Sul punto due ho dei dubbi: come dicevo, alla base di tutto stanno le preferenze del consumatore. Quelle sono indipendenti dalla potenza di calcolo, così come in buona parte lo sono le funzioni di produzione. Perchè mai un Boscimano dovrebbe rendere più “complesse” le sue preferenze per il solo fatto che gli diamo un computer?
Sul punto tre abbiamo già discusso: non è solo la potenza di calcolo ad incrementare enormemente! La stessa sorte subisce anche la nostra capacità di reperire informazioni ovunque e trasmetterle in tempo reale. Dall’ intervista dei “sempre connessi” al brain imaging… ci si puo’ sbizzarrire.
Insomma, se l’ unica critica al socialismo fosse quella specifica di Mises, allora si potrebbe dire che il futuro dell’ umanità va verso forme di socialismo possibile.
Voglio solo dire che Mises deve fare fronte comune con i neoclassici e con l’ etica libertaria. E non è un caso se la storia del movimento austrica che discende più direttamente da Mises e dal suo apriorismo è sfociata proprio nell’ etica: cos’ è finito a fare Rothbard se non il moralista? Come economista fa scuotere la testa non poco, ma come filosofo morale provoca e convince, e forse l’ aveva capito pure lui.
]]>Con un PC moderno supponiamo si possa simulare l’economia di una tribù di trenta boscimani.
Tu dici: con un PC futuribile potremmo simulare una società complessa con sei miliardi di esseri umani.
Ci sono tre problemi:
1. L’algoritmo ha complessità esponenziale. Bisogna raddoppiare le prestazioni di calcolo per passare da 30 a 31 boscimani. Per arrivare a sei miliardi, bisogna moltiplicare per 2^(6,000,000,000-30). Credo che il numero abbia qualche migliaio di cifre. Questo problema si può risolvere usando algoritmi migliori: si butta via Walras e le sue computazionalmente impossibili equazioni, e si prende Axtell, con i suoi scambi decentrati fuori equilibrio, alla Mises. Dimenticavo: i modelli ad agenti danno simulazioni path-dependent, e non hanno potere predittivo quando ci sono errori strutturali, perché generano andamenti caotici.
2. La struttura economica è funzione del potere di calcolo. Se è possibile simulare 30 boscimani con un PC, è perché questi non hanno a loro volta un PC. Se l’avessero, potrebbero creare reti di scambio molto più complesse. Di conseguenza il simulatore è un cane che si morde la coda: ha bisogno di più potenza di calcolo per simulare un sistema che, più è la potenza di calcolo, più diventa complesso. La cosa equivale al paradosso di dover simulare il mondo e sé stessi contemporaneamente.
3. Si sta confondendo la potenza di calcolo con il problema informativo. I computer non servono a nulla senza dati. Non è possibile creare un modello dell’economia e farlo girare senza sapere tutto riguardo l’economia. Avere delle equazioni senza dati è come cucinare senza usare ingredienti. E’ bello saper cucinare, ma alla fine si muore di fame. Meglio mangiare crudo che non mangiare per niente. Non conosco alcun meccanismo di ricerca delle informazioni economicamente rilevanti che non passi per il mercato.
]]>Il pianifcatore quasi-santo è improbabile quanto quello quasi-onnisciente: la differenza è che è possibile avere un politico ben intenzionato, ma non ho mai visto un pianificatore anche soltanto lontanamente in grado di gestire centralmente un’economia.
Ghandi non riuscirebbe a far funzionare l’Unione Sovietica. E non per mancanza di incentivi. Il problema è che non è onnisciente a sufficienza. Non fallisce perché è cattivo o non si applica: fallisce perché è ignorante.
]]>Nel nostro discorso il punto non è forse nemmeno quello.
la prima condizione mi sembra centrale: Ogni individuo conosce perfettamente l’intera struttura del sistema.
Anche il Pianificatore Onnisciente conosce perfettamente la struttura del sistema.
Così come il Pianificatore Santo è perfettamente altruista.
Domanda: se il pianificatore fosse quasi-onnisciente quanto scommetti sul collasso del sistema socialista? Scommetti la stessa posta che hai puntato su un Pianificatore come Breznev?
Magari un pianificatore quasi-onnisciente riesce persino a tirare avanti come tirano avanti le democrazie occidentali. Mettici poi a ulteriore compensazione il fatto che un pianificatore semi-onnisciente corregge tutti i market failure che ci sono in un’ economia di mercato.
