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Tony Blair sulla crisi

Dopo che altri hanno già insistito sul monito al Partito Laburista contenuto nell’autobiografia di Tony Blair, A Journey, oggi il Wall Street Journal riporta alcuni passi del libro dedicati alla crisi finanziaria che ha contribuito prima a una straordinaria risalita di Gordon Brown nei sondaggi (sembrava “un keynesiano al posto giusto e al momento giustoâ€) e poi invece alla sua sconfitta elettorale.

Vale la pena di riportarli anche in questa sede. In primo luogo, scrive l’ex primo ministro, “non ha fallito il mercato., ha fallito una parte del settoreâ€. Ma anche lo Stato “ha fallito. Le normative hanno fallito. I politici hanno fallito. La politica monetaria ha fallito. Indebitarsi era diventato eccessivamente conveniente. Ma non si è trattato di un complotto delle banche, è stata una conseguenza della confluenza (apparentemente fortunata) di una politica monetaria troppo facile e della bassa inflazioneâ€.

Blair ha una visione piuttosto disincantata anche della “Obamanomics†neokeynesiana. “In ultima analisi, la ripresa non verrà stimolata dai governi, bensì dalle attività economiche, dalle imprese e dalla creatività, dall’ingegnosità e dall’intraprendenza degli individui. Se i provvedimenti che adotteremo per rispondere alla crisi diminuiranno i loro incentivi, soffocheranno la loro imprenditorialità, indeboliranno il clima di fiducia in cui esis operano, la ripresa diventerà estremamente incertaâ€. Una formula elegante per non sconfessare in maniera eccessivamente plateale i compagni di partiti, eppure porre in controluce l’interrogativo di Pietro Monsurrò: “Ma esiste uno straccio di prova che gli stimoli fiscali servano a qualcosa?â€.

La cosa più interessante dell’articolo del WSJ è però un’altra citazione, dalla quale sembrerebbe emergere che la lettura della crisi di Blair non si allontana troppo da quella  spiegata molto bene da Jeffrey Friedman nella sua introduzione alla special issue di Critical Review sulla crisi. Per Friedman (e per Arnold Kling, vedasi il suo Unchecked and Unbalanced), la crisi non è stata dovuta a un “fallimento del mercato†quanto piuttosto a un “fallimento cognitivo†dei diversi attori in gioco, attori di mercato ma anche (forse soprattutto) regolatori.

Senza la raffinatezza intellettuale di Friedman, scrive Blair:

Quella che è mancata è stata la capacità di capire. Non l’abbiamo proprio vista arrivare. Si può sostenere che avremmo dovuto, ma così non è stato. Per giunta (e questo è un aspetto essenziale per capire in che senso indirizzare la regolazione del settore) non è vero che, se avessimo visto l’approssimarsi della crisi, non avremmo potuto fare niente per prevenirla. Il problema non è stato un fallimento della regolazione dovuto al fatto che le autorità non avevano il potere di intervenire. Se i regolatori avessero fatto sapere ai leader politici che era imminente un’enorme crisi, non avremmo replicato: “non possiamo farci niente fino a che non avremo introdotto nuove normativeâ€. Avremmo agito.

PS: A scanso di equivoci: nulla di quanto sopra vuole esprimere apprezzamento per l’operato di Blair come primo ministro – operato che è molto controverso, contrassegnato assieme da grandi innovazioni sul piano del linguaggio politico e da severe compressioni dei diritti civili, in nome della “war on terrorâ€, che per fortuna il nuovo governo britannico è determinato a rivedere. Ma il fatto che uno dei grandi protagonisti della scena politica mondiale degli ultimi trent’anni dia una lettura della crisi non troppo distante da quella costantemente avanzata su queste pagine e poche altre, pare significativo.

3 settembre 2010 finanza, liberalizzazioni , , , , , ,

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  1. Riccardo
    3 settembre 2010 a 14:10 | #1

    Mi domando cosa può dare più fiducia ad un imprenditore (o a un lavoratore) in questo momento di crisi: il sapere che se la sua azienda (o quella in cui lavora) fallisce lo stato potra aiutarlo in tanti modi (sussidio, contributo per le spese della famiglia ecc) oppure sapere che pagherà meno tasse su un reddito pari a zero o quasi?
    Inoltre il “fallimento cognitivo” dei regolatori non è stato dato semplicemente dal guardare alla realtà con una visione economica che crede solo nelle virtù del mercato e non pensa che ci possano essere altre soluzioni contingenti?

