CHICAGO BLOG » Carlo Lottieri http://www.chicago-blog.it diretto da Oscar Giannino Thu, 23 Dec 2010 22:50:27 +0000 it hourly 1 http://wordpress.org/?v=3.0.1 Il “Contro-Rapporto Monti” dell’IBL: per un’Europa più integrata dal mercato e più aperta al mondo /2010/12/02/il-%e2%80%9ccontro-rapporto-monti%e2%80%9d-dell%e2%80%99ibl-per-un%e2%80%99europa-piu-integrata-dal-mercato/ /2010/12/02/il-%e2%80%9ccontro-rapporto-monti%e2%80%9d-dell%e2%80%99ibl-per-un%e2%80%99europa-piu-integrata-dal-mercato/#comments Thu, 02 Dec 2010 21:16:57 +0000 Carlo Lottieri /?p=7754 Qualche mese fa, su invito di José Barroso, l’ex commissario europeo Mario Monti ha redatto un rapporto intitolato A new strategy for the single market at the service of Europe’s economy and society , con l’obiettivo di indicare talune linee fondamentali di sviluppo per l’Europa di oggi e di domani.

Il rapporto contiene talune proposte ragionevoli e in particolare auspica una crescita del mercato interno, che faccia saltare le molte e talvolta assai alte barriere che impediscono una piena integrazione tra i vari Paesi dell’Europa a 27 e le loro distinte economie. Ma, al tempo stesso, il testo redatto da Monti contiene argomenti e proposte assai discutibili. In particolare, esso formula una netta difesa di vecchi vizi statalisti europei (specie in tema di welfare) e per giunta esprime una esplicita avversione per la concorrenza istituzionale: soprattutto in materia fiscale.

Per questo motivo l’Istituto Bruno Leoni ha pensato di predisporre una sua interpretazione del “rapporto Monti”, affidando a un gruppo di lavoro internazionale il compito di commentare – capitolo dopo capitolo – tutte le tesi contenute nel testo predisposto dall’economista italiano. Questo lavoro a più mani si intitola Il “Rapporto Monti”: una lettura critica (qui in italiano e qui in inglese) e ha potuto avvalersi del contributo di vari studiosi, italiani e no: Filippo Cavazzoni, Luigi Ceffalo, Luca Fava, Pierre Garello, Carlo Lottieri, Diego Menegon, Alberto Mingardi, Lucia Quaglino, Dalibor Rohac, Josef Sima e Carlo Stagnaro.

Il testo è stato presentato a Bruxelles oggi, 2 dicembre, nel corso di un seminario cui ha partecipato lo stesso Monti. L’obiettivo è stato quello di evidenziare i limiti delle proposte avanzate dall’ex commissario, non sempre coerenti con una visione autenticamente di mercato, sottolineando come la logica dirigista di molte tesi del Rapporto  ostacoli – al di là delle dichiarazioni e delle intenzioni – lo sviluppo di un’economia europea davvero dinamica, integrata e concorrenziale.

I temi essenziali della critica sviluppata dal “contro-rapporto” targato IBL emergono con chiarezza in questo passo, tratto dall’introduzione:

Dietro la riflessione di Monti si vede la proposta di un “grande scambio”: per costruire il mercato interno, gli Stati membri devono dotarsi di sistemi di welfare state sufficienti ad ammortizzare la transizione e sostenere il consenso; perché questo sia possibile, occorre perseguire un grande disegno di armonizzazione fiscale, volto a colpire sia la “concorrenza fiscale” all’interno dell’Ue, sia – a maggior ragione – quella dei “paradisi fiscali”.

L’analisi dell’IBL punta insomma a raccogliere la sfida del “Rapporto Monti”, per valorizzarne gli aspetti positivi, ma anche e soprattutto per sottolineare come un vero mercato non possa essere “unico” (e cioè ristretto alla piccola Europa), non possa basarsi su una tassazione e su una regolamentazione asfissianti (tratti caratteristici del modello welfarista “renano”) e non possa in alcun modo avvantaggiarsi da un’armonizzazione fiscale costruita dall’alto, che riduca quella pressione competitiva che finora ha impedito ai governi europei di espandere in maniera illimitata le loro pretese.

Se infatti le aliquote marginali delle imposte dirette sono significativamente calate un po’ ovunque (dopo che negli anni Settanta erano giunte a livelli altissimi, e non soltanto in Svezia), questo è stato dovuto non tanto a un cambiamento di orientamenti culturali (che pure in parte si è verificato), ma è stato soprattutto conseguente allo sforzo di quei ministri dell’Economia dei vari Paesi europei che hanno fatto il possibile per non perdere tutti i propri contribuenti più importanti. Quando i capitali si muovono e si trasferiscono altrove, che senso ha, infatti, tenere aliquote molto alte, se esse sono ormai prive di una base imponibile? Meglio portare a casa il 45% di 50 che il 90% di 5.

