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Elezioni truccate, scontri in strada, monete e boulevard parigini

6 settembre 2009

Siamo proprio sicuri che i disordini di questi giorni che stanno riguardano il Gabon, dove dopo elezioni altamente inquinate Ali Ben Bongo è stato fatto presidente, poche settimane dopo la morte del padre (El Hadji Omar Bongo Ondimba) non abbiano nulla a che fare con noi europei? Siamo davvero certi che si tratti di una questione tutta africana, tribale, legata alle difficoltà di società “arretrate” che faticano a costruire “buoni regimi democratici all’europea”? Prosegui la lettura…

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A Right to Schooling, But Not to Education

4 settembre 2009

Per anni James Tooley ci ha spiegato come in India la presenza di una vasta rete di scuole autenticamente private e sostenute dalle famiglie, spesso accessibili pagando rette modeste, abbia dato un contributo rilevante allo sviluppo del sistema educativo in quella società. (Queste tesi vengono esposte da Tooley anche nel capitolo di un volume antologico prossimamente pubblicato da IBL Libri, La città volontaria.)

Come illustra però un ricercatore del Cato Institute, Swaminathan S. Anklesaria Aiyar, in un articolo intitolato A Right to Schooling, But Not to Education apparso sul South China Morning Post, tutto questo potrebbe finire. Una nuova legge ha virato in direzione statalista l’intero sistema scolastico indiano, obbligando tra l’altro gli istituti privati a riservare un quarto dei posti disponibili a bambini poveri e provenienti dalle caste inferiori.

Il socialismo fa danni ovunque, e più o meno utilizzando le stesse ricette, ma quando questo avviene entro realtà che includono un gran numero di poveri e dove quindi c’è ancor più bisogno di libertà, responsabilità e concorrenza, le conseguenze sono destinate ad essere catastrofiche.

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Bye bye, Amerika!

2 settembre 2009

In fondo è il riproporsi dell’antico contrasto tra mercanti e guerrieri caro a Herbert Spencer, o anche – se preferite – tra guardie e ladri: solo che nel ruolo del guardiano (dei soldi altrui, oltre che dei propri legittimi affari) c’è l’austero banchiere svizzero Konrad Hummler, socio accomandatario del più antico istituto di credito privato elvetico (la Wegelin & Co.), che ormai ha deciso di rompere gli indugi.

Suscitando grande scandalo, Hummler ha fatto sapere di non aver più intenzione di subire i diktat del governo statunitense e così ha annunciato al mondo, con un documento intitolato Abschied von Amerika (qui in versione inglese e qui in versione italiana), di voler pianificare «un’ampia ritirata dal mercato americano dei capitali», poiché l’inasprimento fiscale previsto dagli Usa e la pretesa avanzata da tale governo di disporre dei dati dei clienti di qualunque banca (anche in assenza di elementi di accusa su crimini compiuti) pongono «le banche di tutto il mondo di fronte a problemi insuperabili e a una forte insicurezza giuridica».

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Fieg vs. Google: giornali e siti non sono tutti libere imprese?

31 agosto 2009

Nei giorni scorsi la stampa ha dato notizia dell’apertura di un’inchiesta dell’Antitrust nei riguardi di Google Italia. L’agenzia si sta muovendo sulla base di una denuncia dell’associazione delle aziende editoriali, la Fieg, secondo la quale “Google impedirebbe agli editori di scegliere liberamente le modalità con cui consentire l’utilizzo delle notizie pubblicate sui propri siti Internet” (ma i giornali non gestiscono forse a loro piacere le loro pubblicazioni?).

Per la Fieg, ad ogni modo, la conseguenza di tutto ciò sarebbe che “i siti editoriali che non vogliono apparire su Google News verrebbero automaticamente esclusi anche dal motore di ricerca Google”. È stata dunque avviata un’istruttoria per presunto abuso di posizione dominante.