  2. MassimoF.
    3 settembre 2010 a 14:45 | #2

    @Riccardo: 1) imprenditori che guadagnano ce ne sono e a loro sicuramente và meglio meno tasse. E quelli che vanno male, per tornare in utile devono investire, ma lo fanno se sanno che il guadagno non glielo toglierà lo stato. Sappi che tutte le teorie economiche , a parte il marxismo( ma più che una teoria è una fede) , sono d’accordo che la crescita è determinata dagli investimenti privati. Si dividono su come favorirli, ma concordano sul fatto che per crescere un paese deve avere imprese che investono e persone che investono. Secondo tè, tagliare le tasse a chi lo fà ( investire ), è sbagliato? Non credo proprio. 2) I regolatori non hanno fallito, hanno fatto giusto. Loro volevano espandere il credito bancario per stimolare la crescita, e questo è quello che è avvenuto. Solo che da politici, attenti alle istanze politiche , hanno storpiato il mercato per rispondere non alle istanze dell’economia , ma a quelle degli elettori : più denaro a basso costo e casa per tutti. Nel libero mercato , nessuna banchiere , sapendo che il credito che dà è denaro suo e non del governo ( la fed), avrebbe fatto sottoscrivere mutui subprime. Perchè , nel libero mercato, sà che quel denaro è il suo, e se perde ,perde i suoi soldi. Questa crisi, in realtà mostra per l’ennesima volta la totale incapacità della politica di gestire l’economia, ma soprattutto che la grande lezione austriaca di Mises e Hayek non si riesce in nessun modo a far capire .

  3. 3 settembre 2010 a 15:23 | #3

    Dice Richard Wagner, l’economista e non il compositore, che i politici possono permettersi di fare gli statisti solo quando raggiungono l’età per scrivere una memoria, cioè quando hanno smesso di fare i politici. Finché sono attivi, sono praticamente sempre inaffidabili, irresponsabili, miopi, inefficienti, cinici, bari, insinceri. Sono veramente stufo di vedere l’abisso che c’è tra l’ideale della democrazia – la possibilità di tutti di gestire il potere politico – e la realtà della democrazia – l’essere presi sistematicamente in giro dalle elite che decidono delle nostre vite.

  4. Riccardo
    3 settembre 2010 a 17:39 | #4

    @MassimoF: credo che le nostre opinioni siano differenti per una questione di tempo: a lungo termine la crescita dell’economia dipende certamente dalla bontà degli investimenti, io ritengo (diciamo pure parere puramente personale) che nella contingenza dei tempi di crisi (pochi mesi, un anno,dipende dalla crisi) la crescita dell’economia dipenda anche e soprattutto dal consumo che ogni singola persona o azienda ritiene di poter effettuare: se la fiducia nel poter spendere manca l’economia si avvita sempre più in una spirale di crisi.
    Credetemi, un azienda che vede le vendite ridursi, non guarda prima alle tasse che potrà risparmiare sui futuri investimenti, guarda prima ai costi che deve tagliare per fare un ebit positivo.

  5. MassimoF.
    3 settembre 2010 a 18:51 | #5

    @Riccardo: e l’azienda che taglia fà solo che bene, poichè è così che si mantiene efficiente e viva. Quanto al consumo, non serve a nulla, poichè quello che è venuto a mancare non sono gli ordini dei beni di consumo, ma gli ordini dei beni capitali. Se lei aumenta i consumi senza incidere su altre parti, cosa fattibile solo aumentando il deficit pubblico, aumenterà di poco se tutto và bene le vendite dei beni di consumo, ma tutti i beni superiori rimarranno inalterati. Per intenderci, i posti di lavoro nel settore costruzioni americano non li rivedrà più.Quando è scoppiata la crisi bancaria a metà 2007, si è dovuto aspettare 1 anno e mezzo prima che i consumi scendessero, ovvero a crisi conclamata. Aumenti quanto vuole i consumi, ma gli investimenti non ripartiranno.

  6. 3 settembre 2010 a 23:47 | #6

    @Riccardo
    I consumatori americani già consumano troppo, e lo hanno fatto per almeno vent’anni.

    E poi è l’investimento che crolla nellle recessioni, in questa il problema è che la struttura finanziaria è andata a farsi benedire.

