una locusta di cui abbiamo un saggio in questi giorni, attraverso l’intervento coordinato dei governi per inondare il mercato di una quantità di greggio pari a quella che sarebbe stata prodotta dalla Libia. (Peraltro, come documenta Massimo Nicolazzi c’è anche un aspetto perverso: proprio perché il ricorso alle riserve strategiche ha i crismi dell’eccezionalità, c’è il rischio che esso scateni il panico, se gli operatori del mercato si convincono che tale decisione deriva da informazioni in mano ai governi, di cui il mercato non è a conoscenza, che fanno temere sviluppi più negativi del previsto). Il problema, comunque, è che l’interruzione della produzione libica non è un avvenimento marziano, ma una vicenda terrena: è uno di quei rischi che il mercato sa, può e deve gestire. Va bene intaccare le riserve strategiche se questa è l’ultima volta. Ma se non lo è – e non lo è – allora lasciamole stare. A ciascuno il suo mestiere. Il mestiere dei politici non è fissare il prezzo del petrolio.

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Acqua. Ora si balla /2011/06/27/acqua-ora-si-balla/ /2011/06/27/acqua-ora-si-balla/#comments Mon, 27 Jun 2011 15:12:52 +0000 Carlo Stagnaro /?p=9387 Un gruppo di deputati del Terzo polo – Benedetto Della Vedova, Linda Lanzillotta e altri – ha fatto propria la proposta del Pd sull’acqua, presentandola come emendamento alla legge comunitaria. La logica è ineccepibile: visto che il referendum ha travolto la legge Ronchi-Fitto, che faceva parte della comunitaria scorsa per adeguare la gestione dei servizi idrici alla cornice europea, occorre dare adeguata copertura normativa al settore. Usare la proposta del Pd come alternativa al vuoto referendario è un’idea che, qui, abbiamo lanciato fin da subito. Ora ci divertiamo.

Cominciamo con tre domande (abbastanza retoriche, ma le facciamo lo stesso) nella speranza che qualcuno ci dia una risposta: cosa ne pensa il Pdl? Cosa ne pensa il Pd? Cosa ne pensa il movimento referendario? Confidiamo in una risposta.

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Acqua. Attenti a giocare col fuoco referendario /2011/06/25/acqua-attenti-a-giocare-col-fuoco-referendario/ /2011/06/25/acqua-attenti-a-giocare-col-fuoco-referendario/#comments Sat, 25 Jun 2011 14:04:09 +0000 Carlo Stagnaro /?p=9368 Continuano gli assestamenti post-referendari. Se a destra non s’ode alcuno squillo di tromba – infatti il governo e la maggioranza, troppo impegnati nella propria stessa sopravvivenza, hanno come rimosso il fatto che i servizi pubblici locali sono improvvisamente privi di una decente normativa di riferimento – a sinistra ne se sentono fin troppi. Al punto che, in alcuni casi, si arriva – virtualmente – alle mani.

L’occasione viene dal decreto sviluppo, appena convertito in legge (ma risalente a prima del referendum). All’articolo 10, commi 1 e seguenti il decreto istituisce l’Agenzia nazionale di vigilanza sulle risorse idriche. Questa norma venne approvata esplicitamente con l’obiettivo di depotenziare il referendum (“superato nei fatti”, disse il sottosegretario allo Sviluppo economico, Stefano Saglia). Ma, al di là della contingenza e al di là della scelta di affogare l’agenzia in un decreto dove c’è di tutto di più, il potenziamento della traballante Conviri era ed è cosa buona e giusta. (Si potrebbe discutere sugli enormi limiti e la scarsa indipendenza della nuova Agenzia, piuttosto).

Ora, l’esistenza di un regolatore indipendente è necessaria per superare la giungla tariffaria attualmente vigente e per dare al settore pubblico quella indipendenza, competenza e affidabilità che sono necessarie a esercitare una buona regolazione (tecnica ed economica). Il referendum, dal punto di vista normativo, non ha fatto venire meno questa esigenza, né, peraltro, impedisce in alcun modo l’ingresso o il coinvolgimento dei privati nella gestione dell’acqua e degli altri servizi pubblici, né tantomeno impone la cacciata di quelli che ci sono. Tuttavia, nella testa dei promotori della consultazione, il significato politico del voto va ben oltre la sua portata giuridica, al punto che uno dei più acuti esponenti del Forum dei movimenti per l’acqua, Ugo Mattei, scrive:

l’idea di Stato regolatore che non agisce direttamente nell’economia e che si limita a dettare le regole per la concorrenza fra privati è stata spazzata dal referendum.

Mattei, dunque, attacca alla radice l’idea della regolazione indipendente. L’aspetto interessante, e prevedibile, è che il suo vero obiettivo polemico non è il governo o il centrodestra, ma il Partito democratico, che il giurista torinese chiama a scegliere:

Il Pd ci dica chiaramente se vuole interpretare questa nuova visione o se resta legato alle lenzuolate bersaniane e agli estremismi della Lanzillotta.

Che la tensione tra l’opportunismo referendario del Pd e la sua radice riformista sarebbe prima o poi deflagrata era nei fatti. E, da tanti punti di vista, è attorno a questa scelta – che yours truly aveva pure sollevato nella giornata stessa del referendum, e che era stata ripresa e rilanciata sull’Unità da Luca Martinelli – che si giocherà il futuro del paese. Si giocherà lì molto più che a destra, un po’ perché la destra è allo sbando, un po’ perché, data la batosta referendaria, Berlusconi non può che giocare di rimessa. L’aggiustamento di rotta è stato affidato a Enrico Letta che, mentre ancora il Pd festeggiava la spallata al governo, così commentava:

Il referendum sull’acqua, il cui esito è chiaro e non può essere eluso, produce conseguenze che andranno gestite. La comunicazione ha concentrato tutte le attenzioni sull’acqua, ma gli effetti collaterali della norma abrogata toccano anche servizi dei trasporti, dei rifiuti e alti. E sono settori nei quali in molte parti del Paese le cose non funzionano. In Parlamento bisognerà cercare soluzioni per portare più efficienza e managerialità nella gestione. Ma rispetto al terremoto politico, è una questione minore.