Su questo specifico punto sviluppa una riflessione molto sofisticata un altro lavoro discusso oggi a Bruxelles, anche’esso promosso dall?IBL, e cioè il saggio Tax Competition: A Curse or A Blessing? (qui in inglese, ma qui c’è una sintesi in italiano) di Dalibor Rohac, un giovane e brillante economista slovacco che oggi è un ricercatore del Legatum Institute e che qualche anno fa fu pure a Sestri Levante quale relatore di Mises Seminar organizzato dall’IBL. Avvalendosi della teoria dei giochi, nel suo studio Rohac mostra come un’armonizzazione calata dall’alto blocchi ogni processo di apprendimento e soprattutto ostacoli quel dinamismo degli attori che – sul medio e lungo termine – favorisce l’abbassamento delle aliquote e, in questo modo, aiuta a realizzare una migliore integrazione delle economie.

Un’Europa fiscalmente armonizzata, insomma, è destinata a diventare un vero inferno fiscale. Più di quanto non lo sia già oggi.

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Poche tasse, molte entrate. Perché l’Irlanda non vuole alzare le imposte sulle imprese /2010/11/25/poche-tasse-molte-entrate-perche-l%e2%80%99irlanda-non-vuole-alzare-le-imposte-sulle-imprese/ /2010/11/25/poche-tasse-molte-entrate-perche-l%e2%80%99irlanda-non-vuole-alzare-le-imposte-sulle-imprese/#comments Thu, 25 Nov 2010 20:03:13 +0000 Carlo Lottieri /?p=7689 Alle prese con gravi problemi di bilancio conseguenti alla decisione davvero improvvida di salvare le proprie banche e quindi costretta ad affrontare un deficit fuori controllo (superiore al 30% del pil), l’Irlanda sta studiando in vari modi come ridisegnare la propria economia. Ci saranno tagli alle spese e, soprattutto, vi sarà un massiccio aiuto dal resto d’Europa. Non è sorprendente che in questa situazione si inviti l’Irlanda a modificare le proprie regole in materia fiscale, in particolare accrescendo il prelievo sulle imprese, che oggi è tra i più modesti d’Europa, dato che è solo al 12,5%.

Da questo orecchio, però, gli irlandesi sembrano non sentirci, per ragioni che un recente intervento di Nicolas Lecaussin dell’Iref (Institut de Recherches économiques et fiscales) ha illustrato molto bene.

L’Irlanda è infatti il Paese europeo che ottiene le entrate fiscali maggiori. Può sembrar strano che aliquote limitate producano grandi attivi, ma è così. In questo caso non si tratta in primo luogo di portare la mente alla “curva di Laffer” (che evidenzia come la tassazione, oltre un certo livello, deprima la produzione e quindi finisca per comprimere anche le entrate tributarie), quanto invece di aver ben presente che siamo ormai in un’economia largamente basata sulla concorrenza tra sistemi fiscali, legali e regolamentari. E poiché molte attività hanno una forte propensione a spostarsi, è normale che si trasferiscano dove il prelievo è più modesto.

In questo senso, i dati sono eloquenti. Con un’aliquota del 12,5% l’Irlanda riesce a introitare il 3,9% del pil, mentre la Francia ottiene solo il 3% (nonostante una tassazione al 34,4%), la Germania il 2,1% (con una tassazione al 29,8%) e la vecchia Europa “a 15” il 3,4% (con una tassazione media del 23,2%). Senza questa limitata tassazione, l’Irlanda non avrebbe mai conosciuto lo straordinario sviluppo che ha avuto negli ultimi trent’anni.

Il boom della Tigre celtica è stato figlio in larga misura, infatti, proprio della lungimirante decisione di abbassare le imposte, i contributi sociali, la regolamentazione. E se ora a Dublino la situazione è divenuta drammatica, questo si deve al fatto che le banche irlandesi – come quelle americane – si sono lanciate in operazioni irragionevoli (dando soldi a chi non era in grado di restituirli) e poi alla “generosità” con il ceto politico è corso in loro aiuto.

Ora anche i Paesi europei hanno messo mano al portafoglio, per togliere l’Irlanda dai guai, ma l’hanno fatto anche al fine di premere sul governo dell’isola affinché cambia la sua fiscalità. Gli “inferni fiscali” del continente – Germania, Francia, Italia ecc. – non sono disposti a sopportare la concorrenza delle economia a limitata pressione fiscale, ma i dati sulle entrate e l’esigenza di guardare al futuro sembrano indurre gli irlandesi a non modificare il loro sistema tributario. Speriamo sappiano resistere a lusinghe e minacce.

