8
Feb
2012

Lavoro: quattro lezioni tedesche

Da  Panorama Economy

Licenziamenti, ristrutturazioni d’impresa e CIG, lavoro nero, indennità di disoccupazione. Su questo quattro punti, a tavolo aperto da parte di Monti e Fornero, l’esempio tedesco dovrebbe parlare all’Italia.

Leggo da una tabella pubblicata sulla Frankfurter Allgemeine il 31 dicembre del 2011. Eon, 6 mila dipendenti; Media-Saturn, 3000;Nokia-Siemens, 3000; WestLB, 2700; Axa, 1600; Deutsche Telekom, 1600; Praktiker, 1400; Areva, 1300; RWE, 1000; Unicreditbank, 1000; Koeing&Bauer, 700. E via proseguendo. Sono licenziamenti.  Nella tabella c’è l’intera lista delle maggiori imprese germaniche, di ogni settore della manifattura e dei servizi, che abbiano attuato dismissioni supeiori ai 200 addetti per ciascuna nel 2011: il conto finale delle 40 maggiori supera abbondantemente le 30 mila unità.

C’è una tabella a fianco.  Quella delle assunzioni. Qui la lista delle maggiori imprese che hanno assunto più di 200 unità aggiuntive è più lunga, siamo a più di 60. E 15 tra esse sono superiori a 2000 nuovi assunti ciascuna come McDonald’s e BMW, su su fino ai 4000 di Daimler, ai 6ooo di Volkswagen, ai 7000 di Adecco, agli 8.500 addirittura di Rundstad Deutschland.  Oltre metà delle 60, hanno assunto più di mille dipendenti a testa.

Ogni anno la FAZ pubblica queste tabelle riepilogative. E’ un sano e trasparente esercizio di rendiconto delle capacità delle imprese, e delle loro difficoltà. Il senso delle tabelle è chiaro: in Germania le imprese assumono molto, ma al contempo licenziano anche molto. Se si procedere a ritroso, si osserva che più hanno iniziato ad assumere, quanto più hanno potuto al contempo anche ristrutturare al variare della domanda, dei prodotti e dei processi, e conseguentemente anche licenziare. Negli ultimi anni le cose sono andate di bene in meglio, con le crescite record del Pil al più 3.6% nel 2010 e al più 3% nel 2011, al netto di un ultimo trimestre in cui è cominciata un forte rallentamento. Ma il miglioramento da metà anni 2000 è stato graduale e costante, rispetto al 2001,-2002 e 20003-2004 in cui la disoccupazione tedesca toccò i livelli record del secondo dopoguerra, superando il 10% e le 5,5 milioni di unità, con una media superiore all’8% nella ex Germania Ovest e fino al 18% nella ex DDR. Nel gennaio 2012, i disoccupati tedeschi sono scesi al 5,5%, il minimo dal 1983 poco più della disoccupazione frizionale, 2,8 milioni di unità cioè meno della metà rispetto a 7 anni prima.

E stato solo merito della ripresa economica? Concordano economisti e studiosi di ogni scuola: nossignore, non è stato solo merito della ripresa. Anzi, la ripresa è venuta tanto più robusta perché, tra le altre cose, la politica tedesca e innanzitutto la SPD di Schroeder misero mano a un coraggioso pacchetto complessivo di riforma del mercato del lavoro e del welfare, articolato nei quattro pacchetti Hartz del 2002-2003, che hanno preso il nome da uno che di mercato del, lavoro s’intendeva, visto che Peter Hartz era l’ex capo del personale della Volkswagen.

Ho scritto “tra l’altro”, perché le riforme Hartz da sole neppur esse avrebbero spiegato il miracolo tedesco. I 30 punti di competitività guadagnati sull’Italia da allora dipendono non solo dal mercato del lavoro cambiato. Hanno concorso al successo due altri pilastri. Grandi contratti di produttività condivisi e non avversati dal sindacato in tutti i grandi gruppi di Deutschland AG – in parole povere: più lavoro flessibile per retribuzione ferma o addirittura cedente, solo negli ultimi due anni siamo in presenza di richieste salariali superiori all’inflazione, a successo avvenuto e registrato. E poi uno Stato che ha deciso di darsi un’energica riregolata abbattendo spesa pubblica e tasse di più di 6 punti di Pil, per pesare meno sulla Germania produttiva e sul lavoro.

Ma qui parliamo appunto di riforma del mercato del lavoro. E sono tanti, gli spunti offerti dai pacchetti Hartz che stridono con le proposte che alcuni qui da noi avanzano al tavolo aperto dal governo Monti e dal ministro Fornero. Stridono con molti luoghi comuni italiani, su almeno quattro diversi punti: sia sui licenziamenti, sia sul tema della durata dell’equivalente della nostra CIG, sia sul lavoro nero o precario e sui relativi costi e contributi, sia infine sulle indennità di disoccupazione.

Poiché l’obiettivo dei diversi interventi è stato quello di potenziare l’occupabilità, sì, è stata toccata anche la materia qui tabù dei licenziamenti. E’ stato deciso di non applicare la precedente tutela per le aziende che coi nuovi assunti superavano dal 2004 la soglia dei 10 dipendenti – equivalente alla nostra dei 15 dipendenti, stabilita nello Statuto dei lavoratori –  e di consentire a tutti i dipendenti l’opzione di rinunciare alla tutela giudiziale in cambio di un indennizzo pari a mezza mensilità per ogni anno di anzianità.

