Tutto il ragionamento dell’autore gioca sul fatto che non esiste legame tra la politica estera di un paese e le possibilità di una oil company di aggiudicarsi lo sfruttamento di un giacimento di gas o petrolio.
Questa tesi, a mio giudizio, si applica soltanto per i paesi democratici, trasparenti e con una economia di libero mercato. Peccato che, USA e Norvegia a parte, tutti i paesi produttori di gas e petrolio non hanno tali caratteristiche. Se ne possono fare a decine di esempi, io ne porto solo alcuni:
- circa un anno fa Frattini fece alcune visite di stato in Africa, l’ultima e la più lunga delle quali in Uganda. Dopo una settimana l’ENI vinse proprio in Uganda una gara per lo sfruttamento petrolifero, a danno di una compagnia inglese o americana (non ricordo) che veniva data per stra-favorita.
- tornando indietro nella storia, è interessante notare come l’Arabia Saudita non abbia mai offerto contratti di rilievo all’URSS.
- Oppure come la capacità di penetrazione delle aziende petrolifere occidentali in Irak e Iran abbia direttamente seguito l’andamento delle relazioni internazionali tra i paesi occidentali e questi due paesi. In presenza di meccanismi di libero mercato puri, non dovrebbe esserci correlazione tra la politica estera e le scelte economiche.
- Infine è altamente ingenuo negare le implicazioni politiche nelle scelte dei gasdotti (Nabucco, North e South Stream) e credere che la costruzione di questi 3 gasdotti, nonchè il loro percorso, sia dettato da una mera logica di convenienza economica.
Una considerazione, prima di arrivare al nocciolo del discorso. Esistono, nel settore dell’estrazione di gas e petrolio, dei limiti dimensionali per cui soltanto i grandissimi gruppi possono sostenere le spese necessarie per la ricerca e sviluppo di nuovi giacimenti e riescono a partecipare alle principali gare internazionali. Per tutti gli altri esistono opportunità di business, ma si tratta di briciole.
Ora in presenza di un mercato come quello americano, la torta è abbastanza grande perchè possano coesistere più di una grande multinazionale. Ma nei grandi paesi europei al più è possibile avere una singola azienda di queste dimensioni (non a caso ENI è la più grande azienda del paese), che inevitabilmente quindi opererà in un regime di monopolio e si troverà strettamente legata ed interdipendente alla politica estera del paese che la ospita. In queste condizioni, preferisco che sia il Tesoro a controllare l’ENI e ad incassarne i dividendi a piuttosto che dare a un privato questo che è, a mio giudizio in Italia, un monopolio naturale.
Monopolio naturale in Italia (mi riferisco al settore della produzione naturalmente, non a quello della vendita al consumo) perchè la competizione è tra grandi gruppi internazionali da un lato, e soggetti statali che agiscono con logiche politiche (intese come relazioni internazionali) dall’altra. E l’intervento dello stato, all’interno dei canali diplomatici, serve e spesso è determinante perchè l’ENI ottenga dei contratti. E se queste sono le premesse, come dicevo prima, preferisco di gran lunga che sia il Tesoro ad incassare i dividendi.
L’alternativa sarebbe fare spezzatino di ENI, cioè azzerarne le capacità di competere tra i grandi gruppi internazionali, lasciare lentamente morire il cane a sei zampe e comprare petrolio da aziende straniere con tutti i rischi e gli incerti del caso.
2 caveat:
- che gli affari privati di B. nulla c’entrino con l’ENI è ovvio, questa è solo fuffa
- tale ragionamento si applica a due soli e particolarissimi mercati: gas e petrolio e difesa. Perchè? Perchè in entrambi i casi abbiamo, o dal lato dell’offerta o dal lato della domanda, uno stato. Nelle telecomunicazioni, per fare un esempio, il discorso non si applica perchè è perfettamente possibile avere un privato che vende questo servizio e un privato che lo acquista.
Nel petrolio è lo stato che vende il diritto di estrarlo, nella difesa invece è lo stato che le acquista.
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