Nel comunicato ufficiale trasmesso dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato si può leggere che “gli editori italiani, che non ottengono alcuna forma di remunerazione diretta per l’utilizzo dei propri contenuti su Google News, non avrebbero inoltre la possibilità di scegliere se includere o meno le notizie pubblicate sui propri siti internet sul portale stesso: Google renderebbe infatti possibile ad un editore di non apparire su Google News, ma ciò comporterebbe l’esclusione dei contenuti dell’editore dal motore di ricerca della stessa Google”.

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Destra e sinistra: trova le differenze

26 agosto 2009

La conferma per altri quattro anni (largamente in anticipo rispetto alla scadenza di dicembre) di Ben Bernanke alla guida della Fed dice molto della politica contemporanea e, in particolare, della forte continuità – su tante questioni – tra l’amministrazione repubblicana e quella democratica. Per Mark A. Calabria, da pochi mesi al Cato Institute e direttore degli studi sulla regolazione finanziaria per l’istituto libertario, questa decisione di Barack Obama ribadisce come Obanomics e Bushonomics siano spesso indistinguibili: e così possiamo dire, con le parole di Calabria, che Embracing Bushonomics, Obama Re-appoints Bernanke.

Salvataggi, espansione monetaria, deficit pubblico, progetti di nazionalizzazione e ulteriore regolamentazione: su troppi temi i democratici paiono confermare precedenti scelte compiute dall’amministrazione Bush e dagli uomini posti alla testa di importanti agenzie. Insomma, Washington e Roma non sono poi del tutto diverse.

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Critical Review & Financial Crisis

24 agosto 2009

Negli anni scorsi, la Critical Review si era segnalata quale rivista di filosofia politica (e dintorni) sostanzialmente schierata su posizioni libertarie, ma non di rado incline a civettare con varie forme di post: postlibertarismo, postmodernismo, postfilosofia, e via dicendo. Per questa ragione il suol editor, Jeffrey Friedman, si era tirato addosso (e a ragione) una certa quota di contestazioni e ironie da parte dei propri lettori: essenzialmente libertari, liberali classici, conservatives, etc.

Con l’ultimo numero, intitolato Causes of the Financial Crisis, la rivista sembra essere tornata su binari più classici. L’introduzione, firmata dal direttore stesso della pubblicazione, sviluppa fin dal titolo (“A Crisis of Politics, Not Economics: Complexity, Ignorance, and Policy Failure”) la tesi – minoritaria, ma solidamente liberale – che anche stavolta il carattere patologico della crisi sia figlio di tutta una serie di programmi politici, che hanno creato un sistema di incentivi e disincentivi che ha falsato il mercato e ha indotto a comportamenti “irrazionali”. I nomi della maggior parte degli autori invitati a scrivere (da White a Taylor, per limitarsi a due nomi) paiono convergenti con questa prospettiva.

Dopo tanto girovagare, insomma, Friedman e la Critical Review sembrano essere tornati alla casella di partenza. E questa non è una cattiva notizia.

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“Rapallizzare” l’Italia? Alcune buone ragioni

20 agosto 2009

Qualche giorno fa un amico fiammingo mi ha riferito con entusiasmo di una sua recente vacanza in Liguria, ricordando con piacere i giorni passati a Camogli e Rapallo. La cosa mi ha colpito perché, da qualche decennio, nei dizionari della lingua italiano con il verbo “rapallizzare” si indica un processo di cementificazione selvaggia: come quando si prende un paesino costiero e lo si riempie di casermoni e villaggi turistici. In questi giorni ferragostani può essere allora opportuno provare a sviluppare qualche minima riflessione sul rapporto tra natura e turismo, tra bellezze storico-ambientali e sviluppo urbanistico.

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Uomini, mezzi uomini, ominicchi, pigliainculo, quaquaraquà… e politici di professione

17 agosto 2009

Non c’è bisogno di aver letto Gaetano Mosca per aver compreso che i politici sono una «classe» : che rappresentano, insomma, un gruppo separato. Quel che è peggio, però, è che essi perdono la stessa capacità di percepire la realtà, fino al punto di vivere in un universo tutto loro, in cui esiste da un lato la nostra realtà, piena di limiti e difetti, e dall’altro quell’eccezionale conglomerato di elezioni, visioni globali, posti di sottogoverno e destini da compiere che impregna la quotidianità della politica.