Non solo si è riformato l’intero impianto del collocamento pubblico, in un’ottica totalmente mista pubblico-privato, sussidiaria e aperta alla somministrazione di lavoro sia a tempo indeterminato sia determinato che part time. La legge che ha fatto del part time una grande forma di conciliazione dei tempi parentali era in Germania precedente, del 2000. E a fine 2008, di fronte ai morsi della crisi, si è deciso una sua estensione con rapporti part time che arrivano fino a 6 mesi di non lavoro in attesa che l’impresa valuti se procedere al riassorbimento o meno degli addetti (l’equivalente della nostra Cig, che da noi estesa in forma straordinaria può durare invece anni e anni).

Ma al contrario di quel che si pensa da noi, per favorire anche i mini jobs – cioè quella che si definisce spesso precarietà in nero e a bassa qualifica – non si è affatto pensato che fosse utile alzare tasse e contributi per renderli svantaggiosi, perché così si avrebbe solo ottenuto l’effetto di far scomparire quelle forme di occupazione, o di farle restare vieppiù in nero. In Germania al contrario si è deciso a questo scopo di innalzare la quota di salario non soggetta a imposizione fiscale di qualunque genere fino ai 400 euro, e di tenere fino agli 800 euro aliquote fiscali e contribuitive iper-ridotte.  Allo stesso modo, per l’auto occupabilità si sono concesse aliquote di grande favore alle imprese che prestano servizi in mansioni non complesse, le cosiddette Ich-AG, fondate da disoccupati. In questo caso l’aliquota è del 10% fino ai 25mila euro di reddito l’anno, e l’agevolazione sale ulteriormente se all’impresa sono associati componenti della famiglia. Allo stresso modo

Infine, si è intervenuti con decisione sui trattamenti di integrazione del reddito. Il sussidio di disoccupazione di natura assicurativo-contributiva e dunque  a carico per lo più delle imprese è stato ridotto  – non aumentato ma ridotto – dai precedenti 32 mesi a 12 o eccezionalmente 18, in base all’età del disoccupato e per un importo pari al 60% del salario op del 67% se con un figlio a carico. Il disoccupato non si può sottrarsi alle proposte di rioccupazione, altrimenti il diritto decade . E il sussidio per le persone in grado di lavorare non è più cumulabile, come in precedenza, con il sussidio sociale di indigenza. Quest’ultimo,a  carico della fiscalità generale, e con contributi per una casa e per il sostentamento, gestito dai Comuni, è riservato agli inabili temporanei o permanenti per almeno tre ore di lavoro al giorno al lavoro, è proporzionato al carico familiare, ed è gestito dai Comuni che si riservano di offrire a questa fascia lavori socialmente utili a bassa intensità e bassa remunerazione (fino a 3 euro l’ora e anche meno, in Italia sarebbe considerato uno scandalo). Inutile,dire che bisogna comunicare tempestivamente ogni cambiamento del reddito, e che i controlli sono rigorosi e implacabili.

Su questi quattro punti, io sono per la linea tedesca. E possibile farla costare meno alle imprese e meno ai lavoratori, se lo Stato decide di dimagrire invece di continua

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35 Responses

  1. Gionata Pacor

    Un aneddoto riguardo alla Germania, visto che ci ho vissuto e lavorato. Ho fatto da interprete nelle riunioni di un’azienda metalmeccanica renana che era stata acquisita da una ditta italiana poco prima dell’inizio della crisi (2008). L’anno dopo l’acquisizione il fatturato è calato del 65%. La situazione era questa: il proprietario italiano non voleva licenziare perché diceva “poi dove li trovo degli operai specializzati in questo settore con 20 anni di esperienza?”. I sindacati invece chiedevano il licenziamento di 200 dipendenti su 700, altrimenti si rischiava di andare a casa tutti.
    Alla fine è stata creata una “società di transito” per collocare per un anno i dipendenti che sarebbero stati licenziati e, durante quell’anno, fargli dei corsi professionali. In tal modo, non avrebbero avuto in azienda del personale demotivato (sapendo di essere stato licenziato) e avrebbero dato ai dipendenti delle nuove conoscenze e delle riqualificazioni da presentare sul mercato del lavoro.
    In Italia una cosa simile è inconcepibile.

  2. giuseppe cerasaro

    Giannino, Lei ha perfettamente ragione.

    Ma di cosa stiamo parlando?

    In Italia è prevista la multa pure al padre che aiuta il figlio gratis nella sua piccola attività. Figuriamoci lavorare in nero fino a 400 Euro!!!

    Evasione totale!!!

    Ci parliamo addosso con lo “ius solis” ma ai cittadini italiani è stato negato anche l’esercizio dei più elementari Diritti Naturali.

    Se vai in giro con una pala sulle spalle, si profila una presunzione di reddito evaso. Mi sembra che gli Italiani si siano ormai rassegnati ad incrociare le braccia. E si vede! Solo un pazzo potrebbe pensare di intraprendere una qualsiasi attività con questi chiari di luna. Anche a voler vendere semplicemente le caramelle, o le carrube, occorrerebbe domandarsi se sia il caso di andarlo a fare in un altro Paese.

    E’ una questione di eccesso di legislazione, di impazzimento del Diritto, rispetto alla quale destra e sinistra sono ugualmente colpevoli.

