Ottimo l’articolo di U. Arrigo! Per completare il quadro, vorrei solo ricordare l’inizio della storia, la filosofia (e le ipotesi) sottese al Trattato di Maastricht.
All’epoca del trattato, Francia e Germania avevano un debito del 50% del PIL, che tendeva a crescere (la RFT aveva appena inglobato la RDT). I due paesi fissarono un tetto al loro debito pubblico: il 60% del PNL. Questo tetto non era un traguardo virtuoso; era la semplice fotografia della loro situazione, tendente al peggioramento.
Il tasso d’interesse a medio termine allora era all’incirca il 7%; quindi, l’onere del servizio degli interessi era il 4,2% del PNL (7 x 60% del PIL = 4,2% del PIL). Peraltro, il 4,2% era circa un decimo della pressione fiscale media nei due paesi (42% circa). E si pensava di non poter andare oltre.
Come stabilizzare al 60% del PNL il debito?
Supponendo una crescita reale del 2,5% e una crescita nominale del 5% (che scontasse quindi un tasso di inflazione del 2,5%), se il deficit annuo non avesse superato il 60% dell’incremento nominale del PNL (il 5%) – corrispondente al 3% del PNL nominale – il debito pubblico non avrebbe superato il 60% del PNL.
È questo l’arcano del 3%, diventata Tavola della Legge
Ma, come ricorda Arrigo, tutto ciò si basava su delle ipotesi:
1) che vi fosse un incremento reale del PNL del 2,5% annuo;
2) che il tasso d’inflazione si stabilizzasse al 2,5%.
Né la situazione, né le prospettive italiane dell’epoca potevano essere rappresentate da questa ‘filosofia’ franco-tedesca. Per l’Italia erano comunque le tre Cime di Lavaredo, quand’anche la nostra classe politica fosse stata la più capace e virtuosa (qualità sconosciute dalle nostre parti)!
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