Sicché, l’ordine di scuderia è di gettare acqua sul fuoco. Solo che manovrare un barcone come quello del Pd dopo un successo così schiacciante non deve essere semplice. Tant’è che quelli che sono stati più disinvolti nell’assumere posizioni referendarie, continuano, col fuoco, a giocarci. Prendiamo il caso degli Ecodem, Roberto Della Seta e Francesco Ferrante. Per capire bene di chi stiamo parlando, ricordo che entrambi provengono da una lunga e onorata militanza in Legambiente. Legambiente, che pure invitava (incredibilmente) a votare due sì, nella pagina del proprio sito dedicata al tema diceva esplicitamente che uno dei problemi delle gestioni idriche italiane è che l’acqua costa troppo poco. Avete capito bene: troppo poco. Il che, per un’associazione ambientalista, è perfettamente razionale, visto che il consumo idrico produce una serie di esternalità negative. Naturalmente ciò è incoerente con la richiesta di una struttura tariffaria che non rifletta interamente i costi di produzione del servizio, ma in fondo stiamo parlando di politica, dunque chi se ne frega della coerenza e della razionalità?

Dicevo, comunque, Della Seta e Ferrante. Hanno commentato così la conversione in legge del decreto sviluppo:

“Il governo prenda atto dei risultati dei referendum sull’acqua, e tolga dal decreto sviluppo la norma cheistituisce un’Agenzia per i servizi idrici nominata dall’esecutivo”. E’ quanto chiedono in un comunicato i senatori del Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, che aggiungono: “Dopo il voto con cui 25 milioni di italiani hannodetto che va salvaguardato il carattere pubblico del servizio idrico, che l’acqua è un bene comune e non una merce, è bene che governo e maggioranza rispettino questa volontà così largamente maggioritaria. Ciò che serve ora è un intervento organico che riorganizzi la gestione dei servizi idrici in accordo con le ragioni referendarie, mentre l’Agenzia prevista nel decreto sviluppo, un organismo di fatto emanazione del governo, sarebbe una finta soluzione che lascerebbe, nella sostanza, tutti gli attuali nodi irrisolti.” “Il Partito democratico, che nei mesi scorsiha presentato una propria proposta di legge che raccoglie le indicazioni dei referendum, non accetterà colpi di mano di una maggioranza che quanto più diventa debole e tanto più si mostra arrogante” – concludono i senatori ecodem.

A nessuno sfuggirà che la nota è scritta in modo tale da poter essere letta in due modi opposti. La massa che non ha approfondito la faccenda capirà che i due senatori sono contro la regolazione indipendente dell’acqua perché questa è incompatibile con una sua gestione interamente pubblicistica. E’, in fondo, quello che chiede Mattei. A chi invece mastica un poco di questioni idriche è chiaro che i due stanno dicendo, seppure in modo un po’ contorto e oscuro, una cosa su cui io stesso sono perfettamente d’accordo: poiché non sta né in cielo né in terra che si torni a una gestione interamente pubblicistica, la buona regolazione deve essere l’architrave del sistema. E, in questo, la proposta del Pd è indubbiamente migliore di quella del Pdl (spero che Roberto e Francesco non si offendano se dico che loro sostengono una soluzione che sta “a destra” rispetto a quella prospettata dal governo). Ragion per cui io penso, e ho scritto, che tale proposta (e il ddl Lanzillotta per gli altri servizi pubblici locali) dovrebbe rappresentare la base di partenza per estrarre il bene mercatista dal male referendario.

Succede, però, che non ci sono solo io a rendermi conto di tutto ciò. Succede che se ne rende conto pure Andrea Palladino (anzi: lui prima di me), il quale sferra un attacco durissimo agli Ecodem. Che la proposta del Pd raccolga le indicazioni del referendum, dice Palladino, è

Una bugia politicamente colossale, visto che il progetto di legge dei democratici non solo spinge chiaramente sulla gestione privata dell’acqua – attraverso il modello toscano delle società miste – ma tradisce il secondo quesito referendario prevedendo, apertis verbis, la remunerazione dei capitali investiti.

Insomma: gli stessi Ecodem si sono sporcati le mani con lo sterco del demonio! La loro replica è un po’ buffa:

Quanto alla possibilità di calcolare nella tariffa la remunerazione del capitale investito, oggetto del secondo referendum, la proposta del Pd prevede di affidare a un’Autorità nazionale indipendente la definizione dei parametri per il calcolo della tariffa, e tra i criteri indicati figura la remunerazione dell’attività industriale del gestore ma non la remunerazione del capitale investito (cioè in parole povere il “profitto”).

Buona per i campionati mondiali di arrampicata sugli specchi. Infatti, a me non interessa che il costo del capitale venga chiamato costo del capitale, profitto, remunerazione dell’attività industriale, o Pippo Pluto e Paperino. Basta che tutti i costi (inclusi i costi dell’investimento) siano coperti in tariffa. Questo chiede la gestione razionale delle risorse idriche, questo diceva la legge Galli, questo prevedeva il parzialmente abrogato Codice ambientale, questo impone la Water Framework Directive, questo suggerisce il Pd nella sua proposta di legge, e questo sostengono Della Seta e Ferrante. Tanto mi basta. Ma tanto basta anche a una buona parte del movimento per l’acqua pubblica, che giustamente rivendica come sua la vittoria referendaria e che ha vissuto l’improvvisa discesa in campo del Pd come un’invasione, per non farsi prendere in giro. E per indulgere, citando Della Seta e Ferrante, in

una radicata abitudine della vecchia sinistra – prendersela soprattutto con i primi vicini

Il bello è che non finisce qui. Perché Palladino non sembra accontentarsi neppure di chi sta ampiamente a sinistra di Della Seta e Ferrante. Credete forse che la molto sbandierata “ripubblicizzazione” dell’Acquedotto pugliese (grazie alla quale la regione Puglia ha scacciato il suo socio “privato” dal capitale della società: la regione Basilicata) sia sufficiente a conquistare a Nichi Vendola il sostegno dei comitati? Macché:

non possiamo non rilevare e, conseguentemente, non esprimervi la nostra forte perplessità sulle modalità e i tempi dell’approvazione del Disegno di Legge e su alcuni dei contenuti dello stesso che fanno emergere diverse contraddizioni.

Con tanto, anche qui, di reciproche accuse. Molto esplicito l’assessore pugliese ai Lavori pubblici, Fabiano Amati:

Non siamo disponibili a pagare più di uno stipendio per l’amministratore dell’azienda e pertanto la richiesta di un consiglio di amministrazione, detto tecnicamente, o comitato dei lavoratori, detto con eleganza, non può essere da noi accolta… Se qualcuno avesse pensato che la collaborazione nella stesura della legge si sarebbe potuta trasformare in reclutamento negli organi di amministrazione di Aqp – prosegue Amati – sappia che ha sbagliato indirizzo, perché questo modo di fare è esecrabile sempre, non solo quando si tratta di selezionare i manager della sanità.

