Mercato del lavoro, l’assenza liberale
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“Se credete di chiamarci a discutere solo per parlare di licenziamenti, levatevelo dalla testa e tra noi allora è guerra”. Chi l’ha detto a quattr’occhi e a muso duro a Monti, Grilli e Fornero? Susanna Camusso? No, sbagliato. Rispondere alla domanda equivale per molti versi a dire chi sia in condizioni migliori, per aggiudicarsi la partita in onda a gennaio sullo schermo del governo tecnico. La riforma del mercato del lavoro. Mettiamola così. Il governo è partito bene per un verso, male per l’altro. Il Pdl fino a questo momento ha giocato ancora di rimessa. Ma se l’azzecca ha buone possibilità di guadagnare credito e peso. Ho detto “se”, e sotto spiego perché. Il Pd ha un problema serio. La novità, rispetto al governo Berlusconi, è in campo sindacale. E’ Raffaele Bonanni, infatti, ad aver pronunciato con tono sdegnato la frase da cui siamo partiti. E’ Bonanni, a usare contro Fornero e Monti personalmente toni più duri della Camusso. La ministra? “Una maestrina”. Il premier? “Mio zio quello cattivo, faceva la sua stessa manovra”. Bonanni ha ragione, dal suo punto di vista. Con quello che ha rischiato negli ultimi anni affermando sempre il profilo di un sindacato ragionevole rispetto a chi sceglieva il no pregiudiziale, non si aspettava di essere omologato agli antagonisti sol perché lo prescrivono dalle colonne del Corriere della sera Giavazzi e Alesina.
Cerchiamo di motivare impressioni e giudizi.
Il governo è partito bene se la sua strategia era di far apparire la riforma del mercato del lavoro tanto più urgente e indilazionabile quanto più alti ed estesi sono i muri contrari che ritualmente vi si oppongono. Ma è partito male se il ministro Fornero – che a dire il vero ha parlato di scambio tra più flessibilità e più tutele a chi oggi ne è sprovvisto ma si è guardata bene anche solo dal citare incidentalmente il tanto famigerato articolo 18 dello Statuto dei lavoratori – ha in mente come schema il progetto Boeri-voce.info sposato da metà dei gruppi parlamentari del Pd e di cui è alfiere in Parlamento l’ex segretario confederale Cgil, Nerozzi. Non è il progetto Ichino, che dopo anni di scontro ideologico per definizione non piace a un’ampia base Pd che è ex Ds e Pds senza per questo essere antagonista – da Stefano Fassina a Cesare Damiano, solida maggioranza tra federazioni e iscritti - e a un’ala di catto-sinistri come Rosy Bindi.
Com’è noto, il progetto Ichino e quello Nerozzi si basano apparentemente entrambi sull’idea del contratto unico a protezione crescente per tutti lavoratori dipendenti. In realtà quella di Ichino è una novità integrale vera, perché con l’eccezione di contratti stagionali e di sostituzione sopra i 40mila euro di reddito annuo la copertura crescente è quella relativa alle indennità di licenziamento economico (1 mese per ogni anno), licenziamento economico che in questo modo è sempre possibile attraverso un costo fisso ex ante che evita la tutela giudiziale a sentenza variabile, e che si somma poi a indennità per tre anni decrescenti a carico dell’impresa. Costo ex ante di licenziamento economico e trattamento universale di disoccupazione volto a incentivare il reimpiego sono i due pilastri della flexsicurity “alla danese”.
Il progetto Boeri-Nerozzi al contrario sopra i 30 mila euro di reddito prescrive impossibilità di contratti che non siano a tempo indeterminato secondo l’attuale normativa. Con l’unica eccezione di un contratto di inserimento al massimo triennale, comunque a tempo indeterminato, nel quale può avvenire licenziamento economico con protezione crescente di indennità secondo anzianità, al termine del quale tuttavia si resta coperti da articolo 18 attuale con tutela giudiziaria.
La Cgil è da sempre contraria al progetto Ichino, per metà o meno ancora si riconosce nell’impostazione Nerozzi che fa restare in piedi l’articolo 18 ma riconosce un canale di inserimento agevolato nelle imprese. Lanciando la riforma senza preillustrazione della sua scelta di fondo, ovviamente la Fornero avrebbe dovuto sapere che accresceva la durezza delle reazioni. Ergo, sta favorendo il progetto meno avanzato tra i due presentati in Parlamento dalla sinistra. Se la sua idea era diversa, allora ha sbagliato tono e modo. Se pensa di riparare aggiungendo che i salari vanno alzati per decreto, allora non ci siamo proprio.
E’ ovvio che per Bersani tenere in piedi le due anime del Pd – si dovrebbe dire tre, perché Fassina e tanti altri faticano a riconoscersi anche nel percorso agevolato triennale – sarà tanto più difficile quanto più davvero il governo sosterrà il progetto Ichino. In caso contrario, se la base diventa Boeri-Nerozzi, lo si annacquerà ulteriormente. Alla fine resterebbe un articolo 18 esteso a tutti senza più contratto a tempo o quasi, tenendo in piedi Cig ordinaria e straordinaria attuali ma estese a tutti. E’ quello che sperano, al vertice del Pd.