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Quando, a Milano, la Camera del Lavoro dava lezioni di liberismo /2010/10/27/quando-a-milano-la-camera-del-lavoro-dava-lezioni-di-liberismo/ /2010/10/27/quando-a-milano-la-camera-del-lavoro-dava-lezioni-di-liberismo/#comments Wed, 27 Oct 2010 16:55:30 +0000 Carlo Lottieri /?p=7415 La presentazione pubblica, martedì scorso, del coraggioso volume di Riccardo Cappello (“Il cappio. Perché gli ordini professionali soffocano l’economia”, edito di recente dalle edizioni Rubbettino) ha offerto spunti di notevoli interesse. Oltre a Donatella Parrini, a Nicola Iannello e all’autore, ha partecipato all’iniziativa – tenutasi in un’aula del Senato (qui vi è la registrazione) – anche Pietro Ichino, che come gli altri intervenuti ha mostrato di apprezzare il volume,  si è espresso apertamente contro il corporativismo che domina l’Italia e contro la legge di riforma in discussione (che quelle logiche si propone di rafforzare), e infine ha pure ricordato un gustoso episodio, da lui vissuto in prima persona.

Avvocato e al tempo stesso iscritto alla Cgil, per anni Ichino ha operato presso la Camera del Lavoro, a Milano, a difesa di quanti avevano bisogno di una tutela legale. I professionisti che la Cgil metteva a disposizione dei propri associati, però, non ricevano un onorario in linea con i minimi fissati dall’ordine degli avvocati, ma venivano retribuiti secondo un meccanismo che in qualche modo anticipava il contigent fee: una piccola quota percentuale di quanto l’operaio otteneva, in caso di successo, finiva all’avvocato. Ed era certamente meno di quanto un legale avrebbe ottenuto in un rapporto professionale ordinario.

Si capisce perché le cose funzionassero così. Gli avvocati prestavano tale servizio anche sulla base di una motivazione ideale, e lo facevano indirizzandosi spesso a persone con un reddito modesto, che non avrebbero avuto tutela se avessero dovuto retribuire il legale secondo i parametri prefissati.

Quando però la cosa si seppe, l’avvocato Ichino venne convocato dall’ordine, a quel tempo guidato da Giuseppe Prisco, che gli fece presente come il suo comportamento e quello degli altri avvocati della Camera del Lavoro fosse illegale. Ichino però non indietreggiò, chiedendo anzi a Prisco e all’ordine di adire le vie legali nei loro riguardi, dato che poteva essere una buona occasione per mettere in discussione i minimi stessi e aprire un contenzioso in grado di smuovere la situazione. All’italiana, alla fine l’ordine finse di non vedere e tutto restò come prima.

L’episodio è interessante, anche perché fa piacere constatare come – in date circostanze – la Camera del Lavoro abbia giocato “su posizioni liberiste”. Quando la regolazione impedisce a un sindacato di operare secondo le proprie logiche e seguendo la propria ispirazione, è normale che esso si ribelli dinanzi a quella forma di dirigismo e la metta in discussione. Ma è triste dover prendere atto che, qualche decennio dopo, il tema della difesa corporativa dei compensi professionali minimi resta d’attualità, a causa di un ceto politico che continua a essere prigioniero della parte più miope e arretrata del mondo dei professionisti.

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Tre ragioni per dire “no” al rinnovo degli incentivi /2010/09/28/tre-ragioni-per-dire-no-al-rinnovo-degli-incentivi/ /2010/09/28/tre-ragioni-per-dire-no-al-rinnovo-degli-incentivi/#comments Tue, 28 Sep 2010 14:43:33 +0000 Carlo Lottieri /?p=7157 Pare che i soldi che la scorsa primavera lo Stato ha messo a disposizione quali contributi a una serie di settori produttivi (motocicli, nautica, gru, macchine agricole ecc.) non sempre abbiano attirato i consumatori, a cui gli incentivi certamente piacciono, ma non per questo sono pronti a disfarsi del vecchio elettrodomestico solo perché c’è un finanziamento pubblico. Insomma, in qualche settore le risorse sono scomparse in pochi giorni (come nel caso dei motorini), mentre in altri casi (i macchinari ad alta efficienza energetica, ad esempio) si è ben lungi dal raggiungere un pieno utilizzo dei finanziamenti. Ma invece che limitarsi a prendere atto della cosa, il governo sembra intenzionato a rilanciare, destinando il denaro risparmiato ai settori che si sono “comportati meglio”.

Non vorrei farlo, e mi vergogno un poco, ma sono proprio costretto a ripetere le solite argomentazioni che ogni persona di buon senso (non c’è bisogno di essere liberali) richiama dinanzi a una scelta tanto irrazionale come quella di stanziare incentivi a favore di questo o quel settore produttivo. Tra i molti argomenti che si potrebbero toccare ne ho scelti tre: uno di ordine morale, uno economico e uno politico.

