Viva l’offshore, abbasso le tasse
Mi assumo volentieri un compito in pressochĂ© totale controtendenza. Mi riferisco alle polemiche intorno alle societĂ offshore alle quali si vorrebbe ridurre la contesa tra Fini e Berlusconi, da una parte chi sostiene sia uno scandalo il velo proprietario posto intorno a quel certo appartamento monegasco, dall’altra chi replica che altrettanto vale per le societĂ schermo intestatarie dell’ennesima villa del Cavaliere ad Antigua. Consapevole dello scandalo della maggioranza dei lettori, mi accingo dunque all’elogio delle societĂ offshore, dei trust anonimi comunque costituibili secondo le legislazioni di paesi rispettabilissimi come la Svizzera, il Liechtenstein, Antigua e le Cayman, Bahamas e il Delaware, Monaco e Dubai. Continuo da decenni a pensare che le possibilitĂ offerte da tali ordinamenti siano benefiche e anzi salvifiche, e mi tocca spesso ripeterlo.
Se dovessimo procedere a una stima anche solo spannometrica dei beni e delle attivitĂ detenute attraverso veli societari offshore, verrebbero le traveggole. Alcuni esempi. Nel 2005 l’IRS, l’Agenzia delle Entrate degli Stati Uniti, stimava approssimativamente in “almeno” 11.500 miliardi di dollari – piĂą dell’80% del Pil, allora – il valore offshore detenuto dalle sole persone fisiche soggette al fisco americano. Addirittura la Santa Sede – quando giĂ gli Stati nell’esplosione del loro debito pubblico erano famelicamente protesi al massimo recupero di gettito fiscale – nel novembre 2008 presentò alla conferenza promossa a Doha dall’Assemblea generale dell’ONU su finanza e sviluppo un documento in cui si stimava – non so con che precisione, ma ci avevano lavorato banchieri papali assai fini – che le attivitĂ offshore detenute da gruppi e persone fisiche dei paesi avanzati rendevano non meno di 860 miliardi di dollari l’anno. Quando la crisi mondiale ormai era bell’e che esplosa e giĂ gli Stati iniziavano ad accumulare punti su punti di Pil di debito pubblico aggiuntivo, ecco che il professor Avinash Persaud, emerito del Gresham College di Londra e membro della Tassk Force dell’ONU sulla riforma finanziaria internazionale, il 5 marzo 2009 scriveva sul Financial Times che l’attacco ai centri e alle societĂ offshore altro non rappresenta che una pigra e seduttiva distrazione politica rispetto all’obiettivo di affrontare seriamente il problema della regolamentazione finanziaria dei Paesi industrializzati. Finchè questa resta disomogenea e ogni Paese tenta di arbitrare con piĂą alto fisco a proprio vantaggio, la regola della libertĂ personale è tentare di deludere le pretese esose degli Stati spreconi e dilapidatori.
Quanto allo studio comparato del meglio che può offrire alla libertĂ dei capitali la tecnica offshore, non è esattamente materia per manigoldi. Il manuale di riferimento sui paradisi bancari, dell’avvocato d’affari francese Edoard Chambost, non a caso fu tradotto nel 1980 in italiano dall’avvocato Franzo Grande Stevens, puntualmente non a caso chiamato in causa insieme a Gianluigi Gabetti nelle vicende ereditarie e fiscali collegate al patrimonio dell’Avvocato Agnelli, per il ruolo ricoperto in numerose società “coperte” estere a fini fiscali. Migliaia di societĂ italiane, hanno per decenni utilizzato il velo di holding per lo piĂą di diritto lussemburghese, per eliminare la tassazione dei dividendi e incorporare ai proprietari il piĂą delle plusvalenze. Dalla riforma Visco a quella della participation exemption voluta da ultimo da Tremonti, alla ricerca del gettito perduto, la lotta è sempre andata persa: perchĂ© la libertĂ prevale, e tra le massime espressioni della libertĂ vi è appunto quella dell’organizzazione della proprietĂ , al fine di ridurne i gravami a cominciare da quelli fiscali.
Come insegna nel suo bellissimo “Paradisi e paradossi fiscali” il professor Giuseppe Marino, che dirige il master in diritto tributario d’impresa alla Bocconi, un tempo l’invidia fiscale era di sinistra e la libertĂ fiscale di destra, quell’invidia che secondo Bertrand Russel “è vizio in parte morale, in parte intellettuale, consistente nel non vedere mai le cose in se stesse, ma soltanto in rapporto alle altre”. Ohimè nell’Italia di oggi l’invidia fiscale da tributi esosi si estende ormai da sinistra a destra. Il che rende ancor piĂą necessaria la difesa dell’offshore, vero presidio di libertĂ che sconfiggerĂ sempre- non illudetevi, cari statalisti – la lega degli Stati ad alto prelievo e bassa crescita.
20 ottobre 2010 Diritti individuali, fisco


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La verità è che le tasse andrebbero pagate in via di principio dove viene prodotto il reddito, faccio un esempio: se acquisto una bottiglia nello stato A, e poi vado a riempirla di acqua nello stato B, secondo voi a chi devo pagare l’acqua ? che poi le tasse siano esose, e tutto quello che ne consegue sia un freno all’economia ne convengo. Un caro saluto al Dr. Giannino e al suo simpatico gatto.
Caro Dottore,
nessun liberista ha mai sostenuto che la competizione consiste nel violare le regole.
Trovo strano che la fair competition sia ridotta alla corruzione dei finanzieri perche’ il mediocre possa superare il capace tax payer.
La lotta alle tasse e’ non giusta, giustissima, ma attraverso la riforma del sistema non frodandolo. Altrimenti non esistera nemmeno piu proprieta intellettuale e brevetti.
Benediciamo la giungla del liberi tutti e vedremo quanti mediocri furbastri periranno davanti alla competizione dei capaci.
E infatti non mi risulta questo espansionismo italiano fuori casa, in molti settori, anche se nell’italietta ci sciacquiamo la bocca definendoli d’eccellenza! Farmaceutica, entertainment, media, vino, energetici, che altro? lusso? vediamo entro 10 anni!
E cio’ grazie ad una forte preparazione in evasionologia anziche’ meritocrazia e fair competition!
Come disse il benemerito Leronardo Facco, in non so quale trasmissione, la parola PARADISI FISCALI presuppone che esista il suo contrario, ovvero INFERNI FISCALI !
E cosa sono l’ Italietta e tutti gli altri stati occidentali ipertrofici e indebitati, se non dei tremendi, odiosi e insopportabili INFERNI FISCALI ?
sono arrabbiato e stanco di lavorare per questo stato pubblico e politico che con tutte le sue ramificazioni fatte di eserciti di persone mi succhia letteralmente e oltremisura il sudato stipendio per mantenere un sistema fine a se stesso all’85% , il resto ticket ecc. Se me ne vado anch’io in Brasile o chissĂ dove (vedi Aziende) immagino accada una tragedia . L’Operaio Privato