Io non so se dietro a tutto ci sia davvero una questione di poltrone (non mi interessa ma non mi stupirebbe). Credo però che questa storia, ancor più del comprensibile ma pericoloso equilibrismo di Della Seta e Ferrante, aiuti a comprendere almeno quattro cose. Primo: quando metti il piede sul piano inclinato della “purezza”, c’è sempre qualcuno più puro di te che ti potrà accusare di tradimento, diserzione e deviazionismo, specialmente se questo piano inclinato è orientato verso obiettivi puramente ideologici (o “formali”) e privo di appigli pragmatici (o “sostanziali”). Secondo: all’opposto, dietro la purezza si nasconde spesso l’ambizione e dunque il confine è molto labile tra l’essere i “custodi della verità” e l’essere i “gestori della municipalizzata”. Perché l’acqua sarà anche di tutti, ma le decisioni – quali investimenti fare, come finanziarli, con quali tariffe, eccetera – fatalmente le dovranno prendere in pochi, e a quel punto slogan come la “partecipazione” o astrazioni come il popolo in marcia sono strumenti molto inadatti. Il miraggio dell’unità si rompe e chi lo rompe per primo è quello “più a sinistra di te”, come hanno sperimentato sulla loro pelle Della Seta e Ferrante. Terzo: tramite il referendum, i referendari hanno venduto agli italiani la pelle di un orso che non esiste. Perfino la manovra pugliese – un esperimento drammatico per le sue dimensioni di autentica ripubblicizzazione, che finirà per naufragare nelle perdite, nelle incomprensioni, nelle difficoltà operative e, ça va sans dire, nella lottizzazione – non riesce a soddisfare il Vademecum del Buon Referendario. Il Vademecum richiede più acqua gratis per tutti ma, nel mondo reale, l’acqua costa (e la scelta non riguarda se pagarla ma chi paga). I referendari hanno scoperto una cosa importante: la scarsità. Non è mai troppo tardi per imparare. Quarto: mobilitare le masse con la promessa di mutare l’acqua in vino è molto più facile che mutare l’acqua in vino. In una democrazia sana la discussione non riguarda se vorremmo tramutare l’acqua in vino o addirittura in quale vino: tutti lo vorremmo. In una democrazia sana, la prima domanda che tutti fanno a chi dice che trasformerà l’acqua in vino è: come? attraverso quale processo? con quali soldi?

Purtroppo queste domande ben pochi le hanno fatte prima di votare sulla trasformazione dell’acqua in vino, e siamo costretti a farcele adesso. Ora che la casa va a fuoco, cioè, abbiamo cominciato a capire che il fuoco scotta. E l’acqua per spegnerlo, seppure gratis, non c’è perché è andata perduta durante il tragitto.

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Il declino del nucleare /2011/06/19/il-declino-del-nucleare/ /2011/06/19/il-declino-del-nucleare/#comments Sun, 19 Jun 2011 16:12:30 +0000 Carlo Stagnaro /?p=9311 Nelle scorse settimane ho – consapevolmente – trascurato il tema del nucleare. Infatti, mi sono limitato ad aderire a due appelli – quello di Galileo 2001 e quello del Forum nucleare italiano – che mi sembrava dicessero tutto quello che c’era da dire sul referendum di domenica scorsa. In più, la formulazione definitiva del quesito, come ha spiegato la nostra Serena Sileoni, aveva poco o nulla a che fare col nucleare, nella sostanza, mentre aveva tutto a che fare con l’atomo nella retorica. (Per inciso: se avessi votato, dato il contenuto tecnico del referendum, avrei votato un convinto “sì”: e ora mi divertirò molto, tutte le volte che qualcuno parlerà della necessità di programmare, pianificare, strategizzare, eccetera, a sbattergli in faccia il risultato e l’effetto della consultazione popolare). Da ultimo, il confronto referendario mi sembrava puramente virtuale, perché nella sostanza le prospettive del nucleare italiano, che fin dall’inizio non erano parse particolarmente brillanti, erano del tutto tramontate ben prima del referendum (come abbiamo spiegato Antonio Sileo qui, e io qui). Per tutte queste ragioni trovavo il dibattito pre-referendario un po’ inutile, e un po’ frustrante. Questo non toglie che il nucleare resti, se non a livello italiano, a livello europeo e globale una issue importante. E’ infatti sempre più chiaro che la vittoria verde contro l’atomo è una vittoria di Pirro: perché, come aveva lucidamente scritto Pippo Ranci all’indomani del disastro di Fukushima, la vera vittima incolpevole di tutto questo è la politica del clima. Altro inciso: io non sarò tra quelli che piangeranno al funerale delle politiche climatiche. Mi limito a rilevare l’ironia e a guardare le conseguenze, oltre che sulle emissioni, anche sulle questioni serie.

Quindi, visto che vogliamo parlare di cose serie, dimentichiamo l’Italia. Cominciamo a guardare il paese che più di tutti si è distinto per la radicalità delle sue scelte: la Germania. Un paese, tra l’altro, che a differenza del nostro non ha scelto su uno scenario ipotetico (sostituire l’energia che forse, in un futuro molto lontano, il nucleare avrebbe potuto generare) ma su uno concreto (se e quando e come rimpiazzare gli impianti atomici attualmente in esercizio). Partiamo dai dati.

In Germania esistono 17 reattori nucleari, per una capacità complessiva di circa 20 GW. Nel 2009 hanno generato circa 131 TWh di elettricità, pari a circa il 22 per cento del totale. (Qui i dati; qui la lista dei reattori). Come è noto, Angela Merkel – che pochi mesi fa aveva prolungato di 14 anni la vita utile delle centrali – ha reagito a Fukushima e alla batosta elettorale (non necessariamente in quest’ordine) riportando a 40 anni la vita degli impianti e rilanciando il vecchio piano rosso-verde di Gerhard Schroeder di phase out atomico. Le centrali più vecchie sono già state spente, e la loro produzione tamponata – per ora – aumentando l’import (dalla nuclearissima Francia). Le altre nove usciranno di scena da qui al 2022: tre verranno chiuse nel 2015, nel 2017 e nel 2019. Poi ancora tre nel 2021 e altrettante nel 2022. (Piccola parentesi sospettosa e infingarda: c’è ancora tempo per ri-prolungare la vita ad almeno alcune di esse, nel caso fosse necessario…)

Bene. Che succede, ora? Succede che Berlino sta gradualmente aprendo, nella sua produzione elettrica, un “buco” che vale tra un quinto e un quarto del totale. Come tamponarlo? La litania dice: con l’efficienza energetica e con le fonti rinnovabili. Indubitabilmente vero. Sennonché, pur tenendo conto di tutta l’efficienza energetica del mondo che ridurrà l’aumento dei consumi (ma i consumi aumenteranno lo stesso); pur tenendo conto di tutte le rinnovabili del mondo che copriranno parte di questo aumento (ma parte no); pur tenendo conto di tutto ciò, serve altro. Cosa, lo ha detto – nel modo più esplicito possibile – la stessa Kanzlerin:

“If we want to exit nuclear energy and enter renewable energy, for the transition time we need fossil power plants,” Ms. Merkel said in a parliamentary declaration on her government’s decision to phase out nuclear power. “At least 10, more likely 20 gigawatts [of fossil capacity] need to be built in the coming 10 years.”

