Il 17 marzo, Gramsci e la produttività

Francamente, non sono per nulla antiunitario e secessionista. Ma questa grande insistenza del Quirinale per la festività del 17 marzo non l’ho proprio capita. Non la capisco per almeno tre ordini di ragioni, che vado pianamente a spiegare nella piena consapevolezza di attirarmi facili critiche.

La prima è di ordine storico. Sarà perché la mia cultura di formazione è quella del repubblicanesimo storico, ma dico io dovevamo scegliere proprio la data in cui viene approvato l’articolo unico “Vittorio Emanuele II assume per sé e per i suoi successori il titolo di Re D’Italia”? Un Parlamento che non era nazionale affatto, visto che a quella data all’ex Stato Sardo mancava ancora Mantova in Lombardia e tutto il Veneto, tutto il Friuli e tutto il Lazio? Per tacere poi dell’attuale Trentino Alto Adige, che arriverà sconfitto e annesso 60 anni dopo, al termine della prima guerra mondiale e c’incazziamo pure che la SVP dica di non avere niente da festeggiare? E non abbiamo proprio niente da ridire sul fatto che il Re di Sardegna preferì per non scontentare la sua aristocrazia continuare a chiamarsi Vittorio Emanuele “secondo”, a differenza di quel che aveva fatto Enrico III di Navarra che divenuto Re di Francia divenne Enrico IV perché quella era l’ordinale nazionale, esattamente come fece Giacomo VI di Scozia allorché si chiamò Giacomo I d’Inghilterra? Fate voi, ma a me questa data dice poco, l’Italia era disunita ancora e quel giorno contò innanzitutto per i Savoia, pace all’anima loro e un ballo pieno di simpatia per il loro attuale erede televisivo. Oltretutto, dei 170 mila che votarono per quel Parlamento di duchi e principi su 26 milioni di italiani dell’epoca, 70 mila erano dipendenti statali: sai che festa da ricordare…

La seconda ragione è di ordine culturale. Mi ha molto colpito l’improvvisa levata di scudi verificatasi su media, cultura e accademia, a favore del 17 marzo. Una pressoché unanime e stentorea riprovazione indignata, rispetto a chi obiettava. Un coro di sepolcri imbiancati, tutti intenti a sbandierare unità e tricolore contro i presunti nemici della patria. Che sarebbero, naturalmente, i criptosecessionisti leghisti. Polemica “ignobile”, è arrivato a dire Pierferdinando Casini, che di solito usa termini moderati. In questa trasversalità politicamente sospetta, hanno anche fatto capolino elementi singolari, estremamente significativi della mistificazione in corso. Per dire: nel festival nazionalpopolare per definizione, Sanremo coi suoi 12 milioni di spettatori, la serata dedicata al festeggiamento unitario è stata sparata a tutto schermo l’icona di Antonio Gramsci. Ora dico io se abbiamo avuto nella storia italiana del Novecento un critico tagliente e senza sconti dei limiti e dei fallimenti del processo unitario risorgimentale – in quanto moto al servizio della Corona di ristrette élites borghesi, totalmente fallimentare quanto a soluzione del problema sociale delle campagne e dei bassi ceti – quello è stato proprio lui, Gramsci, che ne ha imbevuto la storiografia egemone e nazionalmarxista successiva all’avvento della Repubblica! Che cos’è successo, d’un tratto l’intera storiografia italiana di sinistra verrà riscritta ed emendata a favore dei Savoia, in nome del “meglio il Re Vittorio che Umberto”?

La terza ragione è che, oltretutto, pur di festeggiare e accontentare il Quirinale e il trasversalismo neopatrio, ci siamo inventato un ponte lungo che ci abbasserà reddito e produttività. Un messaggio assolutamente sbagliato, almeno per me. Tanto che ho brindato, quando Confindustria e tutte le altre associazioni d’impresa l’hanno fatto presente. Respinte tra gli improperi. E il ridicolo è che ho dovuto leggere, sul Corriere della sera, un fondo del solitamente ottimo Gianantonio Stella in cui si diceva ma quante storie, ci sono Paesi al mondo che lavorano meno di noi e con più feste ma sono più avanti. E questo sarebbe il commento del primo giornalone borghese e produttivo d’Italia? Non so perché, ma mi pare che questa, più che dell’Unità d’Italia, sia l’ennesima festa fatta al buon senso. Come il gatto fa la festa al topo, però.

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54 risposte a Il 17 marzo, Gramsci e la produttività

  1. Franco scrive:

    credo di non sbagliare ricordando che fu proprio il Cavour ad affermare che l’Italia è un Paese lungo e stretto e che quindi non potrà mai essere unito. Poi ci pensò Garibaldi e lo smenti’. Ma lo smenti’ davvero? Chiunque abbia viaggiato da nord verso sud non puo’ essersi accorto che oltre al clima, al paesaggio man mano cambiano le regole, le leggi, il fisco etc. etc.. Varcato il Rubicone ad un certo punto sembra di entrare in un altro paese dove il codice civile, stradale, fiscale etc.. sono diversi da quelli che ci sono prima del Rubicone. Mi dispiace ma io sono invece antiunitario e secessionista. Pensate cosa potrebbe essere il nord senza il sud. Statistiche alla mano, il Paese piu’ ricco del mondo!!