    Ho qualche fiducia nell’azione intrapresa dal Ministro Severino. (peraltro non mi sembra che gli altri Ministri siano sulla sua stessa lunghezza d’onda)
    Mettere mano ad una revisione del Diritto, ad una riaffermazione dei principi generali, ad una revisione dei Codici (ricordiamoci che metà del contenzioso è promosso dallo stesso Stato) ad una rimodulazione più civile delle sanzioni amministrative ( si può solo pensare una multa di migliaia di Euro, magari dieci volte il reddito, per una infrazione stradale nei confronti di un disoccupato o di un precario?) è il presupposto per sperare tornare alla normalità, uscendo da questo manicomio che è diventato il nostro Paese.

    Il Diritto è la piattaforma sul quale poggiano le fondamenta di uno Stato.
    Senza riffermarlo con forza non si va da nessuna parte.
    E, come ha detto Lei in un precedente articolo, dobbiamo esigere di avere una legislazione coerente con quella europea. Conviene a noi cittadini. Ma da questo orecchio non ci sentono nemmeno gli europeisti più convinti.
    Ritengo che sarebbe molto opportuna (trale tante inutili) una Commissione Parlamentare che verificasse la coerenza delle Leggi Italiane con quelle Europee. Vogliamo essere liberi come lo sono i cittadini Francesi o Inglesi.

  3. diana

    I licenziamenti dei tecnici con decennale/ventennale esperienza nel settore TLC ‘equivalgono’ alle assunzioni in McDonald’s? Qual è il valore aggiunto dei posti persi e di quelli nuovi?

  4. Marco Tizzi

    Sono d’accordo sul fatto che la riforma tedesca del lavoro sia da prendere ad esempio, ma dico che bisognerebbe anche andare oltre, con una libertà totale di licenziamento e un sistema di occupazione e formazione obbligatoria che si appoggi anche sul settore del non-profit per impiegare la gente.
    Il problema sta nel sovvenzionare persone che non devono dare tempo libero in cambio: questo, soprattutto in Italia, non può funzionare, rende troppo facile il lavoro in nero. E infatti non funziona.
    Via la cassa integrazione, via l’articolo 18. Diamo un reddito minimo a fronte di formazione e lavori socialmente utili. Facciamo sì che questo reddito sia sensato, che tenga conto del costo della vita vero, che è molto diverso da zona a zona.

    Ed estendiamo il tutto ai dipendenti pubblici, che non si capisce perché debbano avere diritti che gli altri cittadini non hanno.
    Cogliamo anzi l’occasione per rivoluzionare il concetto di dipendente pubblico: chi prende le tasse, invece che pagarne, deve essere al servizio dei cittadini. E’ giusto, giustissimo che abbia un reddito accettabile, ma non è giusto che si arricchisca: abbiamo scelto il mercato, vogliamo il mercato, quindi chi vuole arricchirsi sfida se stesso nel settore privato. Allora provvediamo ad un taglio drastico degli stipendi pubblici più alti, dai 75 000 euro lordi in su.
    Otterremmo anche il non secondario vantaggio di porre fine a questa guerra tra poveri tra dipendenti pubblici e privati.

    La critica più grossa che mi sento di fare ai patti Hartz è la buonuscita per licenziamento in proporzione all’anziantà: perché per le aziende deve essere più semplice licenziare un giovane rispetto ad una persona che è in azienda da più tempo? Questa è una grande ingiustizia, una profonda discriminazione.
    Che, ovviamente, è stata subito colta come soluzione di tutti i problemi dall’italica politica, vedi proposta Boeri. Come sempre noi ci accapigliamo a prendere sempre il peggio da tutto.

  5. Andrea

    Bisognerebbe fare andare a lezione di tedesco i sindacalisti italici!!! Che poi non si sa quanto guadagnino e quanto costano al sistema paese? E nessuno ne parla!!! Dott. Giannino, almeno Lei……..E i tagli dei costi della politica? ma tagli veri, non prese per i fondelli, dove sono? i tagli dei vitalizi? e i soldi nei c/c dei partiti? Stanno cercando di farceli dimenticare?

  6. chrean

    @diana

    Ma certo, perché in McDonald’s hanno assunto solo sguatteri, e nelle altre aziende hanno licenziato solo cervelloni… 😀

  7. Vincenzo

    @Diana e @chrean
    Ma se i clienti richiedono più McDonald’s e meno TLC, ovvero se è possibile offire lo stesso servizio di TLC con meno dipendenti perché altre aziende, che assumono cervelloni, sviluppano sistemi che rendono le TLC più efficienti, che dovrebbero fare le aziende?
    Forse McDonald’s dovrebbe assumere cervelloni e pagarli come tali e le TLC assumere sguatteri e pagarli da cervelloni?
    Un tempo, immagino, chi produceva le parruche usate dai nobili gaudagnava parecchi soldi. Oggi ci sono molto meno persone che producono parrucche.
    un tempo, quando le corse di cavalli al trotto erano apprezzate, gli allevatori guadagnavano un sacco di soldi (lo affermo con certezza perché ne conosco uno). Oggi a vedere le corse al trotto non ci va quasi più nessuno.
    I gusti cambiano e ci si deve adattare.

  8. samir

    caro giannino perche non apriamo un dibattito su la piu grande truffa al’italiana nel campo del lavoro il quale li chimano cooperative……! cosa dice e magari anche a le nove in punto.