La Germania deve, cioè, grossomodo raddoppiare la potenza fossile che credeva di dover mettere in campo. O, per usare l’efficace sintesi di Bernd Radowitz sul Wsj, “Merkel ha un problema nucleare grande come il Belgio”. Infatti,

Mrs. Merkel says that Germany is required to have enough spare capacity to guarantee the power supply of Europe’s biggest economy. But she doesn’t explain who should build the gas and coal fire plants. The government wants to come up with a new program to foster the construction of power plants by small utilities. Whether that will do the job is uncertain. Twenty gigawatts is a lot of electricity generating capacity, more than all of Belgium’s power plants can produce. And big power utilities balk at Germany’s low electricity prices that make investments in new capacity unattractive. Even less well explained is how Germany wants to reach its target of reducing greenhouse gas emissions by 40% until 2020 from 1990 levels, as Mrs. Merkel insists the country will still do. Just replacing the first seven shuttered reactors with conventional energy would add some 25 million metric tons in CO2 to Germany’s emissions, the International Energy Agency recently said.

Ma, come ho detto, la CO2 non è il primo dei miei pensieri. Mi interessa un altro aspetto. Se bisogna rimpiazzare il nucleare con carbone e gas, il carbone e il gas vanno da qualche parte estratti e in qualche modo importati – non solo in Germania, che a questo punto possiamo allargare lo sguardo agli altri paesi, tra cui l’Italia, che pensavano di soddisfare almeno parte della propria fame di energia con l’atomo. Per spostare gas da un paese all’altro, in particolare, servono massicci investimenti in infrastrutture – tubi e terminali di liquefazione/rigassificazione – e serve rassegnarsi (si fa per dire, dal mio punto di vista) alla rivoluzione dell’unconventional. Che, è questo il bello, molti ambientalisti – gli stessi che a Berlino osannano Merkel e a Roma festeggiano il referendum – vedono come il fumo negli occhi. Del resto, è ovvio che, se le politiche del clima devono avere ancora qualche straccio di significato, il gas dovrà essere il protagonista dei prossimi anni. E la ritirata del nucleare – dopo un “rinascimento” appena accennato – non fa che spingere ancor più il combustibile che, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, va incontro alla sua età dell’oro (attenzione: rapporto da leggere con attenzione, a differenza di questa fuffa che, in 1700 pagine, non riesce a fare alcun conto decente sui costi della rivoluzione rinnovabile, e se lo fa, lo nasconde molto bene). Per Iea, l’età dell’oro è mossa principalmente da due variabili: la enorme disponibilità di gas (“much of it unconventional gas”), l’attenzione al clima (il gas “displaces coal and to a lesser extent oil, driving down emissions”) ma non-così-tanto (“it also displaces some nuclear power, pushing up emissions”). E’ importante notare che questo scenario risale a prima di Fukushima e di certo non incorpora la crisi del nucleare innescata dall’incidente giapponese, e dunque il saldo netto sulle emissioni viene spinto verso il “più”.

Fukushima, dunque, e con essa la decisione tedesca e, nel suo piccolo, il referendum italiano, ci rendono ancora più metano-centrici. E quindi ci chiamano ad affrontare due sfide: 1) realizzare le infrastrutture di trasporto e le centrali elettriche necessarie, sconfiggendo ogni remora dettata da ambientalismi infantili, sindromi Nimby più o meno pilotate, velleitarismi rinnovabili (per carità, due pale e tre pannelli non si negano a nessuno), eccetera; 2) visto che il gas diventerà ancora più baricentrico, e visto che in Italia già lo è, a maggior ragione dobbiamo prendere sul serio la liberalizzazione del mercato del gas, scardinando le rendite monopolistiche e iniziando una seria revisione che parta dagli elementi strutturali (la separazione di rete e stoccaggi dall’incumbent) e scenda giù giù lungo tutte le fasi della filiera, sia quelle regolate, sia quelle libere.

Governo, dove sei? Opposizione, dove sei? Avete fatto assieme il pasticcio – gli uni per incapacità, gli altri per opportunismo – ora provate, se non a trovare delle soluzioni, almeno a cercarle.

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Dentro i partiti nell’acqua! /2011/06/17/dentro-i-partiti-nellacqua/ /2011/06/17/dentro-i-partiti-nellacqua/#comments Fri, 17 Jun 2011 15:20:58 +0000 Carlo Stagnaro /?p=9307 Mentre il risultato del referendum sull’acqua è ancora caldo, cominciano a emergere i problemi creati dal voto referendario. A partire dalle difficoltà di garantire al settore una governance che sia, contemporaneamente, efficace, efficiente e coerente col risultato delle urne. Purtroppo, infatti, la vittoria dei “sì” apre una serie di problemi che sarà difficile tappare. Non mi riferisco solo alla frenata nei programmi di investimento di molte utility o all’incertezza che si è venuta a creare. Penso anche ai due grandi inconvenienti che la consultazione ha creato.

Il primo inconveniente è, se posso metterla in termini provocatori, è che gli italiani sembrano aver improvvisamente (e improvvidamente) dimenticato la rabbia che tutti noi proviamo quando leggiamo dei privilegi e dei sotterfugi di cui campa la Casta – per non dire di Tangentopoli. Lo ricorda molto bene Linda Lanzillotta in un articolo su FirstOnline: il referendum ha travolto, tra l’altro, il regolamento attuativo del 23 bis che impediva ai politici trombati e ai loro parenti (così come ai parenti dei politici in carica) di assumere ruoli dirigenziali nelle aziende controllate da enti pubblici. Scrive l’ex ministro degli affari regionali, artefice a suo tempo di un progetto di riforma dei servizi pubblici locali affossato dai veti salvacasta della sinistra massimalista:

non si tratta di poca cosa ma di decine di migliaia di posti clientelari che costano alla finanza pubblica e al sistema Paese non solo in termini di esborso di denaro ma per la rete di corruttela che da questo sistema emana, per la pervasività della intermediazione politica nell’economia che tali meccanismi generano (si pensi solo agli appalti e agli acquisti gestiti dalle società locali) soffocando imprese e cittadini, per la cattiva qualità dei servizi.

