Pietro Monsurrò :Io continuo a non capire cosa proponi.
Io propongo solo che si applichino le procedure fallimentari alle banche (invece di tenere in piedi gli zombie), compresi gli istituti di concordato preventivo e concordato fallimentare, perché la possibilità di salvataggio dell’attività e quindi di rinuncia dei crediti venga valutata e determinata sul mercato (e non per decreto), perché con essa sono gli individui a decidere se e quanto credito perdere, se e quanti asset liquidare, se e come ridimensionare l’attività, se e come continuare l’attività.
]]>Per aver quello che vorresti tu, dovrebbe prima la banca fallire, e solo dopo i creditori volontariamente consorziarsi per rilevarla (cosa che fa ad esempio una banca debitrice di un’altra banca che fallisce e, con il contributino dell’ABI, la rileva e non la fa fallire o la ricrea) rimettendoci i loro soldi, ma di nuovo non puoi imporlo per legge.
Se un creditore rinuncia al suo credito, si riduce il passivo, risulta come sopravvenienza positiva in conto economico, e alla fine l’insolvenza non c’è più. A questo serve il concordato fallimentare e quello pre-fallimentare!
Io temo tu non veda correttamente il processo fallimentare e consideri solo il punto di arrivo di una perdita, per cui persi per persi i soldi comunque i creditori e solo loro diventano proprietari. Non è così, semplicemente. Che poi dal fallimento di un imprenditore debba discendere la perdita anche dei creditori è chiaro, ma attento a non confodere la perdita in sé (che volendo è trattabile in concordato) con la responsabilità imprenditoriale; la perdita per il cliente vale anche per insegnare al prestatore a valutare il rischio di credito.
]]>I correntisti non possono non subire perdite: se l’equity è negativa qualcuno deve pagare. In presenza di responsabilità limitata, questi sono necessariamente i creditori, cioè i correntisti.
Possono accordarsi con gli azionisti per trasformare i loro depositi in debito, cosa che NON risolve l’insolvenza.
Possono correre allo sportello e costringere ai fire sales, cosa che massimizza le LORO perdite.
Possono diventare proprietari di una banca diventata solvibile, cacciando i vecchi azionisti, e subendo tante perdite quanta è la differenza di valore tra la vecchia e la nuova banca (perdita che è pari alla negative equity della vecchia banca).
Io sono d’accordo che si possono contrattare con gli azionisti, o tra debitori, diverse forme di trasformazione della struttura dell’impresa:
1. trasformare i depositi in debito (risolve solo i problemi di liquidità)
2. trasformare i depositi in azioni (risolve anche la solvibilità)
3. correre agli sportelli (cosa che non è nell’interesse dei correntisti)
4. liquidare tutto e vendere immediatamente tutti gli asset (idem)
5. trasformare i depositi in azioni privilegiate (che non sono vera equity, dunque risolve poco)
In tutti e cinque i casi i correntisti subiscono perdite. Però gli azionisti continuano a campare, nel mio caso vengono spazzati via. Dunque nel mio caso i correntisti hanno tutti gli asset in mano, ed evitando i fire sales hanno a disposizione tutto il tempo per liquidarli. In tutti gli altri casi o il problema non si risolve, o si creano perdite ulteriori per i correntisti, o si salvano comunque gli azionisti (creando moral hazard).
]]>No no, io dico proprio di eliminarli. Si tratta di un processo fallimentare.
]]>“La banca è un’impresa, e come dico sempre, deve essere trattata come tutte le altre imprese; attribuirle un ruolo “speciale” significa solo creare azzardo morale.”
Dov’è l’azzardo morale nel NON salvare gli azionisti, nel NON salvare gli obbligazionisti e nel NON salvare i correntisti? L’azzardo morale richiede che qualcuno si salvi a spese altrui, no? Qui non succede, perché tutti subiscono una perdita, che, in assenza di fire sales, è probabilmente inferiore a quella che si avrebbe se la liquidazione fosse disordinata.
]]>Se cerchi una via di responsabilizzazione e di punizione per la malagestio, la strada della conversione forzosa dei diritti non è quella giusta.
]]>La tua “proposta” salta questa possibilità di “coordinamento” individuale, quindi incide sul diritto di proprietà. In qualche modo vede l’interesse al mantenimento di una banca alle spese di altri come superiore all’interesse dei singoli di pretendere un certo recupero del credito contrattandone le condizioni, interesse che TU non conosci, ma che il creditore conosce bene. Inoltre, la presenza di una simile possibilità disincentiva l’imprenditore bancario a coprire la perdita mettendo soldi propri, se gli interessa che la banca resti in piedi o non venga assorbita da altre.
La banca è un’impresa, e come dico sempre, deve essere trattata come tutte le altre imprese; attribuirle un ruolo “speciale” significa solo creare azzardo morale. Pensare di elencare per legge un privilegio al mantenimento dell’attività di una banca rispetto a un panettiere equivale all’imposizione di un sistema di preferenze che, ad esempio, io non condivido, quindi non è universale.
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