10
Set
2010

Senza nucleare il futuro non è “Zero Emission”

Si è conclusa oggi, venerdì 10 settembre, “Zero Emission”, la maratona di quattro giorni dedicata alle energie rinnovabili e alla lotta alla CO2. Quattro giorni, alla Fiera di Roma, tra tavole rotonde, convegni e incontri, dove si è discusso di fotovoltaico, eolico, ma anche di quelle tecnologie, come la Ccs (cattura e stoccaggio della CO2), in grado di ridurre i gas climalteranti. Unico assente, con grande stupore di chi vi scrive, il nucleare. Già perché parlare di un futuro senza nucleare, equivale a spingere nelle braccia degli idrocarburi il nostro fabbisogno energetico.
Ora, è vero che “Zero Emission” costituisce una enclave di società e associazioni che spingono al 100% per le energie rinnovabili, nella cui categoria di certo il nucleare non rientra. Ma è altrettanto vero, però, che un futuro senza nucleare è destinato ad essere Full Emission, in barba a quanto si continua a sostenere in alcune sedi. A dimostrarlo, a livello mondiale, sono i tanti e autorevoli studi che in materia concordano nel sostenere che, da qui ai prossimi 40 anni, senza l’apporto dell’atomo (poi si potrà discutere di fissione o fusione) sarà impossibile tagliare del 50% l’anidride carbonica e ridurre la temperatura (ammesso serva a qualcosa) dei famosi 2,4 gradi centigradi.
Come dicevo sono moti gli studi, ma per questioni di autorevolezza, è bene sempre citare l’Agenzia internazionale dell’energia. Nel suo ETP 2010 (qui l’executive summary) l’Aie “esamina le future possibilità in termini di opzioni tecnologiche a disposizione della generazione elettrica e dei principali settori di uso finale dell’energia, quali industria, residenziale e terziario”, e lo fa ipotizzando due scenari da qui al 2050. Il primo Business as usual, prevede “l’assenza di introduzione da parte dei governi di qualsiasi nuova politica energetica e climatica. Per contro, lo scenario Blue Map (proposto in diverse varianti) è target-oriented: definisce l’obiettivo di dimezzamento delle emissioni di CO2 legate al consumo di energia all’orizzonte 2050”, si legge nello studio.
Sorvolando sui costi, cosa salta all’occhio? Nello scenario Business as usual la CO2 raddoppierà, con i combustibili fossili a soddisfare i 2/3 della domanda termoelettrica. Nello scenario Blue Map, invece, la CO2 sarà dimezzata, ma solo grazie a questo mix: “Le fonti rinnovabili coprono il 48% della domanda termoelettrica; il nucleare vi contribuisce per il 23% e le centrali dotate di sistemi di CCS per il 17%”.
Da questi dati si possono trarre tre conclusioni: primo, senza quel 23% di nucleare non si riuscirà mai a tagliare le emissioni di gas climalteranti. Secondo, escludere il nucleare da un dibattito “zero emission” (qui ha ragione Chicco Testa) equivale a sostenere un futuro fatto di carbone e gas i quali, al netto degli incentivi, da qui ai prossimi anni, saranno sempre più convenienti delle rinnovabili. Terzo, rinnovabili e nucleare, sostenuti dalla ricerca, devono crescere e poter convivere in modo da incrementare la sicurezza energetica mondiale e abbattere i costi delle bollette.
Non a caso, il Cigre, l’organo che a livello internazionale si occupa di sistemi elettrici di potenza, nel suo meeting biennale (a Parigi dal 22 al 27 agosto), ha affidato il discorso di apertura a Shosuke Mori, ex presidente della FEPC, Federation of Electric Power Companies of Japan, il quale ha sottolineato:

“From the view point of energy supply side, we put priority on ‘nuclear power generation’, which is acknowledged to be a key solution for achieving the triple E. We are doing our best to construct new plants, improve their availability and consolidate the nuclear fuel recycling system. Amid stronger pressure for mitigation of Green House Gas emissions in the future, nuclear power will be recognized again as a pragmatic solution with its significance, effectiveness and efficiency. It is necessary not only to build new plants but also to replace the existing aged nuclear plants. In this case, a long lead-time, required to increase capacity in transmission lines, needs to be shortened”.

Infine una considerazione: il fatto che qui in Italia dibattiti di questo tipo non trovino mai ospitalità nelle assise dove di parla di lotta ai gas serra, la dice lunga sul fatto che il nostro Paese è ancora molto lontano dall’abbandonare quella mentalità che, dopo Chernobyl, ha legato a doppio filo – forse per sempre – la sopravvivenza energetica italiana agli idrocarburi mediorientali e russi.