Il Pdl proprio in questi giorni esce dal ruolo di spettatore, si sta ultimando un ddl ovviamente scritto dall’ex ministro, Maurizio Sacconi. Apparentemente la scelta di Monti e Fornero – accontentare la sinistra chiudendo la porta in faccia a Cisl e Uil – rende più difficile elaborare una proposta “spiazzante”. Invece, ci vuole. Aver accettato da anni che il confronto per una riforma del mercato del lavoro fosse quello tra Ichino e Boeri significa aver abdicato a una visione moderna integralmente figlia dell’impostazione e dell’esperienza liberale. Non di quella che, nel migliore dei casi – Ichino – è al più socialdemocratica. Lo si può fare per condividere il severance cost, la somma nota ex ante alla quale ridurre la tutela per licenziamento economico. Ma non su questa scelta del tempo indeterminato per tutti come modello unico contrattuale, che non sta letteralmente né in cielo né in terra visto che in nessun Paese al mondo ci sarebbe una simile stretta a domanda e offerta di lavoro a tempo determinato.
In verità nella piccola come nel settore artigiano e commerciale, il cui peso sul totale dell’impresa ci contraddistinguono nel mondo, l’idea di adottare il tempo indeterminato come modello unico sopra i 30 mila euro significa dire di volere meno rigidità, per in realtà accrescerla. Al contrario, liberali e sindacati come Cisl e Uil potrebbero riconoscersi in un sistema a maglie più larghe, in cui la contrattazione decentrata e aziendale premia il sindacato più bravo a trasformare il tempo determinato in indeterminato, grazie a più produttività e più salario verificati insieme all’impresa. Non c’è tutto questo né nella proposta Ichino, né tanto meno in quella Boeri. E lasciamo perdere poi che cosa vorrebbe la maggioranza di Cgil insieme alla sinistra antagonista. Ma se il Pdl non si muove, la deriva va a sinistra, inutile illudersi. E la Confindustria potrebbe preferire il sistema attuale, già si è visto all’ultimo direttivo, visto che tanto oggi grandi gruppi in realtà riescono a ristrutturare comunque a differenza dei piccoli – la Fia tra i suoi residui dipendenti attuali ha chi ha sommato quasi 7 anni di casse ordinarie e straordinare in 11 anni, è tutto dire – ma la differenza è che se passa la bozza Ichino tutte devono pagare fino a tre anni di sussidio al lavoratore che non viene reimpiegato, cioè ben più di quanto il sistema Cig pesi oggi sulle casse delle imperse.
Sarebbe per l’ennesima volta un’occasione persa. E a prenderla nel sacco sarebbero i soliti, giovani donne e meridionali. Che tutti a chiacchiere dicono di voler tutelare, mentre dovrebbero far causa a chi dalle rigidità attuali e iperdecennali è iperprotetto, non alle imprese.
20 dicembre 2011 confindustria, Mercato del lavoro, sindacato

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@adriano
Infatti l’articolo 18 andrebbe abolito, ma visto che è una bandiera irrinunciabile per i sindacati italiani bisogna cercare di arginarlo il più possibile, non costituisce una tutela per nessuno se non per i fannulloni ed impedisce la crescita delle imprese oltre i quindici dipendenti.
Una piaga biblica, forse se la mettiamo sui numeri i sindacalisti possono dire di aver mantenuto saldo il principio pur essendosi dovuti piegare alle raccomandazioni europee (se no non riesco proprio ad immaginare cosa voglia dire la lettera della bce all’italia quando chiede di aumentare la flessibilità nel mercato del lavoro).
D’altra parte la flessibilità del mercato del lavoro che viene richiamata dalla bce è nel senso di ridurre i vincoli che ci sono in italia alla crescita delle imprese, esattamente il contrario di quello che propaganda la Camusso, che oggi ha detto che serve un piano sul lavoro o che ha fatto intendere il presidente della repubblica che nel discorso di fine d’anno ha dato per scontato un intervento del governo, entrambi vorrebbero far credere (come tanti altri) che mettere mano alle norme sul lavoro possa cambiare qualcosa 1) nel tasso di disoccupazione e 2) nel livello dei salari. Ma questo è falso.
1) Il livello di occupazione dipende dall’andamento dell’economia, se c’è poca produzione ci sono pochi occupati, se c’è molta produzione perché l’economia è in crescita ci sono molti occupati. Se fate una minima riflessione sul livello di disoccupazione nel mondo in raffronto alle normative sul lavoro vi accorgete che la disoccupazione c’è, a prescindere dalla normativa, in funzione della situazione economica.
2) Il valore dei salari dipende dal grado di tassazione del lavoro che dipende dal grado di tassazione generale. Per alzare i salari in Italia andrebbe ridotta la tassazione sul lavoro che è la più alta d’europa (come per la benzina) e non credo che questo rientri nella possibilità del governo.
