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Riforma mercato del rating: back to the seventies?

“Basta rating obbligatori … gli emittenti devono avere libertà di scelta sul ricorso al rating… l’imposizione legislativa interferisce con il libero mercato”: non sono le parole di un liberista, ma del presidente di Standard & Poor’s Deven Sharma. Per questo motivo assumo ancora più rilevanza, tuttavia non mancano alcune perplessità. Come tutti sanno il mercato del rating è afflitto da due grandi inefficienze (o piaghe): il conflitto di interessi e la posizione dominante delle tre sorelle statunitensi sul mercato (oligopolio). La proposta del presidente di S&P riuscirebbe a debellare questi due mali, riportando il sistema alla situazione di mercato precedente agli anni 70’, dove le agenzie di rating erano pagate direttamente dagli investitori ed i players sul mercato erano in maggiore numero. A questo punto bisognerebbe domandare alla Commissione Europea e al presidente Obama quale sia la ragione per cui le riforme da loro proposte non prevedano questo semplice e alquanto efficace passaggio. La risposta risiede nella complessità e velocità del settore finanziario attuale, unita alla volontà degli Stati di mantenere sotto la loro diretta influenza un mercato che genera direttamente e indirettamente diversi trilioni di dollari all’anno. Ecco così che la proposta di “liberalizzare” il mercato avanzata da Sharma, attraverso la non obbligatorietà per gli investitori di comprare titoli senza rating, appare poco strutturata e volutamente superficiale. L’attuale numero uno di S&P è infatti consapevole come l’attuale struttura del sistema andrà avanti per molto tempo, perchè i legislatori sono attualmente impegnati, e presumibilmente lo saranno a lungo, a ridisegnare il mercato bancario (il quale risponde a necessità politiche più pressanti). Alla luce di questo, tali dichiarazioni appaiono più come una pubblicità/riabilitazione di un settore che sta perdendo inesorabilmente credibilità (e fatturato…). Una riforma del sistema necessità uno stravolgimento delle regole, non del ritorno al passato. Che la risposta risieda nel mercato credit default swap?

26 gennaio 2010 Senza categoria, Stati Uniti, credito, mercato

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  1. Matteo Gianola
    28 gennaio 2010 a 17:48 | #1

    Il problema dei rating è decisamente fondato: pochi sanno cosa siano o come essi vengano calcolati (anche tra gli operatori). IL punto critico, fondamentale risiede nella poca trasparenza data dall’oligopolio delle tra maggiori agenzie di valutazione. Chi mi sa spiegare, come a un bambino di sei anni, perché esiste una differenza abissale tra un “sollecided rating” e un “unsollecitede rating”? Forse che il primo è a pagamento, mentre il secondo è liberamente attribuito dall’agenzia?
    La probabilità di default indicata da queste valutazioni deve essere presa come verbum dei, visto che non sono resi noti i parametri su cui si basa l’analisi sottostante: ricordo che Lehman Brothers aveva un rating A2 (Moody’s) ancora il giorno dopo l’annuncio di bancarotta…
    Indicativo è il giudizio dato da Fitch a una banca italiana di cui non riporto il nome, benché il foglio analitico sia stato inserito in un comunicato stampa, per ragioni di riservatezza: confermando il valore A- si aggiunge che “The ratings of [omissis] reflect the strong local franchise of the group’s subsidiary banks and its relatively stable and adequate profitability. They also reflect the lower efficiency inherent in its complex group structure, a high level of impaired loans and just acceptable capitalisation” indicando che sì esistono degli elementi positivi ma il giudizio riflette una situazione di c.d. standstill per via dei significativi punti di criticità insiti nella struttura stessa dell’azienda.
    Forse solo i CDS potrebbero permettere di superare questa problematica, visto che si delegherebbe al mercato stesso la possibilità di giudicare il rischio degli investimenti e di agire di conseguenza per tutelarsi ma, forse, il superamento del rating porterebbe numerosi danni economici a chi, su di essi, vive.