1. Sul piano etico, gli incentivi al consumo rappresentano una sottrazione di denaro ad alcuni (i contribuenti nel loro insieme) a favore di altri (i produttori di quei beni specifici e i consumatori che li acquistano). Molto semplicemente, si tratta di una rapina legalizzata che non ha alcuna giustificazione. Se vi è chi sia persuaso dell’esistenza di una qualsivoglia eticità in tutto ciò, sono ovviamente pronto a prestare attenzione alle sue parole, ma mi pare difficile che i suoi argomenti possano riuscire persuasivi.

2. Dal punto di vista economico, poi, la scelta è disastrosa per una serie di ragioni. In primo luogo, gli incentivi alterano il sistema informativo dei prezzi e quindi inducono a compiere scelte che, in loro assenza, non si sarebbero fatte. Un esempio può essere utile. Immaginiamo che, in assenza di distorsioni, io sia orientato a comprare un motorino usato. Potrei destinare anche più risorse e comprare un moto di grossa cilindrata e nuova, ma in realtà (per le mie esigenze) un piccolo ”due ruote” motorizzato e di seconda mano va benissimo. Al tempo stesso, però, se un ente pubblico è pronto a darmi altri mille euro in voucher affinché compri una moto nuova, il comportamento muta immediatamente. Sebbene non abbia bisogno di destinare tante risorse in quella direzione, siccome solo una quota viene da me sarei davvero economicamente irrazionale se non ne approfittassi.

L’esempio è triviale, ma l’alterazione per via politica dei comportamenti economici individuali (nel caso specifico: incentivando taluni consumi e disincentivando il risparmio) produce conseguenze rilevanti che abbiamo tutti sotto gli occhi. Pensate a un’azienda edile che avrebbe bisogno al tempo stesso di una scavatrice e di una gru, ma della prima più della seconda. Se però acquistando una gru una parte significativa della spesa è sostenuto dai contribuenti, è possibile che l’impresa faccia la scelta “sbagliata”. Moltiplicate tutto questo per mille o per un milione e avrete il caos irrazionale prodotto dalle innumerevoli interferenze fiscali, normative e politiche che gravano sull’economia del nostro tempo. (Perfino talune quotazioni di borsa, poche ore fa, ha subito alcuni sommovimenti che hanno la loro origine nell’attivismo governativo, con il titolo Piaggio schizzato in alto dopo gli annunci del rinnovo dei fondi per i motocicli).

3. L’ultimo rilievo riguarda la politica, poiché la devastazione in tale ambito derivante dalla logica degli incentivi è chiara a tutti. Quello che viene meno è il confine tra impresa e legislazione, tra economia e potere, con il risultato che se si è alla testa di un’azienda diventa assai più ragionevole investire tempo, risorse e attenzioni nell’influenzare le decisioni del governo, invece che nel curare la qualità delle produzioni stesse.

Ecco: i politici possono farsi belli elencando le oltre 70 mila cucine componibili vendute anche grazie agli incentivi, e poi gli oltre 20 mila motorini, i 1.300 prodotti per la nautica (tra motori e stampi per scafi) e via dicendo. A ben guardare, è solo un insieme di errori morali, economici e politici, che non hanno certo aiutato l’Italia, ma hanno solo aggravato una situazione complessiva tutt’altro che facile.

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Una “Fist Rule” a tutela del diritto (e per aprire a un nucleare di mercato) /2010/09/09/una-%e2%80%9cfist-rule%e2%80%9d-a-tutela-del-diritto-e-per-aprire-a-un-nucleare-di-mercato/ /2010/09/09/una-%e2%80%9cfist-rule%e2%80%9d-a-tutela-del-diritto-e-per-aprire-a-un-nucleare-di-mercato/#comments Thu, 09 Sep 2010 06:29:03 +0000 Carlo Lottieri /?p=6976 Da quando il diritto è stato ridotto alla semplice volontà del “sovrano” (in passato era un re, oggi in genere è un’assemblea parlamentare), uno dei problemi più gravi che ne sono derivati riguarda la tenuta delle regole. In definitiva, una delle funzione fondamentali di un buon sistema normativo consiste proprio nel limitare l’incertezza: nel garantire quale sarà l’orizzonte legale entro cui ci si troverà a operare in futuro. Ma se le leggi non sono altro che semplici decisioni del sovrano, è facile finire vittima della volubilità del legislatore.

Questo è particolarmente grave quando si riflette sulle prospettive economiche del Paese.

Chi investe oggi lo fa sulla base di un progetto (un business plan) che comporta una scommessa sul futuro (su ciò che in consumatori saranno interessati a chiedere, ad esempio), ma che ha bisogno – nei limiti del possibile – di delimitare l’aleatorietà del contesto in cui si troverà ad agire. L’impresa che oggi investe in produzioni tessili o automobilistiche può essere assai danneggiata da una riforma che, tra un anno o due, modifichi in maniera significativa il sistema regolamentare o fiscale.