  9. claudio

    @Vincenzo
    Hai perfettamente ragione, basti ricordare che per molti millenni gli impiegati dell’agricoltura rappresentavano più del 95% di tutta la forza lavoro, poi, in poche generazioni si sono ridotti al 2-3% nei paesi più sviluppati.
    Ma per capire da dove nascono le resistenze alle riforme pensiamo a un capofamiglia sui 50, con un impiego ad alta o medio-alta specializzazione, che oggi guadagna tra i 1500 e 2500 euro e che teme di non saper fare altri mestieri. Costui si domanda: che fine faro? I miei figli potranno continuare a studiare?
    Chi deve scegliere fra i trend delle “eteree” questioni macroeconomiche e la salvaguardia delle proprie tasche, non ha grossi dubbi…

  10. marco

    Non sono dei geni anche i politici tedeschi, ma sanno scegliere con decisione i migliori su piazza per fare le cose utili al paese non al capo o al partito. Hartz in Italia forse ha fatto il direttore del personale in una piccola azienda o è rimasto ad un livello intermedio in una grande: tromabato dai sindacati, dagli alti dirigenti che non desiderano “grane” e preferiscono essere consociativi, e dai colleghi che data la luce dei suoi occhi che ne denuncia le legittime ambizioni prendono a diffamarlo o metterlo in cattiva luce.
    Chi non riconosce l’autenticità di questa fotografia ripercorra le reazioni non solo dei sindacati, ma della maggioranza dei guitti della carta stampata e delle radio e televisioni specialistiche o generaliste,
    E ‘ il momento di lacerare i sipari e far calare le maschere se vogliamo riformare questo paese senno THE SHOW MUST GO ON!!!

  11. carlo grezio

    per scegliere politici intelligenti (ammesso che la legge elettorale te lo permetta) devi essere un popolo intelligente.
    quindi non c’e’ chance

  12. @Vincenzo
    “Ma se i clienti richiedono più McDonald’s e meno TLC…” interessante, vuol dire siamo proprio una società in “evoluzione!!!!

    Per la TLC il problema è più complesso, sono anch’io un licenziato TLC. Vorrei solo fare notare che in questo settore io non ho mai fatto un ora di cassa integrazione, in compenso sono stato licenziato due volte in 6 anni. Che esite un precariato pazzesco e gente che si fa i soldi con quello che in altri settori si chiama “caporalato” La rigidità del mercato del lavoro io non l’ho mai vista.

  13. adriano

    Noto la confortante convergenza sulla Germania come maestra di vita e modello da imitare.Quanto illustrato è estremamente interessante e totalmente irrealizzabile da noi.Fortunatamente però fra la Grecia che muore di fame e l’Italia che chiude per neve,non mancano problemi irrisolvibili più urgenti da ignorare.

  14. andrea dolci

    La riforma del lavoro é stata sicuramente fondamentale, ma credo che nel successo della Germania ci sia stata anche la scelta politica di mandare al macero la manifattura a basso valore aggiunto concentrando le risorse su innovazione, ricerca e formazione. Tantissini “von brambillen” hanno chiuso la fabbrichetta e la disoccupazione ha superato il 12%, ma oggi i tedeschi ne raccolgono i frutti. Mi chiedo cosa succederebbe in Italia se i 40 miliardi di sovvenzioni all’industria venissero dirottati per incentivare l’innovazione e formazione….

  15. thechanges

    NON E’ COSI !! STATE PRENDENDO UNA CANTONATA !!!!!!! Prendiamo ad esempio la Siemens in GERMANIA, lo so per certo e vi posso mandare i documenti UFFICIALI ha un accordo con i SINDACATI per NON licenziare NESSUNO ! Eppure e’ una delle migliori aziende industriali del GLOBO dal punto di vista della tenuta sul mercato, con 1,5 MILIARDI di euro UTILI in un periodo di crisi. Quando Siemens ha cambiato core businness e ha ristrutturato, ad esempio ha lasciato il ramo telefonico, in ITALIA NON c’e’ stato bisogno dell’ ART.18, ha semplicemente fatto una cessione di ramo d’azienda. IN ITALIA, informatevi, non c’e’ bisogno di togliere l’ar 18 per poter licenziare, ci sono licenziamenti singoli, collettivi e cessioni di ramo d’azienda. E’ CHE SPESSO i nostri datori di lavoro li usano in maniera “losca” , come sempre succede in Italia…
    In COMPENSO i 3000 dipendenti della telefonia Siemens TEDESCHI sono stati aiutati con un fondo specifico, formazione e reindirizzamento nel mondo del lavoro, tutto a spese SIEMENS !!! In Italia SONO STATI CACCIATI e basta !!!

    p.s. ovviamente sto parlando della grande industria, quella che fa i grandi numeri e si vede spesso sui giornali, in Italia poi scontiamo anche il fatto che moltissime le aziende sono piccole e poco incentivate, anzi DISincentivate dallo stato, dalle infrastrutture, dai costi fissi… Ecc ecc

  16. Vincenzo

    @Roberto
    In effetti hai ragione. Ritengo che la “stupidità” dei nostri consumi, andando proprio a livello individuale, sia forse la ragione prima della crisi. Tutti oggi guardano al fatto che “bisogna spendere per fare muovere l’economia” ma nessuno guarda alla qualità della spesa.
    D’altra parte basta pensare che i sindacati, che dovrebbero “tutelare” gli interessi dei lavoratori, invece di essere i primi ad incitare alla rivolta fiscale, visto che lo Stato in cambio dei soldi che prende dalle tasche dei lavoratori “tutelati” dai sindacati offre in cambio servizi di pessima qualità, sono invece i primi a tuonare contro l’evasione fiscale. Qualsiasi azienda offrisse dei servizi di qualità così scadente come lo stato italiano vedrebbe i suoi clienti sparire in un attimo. Lo stato italiano, viceversa, obbliga i clienti a servirsi da lui (e noi popolo bue votiamo pure per l’acqua pubblica).
    Figuriamoci quindi se i sindacati, che non tutelano il lavoratore contro il Grande Rapinatore, potranno mai tutelare il lavoratore rispetto al caporale di turno.