Quindi prima di chiederci dove sia e come sia una proposta liberale in Italia sul mercato del lavoro dovremmo chiederci che cosa vogliamo ottenere da un intervento del genere. Retrospettivamente tutte le modifiche alla normativa sul mercato del lavoro in Italia non hanno mai cambiato il tasso di disoccupazione né tantomeno il livello dei salari. L’unico effetto che hanno avuto questi cambiamenti nel passato è stato di favorire qualche grosso gruppo (pubblico o privato) con dei benefici fiscali o agevolazione nella cassa integrazione e di consolidare il potere dei sindacati, nelle aziende e nell’economia; cioè si è assistito ad un sistematico aumento della rigidità del mercato del lavoro.
Quello che dovremmo volere da una riforma liberale del mercato del lavoro è quindi, come dice la bce, una riduzione dei vincoli posti alle imprese nel loro sviluppo. Il problema maggiore dell’Italia è che il 98% delle sue imprese sono bottegucce che si basano esclusivamente sulla forza di volontà del fondatore, senza organizzazione stabile, senza ricerca, senza investimenti e senza capacità di attrarre investimenti perché tutti, pur di non correre il rischio di trovarsi sposati per sempre con degli scansafatiche, hanno evitato di andar oltre la fatidica dimensione.
Tutto qui. Se noi riusciamo ad alzare la soglia di questo maledetto articolo 18 forse riusciremo col tempo ad avere imprese della dimensione ottimale per i propri mercati e quindi in grado di strutturarsi, organizzarsi, attrarre investimenti, se no andrà sempre peggio.
D’altra parte eliminare l’articolo 18 è impossibile, purtroppo, e mettere le mani su riforme più estese, come le proposte Ichino o Boeri-Nerozzi ci porterà ad uno scontro ideologico senza fine da cui verrà partorito un topolino, nella migliore delle ipotesi, o altre rogne per tutti, quasi sicuramente.
Non entro nel merito dell’art.18, perché se ne parla fin troppo. Mi chiedo, invece, perché il Governo Monti, nel tassare così pesantemente la casa, non abbia, contemporaneamente, operato nel modo descritto, nel libro di Tommaso Nannicini (Non ci resta che crescere), da Filippo Taddei. Egli dice (antecedentemente al Governo Monti) che, se si tassasse la casa, ad esempio per 40 Euro al mese, un nucleo famigliare pagherebbe 480 Euro all’anno. Dato che le case da tassare sono 32 milioni, si avrebbe a disposizione una cifra tale da poter restituire, per ciascun lavoratore occupato, circa 550 Euro. Ossia, la solita famiglia che pagasse 480 Euro all’anno di tasse sulla casa, se lavorassero marito e moglie, si vedrebbe restituire 1100 Euro, con un beneficio annuale di oltre 600 Euro. Mi sembra sia mancata questa mossa, che, sembra, verrà attuata tra pochi giorni. Se fosse stata fatta prima, ci saremmo risparmiati un sacco di contumelie contro questo Governo. O no? Dov’è che sbaglio?
Franco Tomassini – Genova
@Franco Tomassini
beh, credo che se solo i lavoratori beneficiassero del contributo statale, la manovra non sarebbe assolutamente equa: e quelli che non lavorano? Le casalinghe o le mamme part time o non occupate con 3-4 o 5 figli cosa riceverebbero?
Non c’è alcuna giustificazione a creare nuove tasse.
Paghino le forze politiche che hanno fatto il buco, comprese le banche che ci sguazzano in questo sistema di credito e di carte di credito, di obbligo di conti correnti ecc. ecc.
La crisi in atto rischia di togliere credibilità al mercato, pilastro del liberalismo, tornano le tentazioni protezionistiche, ma la crisi è il prodotto del liberalismo o non piuttosto della mancanza delle regole che già Hayek indicava come indispensabili per una corretta economia di mercato?
Questo lavoro vuole offrire un’aperta difesa dei diritti individuali e, al tempo stesso, una lettura in senso liberale di quelle interazioni tra individui che vanno sotto il nome di relazioni di mercato. La tesi al centro di queste pagine è che soltanto entro una società libera, la quale riconosca l’inviolabilità dei diritti di proprietà, è possibile assistere alla nascita e allo sviluppo di autentiche comunità, sorte dal basso per iniziativa dei singoli. Non è affatto vero, d’altra parte, che queste ultime siano incompatibili con il mercato, né tanto meno che la società liberale metta in discussione la possibilità stessa di ordini comunitari e familiari. In accordo con la tradizione più autenticamente liberale, che contrappone l’ambito dello Stato a quello degli scambi e dei contratti, con l’espressione relazioni di mercato vengono indicate le interazione economiche tra soggetti privati, stipulate su base consensuale. Appartiene quindi all’area del mercato ( e non quella dello Stato) – l’insieme dei rapporti d’affari (scambi commerciali, contratti di lavoro e locazione, prestiti a interesse) fondati sulla razionalità di chi ricerca il massimo profitto nel rispetto dei diritti altrui.