Nei paesi che – come gli Stati Uniti, la Francia, il Giappone, la Russia e altri – hanno sviluppato l’industria nucleare esistono ingenti ricadute occupazionali dirette. Tanto per citare alcuni esempi, nelle industrie nucleari, termo-meccaniche ed elettro-meccaniche degli Stati Uniti operano attualmente 52 mila ingegneri nucleari e circa 250 mila addetti specializzati. In Francia ogni reattore nucleare in funzione (ce ne sono 59) impiega circa 400 addetti, per un totale di circa 24.000 addetti. L’EDF ha più di 40 mila dipendenti, AREVA ha 75 mila dipendenti e nell’industria manifatturiera nucleare francese operano altri 40 mila addetti. La sola manutenzione degli impianti nucleari francesi impiega circa 30 mila addetti, in massima parte dipendenti di imprese esterne.
In Italia negli anni Ottanta il comparto nucleare in senso stretto contava circa 45 mila addetti, mentre oggi non va oltre i 3.500: la differenza le dà la dimensione delle ricadute occupazionali dirette e dei posti di lavoro distrutti dalla rinuncia al nucleare.
Ma ha poco senso parlare solo di posti di lavoro all’interno del comparto nucleare. Se infatti è vero che la ripresa dei programmi nucleari comporterà un sensibile incremento dei posti di lavoro nelle aziende del settore e nell’indotto, è altrettanto vero che la disponibilità di energia elettrica a basso costo (attualmente l’elettricità italiana è la più cara del mondo) migliorerà la performance di tutta l’economia nazionale, consentendo alle imprese nazionali di espandere le loro attività e di creare esse stesse nuovi posti di lavoro.
Al contrario, l’alto costo dell’elettricità dovuto all’assenza di una componente nucleare sta oggi determinando la chiusura delle attività ad alta intensità elettrica, come ad esempio la siderurgia e l’industria dell’alluminio. È il caso di ricordare la vicenda emblematica dell’Alcoa, che sta chiudendo gli stabilimenti in Italia a causa del costo eccessivo dell’elettricità.
Il nucleare è una fonte di energia pulita, non emette gas serra e non ha alcun impatto negativo sull’ambiente. Chi sostiene il contrario lo fa su basi ideologiche, non scientifiche. La radioattività rilasciata nell’ambiente da una centrale nucleare è pari a 1/25 della radioattività scaricata con le ceneri di un impianto a carbone di uguale potenza, ceneri che sono normalmente utilizzate per produrre materiale da costruzione e pavimentazioni stradali. I materiali radioattivi prodotti negli impianti nucleari sono in quantità estremamente limitata e sono tenuti interamente sotto controllo e la sicurezza delle centrali è assoluta.
Non a caso, per la sua decisione a favore del nucleare, Obama ha dato giustificazioni essenzialmente ambientali, dichiarando di essere ben consapevole delle preoccupazioni degli ambientalisti, ma che su temi che toccano l’economia, la sicurezza energetica e il futuro del pianeta non è possibile accettare le vecchie contrapposizioni.
Quanto al contributo che il nucleare può dare alla riduzione delle emissioni, visto che questo costituisce un cavallo di battaglia ambientalista, anche se eccessivamente drammatizzato, la componente principale della CO2 prodotta ogni anno in Italia proviene proprio dalla generazione elettrica (26%). Quando saranno in funzione, gli otto reattori previsti dal programma nucleare italiano eviteranno ogni anno l’immissione in atmosfera di 100 milioni di tonnellate di CO2, il che corrisponde a una riduzione del 20% delle emissioni complessive attuali (580 milioni di tonnellate) ovvero all’aver tolto dalle strade 20 milioni di automobili. Non ci sono altri mezzi per ottenere questi risultati.