Ecco: il vaso di Pandora è scoperchiato. Naturalmente non è sufficiente sbarrare la porta ai politici ed ex politici per garantire un buon funzionamento del sistema. Per certi versi, si tratta di una scelta troppo tranchant: non dubito che esistano ex politici o parenti di politici con tutte le carte in regola per amministrare una realtà complessa come un’azienda di servizio. Ma questo problema non esisterebbe se solo tali soggetti fossero fuori dal perimetro della politica: un’azienda privata, quando assume un manager, fa un investimento sulle sue competenze. Se piglia il manager sbagliato o incapace, perde soldi. Quindi ha un forte incentivo a selezionare personale adeguato. Invece, una società che si trova, contemporaneamente, controllata dalla politica in virtù dei suoi assetti proprietari, e che ha ottenuto dalla politica – per vie opache – la protezione del suo business, è un brodo di coltura perfetto per il germogliare di situazioni, diciamo così, poco chiare. Quindi una norma che sarebbe inutile o persino ingiustificata in un contesto privatistico, diventa fondamentale in un contesto di ritrovato protagonismo pubblico. Lanzillotta ha annunciato che presenterà un disegno di legge in tal senso lunedì prossimo: dall’accoglienza che riceverà, potremo capire molte cose – oppure trovare conferma dei sospetti che, su Chicago-blog, non abbiamo mai taciuto.

Il che ci porta al secondo problema. Non basta che nel settore siano chiamati manager capaci. Occorre anche che essi abbiano i mezzi finanziari per fare il loro mestiere: cioè, garantire anzitutto una buona gestione operativa delle rispettive aziende, e poi fare gli investimenti che sono indispensabili (perché lo impone l’Unione europea e il buonsenso) o utili. Se ne occupa Carlo Scarpa sul Lavoce.info: i soldi, molti semplicemente, possono arrivare solo da due tasche. Una tasca è la tariffa. L’altra tasca il bilancio pubblico, cioè le tasse. Se la tasca tariffaria diventa inagibile – perché diamo un’interpretazione radicale del referendum, come chiedono i suoi promotori – allora non resta che alzare le tasse (o tagliare altre spese riducendo altri servizi oggi garantiti ai cittadini). Al di là dei potenziali effetti perversi di un prezzo che non copre i costi – e che pertanto incentiva il sovraconsumo (aka: spreco) e il sovrainquinamento (grazie, Greenpeace!) – ci sono limiti oggettivi alla capacità delle finanze pubbliche di far fronte all’onere che gli viene attribuito. Certo, si potrebbero scrivere norme che in qualche modo aggirino il quesito referendario, restando comunque nel solco a cui  ci obbliga la normativa comunitaria di piena internalizzazione dei costi in bolletta. Ma questo ci porterebbe al paradosso enfatizzato da Scarpa:

Quanto alla soluzione “a regime”, questa pessima politica ci lascia con un paradosso. Se non vogliamo tradire la volontà popolare, rischiamo di uccidere un settore vitale. Ma tradire la volontà popolare (che piaccia o meno) non sarebbe peggio? Ai nostri sagaci politici l’ardua sentenza.

Purtroppo, comunque lo si guardi questo referendum è un pasticcio. E non può essere ignorato nel nome del suo presunto significato politico. Se la maggioranza ha preferito ignorare il problema credendo di mettergli la sordina, e se l’opposizione ha scelto di cavalcare la tigre referendaria nella convinzione che non ne sarebbe morsa, oggi è il paese a pagarne il prezzo. Rilancio, quindi, la mia proposta: il Parlamento discuta (e – spero – bocci) la proposta di legge d’iniziativa popolare sull’acqua, presentata alcuni anni fa da quelli che poi avrebbero promosso il referendum e che suggerisce la piena ripubblicizzazione dell’acqua. Andiamo alla conta in Parlamento e, sperabilmente, bocciamola. Ma poi offriamo anche un’alternativa seria, per l’acqua e gli altri servizi. E dunque partiamo dal disegno di legge del Pd sull’acqua e dal ddl Lanzillotta per gli altri servizi pubblici locali. Solo così potremo andare alla conta e vedere chi è riformista e chi no; chi cerca soluzioni che funzionano e chi preferisce rincorrere la tentazione del populismo; chi si sforza di far funzionare le cose, e chi si accontenta di trovare una poltrona per il culo degli amici suoi.

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Referendum. La parola ai (veri) vincitori /2011/06/15/referendum-la-parola-ai-veri-vincitori/ /2011/06/15/referendum-la-parola-ai-veri-vincitori/#comments Wed, 15 Jun 2011 15:08:26 +0000 Carlo Stagnaro /?p=9283 Grazie ai potenti mezzi dell’Istituto Bruno Leoni, abbiamo intercettato alcuni scambi epistolari. Li pubblichiamo. Forse sono veri.

UPDATE: Continuiamo a ricevere segnalazioni.

Caro Signor Sindaco,

Congratulazioni per la vittoria referendaria! Il suo contributo è stato fondamentale per mantenere l’acqua nelle mani di tutti. Le scrivo per una piccola cortesia. Come ricorderà, la mia impresa ha generosamente sostenuto la sua campagna elettorale. Mio figlio (omissis) è una persona molto in gamba, ha 35 anni, e sta per laurearsi in Scienze della comunicazione (gli mancano solo una dozzina di esami). Purtroppo non mi sembra molto interessato a essere coinvolto nella gestione dell’azienda di famiglia, né mi pare versato in tale attività. Ciò non toglie che anche lui abbia diritto a un’occupazione. Potrebbe per cortesia nominarlo nel consiglio d’amministrazione della Società dell’acqua potabile?

Spettabile Società dell’Acqua potabile,

Con la presente Vi intimo di riallacciare la fornitura d’acqua. E’ vero che da alcuni anni non pago la bolletta, ma l’acqua è un diritto di tutti. A maggior ragione di chi, come me, dichiara un reddito di 12.000 euro all’anno. Vi invito quindi a procedere sollecitamente, anche perché sabato do una festa e se gli amici trovassero la piscina vuota, farei una figuraccia.

Spettabile Amministratore delegato della municipalizzata dei rifiuti,

Le scrivo per invitarla a pranzo in modo da concordare l’offerta per il bando che avete appena lanciato, in relazione alle opere civili della vostra discarica. Come lei sa, la mia azienda non è in grado di farle un’offerta competitiva, quindi è necessario che l’appalto sia formulato in modo tale da impedire a concorrenti sleali di vincere. Nella deplorevole ipotesi in cui ciò dovesse accadere, il mio amico, il sindaco, che ha ottenuto i voti di tutti i miei dipendenti, sarebbe costretto a fronteggiare uno spiacevole sciopero, e lei dovrebbe assumersi la responsabilità di aver sbattuto in mezzo alla strada un numero inaccettabile di maestranze altamente professionalizzate. Sono sicuro che, dato il suo senso di responsabilità, vorrà impedire questo increscioso sviluppo. E’ chiaro che non le sto chiedendo nulla di illegale, diciamo al massimo un’interpretazione creativa delle norme: grazie al recente voto referendario, lei non è più tenuto a garantire l’economicità del servizio. Sono sicuro che né lei, né io, né il sindaco desideriamo trovarci in una situazione tale da pregiudicare la serenità dei lavoratori, della collettività e delle nostre rispettive famiglie – vero?