    @Claudio
    Le preoccupazzioni del cinquantenne che rischia il posto sono perfettamente legittime, così come sono legittime le questioni macroeconomiche.
    In un sistema che non fosse ingessato, e dove, per citare Andrea Dolci, ci fosse qualche “von brambillen” ignorante in meno (ho lavorato per un anno in una società di consulenza di direzione per le PMI e l’ignoranza che ho incontrato ha superato qualsiasi più fervida immaginazione avessi; magari un giorno racconterò qualche aneddoto al riguardo) e qualche azienda seria che fa innovazione in più il problema si risolverebbe attraverso una libera contrattazione tra le parti. Quando si è liberi di contrattare le soluzioni sono sempre “win-win”

  17. Trevisani Giuseppe

    Caro sig. Giannino: Qualuque persona di buon senso non può pensare che, quello che lei ci racconta in questo articolo, non sia cosa buona e augurabile per il nostro paese. Per me lei sfonda una porta aperta. Ciò nonostante mi permetto di fare due considerazioni in merito:
    Prima di tutto, quando pearliamo di Germania, parliamo di uno stato federale dove il rapporto stato-cittadino passa attraverso il Lander che è in grado di evidenziare tutte le realtà in termini di bisogni, necessità e urgenze. Cosa che da noi e “libbro dei sogni” in particolare per le regioni del sud. Quindi, per prendere ad esempio quel paese, bisognerebbe essere nelle condizioni istituzionali, almeno, simili.
    In seconda battuta: Chi riesce a rompere gli schemi ideolizzati dai sindacati di casa nostra?
    Va da se che, i sindacati, in genere hanno sempre difeso la povera gente, questo è innegabile, ma l’immobilismo sindacale indotto da una classe industriale incapace di porsi prospettive lungimiranti ha fossilizzato, non a caso, ma intenzionalmente a fini di bassi salari, ogni schema di progresso occupazionale. La CISL ne è l’esempio più eclatante:Questo sindacato istituito sui valori delle “UNION TRADE” inglesi,distrutte da M. Thacher,appena è rimasta orfana dal riferimento inglese si è fatta lottizzare e oggi è poco più che un sindacato giallo.
    In ultima analisi: Non sono solo le cause sumenzionate a fare barriera al rinnovamento del mercato del lavoro, ve ne sono altre, ma credo che la maggiore sia lo zoccolo duro che difende, ciò che è piùfacile difendere,l’articolo 18.
    Questo articolo ormai obsoleto, non può essere abolito in cambio di nulla,ma deve essere la merce di scambio per ottenere delle tutele adeguate e rispondenti alla necessità di una “seria” flessibilità in uscita che eviti di mettere sul lastrico chi perde il lavoro.
    Il giorno in cui i nostri sindacati sappranno discutere e lottare per questo fine sarà una vittoria per tutto il mondo del lavoro e per l’economia del paese.

  18. erasmo67

    @claudio

    I cambiamenti ci sono e il lavoro si deve adeguare ma i singoli vanno protetti TUTTI.

    Nessuno deve essere vittima sacrificale sull’altare del cambiamento

    TUTTI , TUTTI , TUTTI , TUTTI, TUTTI , TUTTI , TUTTI , TUTTI, TUTTI , TUTTI , TUTTI , TUTTI, TUTTI , TUTTI , TUTTI , TUTTI, TUTTI , TUTTI , TUTTI , TUTTI, TUTTI , TUTTI , TUTTI , TUTTI

  19. Ricardo

    @erasmo67

    Assolutamente si – a patto che vengano protetti tutti i singoli INDIVIDUI, NON i singoli POSTI DI LAVORO…..c’è una differenza fondamentale tra le due cose

  20. valby

    Magari succedesse pure in Italia! Ma mi sembra solo una proposta da vetrina, cioè da vedere, osservare ma mai realizzare. In Italia manca proprio quel sostegno istituzionale per i disoccupati, la rieducazione professionale per farli reinserire nell’ambito lavorativo con maggior qualità. Insomma cambiare l’artocolo 18 per ora in Italia senza questa barrierra prottetiva, mi sembra un po azzardata. Mi auguro che qualcosa cambi per il meglio in futuro perchè c’è ne davvero bisogno. Un cambiamento in tutti i sensi non solo sui articoli ma anche sulla politica istituzionale.

  21. Tommy mas

    Bravo Giannino, e’ importante parlare di rifroma del mercato del lavoro, e’ l’unica pecca di questo blog, se ne parla troppo poco, invece e’ il tema cruciale per questo povero paese, soprattutto a livello culturale! Se non la fanno ora una riforma non ci salviamo piu’!!! La stupidita’ di camusso & co. Ci condannera’ tutti al collasso… Combattiamoli! Soprattutto in tv, in queste settimane se ne sentono di ogni, buonismo qualunquista a go go, e nessuno a dire come stanno veramente le cose, solo a fare delpietismo verso i poveri giovani chenon trovano il lavoro sotto casa e i poveri meridionali che non hanno possibilita’… Modello tedesco!!! Loro hanno cambiato la testa aigli ex ddr dopo 50 anni di comunismo statalista, noi riusciremo con camusso, angeletti, fiom e sudisti vari?