Il problema è particolarmente avvertito ogni volta che si discute, nel nostro Paese, sull’ipotesi di far rinascere il settore nucleare. L’eventuale introduzione, oggi, di una normativa che tolga ogni sbarramento di sorta dinanzi a quanti vogliano puntare su tale settore non può certo rassicurare un eventuale investitore, poiché è sempre possibile che – domani – un cambio di orientamento politico blocchi progetti avviati e in cui si sono destinate somme considerevoli.

Di fronte a questioni di tale natura appare evidente l’esigenze di “super-norme”. Tipicamente, una super-norma è la Costituzione, dato che naturalmente può essere modificata, ma per fare tutto questo è necessaria una procedura assai più complicata. Non è un caso che da parte liberale si sia spesso invocata l’esigenza di porre una tutela costituzionale di fronte alla possibilità, per il Parlamento, di tassare le famiglie e il mondo produttivo, e anche di manipolare la moneta, aumentando la massa monetaria e producendo quindi inflazione.

Se non si volesse necessariamente offrire una garanzia costituzionale agli investimenti nell’energia nucleare si può comunque immaginare una Fist Rule quale è quella che fu proposta su “Il Foglio”, un paio di anni fa, da Michele Fiorini ed Ernesto Felli. L’idea è semplice e ingegnosa: per dare più stabilità alle norme, si può ipotizzare che una legge approvata, ad esempio, con il 90% dei voti di deputati e senatori possa essere abolita nel corso del primo decennio di vita solo se, in un momento successivo, trova in Parlamento un 90% di votanti disposti ad abolirla.

Una legge che aprisse la strada al nucleare e che trovasse in Parlamento una maggioranza davvero ampia, in presenza di una Fist Rule potrebbe forse proteggere meglio l’investitore. Può darsi – come hanno sottolineato gli stessi Felli e Fiorini nel loro intervento – che quella della Fist Rule sia un’idea da perfezionarsi e svilupparsi ulteriormente, ma è senza dubbio vero che è in questa direzione – di regole più “rigide” – che ci si deve orientare.

Diversamente, pochi avrebbero voglia e interesse a impegnare capitali in iniziative tanto rischiose. A meno che non si tratti di quelli del solito, e ignaro, contribuente.

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Da Bric a Bric-Africa. Secondo Kharas, perché no? /2010/09/05/da-bric-a-bric-africa-secondo-kharas-perche-no/ /2010/09/05/da-bric-a-bric-africa-secondo-kharas-perche-no/#comments Sun, 05 Sep 2010 20:20:41 +0000 Carlo Lottieri /?p=6951 Offrendo la sua opinione sui possibili scenari geoeconomici degli anni venire, l’economista Homi Kharas (del Brookings Institution) ha ipotizza oggi su “Il Sole 24 Ore” l’ingresso dell’Africa sub-sahariana tra le aree emergenti. L’idea è che il Bric (Brasile, Russia, India e Cina) possa insomma diventare un “Bric-Africa”.

Non solo lo studioso ricorda che secondo le previsioni dell’Fmi il continente nero nel periodo 2010-15 crescerà più rapidamente del Brasile, ma sottolinea i notevoli punti a favore degli africani, sottolineando in particolare: “grosse dimensioni, crescita rapida, forza del lavoro giovane e in aumento”.

Nessuno, e certamente in cuor suo non lo fa neppure Kharas, può certo nascondersi le difficoltà dell’economia di questa parte del mondo: sistemi politici oppressivi, una scolarizzazione scadente e infrastrutture di scarsa qualità, ma soprattutto una limitata presenza di garanzie giuridiche (su proprietà e contratti, in particolare), insieme a un quadro politico dominato da poteri arbitrari e una terribile incertezza.

Gli elementi di ottimismo, rafforzati dai massicci investimenti provenienti dalla Cina, vanno quindi bilanciati con considerazioni più prudenti. Il riferimento di Kharas alle dimensioni significative di quest’area (dal punto di vista demografico e territoriale) va accoppiato alla considerazione che la costruzione – da parte europea – di Stati nazionali durante l’età moderna ha portato a edificare frontiere commerciali assai alte. E molto dannose alle prospettive di crescita.

Per giunta, è ovvio che nessuna possibilità di uno sviluppo solido e duraturo ci potrà essere entro contesto di guerra.