Chi ancora non si fosse avveduto di tale patologica deformazione percettiva che affligge quanti detengono un qualche potere, dovrebbe ascoltare questa intervista di Jan Helfeld a Nancy Pelosi, speaker della Camera statunitense. Il giornalista si limita a chiedere quanto siano retribuiti, dai parlamentari americani, i vari intern e collaboratori di cui i politici si avvalgono, e poi interroga l’esponente del partito democratico in merito al salario minimo obbligatorio.

L’intenzione è mostrare che non si può accettare che alla House of Representives vi sia chi lavora anche gratuitamente (”come volontario”, nelle parole della Pelosi), se poi si scende in guerra contro quanti lavorano per un pugno di dollari da McDonald’s o da Walmart.

Naturalmente la Pelosi trova offensive le stesse domande e pretende che il proprio interlocutore accetti la totale contraddittorietà di una posizione, la sua, che al tempo stesso contesta e legittima l’esistenza di retribuzioni sotto il minimum wage.

La parlamentare americana è però in buona fede. Servire la gente preparando panini imbottiti o sistemando beni alimentari sugli scaffali ai suoi occhi è un lavoro svilente, mentre il solo fatto di poter muoversi nei corridoi del Potere rappresenterebbe una promozione: un cambio di status. In fondo, nella linea di pensiero della parlamentare statunitense forse non ci sarebbe niente di male neppure se i suoi giovani collaboratori versassero qualcosa in cambio del privilegio che è riservato loro.

Il lavoro è per gli uomini comuni, mentre la politica è per il ceto superiore. Questo è il retropensiero che rende possibile uno schema argomentativo altrimenti del tutto irrazionale.

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Milano, Italia: l’edilizia pubblica di ghetto in ghetto

15 agosto 2009

In data 14 agosto, l’agenzia ANSA dava notizia di un’azione condotta dalle forze dell’ordine nella zona Nord di Milano all’interno di un quartiere Aler (gli edifici costruiti dallo Stato e messi a disposizione delle categorie più deboli).

Operazione congiunta di polizia e carabinieri in un quartiere periferico della zona Nord di Milano, il cosiddetto “ghetto”, una serie di palazzi popolari tra viale Zara e viale Fulvio Testi. Le forze dell’ordine hanno circondato i palazzi, eseguito controlli a persone e autoveicoli, e perquisizioni domiciliari per droga e armi.

Le case popolari del cosiddetto “ghetto”, quartiere periferico della zona Nord di Milano, sono state recentemente oggetto di un’inchiesta del Corriere della Sera per via del degrado, dell’abusivismo e dello spaccio di droga. Una sorta di “terra di nessuno”, come ha denunciato il quotidiano di via Solferino, di fronte alla quale si sono levate, da più parti, richieste di intervento.

Se l’opposizione in Comune a Milano ha chiesto a più riprese di far intervenire nel “ghetto” i militari, l’Aler ha anche proposto di assegnare case a poliziotti nel quartiere. Anche il sindaco di Milano, Letizia Moratti, ha affrontato la questione: in un’intervista ha riferito di aver “chiesto al prefetto un intervento più incisivo per questa e altre zone della città”.

Insomma : l’edilizia popolare produce non solo morosità, sprechi e corruzione, ma favorisce anche (per ragioni facilmente comprensibili) un progressivo degrado della vita sociale. Costruire quartieri e destinarli a quanti posseggono i requisiti per essere aiutati e si trovano in cima alle graduatorie significa “pianificare” (un po’ per stupidità, un po’ per superficialità) un fallimento. Significa far sì che i figli di persone caricate da problemi si trovino a convivere – nelle classi scolastiche come nei cortili – quasi esclusivamente assieme ad altri bambini che vivono in famiglie caricate da analoghi problemi.