  22. claudio

    @Tommy mas
    A naso credo nessuno abbia cambiato la testa agli ex-DDR.
    Piuttosto è stato mezzo secolo di socialismo reale, di solidarietà imposta, di redistribuzione, di collettivismo, a far cambiare la testa cittadini dell’est, a far desiderare loro la libertà, la dignità di individuo libero dalle vessazioni del potere, la responsabilità delle proprie scelte e del proprio destino, il valore dei propri meriti..
    Sono proprio, e per primi, gli ex-comunisti (o meglio le ex-vittime del comunismo) a chiedere che lo Stato si sforzi di tenere il becco fuori dai rapporti tra adulti consenzienti.
    Molti di loro oggi lavorano per 6€ l’ora, bisogna dirlo, ma io non credo affatto che queste persone si sentano vittime dello sfruttamento, io credo che molte di queste persone si sentano, e siano, più libere di noi.

  23. @thechanges
    Condivido sostanzialmente. L’articolo 18 è un simbolo. Io, nel settore informatico, ho mai fatto un’ora di cassa integrazie, ho avuto 2 licenziamenti e vedo un settore totalmente privo di quelle tutele sindacali di cui parlano gli elzeviri. A cosa si riferiscono?
    Ma quando un ministro come la Cancellieri dice “…i giovani d’oggi…” con che dati in mano parla? Ha delle statistiche o sono sue sensazioni? Quando andai negli USA nel 1984 per pochi mesi, in “famiglia” di coetanei in USA c’era solo Massimo Greco (ehm… mica pcoco…) Invece oggi ho un sacco di conoscenti con figli sui 25/30 che sono all’estero (ed uno ha sposato una francese…) Non bisogna basarsi sulle sensazioni, ma avere NUMERI alla mano.
    L’unico grande acquazzone che mi ha fatto rimanere con l’acqua alle ginocchia l’ho beccato in Tunisia, ma non dirò mai che il nord’africa è il luogo più piovoso del mondo!!!

  24. diana

    @ Vincenzo:
    “Ma se i clienti richiedono più McDonald’s e meno TLC, ovvero se è possibile offire lo stesso servizio di TLC con meno dipendenti perché altre aziende, che assumono cervelloni, sviluppano sistemi che rendono le TLC più efficienti, che dovrebbero fare le aziende?”

    A mio parere, è questo il punto: per rimanere a un settore che non mi sembra così in carenza di domanda e di possibili evoluzioni (le TLC), le società con base in Europa e sedi anche in Asia hanno delocalizzato non solo la manifattura ma persino la R&D. Venti e più anni di esperienza (chiedetelo ai dipendenti NSN di Monaco di Baviera, se non vi bastano quelli di Cassina de’ Pecchi e Cinisello B.) sono stati considerati superflui perché l’attività non era sufficientemente remunerativa. Lo stesso sta accadendo per la farmaceutica e altri settori in cui la ricerca dovrebbe svolgere un ruolo primario. Non ho nulla contro i lavori più operativi (che ho svolto spesso nella mia vita), ma non credo che all’innovazione del sistema-paese contribuiscano in pari misura l’attività di ricerca e l’attività di cottura degli hamburger..
    Spiego meglio il mio precedente intervento: a parte il semplice dato numerico, il saldo netto tra impieghi persi e impieghi acquisiti è favorevole dal punto di vista del valore aggiunto?

  25. michele

    Vabbene dare maggiore flessibilità, però non posso non notare i due pesi e le due misure che ci sono in Italia: da una parte un privato che rischia, che spesso è sfruttato e che sicuramente è molto controllato. Dall’altro un Pubblico dove moltissimi fanno il doppio lavoro, produttività ridicola, un mese di assenze all’anno, illicenziabilità e non trasferibilità. Ma prima di abolire l’art.18 non vogliamo abolire questa sperequazione mostruosa?
    Ma perchè uno se lavora nel pubblico deve avere tutti questi diritti che qualsiasi dipendente nel privato si sogna? E non mi venite a dire che guadagnano di meno perchè è una balla bella e buona…

  26. Vincenzo

    @Diana
    E’ ovvio che il paragone tra TLC e Mc’Donald’s è chiaramente un esempio al limite. Ciò che mi interessava era il fatto che ciò che è importante sono le preferenze del cliente finale. E nessuno stato potrà mai imporre a me o a chiunque altro di comprar eun telefono nuovo piuttosto che spendere i miei soldi in panini e hamburger. Ci hanno provato in Unione Sovietica e abbiamo visto come è andata a finire. Se le aziende di TLC delocalizzano in Asia, non sarà perché lì fanno più profitti? Un’azienda sta al mondo per fare profitti, mica per fare beneficenza. In quel caso infatti si chiama ente di beneficenza, non azienda. Perché mai un imprenditore dovrebbe aprire altrimenti un’azienda? Per fare un regalo a qualcun altro, clienti o dipendenti che siano? Mi pare che nessuno regali i propri prodotti ai clienti, se non a scopi promozionali.
    Peraltro, e perdonatemi se qui sbaglio qualcosa perché non sono un economista ma solo un appassionato, è noto che il salario è pari alla produttività marginale dei lavoratori. Questo significa che se in Cina, India o dove altro, i salari sono più bassi questo deriva dal fatto che i lavoratori sono meno produttivi, ovvero che ci vogliono più lavoratori per fare la stessa unità di prodotto. E per tale ragione i tassi di disoccupazione sono bassi. In base alla mia limitatissima esperienza in merito, posso confermare che quando chiamo il servizio di assistenza aziendale IT, che è in parte delocalizzato in India (mi sembra) e in parte in Romania (certo non il posto più produttivo al mondo, ma comunque con una produttività superiore all’India) mi servono 5 minuti di telefonata (pagata dall’azienda) per avere una risposta dall’indiano e 2 minuti dal rumeno. Alla fine, considerando il costo della telefonata e lo stipendio, credo che per l’azienda non faccia poi una gran differenza.
    Nella realtà quindi l’imprenditore sposta le sue produzioni in Asia non già e non tanto per il costo del lavoro quanto piuttosto per il fatto che sostituisce il lavoro al capitale, e in aggiunta i costi di investimento là sono inferiori. In altre parole ottiene lo stesso profitto investendo meno, ed è quello che fa la differenza.
    Se iniziassimo ad eliminare una parte degli assurdi regolamenti che rendono, per esempio, la costruzione di un capannone una vera e propria odissea, molto probabilmente l’imprenditore perderebbe l’interesse a delocalizzare la produzione. Alla fine non credo che lui stesso, che in fondo è una persona come chiunque altro, provi questo immenso piacere a passare metà del suo tempo in aereo e a rinunciare al suo piatto di spaghetti quotidiano.