Uno dei capisaldi della teoria liberale è che l’autonomia individuale è premessa fondamentale della crescita, ma un altro è che non vi è la minima speranza di preservare un orizzonte di diritto – anche minimo – entro un quadro dominato dai conflitti. In  questo senso, va detto che gli europei, purtroppo, non si sono limitati a costruire sul continente africano un ampio numero di Stati nazionali sul modello europeo (in larga misura, macchine da guerra), ma l’hanno fatto inglobando e obbligando alla convivenza etnie diverse e spesso tradizionalmente ostili.

Nonostante questo, è ragionevole aggiungere un altro elemento di ottimismo.

Se raffrontiamo ad esempio Cina, India e Africa sub-sahariana dobbiamo constatare che la più debole e arretrata di queste tre realtà potrà contare, negli anni a venire, su una competizione istituzionale che sarà assai meno presente negli altri casi. In sostanza, se è vero che l’esistenza di più di trenta Stati comporta anche problemi (barriere ai commerci, in primo luogo), essa offre soprattutto l’opportunità di vedere all’opera modelli istituzionali e quindi anche economici differenti. Già ora è significativo che la relativa superiorità delle società di tradizione britannica su quelle di colonizzazione francese suggerisce una serie di considerazioni a intellettuali e politici africani: sul contrasto tra civil law e common law, ad esempio, e sulla loro compatibilità con le tradizioni locali.

In particolare, sarà importante che gli africani sappiano individuare le realtà di (relativo) successo e, in questo modo, adottino progressivamente le soluzioni più adatte. È vero che per fare questo esiste già ora un’ampia gamma di sistemi da studiare collocati fuori dall’Africa. Ma è ragionevole ritenere che una serie di problemi e quindi di soluzioni possibili siano specifici di quell’area e che quindi possano essere le scelte compiute in Ghana o in Botswana a rappresentare occasioni di riforma.

Nella vicenda asiatica, è difficile sottovalutare il ruolo esemplare giocato da realtà come Hong Kong o Singapore: per limitarsi a scegliere casi davvero estremi. Bisognerà allora che gli africani, e non solo loro, sappiano osservare ciò che avviene nei diversi Paesi e inizino a sperimentare – ogni volta che è possibile – quanto è produttiva la libertà economica. Perché c’è soprattutto bisogno di innovatori e modelli di successo.

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Il pianista Bahrami: “riapriamo i commerci con l’Iran!” /2010/08/18/il-pianista-bahrami-%e2%80%9criapriamo-i-commerci-con-l%e2%80%99iran%e2%80%9d/ /2010/08/18/il-pianista-bahrami-%e2%80%9criapriamo-i-commerci-con-l%e2%80%99iran%e2%80%9d/#comments Wed, 18 Aug 2010 15:47:57 +0000 Carlo Lottieri /?p=6830 Ramin Bahrami è uno dei pianisti più importanti della sua generazione, ma è anche una personalità caratteristica di questo nostro tempo, segnato da intrecci e incroci. Nato a Teheran nel 1976, a otto anni è ammesso alla Hochschule für Musik di Francoforte, ma a causa della Rivoluzione khomeinista e della crisi economica che ne deriva è presto costretto a tornare in patria. Grazie all’interessamento di un console italiano, in seguito ottiene però la possibilità di venire a Milano, dove studia con Piero Rattalino e avvia una carriera che ne ha fatto, in pochi anni, uno tra i massimi interpreti di Johann Sebastian Bach.
Bahrami ha sottolineato a più riprese come Bach, l’autore che ama più di ogni altro, sia stato un tedesco capace di assorbire insegnamenti provenienti da ovunque, e qualche giorno fa egli ha preso la parola per chiedere alle grandi nazionali occidentali di sospendere gli embarghi contro l’Iran.

Il pianista non può essere sospettato di simpatie per il regime fondamentalista: specie se si considera che suo padre, che era un ingegnere, fu imprigionato dopo l’avvento al potere degli ayatollah e poi ucciso nel 1991. Egli però ritiene che impedire i commerci tra Teheran e l’Occidente danneggi le condizioni di vita della povera gente e allontani ogni possibilità di integrazione tra l’Iran e il resto del mondo. L’embargo non rappresenta una strategia dura, ma necessaria: è invece una politica illiberale che colpisce la popolazione civile iraniana, ostacola ogni forma di integrazione economica e culturale, rafforza i regimi al potere.

Lo si è già visto a Cuba, dove dopo anni e anni di un rigoroso embargo statunitense si continua a fare i conti con la “dinastia socialista” dei Castro, che se oggi inizia a perdere colpi è solo a causa dei disastri (di ogni genere) conseguenti al collettivismo imposto all’isola caraibica.

Detto questo non so se Bahrami abbia compreso quanto le libertà del commercio capitalistico siano strettamente intrecciate con la grande civiltà musicale che egli fa rivivere quando si mette dinanzi a una tastiera; e neppure se egli abbia chiaro come la libertà degli artisti sia inscindibile dal dinamismo di una società di mercato.

