Ma proprio perché non ci sono speranze di buone politiche nell’attuale assetto istituzionale che bisogna rivederne le fondamenta: il breve termine è definitivamente perso, non c’è alternativa che pensare al lungo.
Presto o tardi l’attuale sistema di interventismo statale arriverà alla frutta, sepolto dai debiti, dall’inefficienza e dalla corruzione. L’unico modo per evitare ciò è convincere tutti che la politica è il problema e non la soluzione, altrimenti le elite di potere continueranno a portarci al disastro. Il 90% delle politiche sono stupide e creano solo problemi, ma sono tutte politicamente inevitabili nell’attuale assetto istituzionale.
]]>http://baselinescenario.com/2010/04/19/goldman-sachs-too-big-to-obey-the-law/
]]>Il problema numero uno è: le safety net creano domanda di rischio, la domanda di rischio crea domanda di safety net. Reazione positiva: sistema instabile nel lungo termine. Soluzione: tagliare la reazione, e siccome non si può impedire agli imprenditori di ricercare profitti, è necessario far pagare i costi in modo da allineare i profitti all’economia reale.
Ma lo stato non è in grado di tornare indietro dopo aver commesso un errore: sa soltanto raddoppiare la posta in gioco. E invece di eliminare le safety net, cerca di eliminare la possibilità di sfruttare le opportunità di profitto non fondate sui fondamentali economici create dalla socializzazione del rischio.
Al che si crea il problema numero due: esattamente come gli imprenditori sono incentivati dal sistema dei prezzi a sfruttare opportunità id profitto create dalla safety net e che non hanno senso sul piano dell’economia reale, così sono incentivati ad aggirare le regolamentazioni.
Se con una mano si salvano le banche (politica monetaria, assicurazione sui depositi, bailout, ricapitalizzazioni, regulatory forebearance e sospensioni del mark-to-market) e con l’altra si vincolano i loro comportamenti con regolamentazioni (tralasciando i problemi di public choice) si creano incentivi contraddittori.
E’ forse sufficiente eliminare le politiche del primo tipo, se sono l’unica causa di moral hazard. Nel caso più realistico in cui la finanza ha qualche elemento di pazzia endogena, comunque la domanda di rischio ne sarebbe ridotta, anche se l’instabilità non azzerata.
Lunghi periodi di boom senza una base di intervento governativo non sono possibili: sia la crisi del ‘29 che quella del 2007 sono il risultato cumulativo di anni e anni di inflazionismo. Di quesot è difficile esserne certi, però. Se è vero, l’eliminazione delle politiche anticicliche e delle safety net sarebbe sufficiente a prevenire grossi scompensi strutturali.
Nulla di tutto ciò può salvare l’economia da un collasso temporaneo, ma questo è il prezzo da pagare per essere finiti in uno schema di Ponzi.
La normalizzazione nel 1990 sarebbe stata gratis. Nel 2000 sarebbe costata molto. Nel 2007 il conto sarebbe stato enorme. Salvare le banche crea domanda di salvataggi: è uno schema di Ponzi. Non è mai tardi per uscirne, ma è troppo tardi per non rendere l’uscita molto molto costosa.
Il mio paper di Sestri Levante (How not to reward innovation) analizzava proprio la logica della dinamica: safety net / risk taking.
]]>Semplicemente, la classe politica mondiale non riuscirà in nessun caso a piegare ai propri voleri la finanza. In primo luogo, perché la classe politica non conosce quali sono i propri voleri, elemento da non sottovalutare. Secondariamente perché la classe politica non conosce i veri meccanismi che guidano la finanza mondiale. Da ultimo, perché la la classe politica è geneticamente miope, e per ciò stesso corruttibile.
Non è questione di argomentare secondo il classico schema laissez faire vs. statalismo, è proprio un altro piano, più ontologicamente pessimista.
]]>Se l’attuale problema è dato da financial leverage, maturity mismatch, opacity, complexity & Co, basta ridurre tutti questi problemi, agendo sulle cause, e senza illudersi che sia a costo zero.
Un sistema finanziario non può funzionare se passività a vista (demand deposits) o a breve (commercial paper) sono usati per finanziare investimenti in capitale fisso o immobiliari. Un sistema finanziario non può funzionare se per ogni dollari di capitale ci sono 20-30$ di debito. Un sistema finanziario non può funzionare se nessuno sa cosa ha in tasca e se tutti svolgono operazioni complicatissime assumendo che tutto funzioni alla perfezione sempre.
Non è certo una cosa nuova: dal 1927 al 1929 si vennero a creare problemi simili. La debt+deflation theory di Fisher non era altro che un modello di acceleratore (deceleratore) finanziario in cui la contemporanea presenza di debito nominale e deflazione dei prezzi ingigantiva la crisi (nel 1921 c’è stata la seconda ma non c’era il primo, diceva Fisher: io sono per dare quasi tutta la colpa a Hoover, come Ohanian nel recente paper del 2009 su Economic Theory, in cui ripete verbatim le argomentazioni di Rothbard del 1963 – che a sua volta aveva ripetuto le argomentazioni di Chester Phillips del 1937, ma il debito è un deceleratore finanziario notevole).
E a chi dava la colpa FIsher? “Monetary easiness”, diceva in uno degli ultimi paragrafi del paper. I problemi sono sempre gli stessi: cambiano solo i nomi dei macroeconomisti.
Ora, non esiste nessun percorso che parte dallo stato attuale ed arriva ad uno stato decentemente robusto sul piano finanziario senza una pesante crisi.
Quindi la scelta è: permettere il deleveragine e patire subito, o cercare di posticipare il deleveraging ad ogni costo, creando maggiori problemi in futuro (come nel 2001, o nel 1927).
Quando si posticipa un riaggiustamento, la posta in gioco sale sistematicamente. Se si fosse impedito alla Fed di intervenire anticiclicamente negli anni ‘20 e negli ultimi 20 anni, né il 2007 nel 1929 sarebbero stati tanto gravi. Purtroppo i politici continuano a giocare al lascia e raddoppia sulle nostre teste.
La politica economica consiste essenzialmente nel perpetuare uno stato di sequilibrio sistemico sperando che un miracolo arrivi a curarlo.
Io dubito che la crisi vera sarebbe molto più grave di quella degli anni ‘80 se si lasciassero i mercati aggiustarsi. Il ‘29 è stata una precisa scelta politica di Hoover e Roosevelt e non una necessità. Senza intervento pubblico la crisi già sarebbe finita da un pezzo, anche se sarebbe stata molto più grave (nel 1921, che comunque era strutturalmente grave per una serie di motivi, in 18 mesi di crisi l’output industriale fu dimezzato, e poi ricominciò come un treno – anche troppo).
Qui sarebbe interessante capire un po’ le cause della crisi Giapponese e della sua perpetuazione, perché la smoking gun non è stata trovata ancora (mentre per il ‘29 già si sa quasi tutto, con Ohanian a confermare ciò che si diceva già nel ‘37).
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