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7 Responses

  1. Alberto

    Sicuramente qualsiasi forma di produzione di energia ha inevitabilmente un impatto sull’ambiente e mi chiedo se qualcuno ha mai valutato cosa comporterebbe per l’ambiente la produzione di massa di pannelli fotovoltaici o generatori eolici per poter soddisfare, almeno in buona parte, il fabbisogno energetico dei paesi più industrializzati.
    A parte le questioni di carattere paesaggistico, i materiali che servono per convertire la luce o il vento in energia elettrica (silicio per i pannelli fotovoltaici o neodimio per i magneti all’interno delle turbine eoliche) si ottengono estrendoli dalla crosta terrestre ed elaborandoli opportunamente per poterli utilizzare al meglio.
    Siamo sicuri che tutto ciò sia “enviromental friendly”?

  2. Alberto, quelle sono le domande sconvenienti da porre in pubblico. Dell’impatto ambientale di solare & eolico non si deve parlare.

    Va bene, un po’ di iperbole. Ma se ne parla ben poco.

  3. Mauro

    Il fatto è che la nostra classe politica passa per ecologica una politica di rottamazione delle auto… come ci si può fidare?

  4. Sempre il solito grande bluff, spacciano la CO2 per un gas inquinante mentre in realtà si tratta della indispensabile Anidride Carbonica che entra in tutti i processi vitali che permettono la vita nel nostro pianeta.
    Anche le teorie secondo le quali un aumento della CO2 provochi un inalzamento della temperatura, sono ultimamente state riviste. E lo stesso Pachauri dell’IPCC si è dimesso dopo i scandali che sono venuti a galla con il climategate.
    Purtroppo ancora con al CO2 si continua a speculare…. per l’economia non per l’ambiente!

  5. Riccardo

    Egregio Liberati, nel mio piccolo mi ero accorto da tempo che qualcosa non andava nel dibattito sulle energie in Italia.
    Da modesto quanto attempato perito meccanico, assistendo ad un incontro promosso dal gruppo MPS nella mia città, avevo con stupore notato che il relatore, probabilmente laurea in economia e commercio, stava sistematicamente sbagliando tutte le unità di misura, nel suo discorso teso a convincere una platea di agricoltori a sottoscrivere i loro mutui a lungo termine per installazioni fotovoltaiche e a biogas.
    Con il tempo e con l’aiuto di autorevoli interlocutori come il prof. Bruno Coppi del mit di Boston e il prof. Franco Battaglia dell’università di Modena, ho capito cosa stava e sta tutt’ora succedendo.
    Tutto il mondo accademico conosce benissimo i limiti intrinsechi delle energie rinnovabili, legati alla conoscenza di un realtà che, clamorosamente, pochi mostrano di sapere:l’energia non si può conservare e va dunque prodotta in tempo reale ai bisogni.L’intrinseca discontinuità delle rinnovabili non ci può aiutare a sostituire centrali convenzionali o nucleari, possiamo al massimo aspirare ad abbattere i picchi di richiesta diurna, ad esempio durante i periodi estivi di massiccio uso di condizionatori.
    Il mondo bancario e non solo , si è mobilitato per offrire prodotti finanziari che ricordano molto da vicino i derivati che tante soddisfazioni ci hanno dato di recente.
    Nessuno raggiungerà mai gli obiettivi di abbattimento dei gas climalteranti, che infatti sono lì come specchio per le allodole.
    Ma soprattutto non si potranno nemmeno sfiorare con l’aiuto delle energie alternative.
    Il come mai, concetti così facili da capire per un modesto diplomato in meccanica siano di così difficile comprensione per l’esercito di illuminati che ogni giorno sbandiera il proprio disinformato ecologismo, con il vanto tipico di chi non vuole sapere e ritiene di avere la verità in tasca.
    Di questo non si può parlare, in nessuna sede, visto che per mesi ho cercato di organizzare dibattiti e incontri con personalità di spicco della scienza e il mondo della scuola, ricevendo solo porte in faccia.
    Solo di una cosa sono certo, la grande maggioranza di chi parla in Italia di energia, non conosce la differenza tra energia e potenza. Solo questo dovrebbe essere sufficiente a non proferire verbo in materia.
    E invece non solo parlano ma le loro opinioni passano come verità.
    Desolante.

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