    @Claudio
    Confermo in pieno rispetto agli ex-DDR. Per lavoro mi reco spesso nei paesi ex-satelliti (Polonia, Repubblica Ceca soprattutto) e devo dire che in nessun altro posto come lì si rispera il profumo della libertà. Non c’è una persona una con cui abbia parlato che ritenga che “ci debba pensare lo Stato”. Qualsiasi cosa abbia il minimo sentore statalista viene guardata con sospetto.
    Forse questo può darci una speranza; prima o poi anche in Italia ci accorgeremo dell’inganno dello Stato

  27. diana

    @ Vincenzo:

    le multinazionali non sono guidate da imprenditori ma da manager che guardano il risultato finanziario a breve termine (non quello ‘economico’). Motivo per cui conviene eliminare dipendenti che costano 100, ma sono nella casella dei costi fissi, per sostituirli con consulenti pagati 150, nella casella dei costi variabili.
    In ogni caso non stavo parlando di manifattura dei dispositivi mobili ma di R&D, ossia chi studia le future soluzioni per le reti TLC (o nuovi antibiotici ecc.).

  28. Fabio

    Scusate, ma se in italia il sistema è così terribile, perchè il pil procapite della lombardia e di 33500 euro e quello della germania 35500?

    Forse le soluzioni dovrebbero essere differenziate sul territorio?

  29. Vincenzo

    @Diana
    I manager sono (dovrebbero) essere controllati dagli azionisti, i quali sono (dovrebbero) essere più interessati alla stabilità e alla redditività a lungo termine dei loro investimenti. Se gli azionisti non fanno il loro lavoro, certo non è per colpa dei manager. E poi, a parte il caso italiano, eliminare i dipendenti non è mai un problema. Ma i dipendenti vengono eliminati “cum grano salis” perché formare un buon dipendente costa una follia. Se in Italia abbiamo leggi così cretine che alla fine ad una azienda conviene il turn-over pazzesco dei consulenti esterni piuttosto che l’assunzione di dipendenti.
    Per R&D, che produce idee, valgono le stesse regole che valgono per la produzione delle apparecchiature.
    Anzi, da noi l’assurdo è che un laboratorio dove si maneggiano piccolissime quantità di materiali deve spesso sottostare agli stessi regolamenti che si applicano per la fabbrica che maneggia tonnellate e tonnellate. E pensare che un tempo la ricerca si faceva nelle cantine (esperienza diretta ai tempi dell’università)

  30. Vincenzo

    @Diana (ancora)
    Aggiungo un’altra cosa a proposito dello spostamento dei centri R&D. Uno dei problemi principali in Italia, ma comune anche ad altri paesi del mondo occidentale, è che quando si esce dal mondo della scuola si smette di studiare. Ci si illude che le conoscenze che si sono acquisite fino a quel momento siano sufficienti a garantire una carriera lavorativa di 40 anni, e questo a tutti i livelli, dai più bassi ai più alti.
    Poteva essere vero ancora 50 anni fa, quando i cambiamenti tecnologici erano lenti, ma oggi questa cosa sicuramente non è più vera.
    Posso assicurare che incontro ingegneri (parlo di ingegneri perché lo sono anche io) che non sanno prepararsi un grafico con Excel, che si sono dimenticati l’ABC (cosa è una derivata e cosa un integrale).
    E poi ci si meraviglia che le aziende mettano fuori i 40-50enni per fare posto a persone più giovani? Almeno quelli sono freschi di studio.
    E non si può stare a dire che è responsabilità delle aziende fare formazione. La formazione è un fatto personale che arricchisce per prima la persona che la fa. Io lavoro in una multinazionale americana, dove quindi una buona conoscenza della lingua inglese è fondamentale. Ci sono moltissimi miei colleghi che non sentono affatto la necessità di migliorare il loro rudimentalissimo inglese scolastico che non consente loro di comunicare appropriatamente con i colleghi, di capire la documentazione che, per ovvie ragioni, è scritta in inglese (potrebbe mai l’azienda mettersi a tradurre tutto in 80 lingue diverse? io da solo ho a che fare quotidianamente con colleghi turchi, greci, bulgari, rumeni, ungheresi, croati, cechi, polacchi, ucraini e russi, nonché francesi, belgi, olandesi, inglesi e ovviamente italiani e americani, occasionalmente qualche spagnolo o brasiliano e pure un paio di cinesi). Preciso che non sono un dirigente ma un normalissimo impiegato così come i colleghi con cui mi relaziono.
    L’azienda è disponibilissima a pagare il corso di inglese (a me lo pagò) purché venga fatto fuori dall’orario di lavoro, io andabo ai corsi alle sei del pomeriggio o il sabato mattina. Ma pochi sono disponibili a farlo.