Ma il suo appello di questi giorni perché si riaprano le frontiere tra Iran e Occidente coglie un punto importante ed esprime una richiesta giusta. Andrebbe ascoltato.

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Se un think-tank, ad Accra, protegge la libertà e combatte il “piano casa” /2010/07/19/se-un-think-tank-ad-accra-protegge-la-liberta-e-combatte-il-piano-casa/ /2010/07/19/se-un-think-tank-ad-accra-protegge-la-liberta-e-combatte-il-piano-casa/#comments Mon, 19 Jul 2010 18:04:19 +0000 Carlo Lottieri /?p=6587 Spesso il nostro sguardo sull’Africa è dominato dal pessimismo: tendiamo a vedere i molti guai che affliggono il continente, alcuni dei quali sono veramente drammatici, e in questo modo rischiamo però di non avvertire con quale velocità – almeno in certe circostanze – la società africana stia crescendo e sviluppandosi.

Un piccolo segno di una nuova Africa sulla buona strada viene dal Ghana, dove un vecchio amico dell’Istituto Bruno Leoni – l’economista Franklin Cudjoe, responsabile del think-tank IMANI – sta conducendo una sua vivace battaglia in favore dell’economia di mercato e della proprietà privata che inizia a produrre risultati.

Proprio in questi giorni, infatti, il governo di Accra ha provvisoriamente ritirato un progetto che era stato fortemente criticato da Cudjoe e che avrebbe rappresentato il più vasto progetto di edilizia pubblica della storia del Ghana (dato che sarebbe costato all’incirca 10 milioni di dollari). In passato IMANI era intervenuto più volte contro questo massiccio programma di pianificazione statale: ad esempio a febbraio e poi qualche settimana fa.

Quella per ora vinta da IMANI è solo una battaglia: una piccola battaglia entro una guerra lunga e molto difficile. E può benissimo succedere che tra non molto tempo i politici ghanesi tornino a utilizzare i soldi sottratti ai contribuenti per aiutare altri cittadini ad avere un’abitazione e per perturbare il mercato dell’edilizia. In fondo, ogni giorno – in Italia come in America, come ovunque – constatiamo quanto sia difficile fermare il populismo di chi è prontissimo a mettere le mani nelle tasche altrui per “dare una casa a tutti”.

È però importante osservare come vi siano individui, studiosi, ricercatori e persone di buona volontà che anche ad Accra s’impegnano, con la sola forza dei loro argomenti, per contrastare la demagogia e lo statalismo. Perché è del tutto evidente che di buone idee e saldi principi ha bisogno ogni società, ma tale esigenza è tanto maggiore quanto più gravi sono i problemi da affrontare.

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Zopa a ottobre ripartirà: ovvero, le “liberalizzazioni” alla prova dei fatti /2010/07/07/zopa-a-ottobre-ripartira-ovvero-le-%e2%80%9cliberalizzazioni%e2%80%9d-alla-prova-dei-fatti/ /2010/07/07/zopa-a-ottobre-ripartira-ovvero-le-%e2%80%9cliberalizzazioni%e2%80%9d-alla-prova-dei-fatti/#comments Wed, 07 Jul 2010 12:51:47 +0000 Carlo Lottieri /?p=6460 Esattamente un anno fa, Zopa Italia srl. (l’impresa che ha introdotto in Italia il “social lending”, ossia la possibilità di scambiarsi denaro direttamente tra privati, senza banche e finanziarie di mezzo) era stata bloccata dalle autorità incaricate di vigilare sul mercato.

In sostanza, per un lungo periodo era stato possibile dare e ricevere denaro grazie a un sito (www.zopa.it) che operava come strumento di connessione, raggruppando i potenziali debitori secondo classi di rischio, ripartendo i contributi destinati a vari debitori tra un ampio numero di offerenti (così che chi riceveva 10 mila euro per acquistare un’autovettura, in realtà, doveva ridare 20 euro a 500 soggetti diversi), attrezzando strumenti per la riscossione dei crediti.

Poi d’improvviso tutto viene sospeso. Ecco il comunicato dell’azienda, che ancora è leggibile sul sito di Zopa:

“In data 10 luglio 2009 è stato notificato a Zopa il decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze che, su indicazione di Banca d’Italia, ha cancellato dall’elenco degli intermediari finanziari ex art. 106 la nostra società. Come conseguenza immediata ci vediamo costretti a sospendere la trattazione di nuovi prestiti e l’ingresso di nuovi Prestatori”.

Nelle scorse ore, però, la società ha informato i clienti che potrà tornare ad essere operativa a breve. È stato individuato un nuovo socio di riferimento e con esso l’opportunità di integrarsi in un gruppo finanziario indipendente. A questo punto – anche grazie all’entrata in vigore della direttiva 2007/64/CE del Parlamento Europeo e la creazione di una nuova tipologia di operatore finanziario a livello europeo (l’Istituto di Pagamento) – Zopa può presentare richiesta alla Banca d’Italia per operare come Istituto di Pagamento.

