Bel dibattito! Grazie.
]]>Per quel che riguarda le dimensioni degli enti hai perfettamente ragione, tanto che quanto sento parlare di abolizione delle province mi verrebbe da dire che andrebbero abolite le regioni, piuttosto, e attribuiti alle province alcuni dei poteri regionali. Però è vero che certe dinamiche si possono riprodurre (e infatti si riproducono) a qualsiasi livello.
Quando poi si considera moralmente legittimo usare delle risorse come salvagente, allora la cosa peggiora. Quindi più che un problema di dimensione è un problema di responsabilità: chiunque dovrebbe poter fallire, anche un sistema sanitario pubblico, di qualsiasi dimensione territoriale esso sia.
Il cavallo di troia dell’espansione del potere politico, allora, più che la democrazia in sé, è stato il concetto di solidarietà, ben radicato nelle democrazie, soprattutto europee, che ha fornito l’alibi per coprire con i soldi dei contribuenti la cattiva politica delle rendite parassitarie e dei gruppi di pressione, come l’esempio che facevo più sopra: non mi posso più permettere l’ospedale a Acquapendente, ma mi devo inventare qualcosa per restituire ai suoi cittadini qualcosa, prima che s’incazzino, magari una succursale del liceo o la presidenza protempore della comunità montana, così magari si beccano qualche finanziamento e per qualche anno stanno buoni.
Ma se ogni intervento a favore di un gruppo di pressione o una minoranza viene accettato dal resto della cittadinanza solo se a coloro che ne sono vittime vengono riconosciuti privilegi analoghi, non è detto che questo sia l’esito inevitabile della democrazia. Anzi, forse la democrazia è l’unico sistema che possiede gli anticorpi per evitare un esito del genere, quello della competizione delle idee, al quale non bisogna sottrarsi.
]]>Perché non concentriamo tutto il potere a livello dello stato centrale ed eliminiamo gli enti locali?
Tra i tanti motivi, uno è che la public choice dimostra ampliamente che i metodi di scelta collettiva tendono a non funzionare, perché beneficiano i gruppi organizzati in grado di spostare voti contro gli interessi diffusi, perché prendono decisioni miopi, perché gli elettori non si informano e sono preda di credenze irrazionali, eccetera.
Tutto ciò è un buon motivo per devolvere potere, ma verso chi?
Ridurre l’estensione del potere risolve i problemi di public choice soltanto se questi dipendono da fattori che sono in gioco a livello nazionale ma non a livello locale. Il problema è che i problemi di public choice sono tanto forti a livello “Italia” quanto lo sono a livello “Comune di Roma”. Infatti con 3.5 miloni di cittadini eterogenei il sistema politico non può funzionare egregiamente, e ci saranno gruppi di parassiti organizzati che otterranno privilegi a spese delle masse disorganizzate, esattamente come avviene a livello dello Stato italiano. Se c’è una differenza, è di grado: a livello locale c’è meno gente (meno “tragedy of the commons”) e più omogeneità socio-economica. Ma questo impone semmai di dividere le scelte a livello di provincia, o di comune, o di municipio, e non a livello regionale.
Le regioni sono stati, e funzionano male esattamente come gli stati: sono troppo grandi per prendere decisioni ragionevoli. Non c’è ragione di credere che la politica della Regione Lazio sarà migliore della politica del Governo Italiano.
Poi c’è l’insieme dei metodi di controllo non democratici, cioè non elettorali. Un governo può essere forzato a prendere decisioni efficienti anche se i metodi di scelta colletiva non funzionano, perché i capitali o le persone possono scappare e quindi “votare con i piedi”, perché i mercati finanziari possono far fallire gli enti politici, perché i contribuenti cercheranno di evadere dall’eccessiva pressione fiscale, perché i fornitori degli enti locali possono impugnare i loro crediti in tribunale contro di essi. Quindi è probabile che una piccola entità locale sia meglio di una entità politica nazionale perché più debole e maggiormente influenzabile tramite scelte individuali (che funzionano) anziché collettive (che non funzionano).
Però anche qui c’è un problema di grado: se una regione può influenzare i tribunali o i mercati finanziari, o se è così grande che i costi del votare con i piedi sono notevoli, i sistemi di controllo non elettorali saranno inefficaci. Anche qui, c’è una differenza di grado, ma comuni e province e municipi sono relativamente preferibili alle regioni. Un ente politico con otto milioni di persone è sufficientemente potente da schermarsi dalle conseguenze delle proprie azioni.
Il più grande problema politico della modernità è che la democrazia non è un metodo efficace per controllare i governanti: in due parole, non funziona. E, anzi, è stato il cavallo di troia dell’espansione scriteriata e inarrestabile del potere politico nell’ultimo secolo e mezzo.
Prima di sperare che spezzettare gli stati in ministati sovrani sia la soluzione, occorre valutare ai margini quanto lo spezzettamento aumenta l’efficacia degli strumenti politici e nonpolitici di controllo dei governanti. Che le “regioni” siano sufficientemente piccole e impotenti da essere controllabili non è detto che sia vero. Forse è vero per l’Umbria e l Molise, ma difficilmente per il Lazio e la Toscana.
]]>Una situazione simile si sta creando anche qui in Liguria, ad esempio per l’ospedale Frugone di Busalla, a 25 km da Genova:
http://bit.ly/9Xf6Ph
(tra l’altro persino la foto dell’articolo e’ un inganno: non si fanno operazioni chirurgiche in quell’ospedale di provincia, senza pazienti tutto l’anno!)