Eppure solo il 21 luglio scorso l’assessore alla Casa del comune milanese, Gianni Verga, salutava con soddisfazione il varo dell’ennesimo piano casa governativo (i 100 mila alloggi in 5 anni promessi dal premier Silvio Berlusconi):

“Il Piano Casa decretato dal Presidente del Consiglio arriva in ritardo, ma rappresenta un avvio importante per sviluppare interventi utili che serviranno a dare una casa alle diverse fasce del bisogno”. Con queste parole l’assessore alla Casa Gianni Verga ha accolto il decreto che si pone l’obiettivo di costruire centomila alloggi in 5 anni. Beneficiari del Piano Casa saranno i nuclei familiari a basso reddito, le giovani coppie, gli anziani in condizioni sociali svantaggiate, gli studenti fuori sede, gli sfrattati e gli immigrati regolari a basso reddito e residenti da almeno 10 anni in Italia o da 5 nella stessa Regione. Insieme ai più bisognosi, potranno beneficiarne i ceti medi e medio-bassi che non possono sostenere i prezzi di mercato”.

È davvero bizzarro che un giorno si intervenga con il fucile spianato per tentare di porre rimedio ai guasti causati dal socialismo urbanistico, e un altro giorno – quasi senza avvedersi del nesso tra le due cose – ci si impegni a porre le basi per un’ulteriore espansione della gestione statale delle abitazioni e, quindi, per nuovi e sempre più pericolosi ghetti.

Non sarebbe molto meglio privatizzare (anche offrendo condizioni di favore per gli attuali residenti ) le abitazioni oggi di proprietà pubblica e con il ricavato avviare un programma di buoni-casa a favore di quanti hanno seri problemi economici, lasciando però che essi vadano a vivere in quartieri “normali”, e non nei dormitori predisposti da sindaci e assessori?

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Il fisco: un nemico della globalizzazione?

14 agosto 2009

C’è da augurarsi che alle parole non seguano i fatti, e che l’anticipazione giornalistica (cfr. Antonio Criscione e Antonio Iorio sul “Sole 24 Ore” del 13 agosto 2009) si riveli infondata. Ma se davvero dovessero diventare effettiva l’inversione dell’onere della prova a carico dei contribuenti prevista dal Dl 78/2009 (se, insomma, alle grida manzoniane faranno seguito azioni concrete da parte delle unità operative predisposte) e se tutto ciò riguarderà in particolare le attività fuori dai confini nazionali, l’annunciata stretta sulle controllate estere finirà per configurarsi come un attacco ai principi del diritto e, di conseguenza, alle prospettive di un’integrazione delle imprese italiane nell’economia globale.

L’idea che ora si debba dimostrare di non avere commesso reati – a parte le difficoltà “tecniche” della cosa – segna un momento di imbarbarimento, dal momento che un tratto della civiltà giuridica è proprio nella presunzione di innocenza. Fino a prova contraria, ognuno di noi è al di sopra di ogni sospetto.

Ma l’ennesimo sfregio, una volta di più, alle ragioni del diritto avrà conseguenze economiche rilevanti. E non solo di fronte agli investitori stranieri, che alle solite si terranno ben distanti dalla Penisola. E ora più che mai.

È chiaro che questo nazionalismo economico e la conseguente volontà di considerare pregiudizialmente evasore chi investe all’estero saranno un potente ostacolo all’internazionalizzazione delle aziende italiane. La voracità del fisco, bisognoso di entrate, e un’impostazione ideologica che celebra gli “inferni fiscali” e condanna i “paradisi” rischiano insomma di pregiudicare ancora di più il già difficile cammino delle nostre imprese sulla strada della loro integrazione nell’economia mondiale.

Non mancasse il protezionismo, ora spunta anche un fisco occhiuto che è pronto a saltarti addosso se solo provi a crescere, fare affari e avviare iniziative al di là della frontiera.

Lo ripetiamo: speriamo che alle parole non seguano i fatti. (Confidiamo, insomma, nell’italica cialtroneria di sempre).

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