C’è un paper di Haberler del 1932 che dice che non solo M1 ma tutto il credito conta per l’analisi. Sta nel libro di Ebeling di raccolta di saggi sull’ABCT.
Per quanto riguarda il Giappone, sto studiando l’alternativa defl-infl in vari casi e direi che è una conseguenza di lungo termine abbastanza puzzling. E’ strano cioè che non siano riusciti ad entrare in una stagflazione anni ‘70, e finire più come l’America Latina che come ora. Pare che non abbiamo rifinanziato le banche a sufficienza, esportino capitali per via del carry trade (cosa che riduce i depositi delle banche domestiche) e non abbiano creato aspettative inflazionistiche.
In ogni caso, la conseguenza di lungo termine dell’inflazionismo probabilmente è più Weimar che il Giappone, ma una recessione ogni tanto è più che sufficiente per eliminare il problema della stagflazione, come fece Voclker tra il 1980 e il 1983.
Il punto è che la deflazione ha una fine naturale e non può essere un risultato di lungo termine, ma perpetuare il problema senza aggiustarlo evidentemente è un risultato di lungo termine altrimenti il Giappone non si spiega.
Tra le poche idee, in maniera molto grezza ho anche pensato che si potrebbe immaginare il sistema monetario attuale come una sorta di free banking ottocentesco all’interno del quale ogni singola banca ha una posizione dominante rispetto ad un determinato territorio (che può comprendere più nazioni). Ma non sono andato molto in là. Ciò che più mi interessa però, è capire se il fenomeno giapponese è un semplice effetto di un sistema distorto e schizofrenico o se invece è una tendenza, un’evoluzione del sistema monetario attuale.
]]>A parte il citato libro di Hayek c’è veramente poco altro in ambito austriaco, nonostante i movimenti internazionali di capitale siano stati fondamentali per le dinamiche economiche almeno negli ultimi 20 anni, se non di più. Sicuramente parte del problema è che si tratta di fenomeni largamente intrattabili sul piano della complessità, ma capirne poco è sempre meglio che non capirne niente, e quindi c’è probabilmente molto da scoprire su questi temi.
Parli di una tua limitata ricerca: intendi dire che hai provato a scrivere qualcosa, che hai idee a riguardo, magari espandibili per qualche studio? Potrebbe essere molto interessante. Io ho provato a ragionare sul carry trade giapponese e il suo ruolo nella lost decade, però non sono arrivato da nessuna parte.
Se ti interessa fare una ricerca che potrebbe dar vita ad un paper, si può iniziare una discussione, mettere assieme conoscenze e riferimenti bibliografici, e fare insomma quello che sto già facendo con un mio paper di cui discuto con un paio di amici che stanno scrivendo altri loro paper…
]]>Le diatribe sono utili quando si basano sulle argomentazioni. Quando non si dialoga, si perde tempo. Quando X fa un articolo contro la teoria di Y dove non capisce gli argomenti di Y, la diatriba è inutile.
Direi che come sunto di buona parte del dibattito su free banking vs 100%-reserve e del dibattito Hayek vs o con Mises sul socialismo non è male…
Selgin e White non hanno mai risposto alla critica di de Soto sul fatto che le crisi bancarie sono endogene al ciclo, ad esempio, e di fatto hanno trascurato completamente il problema. de Soto, da questo punto di vista, va criticato per un dettaglio meno rilevante: continua a scrivere che un’espansione monetaria concertata tra le banche non danneggia nessuna banca, e non considera l’argomento di Selgin e White riguardo l’incremento della varianza del netting nell’interbancario. Devo dire che de Soto ha le idee che mi piacciono di più tra quelli citati.
Il dibattito dovrebbe approfondire questi temi, invece troppo spesso (e qui non cito nessuno, ma è evidente a chi mi riferisco) tutto diventa un “tu sei immorale e difendi cose immorali”. Se devo farmi fare la predica vado dal prete, non da un economista.
]]>Quali secondo sono sterili e quali invece possono avere uno sviluppo allo stato attuale dell’arte e degli artisti? ![]()
Te lo chiedo perchè dal post non ho chiaro se c’è più un problema del tipo “siamo-austriaci-e-ci-sediamo-sugli-allori” o del tipo “ci-diciamo-austriaci-ma-capiamo-poco-delle-argomentazioni”.
Inoltre: fino a che le diatribe interne sono inutili? Non potrebbero servire almeno a separare il grano dalla gramigna (come mettere nei “Journal of Libertarian Studies” o simili Raymond Aron, keynesiano che criticava sia von Hayek che il giusnaturalismo à la Rothbard)?
Ovviamente il succo del mio discorso è che l’economia austriaca vive all’interno delle sue possibilità produttive: si potrebbe ottenere 100 e in realtà si ottiene 50. Ho anche analizzato le cause di ciò, secondo le mie opinioni, e credo che chiunque sia seriamente interessato a far avanzare le teorie austriache possa trarre vantaggio dalla mia analisi.
In effetti è quello che in privato sto cercando di fare, come anche te e altre persone: fare ricerca. Però si fa ricerca perché ci sono delle cose ignote, e quindi la prima condizione per farla è vedere che c’è un problema, nuovo o pregresso, o anche un’opportunità di sviluppo verso nuovi orizzonti.
Sul fatto poi che scrivo spesso dei problemi degli austriaci, penso sia un problema statistico. Io scrivo tanto: se ogni dieci cose che scrivo sugli austriaci una è critica, allora alla fine sembra che sono molto critico. In realtà lo sono ben poco: nove post su dieci cercano di mostrare quanto siano rilevanti tali teorie per capire determinati problemi.
]]>Faccio un’osservazione all’ottimo Pietro: a parte il fatto che sono del tutto d’accordo con l’analisi che hai presentato, ma perché insistere a discutere in così tanti posti diversi sui problemi dell’austrismo?
Come tu dicesti in una certa occasione, il requisito fondamentale del fare buona ricerca è cominciare a farla; il parlare continuamente di come dovrebbe essere questa ricerca e del perché finora la ricerca è stata in stasi è una riproposizione un po’ ad nauseam di una serie di buoni propositi che non ho ancora capito a chi sono mirati, ed èun po’ un trascinarsi nello stesso campo di coloro che hanno contribuito, con varie motivazioni, ad una ghettizzazione dell’austrismo (meglio regnare all’inferno che servire in paradiso).
Ritengo che il modo migliore di contribuire a migliorare o aggiornare o ampliare la teoria austriaca sia di fare una ricerca serie e solida e poi opporre questa, con le sue caratteristiche e principi ispiratori, contro chi si ritiene abbia di fatto bloccato l’evoluzione teorica. In sostanza presentarsi con un “ho raggiunto questo risultato perché ho buttato a mare queste perdite di tempo come discutere su chi è più austriaco e su quanto assurde siano le teorie di Keynes, ora aggregatevi”.
Da buon pessimista sono sicuro che chi vuol vedere i problemi dell’austrismo attuale li ha già visti o gli basta ben poco per capire, chi non li vuol vedere perché ha bisogno solo di una bandiera sotto cui radunarsi non perderà tempo a rifletterci neppure se toccasse con mano questi problemi.
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