  31. Augusto Albeghi

    Come al solito, non sono d’accordo ma lo spunto è interessante.

    1) Di tutto quel lavoro creato, circa 5 milioni sono micro-jobs, cioè lavori part time da 400/500 Eur al mese per 15/20 ore settimanali, senza previdenza ed assistenza. Ci sono stati scandali di aziende che preferivano 2 o 3 micro-jobs al posto di 1 lavoro a tempo indeterminato perché costa meno. (cito a memoria se volete recupero numeri e grafici)
    Inutile dire che non è occupazione, è creare dei working poors.

    2) I salari reali in germania sono scesi dopo lo Hartz IV, se questo lo chiamate un progresso, per me è un arretramento, ancora più grave perché il PIL è aumentato ed il Gini si è alzato.

    3) E’ facile creare produttività pagando meno la gente. So bene che non è l’unico meccanismo di crescita della produttività in Germania, ma questa miope cinesizzazione dell’Europa non può continuare. Se dobbiamo competere, lo dobbiamo fare su altro.

  32. Stefano

    ….qualche tempo fa “tale” Marchionne disse che eravamo finalmente passati al “dopo Cristo”.
    Non ho la certezza che tutto sia da prendere e buttare, mi spaventa l’idea che l’Italia (ma il discorso sarà a breve del tutto generalizzabile all’intera Europa) debba competere con il terzo e quarto mondo in termini di costo della mano d’opera !! Per fortuna la FIAT non produce palloni o scarpe da ginnastica, altrimenti, grazie alla globalizzazione ed alla necessità di competere in un mercato unitario ci saremmo sentiti dire che era da modificare la norma che vieta il lavoro minorile. Non esistono solo il dio Denaro e il Profitto. Un po’ di anni fa anche la Confindustria parlava del valore sociale dell’impresa e dell’etica negli affari.
    Dove sono finiti questi valori ?
    Il contrasto nell’intendere le leggi dello Stato o nel proporre modifiche non condivise alle norme esistenti sono solo figlie di questa situazione di oblio e di perdita dello spirito propulsivo della nostra civiltà che è ben più del solo tornaconto economico (anche se forse anche molti cittadini non se ne accorgono 🙁

  33. F

    Vado subito al dunque: sono perfettamente d’accordo sul fatto che in Italia ci voglia una riforma del mondo del lavoro, vorrei peró farvi riflettere su una questione.
    Lavoro da 4 anni in una multinazionale che opera nel campo della grande distribuzione, sono stato assunto con contratto a tempo determinato e all’atto dell’assunzione, mi fu comunicato che il mio turno di lavoro si sviluppava su 9 ore giornaliere. Ovviamente sul contratto scritto le ore previste erano 8. Non mi lamento, specie di questi tempi, ma perchè ci sono categorie di lavoratori x cui lo straordinario non pagato è la regola?
    Queste categorie hanno “regalato” il loro tempo all’azienda in tempi di “vacche grasse” e a maggior ragione continueranno a farlo oggi, ma un domani, tornando alla normalità sarà troppo chiedere i sacrifici alle aziende, pagando il tempo effettivo dei suoi dipendenti? Sarebbe giusto non solo un cambio della gestione del mondo del lavoro, ma anche un rispetto delle regole da parte degli attori forti di questo mondo. Ho apprezzato l’iniziativa di Marchionne, ma riscrivendo lui le regole dovrà essere lui il primo non solo a farlo rispettare, ma anche a rispettarle!
    Diamo veramente importanza alle REGOLE SCRITTE, tutti!
    Concludo sottolineando di essere un privilegiato, oggi ho un agognato contratto a tempo indeterminato, ma continuo a studiare sperando comunque di migliorare la mia condizione lavorativa, non per forza nella stessa azienda!
    P.S. Nel punto vendita dove lavoro di quasi 90 dipendenti non c’è nessuno iscritto ad un sindacato!

  34. Ecate

    L’occupazione italiana è stata prevalentemente prima agricola, poi operaia. Con l’indotto delle fabbriche si sono sviluppati artigiani e figure professionali.

    Le condizioni dello sviluppo era fondamentalmente (1) continue svalutazioni della lira (che contribuivano a inflazioni da 2 cifre) (2) bassa specializzazione operaia con bassi salari (3) il mito del “made in italy” con prodotti di basso contenuto tecnologico.

    Da quando la produzione si è delocalizzata prima nei paesi dell’est, poi India e Cina con condizioni di lavoro non paragonabili a quelle europee; salari di un ventesimo e condizioni limiti simili alla schiavitù è ovvio che la competizione non è equa. Per rendere più equa la competizione, o in Europa le condizioni dei lavoratori diventano come quelli cinesi e torniamo al medioevo oppure si richiede che i cinesi di adeguino a quelli europei almeno per condizioni di tutela dei lavoratori. Se non lo fanno si impediscono le importazioni dei loro prodotti.

    A mali estremi…

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