Gentile Associazione dei Consumatori,

Sono un cittadino della città di (omissis), che come sapete era candidata a ospitare una centrale nucleare. Dato l’esito del referendum, vi prego di includere il mio nome tra i partecipanti alla class action contro l’impresa elettrica (omissis) per essere risarcito del tumore che avrei potuto contrarre qualora l’impianto fosse stato realizzato.

Cara amica, caro amico,

Chi vi scrive è il segretario del sindacato della locale società di trasporto pubblico. Sebbene la società sia chiaramente sovra-organico, grazie al recente referendum nessuno dei nostri associati dovrà essere licenziato, perché il comune non sarà obbligato a mettere a gara la gestione del servizio. Anzi: il sindaco si è già impegnato a regolarizzare tutti i precari e anche la nostra battaglia per 15 minuti di pausa ogni 15 di lavoro è praticamente vinta. A questo punto, stiamo cercando qualcuno che occupi le posizioni precedentemente occupate dai precari, in quanto il lavoro va comunque svolto. Vi preghiamo quindi, nel caso siate interessati, di farci pervenire il vostro curriculum e di iscrivervi il prima possibile al nostro sindacato.

Caro Sindaco,

Sono l’amministratore delegato dell’azienda comunale dei rifiuti. Come lei sa, la nostra azienda è un esempio di realtà pubblica efficiente, da tutti lodata. Per dar seguito ai nostri piani di sviluppo, dobbiamo fare investimenti per i quali contavamo sull’opportunità di una quotazione in borsa, su cui lei ci aveva garantito il via libera e il consiglio comunale si era pronunciato favorevolmente. Leggo oggi le sue dichiarazioni contro la privatizzazione: mi può per cortesia ragguagliare? E come devo comportarmi nei confronti dei nostri fornitori, a cui dovremo pagare delle penali se fossimo costretti a tagliare gli investimenti già pianificati, la cui fattibilità dipendeva appunto dall’apporto di capitali privati?

Caro Amministratore delegato,

Non so di cosa stia parlando. Io e la mia maggioranza siamo sempre stati contrari alla privatizzazione. La gestione dei rifiuti, come lei sa, è un servizio pubblico essenziale che non può essere tolto dalle mani pubbliche, e tanto meno può essere assoggettato alla logica dei profitti. I suoi investimenti, quindi, non riceveranno mai il mio via libera, come peraltro ho testé confermato ai rappresentanti del Comitato “Acqua pubblica – No al termovalorizzatore”. Ne approfitto per invitarla a liberare l’ufficio perché, come sa, il mio compagno di partito (nonché, ma lo dico solo a titolo informativo senza nulla implicare, mio cugino) non è stato eletto in consiglio regionale. Ho solennemente promesso, in campagna elettorale, di combattere contro la disoccupazione e non intendo venir meno alle mie promesse. Lo devo agli elettori e alla mia stessa dignità. In più, tengo famiglia.

Da: Comitato “L’acqua è di tutti”
A: militanti, simpatizzanti, circoli

Carissimi,
queste poche righe per ringraziarVi dell’impegno. Senza di voi tutto ciò non sarebbe stato possibile. I compagni dipendenti dell’acquedotto comunale hanno esaurito il monte ore di congedi sindacali ma ne è valsa la pena. D’altra parte non si prevede la necessità di altre agitazioni per i prossimi 4 anni, e se si rivince al comune, 8. Qualunque cosa accada hanno il posto e il reddito assicurato, come giusto che sia.

Casa e reddito per tutti / guadagni per nessuno.

Cari colleghi,

A seguito dell’esito referendario (come sapete da noi auspicato e sostenuto seppure, per ovvia e giusta disciplina di partito, in modo informale) torna di scottante attualità la composizione delle nomine nell’ente acquedotti, alla società multiservizi e già che ci siamo di un paio di primari all’ospedale. Per questo gradirei conoscere le vostre disponibilità così da poter indire una riunione di maggioranza e procedere all’individuazione delle quote per ogni gruppo, che avrà poi massima libertà sui nomi.

Il presidente del consiglio comunale

(Ringraziamenti: Valerio Giardinelli).

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Il buco nell’acqua (con una proposta per uscire dal guado) /2011/06/13/il-buco-nellacqua-con-una-proposta-per-uscire-dal-guado/ /2011/06/13/il-buco-nellacqua-con-una-proposta-per-uscire-dal-guado/#comments Mon, 13 Jun 2011 13:20:30 +0000 Carlo Stagnaro /?p=9267 Non c’è dubbio: per chi crede nel mercato, il voto di ieri e oggi è una cattiva notizia. Il raggiungimento del quorum, con l’ovvia vittoria dei “sì”, ai due referendum sull’acqua ci riporta indietro di molti anni, e da molti punti di vista. Anzitutto riporta indietro il settore dei servizi pubblici locali: con quali possibili conseguenze, lo abbiamo discusso qui assieme a Serena Sileoni (ci tornerò alla fine di questo post, con una proposta). Riporta indietro la discussione su concorrenza e mercato, visto che, per la prima volta da molti anni, ci siamo trovati di fronte a un’opinione pubblica che ha esplicitamente preferito l’inefficienza del pubblico ai profitti del privato (il che è vero soprattutto sul piano dei simboli e della comunicazione politica). Riporta indietro la qualità del dibattito pubblico, perché abbiamo affrontato una campagna elettorale brutta, alimentata da slogan ultrasemplificati, e dove per giunta il contenuto tecnico dei quesiti è stato sacrificato al messaggio politico che tramite essi si voleva mandare al Cav. Ma questa è una scusa molto parziale e non cancella il danno.

Perché siamo arrivati a questo risultato? La risposta è semplice: il “fronte del no” è, sostanzialmente, non pervenuto. Ci sono stati sforzi individuali, battaglie isolate di singoli e piccoli gruppi, pochi e disorganizzati. Ma, nella sostanza, nulla di organizzato e nulla di efficace. Noi dell’Istituto Bruno Leoni abbiamo cercato di fare la nostra parte, coi mezzi limitati a nostra disposizione e senza essere troppo convinti della norma che difendevamo. Altri gruppi – a partire dal comitato Acqualiberatutti e da singoli “freedom fighter” come Oscar Giannino – hanno tentato di bucare il muro della retorica. Ma, nella sostanza, tutto è stato lasciato a iniziative individuali. E i risultati sono quelli che sono.