Se la posta della scommessa si abbassa (e penso debba abbassarsi) cio’ significa che il problema è quantitativo, riguarda cioè la quantità di informazioni che il pianificatore riesce ad ottenere e trattare. [Certo, si tratta di interviste, di analisi sul profilo genetico dei consumatori e di altra fantascienza del genere, non di "preferenze dimostrate"... ma sono pur sempre una massa di informazioni significativa].
E allora possiamo ben dire che con il tempo la critica misesiana perde di mordente visto che la quantità di informazioni che possiamo ottenere e trattare è crescente, visto che noi andiamo a grandi passi verso un potenziale pianificatore semi-onnisciente.
Con questo non voglio certo dire che non vada posta!
Di certo non perde di sostanza la critica classica, visto che noi di sicuro non facciamo un passo verso il Pianificatore Santo.
Se l’ efficienza richiede Santità e Onniscienza, io, in quanto liberale e individualista, punto soprattutto sulla mancanza di Santità, la vera Utopia che condanna il socialismo è quella.
]]>L’equilibrio generale è un costrutto dove ogni problema di coordinazione e ogni deviazione dal percorso ottimale è escluso per definizione.
E’ quindi un costrutto teorico dove:
1. Ogni individuo conosce perfettamente l’intera struttura del sistema.
2. Ogni individuo è in grado di calcolare la strategia ottima.
3. Non esistono costi di transazione e quindi ogni mercato è perfettamente liquido e non ci sono problemi di comportamento opportunistico.
Se queste ipotesi fossero vere, un pianificatore onnisciente sicuramente riuscirebbe a pianificare il sistema economico e ha ottenere l’ottimo paretiano, rispettando o meno le dotazioni iniziali degli individui.
Il punto è che queste ipotesi non sono vere, e dunque usare l’equilibrio generale per pianificare l’economia è impossibile perché l’economia reale non ha nulla a che fare con l’equilibrio generale.
Però il pianificatore non deve imitare l’economia reale – se è onnisciente, infatti è sufficiente che usi le equazioni di equilibio generale. Il risultato, sotto queste ipotesi, sarebbe anche migliore di quello del mercato. E’ vero che non potrebbe imitare il mercato, ma perché potrebbe fare molto meglio.
L’equilibrio generale è un costrutto utile nell’investigare situazioni economiche dove non si è interessati a problemi di coordinazione. Non è in genere utile per capire l’economia monetaria (e infatti in equilibrio generale la moneta è inutile ed è spinta a forza nel modello con ipotesi ad hoc).
Può essere utile invece per altri tipi di problemi: effetti delle tasse nel lungo termine, sostituzioni tra beni in caso di variazioni tecnologiche, relazioni commerciali internazionali. Ogni volta che gli individui non hanno problemi a coordinarsi, fanno qualcosa di simile all’equilibrio generale.
]]>Ne deduco che la critica di Mises vale anche nel caso di un Pianificatore Onnisciente.
Peccato, pensavo che un Pianificatore Onnisciente attenuasse il problema misesiano.
Così come un Pianificatore Santo riduce il problema posto dai neoclassici.
Di sicuro a suon di banda larga e terabit un passettino verso l’ onniscienza lo facciamo. La Santità, per contro, è lontana anni luce, adesso come e più di allora.
]]>Anche se tutto cio’ è mooolto verosimile resta comunque un problema meramente quantitativo (le preferenze soggettive del consumatore, ovvero il sacro graal di chi postula la sovranità del consumatore, sono tutto sommato indipendenti dalla potenza di calcolo).
Il problema diventa qualitativo solo se si radicalizzano alcune ipotesi di partenza degli austriaci intorno alle preferenze.
Ma francamente quella strada è impercorribile. [si esce dal buon senso, pensiamo solo al fatto che la radicalizzazione delle ipotesi comporta che chi firma un contratto mostra solo la sua preferenza per firmare quel contratto e nulla possiamo ricavare circa la sua adesione al contratto stesso).
Il caso della “distorsione degli incentivi” è differente: una volta posto un Pianificatore costui avrà “necessariamente” interessi in conflitto con i “pianificati”.
Da ultimo l’ “equilibrio” e delle “forze equilibranti”.
E’ chiaro che i processi di mercato austriaci sono più realistici. Ma qui sono d’ accordo con Pietro, che ce ne facciamo di questo realismo?
Certo, potremmo lasciar lavorare in senso hayekiano (darwiniano) l’ evoluzione (es.: nessun welfare e che crepino le società in cui fatica ad emergere una generosità spontanea, domani avremo solo società spontaneamente generose ed efficienti… wow!) ma ho l’ impressione che alla sensibilità moderna qualcosa del genere ripugni.
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