  2. fede scrive:

    la miopia dei nostri politici e di alcune istituzioni come confindustria fanno rabbrividire ma non solo per il 17 marzo….!!!ma possibile che fanno finta di non accorgersi quante file e quante giornate perse per i cittadini che si recano nei vari enti pubblici per pagare bollettini e cartelle varie?ma questi signori hanno mai fatto file estenuanti e hanno mai perso intere giornate per saltare da un ente all’altro per chiedere una semplice informazione ?e allora non capisco perche’ si sbattono tanto sul 17 marzo.e non e’ una vergogna mondiale che EQUITALIA POSSA PIGNORARE CASE,CONTI CORRENTI E AUTOMOBILI PROPRIO NEL MEZZO DI UNA CRISI NON PONENDOSI MINIMAMENTE I PROBLEMI CHE AFFLIGGONO QUALCHE MILIONE DI FAMIGLIE CHE RICORRE SEMPRE DI PIU’ ALL’USURA E ALLE BANCHE CHE TI MANGIANO VIVO…!!GLI AUTOMOBILISTI SONO VESSATI IN MANIERA SPROPOSITATA,1 EURO L’ORA PER PARCHEGGIARE,E I COMUNI FANNO CASSA,HANNO TAPPEZZATO LE STRADE DI STRISCE BLU’ E AUTOVELOX NASCOSTI,E’ GIUSTO FARE MULTE PER CHI VA A 200 KM ORARI E GUIDA UBRIACO,MA E’ INGIUSTO BERSAGLIARE CHI LAVORA IN UNA ZONA E SPENDE 10 EURO E PIU’ PER I PARCHEGGI E SE FAI 5 MINUTI DI RITARDO TI TROVI UNA BELLA MULTA APPICCICATA,SIAMO IL POPOLO PIU’ VESSATO DEL MONDO,LE TASSE E LA BUROCRAZIA SONO UNA VERGOGNA,IL FISCO TALEBANO E LE INNUMEREVOLI GABELLE FANNO SI CHE’ ALLA FINE LA GENTE SI DIMENTICA DI PAGARE, SEMPLICEMENTE UNA RATA DI MONNEZZA E PUNTUALE DOPO 4 ANNI TI ARRIVA LA CARTELLA DI EQUITALIA CON UN PREZZO RADDOPPIATO E COSI’ PER TUTTO….MA SU QUESTE QUESTIONI E MOLTE ALTRE C’E’ UNA SORTA DI COMPLICE SILENZIO DA PARTE DI TUTTI.CARI POLITICI DIMEZZATE IL NUMERO DEI PARLAMENTARI,DIMEZZATE IL NUMERO DI ASSESSORI E CONSIGLIERI NELLE REGIONI COMUNI E PROVINCE,DIMEZZATE LE AUTO BLU’ E VEDRETE QUANTI MILIARDI DI EURO SI RISPARMIERANNO,C’E CHI CAMPA SOLO DI POLITICA E NON HA MAI LAVORATO MA DI TUTTO QUESTO NON SI PARLA MAI O NON SI VUOLE PARLARE.

  3. Schwefelwolf scrive:

    @Franco

    A fine Anni ’60 ho lasciato la mia Lombardia, schifato dalla sua meridionalizzazione, che si accompagnava – per me – al dilagare della “micro-corruzione” e della microcriminalità, unite ad una parlata volgare e vociante, alla strafottenza dei giovani nullafacenti che improvvisamente affollavano i marciapiedi davanti a tanti bar di Milano, allo sporco per le strade, alla distruzione dell’ambiente operata per costruire “casermoni” di cemento in cui sistemare tutta quella “gente del sud” che ci portava, o meglio imponeva, una “cultura” assai poco compatibile con quella che avevo conosciuto da bambino e che vedevo vivere nelle famiglie (lombarde) che conoscevo. Era uno schifo – e me ne sono andato.
    Dopo quarant’anni di Germania la vita mi ha riportato qui – e devo dire che il degrado iniziato allora ha fatto passi da giganti. La “società lombarda” uscita sostanzialmente intatta dalla II Guerra Mondiale mi sembra ormai morta: ne sopravvivono tracce in alcuni paesini. Ai meridionali – che anche in cinquant’anni si sono assimilati solo in parte – si sono nel frattempo affiancate masse di stranieri che non pensano neppure ad integrarsi. Vogliono il nostro presunto benessere – ma non la nostra “cultura”, anzi – pretendono di trasferire qui la loro – e fanno quello che vogliono, come e quando lo vogliono, senza che a nessuno venga in mente di chiedersi quali effetti avrà sulla vita dei nostri figli questo suicidio identitario, operato sull’altare del buonismo relativista “multi-culturale”. Basta andare in una scuola e guardare… Non è questione di “come saremmo ricchi” senza il sud. La questione è: possiamo ancora fare qualcosa per salvare quello che resta del nord? Non lasciamo che sia sempre e solo una faccenda di “dané” – quello dei “dané” è sempre stato il lato meno nobile del nord. Il DNA del nord è (era) fatto di operosità, sobrietà, onestà, capacità, professionalità, serietà -i “dané” ne erano/sono solo uno dei frutti, e neanche il piú importante.
    Avevo sperato nella Lega, nelle sue promesse di difesa di quello che resta del “nostro” territorio, delle nostre radici – ma anche loro, quando hanno ricevuto il nostro voto e vanno a Roma, diventano venditori di fumo… Per citare un mio amico di Vercelli: “semm spaciaa” – siamo spacciati.

    A Oscar Giannino:

    Caro dottore – vivissimi complimenti per i suoi tre punti. Non una virgola da togliere o da aggiungere. La ringrazio.

  4. guido pandolfini scrive:

    Mi associo al precedente commentatore.
    Se potessi, ascolterei Oscar Giannino mattina e sera!

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