Il problema, infatti, è politico. Il centrodestra, artefice della legge Ronchi (e del codice ambiente su cui incide il secondo quesito), non è stato capace, o non ha avuto il coraggio, di difendere una delle pochissime cose buone che ha fatto, combattendo a viso aperto una battaglia (per il no o per l’astensione, poco conta). Nelle città italiane, c’erano solo manifesti per il sì. Il centrosinistra, ha ripudiato la sua sensibilità riformista per abbracciare un populismo da anni Settanta, e ha barattato la dignità di molti suoi esponenti col tentativo di segnare il colpaccio politico. Tanto dell’acqua, chissenefrega. Infine, i media hanno dato il peggio di sé, facendo propria la lettura “referendaria” del senso dei quesiti – con poche eccezioni: Il Sole 24 Ore (grazie in particolare a Jacopo Giliberto e Giorgio Santilli), Il Foglio, Linkiesta.it e alcune importanti firme di altri quotidiani, come Massimo Mucchetti sul Corriere e Luca Ricolfi sulla Stampa, e pochi altri. Sulla televisione, stendiamo un velo pietoso.

Quindi, come se ne esce? Perché in qualche modo bisogna uscirne. I due quesiti intaccano l’organizzazione del settore idrico post-legge Galli (e dei servizi pubblici locali), ma non lo smontano del tutto. Chi crede nel mercato può ancora appigliarsi alla normativa comunitaria, che comunque predilige le gare come modalità di assegnazione della gestione del servizio, che impone la piena copertura dei costi in tariffa, e che obbliga a fare investimenti in particolare nella depurazione. La normativa post-referendum richiede interventi per garantirne l’efficacia e la coerenza.

Ecco la mia proposta al governo: sull’acqua, faccia propria e proponga in Parlamento la proposta presentata dal Partito democratico a fine dell’anno scorso. Come abbiamo spiegato con Luigi Ceffalo, si tratta di una proposta per molti versi migliorativa rispetto alla legge Ronchi – specie sul fronte della regolazione. E’ senza dubbio meno rigorosa sull’aspetto delle gare, lasciando porte più aperte all’inhouse, ma questo è in qualche maniera inevitabile dato il referendum. Poi c’è il problema degli altri servizi pubblici locali (principalmente trasporto pubblico e rifiuti): il governo potrebbe riproporre il ddl Lanzillotta, limitandosi a modificarlo prevedendo l’esplicita esclusione dell’acqua dal suo ambito di applicazione (in pratica modificando l’art.2, comma 1, lettera g). In questo modo, dal male potrebbe sorgere il bene. Da un referendum anti-concorrenziale potrebbe sortire una disciplina più coerente e più aperta alla concorrenza di quella appena abrogata.

Perché le cose vadano così servono due ingredienti: una maggioranza intelligente e una opposizione coraggiosa. Sono pessimista.

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Il buco nell’acqua / SPECIALE REFERENDUM 2 /2011/06/13/il-buco-nellacqua-speciale-referendum-2/ /2011/06/13/il-buco-nellacqua-speciale-referendum-2/#comments Mon, 13 Jun 2011 08:32:02 +0000 Carlo Stagnaro /?p=9263

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Il buco nell’acqua / Speciale weekend 5 /2011/06/11/il-buco-nellacqua-speciale-weekend-5/ /2011/06/11/il-buco-nellacqua-speciale-weekend-5/#comments Sat, 11 Jun 2011 10:37:09 +0000 Carlo Stagnaro /?p=9244 Il libro di Astrid I servizi pubblici locali tra riforma e referendum è interessante, e merita di essere letto questo weekend, per almeno tre ragioni diverse.

La prima ragione sono gli autori: Claudio De Vincenti e Adriana Vigneri non sono due scatenati liberisti né dei “liberi servi” di Silvio Berlusconi. Se hanno consuetudine con la politica, ce l’hanno col centrosinistra: Vigneri è stata sottosegretario all’Interno quando ministro era Giorgio Napolitano (e in quella veste autrice del disegno di legge che nel 1998 contribuisce ad aprire il settore dei servizi pubblici locali alla concorrenza). Claudio De Vincenti è stato consigliere economico del viceministro delle Finanze, Vincenzo Visco, e presidente del Nars. Entrambi, soprattutto, sono due tecnici stimati da tutti che si sono distinti per la lucidità delle loro analisi.

La seconda ragione è, naturalmente, il libro stesso. De Vincenti e Vigneri non si nascondono che l’ordinamento dei servizi pubblici locali è carente, da tanti punti di vista. Né sottovalutano le difficoltà intrinseche di un settore che, per sua natura, fatica a conciliare le normali dinamiche concorrenziali con l’universalità del servizio e la caratteristica di “servizio pubblico” che deve non solo essere reso accessibile a tutti, ma anche messo a disposizione di quanti non hanno un reddito sufficiente a pagarne il prezzo. Un settore, per giunta, che non di rado si gonfia delle difficoltà tipiche del “monopolio tecnico”, dove la concorrenza nel mercato è impossibile – o del tutto non conveniente. Ma neppure tacciono sul fatto che tra contraddizioni, paure, timori e incertezze dei passi avanti sono stati fatti, eccome. Scrive De Vincenti: “la nuova normativa sui servizi pubblici locali presenta un impianto che nel complesso appare coerente con l’obiettivo di aprire i mercati alla verifica concorrenziale e di attrarre così capacità e risorse imprenditoriali, operando una più netta distinzione di ruoli tra enti locali come soggetti di governo e programmazione, da un lato, d imprese di erogazione dei servizi, dall’altro”. I due referendum sull’acqua mettono un’ipoteca su questo processo: “assisteremmo a una vera e propria débacle per la politica industriale”, dice De Vincenti. Vigneri si sofferma sulle lacune dell’attuale assetto, ma – ancora – ribadisce che quello che serve è un’accelerazione, non una marcia indietro; la correzione (o l’integrazione) di tecnicalità importanti, non lo sfascio del sistema che, se non è implicito nella lettera dei quesiti referendari, è sicuramente tra le intenzioni dichiarate dei loro promotori. Infatti, “alcune lacune possono essere colmate da legge nazionali, altre soltanto da Autorità indipendenti… Non si tratta di integrare la normativa esistente, occorre fare qualcosa di più, di più chiaro e netto”. Se tutto questo fosse travolto dal referendum (o dalle sue conseguenze politiche) perderemmo un’occasione di crescita economica, acuiremmo la crisi delle finanze pubbliche, e soprattutto ci abbandoneremmo al paradosso sollevato da Franco Bassanini nell’introduzione: “se un ente locale non è capace di indirizzare e controllare, non sarà neanche capace di indirizzare, controllare e gestire”. (Bassanini ha dedicato al tema del referendum un articolo molto esplicito, che più tardi pubblicheremo su Chicago-blog). In sostanza, questo volume è un tentativo meritorio (che nasce da un altrettanto meritorio seminario Astrid) di portare razionalità nel dibattito, senza sottrarsi alla responsabilità che tutti abbiamo: da un lato migliorare il sistema (cancellando quel che c’è da cancellare e integrando quel che deve essere integrato); dall’altro rispondere alla domanda referendaria, che non ammette distinguo. Il referendum non ci chiede, in fondo, se la legge Ronchi (e la legge Galli come ripresa nel codice ambiente sulla determinazione delle tariffe) sia il migliore dei mondi possibile. Non lo è. Ci chiede se sia un mondo migliore di quello che emergerebbe dalla vittoria dei sì, e se la direzione in cui il mondo si sta muovendo sia preferibile alla inversione che sarebbe fatalmente determinata dal referendum. Chi crede nella concorrenza non ha dubbi: questo mondo è migliore del mondo che i referendari vogliono consegnarci.