    Io non conosco nessun esempio, né alcuna giustificazione teorica credibile, di recessione che finisce grazie ad un aumento dei consumi.

  7. Riccardo
    4 settembre 2010 a 0:37 | #7

    Ancora una volta non si concorda con i tempi: il crollo delle vendite al consumo negli USA inizia subito alla fine del 2008 (cito ad esempio il sito http://www.census.gov) al momento dello scoppio della crisi in tutta la sua evidenza.
    Aggiungo solo una cosa: un azienda investe quando crede che il suo investimento venga ripagato in tempi rapidi,nel tempo di due o tre anni.
    Se le vendite scendono la convenienza ad investire viene a mancare e la spirale economica diventa sempre più negativa, a meno di pensare che un PIL negativo non sia poi una cosa così grave (ma allora perchè preoccuparsi delle recessioni?).
    Solo il sostegno alla domanda ed al consumo può evitare questa spirale.

  8. Riccardo
    4 settembre 2010 a 0:45 | #8

    Manca un piccolo pezzo al commento precedente:il rallentamento dei consumi negli USA avviene già ad inizio 2008-fine 2007 (il primo trimestre 2008 è il primo trimestre negativo rispetto a quello precedente ad esempio) e l’anno 2008 mostra già un dimezzamento nella crescita dei consumi rispetto allo stesso trimestre dell’anno prima

  9. 4 settembre 2010 a 14:18 | #9

    I consumi scendono in recessione. Non è una scoperta. Però i consumi sono scesi solo a metà recessione (PCE). Gli investimenti hanno cominciato a scendere più di un anno prima (FPI).

    http://research.stlouisfed.org/fred2/graph/?chart_type=line&s1id=FPI&s1transformation=pc1

    Fatti o non fatti, che più consumi significhino più crescita economica è un’affermazione falsa, salvo forse casi estremi in cui ogni tipo di fattore di produzione è sottoutilizzato, cosa che non accade probabilmente dal 1932 per colpa di Hoover e Roosevelt.

    Quando si dice che gli investimenti si fanno perché c’è consumo si dimentica sempre di dire che gli ivnestimenti si possono fare se ci sono risparmi, cioè risorse NON consumate.

    Il sostegno alla domanda al consumo è servita a qualcosa? E come mai i triliardi di stimolo non hanno fatto nulla?

  10. MassimoF.
    4 settembre 2010 a 15:22 | #10

    @Riccardo: guardi che la crisi non è iniziata alla fine del 2008, ma alla fine del 2007, quando nel terzo trimestre scoppia la crisi bancaria. Il fallimento Lehman è stato solo la parte finale di una crisi che si trascinava da un anno. Prima , nel settembre 2007, scoppia la crisi bancaria, con le grandi banche americane che devono coprire perdite sui mutui subprime per 200 miliardi di dollari. Una seconda ondata si ebbe nel gennaio 2008 , che colpì l’europa. Nel marzo 2008 abbiamo i primi salvataggi bancari , e a settembre il fallimento Lehman. Con le prime difficoltà bancarie , il credito si restringe, e inizia il rallentamento dell’economia americana. Quando poi Lehman fallisce, le banche non prestano più. A questo punto , il rallentamento economico diviene aperta recessione, e quindi abbiamo crollo della produzione e discesa dei consumi. Questi , al contrario degli altri indicatori , che già da quasi un anno stavano rallentando, rimangono positivi, fino a crisi conclamata, ovvero ottobre 2008 ( nel 4°trimestre 2007 e nel 1° trimestre 2008 , i consumi USA sono cresciuti del 0,5% e 0,3%). Riassumendo, la causa della crisi è il fallimento del sistema bancario. La domanda è scesa a crisi iniziata, come è logico, e comunque la sua discesa non è nemmeno paragonabile alla discesa degli altri indicatori che riguardano i beni capitali. Spingere sulla domanda, che per’altro da qualche parte deve arrivare , e a meno di fare trasferimenti da un settore ad un ‘altro, cosa che non servirebbe a niente, deve arrivare dal deficit, e considerando che stiamo morendo di deficit, non servirebbe a niente, se non nel caso di una monetizzazzione del deficit a creare inflazione , o ad un’ aumento della disoccupazione senza crescita nel caso di un trasferimento intrareddituale ( la politica della Cgil e della sinistra comunista).

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