Questo non è vero. L’agriturismo è, molto più semplicemente, un’attività di ristorazione e/o ospitalità svolta nel’ambito di un’azienda agricola. Il problema nasce dal momento che le aziende agricole hanno un regime fiscale agevolato e se l’attività è complementare a quella agricola allora anche ad essa vengono estesi gli stessi benefici. Ma la complementarietà con l’attività agricola può essere stabilita attraverso le giornate di lavoro, il reddito prevalente o altri parametri, non certo attraverso ciò che uno mette nel piatto.
Quindi la questione “agriturimo vero” vs “agriturismo finto” è un finto problema, nato solo per chiedere qualcosa (sempre di più, a quanto pare) in cambio delle agevolazioni fiscali, semplicemente perché non esiste una tipologia di attività che possa dirsi più “autentica” delle altre. D’altronde non esiste il “ristorante vero” e il “ristorante finto”, ognuno il ristorante se lo fa come meglio crede ed è il gradimento dei consumatori a decretarne il successo o il fallimento. Dovrebbe essere così anche per gli agriturismi.
]]>Devo dire che spesso questa “santificazione” era alquanto truffaldina, come molto sono truffaldine altre certificazioni di “origine” o di “disciplinare”, che semplicemente nascondono in un marchio di autenticità locale il concorso di materie prime esterne (non tutto il latte del parmigiano è munto a Parma, per capirci). Se le cose stanno come raccontate, direi che almeno la Sardegna è coerente.
Finora negli agriturismi (abito in Toscana, qui è pieno) le cose “non tipiche” venivano fatturate a parte proprio per separare l’oggetto dell’agriturismo. Magari nell’obbligo di fatturazione non rientravano cose come il limoncello (ed è lecito chiedersi se a Pisa coltivino i limoni sul lungarno…). In un certo senso, poi, fare un grosso pasto in cui metà roba è “tipica” e altra no, può suonare strano come modo di promuovere i prodotti locali… E in effetti questa è la stessa situazione delle cooperative (che hanno un vantaggio fiscale in quanto svolgono una attività mutualistica che comunque non deve essere esclusiva e nemmeno preponderante… ah che bello regolamentare sulle buone intenzioni!) Certo, su quest’ultimo punto si cade molto su un discorso di opportunità più che di logica e coerenza, ma la politica è questo (e non si sa mai dove si finisce).
Insomma, per quanto drastica, la soluzione sarda mi sembra quella più in linea con il principio fondante del vantaggio fiscale degli agriturismi: un do ut des tra privilegi e regolamentazioni per “fini superiori”.
Che poi andrebbe in realtà cancellato tutto, dai privilegi alle regolamentazioni, è chiaramente un altro piano di discussione che comunque condivido.