E questo mi porta alla terza ragione per leggere questo libro. Se lo leggerete, troverete argomenti solidi e razionali contro il referendum. E, se proprio non vi sarete fatti convincere, almeno – spero – il libro saprà catturare la vostra attenzione al punto che vi dimenticherete di andare ai seggi.

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Acqua. I consigli di Bersani, Di Pietro, Montezemolo, ecc. /2011/06/11/acqua-i-consigli-di-bersani-di-pietro-montezemolo-ecc/ /2011/06/11/acqua-i-consigli-di-bersani-di-pietro-montezemolo-ecc/#comments Sat, 11 Jun 2011 07:04:59 +0000 Carlo Stagnaro /?p=9241 Piccola guida puramente informativa per capire il contenuto dei quesiti referendari. Guest stars Bersani, Di Pietro, Montezemolo, Letta, Vendola, Monteforte, e un anonimo uomo saggio.

L’acqua è di tutti

Un conto sono le infrastrutture, che devono essere pubbliche, e un conto la gestione delle stesse, che possono, anzi devono andare a chi le sa utilizzare al meglio.

Pierluigi Bersani, 18 settembre 2008

Fuori i profitti dall’acqua

Anche abbassare le tariffe è un obiettivo completamente astratto… L’acqua, per diventare bene comune e diritto universale, deve prima divenire senso comune. In Puglia il terreno per questa operazione è far partire l’appalto per la ricerca delle perdite: trovo molto più rivoluzionario di qualunque chiacchiera diminuire lo spreco dell’acqua. E’ più rivoluzionario, allo stato attuale, far partire i piani d’investimento che servono a modernizzare la rete.

Nichi Vendola, 10 dicembre 2006

L’acqua è un bene comune dell’umanità

L’acqua bene comune è un dibattito che è arrivato persino da Porto Alegre, un po’ da terzomondismo, da Teologia della Liberazione. In Brasile hanno il problema dei padroni dell’acqua, che te la danno se vogliono loro. Noi in Italia abbiamo il problema degli acquedotti che perdono metà dell’acqua, che è un altro film.

Pierluigi Bersani, 18 settembre 2008

L’acqua è un diritto

Si è potuto prendere atto che, in realtà, non si rischia di “morire di sete”. E’ vero che il livello delle acque nei bacini è inferiore a quello previsto ed è vero che c’è un problema di spreco di acqua in questo Paese. Il 30% dell’acqua viene dispersa dal sistema di distribuzione prima che arrivi alle case.Sia chiaro, però, che non si rischia di restare senz’acqua per bere. Il problema riguarda l’uso razionale delle risorse idriche per il settore agricolo, quindi di attenzione nella distribuzione equa dell’acqua.

Antonio Di Pietro, 26 aprile 2007

La distinzione tra proprietà e gestione è falsa

Un processo che noi riteniamo essenziale e decisivo: portare lo Stato al ruolo che gli compete in una economia moderna e aperta, quello del regolatore e non del proprietario.

Romano Prodi, 7 marzo 2006

Le municipalizzate sono dei privati

Nessuno penserebbe che avendo il 60% sta dando via qualcosa.

Pierluigi Bersani, 18 settembre 2008

E controllo democratico?

Lo Stato non va fermato: va fatto indietreggiare. Anche, e lo ripeto ancora una volta, nelle tante piccole Iri comunali. Di tutti i colori politici. Dobbiamo attuare il principio di sussidiarietà in base al quale lo Stato deve assicurare solo ciò che i privati non possono fare.

Luca Cordero di Montezemolo, 18 settembre 2006

I privati licenzieranno

Quanto agli enti locali, gioco la carta della corresponsabilità. L’Antitrust ha dimostrato che le regioni che producono più occupazione e più ricchezza sono quelle che hanno attuato più a fondo le liberalizzazioni.

Pierluigi Bersani, 27 gennaio 2007

Le gare sono il cavallo di Troia della privatizzazione

Infine, le liberalizzazioni perché mentre Tremonti parla di articolo 41, nei fatti, va in senso opposto sia sulle tariffe minime che sull’in house nei servizi pubblici locali.

Enrico Letta, 6 giugno 2010

L’acqua non si vende

Garantire 50 litri gratuiti di acqua pubblica è fuori dalla realtà: è una proposta dogmatica.

Nichi Vendola, 10 dicembre 2006

Noi vogliamo le aziende pubbliche efficienti

Ho avuto la sgradevole sensazione che tutti decidessero, meno che i manager. Quest’azienda era diretta dall’esterno, dalla politica, dalle imprese appaltatrici.

Ivo Monteforte, 2011

L’acqua non è un bene economico

Più efficenza significa più infrastrutture, ma anche riduzione degli sprechi, costituzione di riserve strategiche… Non è particolarmente rilevante la forma di gestione; non ci sono pregiudiziali nei confronti dei privati, purché il loro interesse sia subordinato a quello generale. Per questo servono regole semplici e chiare. Ci vuole, insomma, una nuova Galli.

Antonio Di Pietro, 17 novembre 2007

Vota sì per dire no

Ma le pare giusto che, se uno non paga la bolletta, gli taglino l’acqua?

sentita con le mie orecchie a un dibattito qualche giorno fa.

(Ringraziamenti: Costanza Gallo, Chicco Testa, Erasmo D’Angelis & Alberto Irace)

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