Operativamente parlando se l’azione penale è obbligatoria a fronte di notizia di reato abbiamo un sistema che può consentire margini di arbitrarietà. Il magistrato è de facto “irresponsabile” nel senso che qualsiasi apparentemente ragionevole sospetto (nozione fumosa e non esattamente garantista) può giustificarne l’agire: diventa praticamente molto difficile distinguere l’errore dalla colpa grave o dal dolo. Il nobile intento dell’uguaglianza di fronte alla legge crea un meccanismo per cui: 1. qualsiasi fatto ritenuto appena sospetto ex ante può giustificare a posteriori l’azione; 2. nel dubbio è meglio inquisire anche solo per dimostrare di aver fatto il proprio (burocratico) dovere; 3. nel dolo basta tutto sommato poco per procedere senza doverne rendere conto.
Al di là delle divergenze, la cosa più preoccupante è l’impossibilità a parlare di ciò rimanendo fermi al merito delle questioni. In pratica ogni discorso, dopo poco, finisce per diventare una analisi controfattuale del tipo: come sarebbero andate le cose al Sig. “X” se invece di A la legge avesse previsto B ?
Detto ciò rimaniamo del tutto indifferenti al fatto che sulla base di una sola traduzione errata di una trascrizione telefonica un extracomunitario è stato prelevato dai Carabinieri nel mezzo del Mediterraneo (vedi sparizione di Chiara Scazzi) oppure che si può venire reclusi in qualità di indagati anche con 2-3 testimoni oculari a proprio favore (v. Lumumba nel processo di Perugia, arrestato sulla scorta delle semplici dichiarazioni della Knox). Un sistema non è liberale nella misura in cui riesce (o meno) a provare la colpevolezza del potente di turno (questione indubbiamente rilevante sotto il profilo politico): il sistema deve avere profondo rispetto anche per la libertà dei signor nessuno che si alzano la mattina alle 6 per andare al lavoro. Una grossa pretesa, per un paese in cui i Tribunali si fermano ad agosto.