Se ogni va secondo le previsioni, a ottobre Zopa tornerà a servire i propri clienti.

Tutto bene è quel che finisce bene, se non ci fosse un “se”. E cioè il fatto che istituzioni europee, ministri dell’Economia e governatori delle Banche centrali da tempo hanno un solo mantra: le “liberalizzazioni”. Il guaio è che si parla in un modo e si razzola in un altro.

Questa vicenda di un’impresa chiusa per un anno solo perché permetteva di accedere a crediti a buon mercato e al tempo stesso assicurava redditi discreti (dato che veniva saltata l’intermediazione bancaria) sembra allora attestare più di molte altre cose come vi sia una discrasia tra le parole e i fatti, tra la retorica e l’azione.

Speriamo davvero che Zopa, a ottobre, possa riaccendere i motori. E che più in generale l’esigenza di aprire i mercati venga avvertita da tutti come un’esigenza veramente cruciale.

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Egidio Sterpa: Requiescat in Pace /2010/07/01/egidio-sterpa-requiescat-in-pace/ /2010/07/01/egidio-sterpa-requiescat-in-pace/#comments Thu, 01 Jul 2010 16:40:35 +0000 Carlo Lottieri /?p=6417 Poche ore fa è morto in un ospedale milanese Egidio Sterpa, giornalista e uomo politico, che ha legato il suo nome soprattutto al Giornale di Indro Montanelli – insieme al quale nel 1974 lasciò il Corriere della Sera, in dissenso con la linea progressista di Piero Ottone – e al Partito liberale degli anni Ottanta.

I miei ricordi personali risalgono proprio a quel periodo, quando Sterpa – entro il Partito liberale guidato prima da Valerio Zanone e poi da Renato Altissimo – era il principale interprete di un’opposizione liberal-conservatrice che guardava più a Ronald Reagan che a Beveridge, più a Margaret Thatcher che a Keynes. In quegli anni assai grigi che vedevano il Pli ormai prigioniero di miti vagamente azionisti, impegnato a rincorrere goffamente le posizioni progressiste e radical-chic della sinistra salottiera, quella minoranza liberale provò (senza grande successo) a interpretare una linea culturale realmente anticonformista, nella speranza che potesse rovesciare gli equilibri interni.

Entrato in parlamento quale espressione della comunità informale che in quel periodo leggeva il Giornale e lo portava sottobraccio come un simbolo di appartenenza, all’interno del partito egli propose allora una prospettiva più liberista, più orientata a tutelare la società dallo Stato e a proteggere il mercato da pianificatori e regolatori; e già il fatto di avere tentato tutto ciò depone a suo favore.

C’è un ricordo, tra tutti, che in questo momento s’impone. Ed è legato a una settimana di studi che Sterpa e i suoi amici organizzarono a Spoleto, a metà degli anni Ottanta. Dal 4 all’8 marzo del 1985, infatti, alcuni studenti universitari provenienti da varie parti d’Italia e un gruppo di docenti liberali (Paolo Armaroli, Antonio Martino, Vaclav Belohradsky, Rosario Romeo, Raffaello Franchini, ecc.) si riunirono per riflettere, dialogare, discutere. Nell’Italia di quegli anni i think-tank non esistevano, e nemmeno le Summer School. La politica della Prima Repubblica si nutriva essenzialmente di posti di sottogoverno e spartizioni di potere. Che ci fosse qualcuno interessato alle idee era già, sotto certi punti di vista, un piccolo miracolo.

Di quel seminario ho conservato un piccolo taccuino, e mi piacere trascrivere qui, per i lettori di Chicago-blog, proprio alcune righe degli appunti riguardanti l’intervento iniziale, con cui Sterza aprì i lavori:

Il liberalismo post-socialista è l’emergere dell’individualità dopo decenni di collettivismo (fascismo, socialismo, solidarismo, ecc.). La rivolta contro la previdenza e contro la sanità di Stato sono segni evidentissimi.

Ciò che viene ripensato è il ruolo dello Stato. E, per la prima volta, questi fermenti sono rintracciabili in ogni strato sociale.

Sono parole che dovettero suonare, di fronte a quei ventenni che avevano quasi solo marxisti tra i propri migliori compagni di università, davvero forti e ricche di stimoli. Era insomma una lezione importante.

Più che per le sue cariche pubbliche (parlamentare o ministro) mi piace ricordarlo allora per quelle suggestioni che ebbe l’ardire di indirizzare a un gruppo di ventenni, che simili idee – nell’Italia di allora – avevano ben poche possibilità di incontrare. RIP.

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