“Coordination Problem” è un ottimo modo di tornare al valore primo della teoria austriaca superando quel focus imperante sulla (quantità di) moneta che può essere veicolo di rottura della coordinazione.
]]>Un saluto.
]]>Hayek e O’Driscoll col termine “coordination problem” intendevano esattamente la stessa cosa che intendono Boettke e soci, fino a prova contraria. Mi sembra infondato dire che intendevano qualcos’altro, magari solo perché “coordination failure” è un tipo di modello keynesiano a equilibri multipli che è uscito fuori negli ultimi dieci anni, in assenza di alcun riscontro testuale, e, anzi, nonostante l’esplicito riferimento di Boettke al testo di O’Driscoll.
“Perchè gli ecomisti austriaci sono stati ignorati?”
I motivi sono moltissimi: in parte è colpa degli austriaci stessi, in parte no. Eliminare la componente endogena dell’insuccesso austriaco mi sembra un’ottima strategia, e da questo punto di vista c’è molto da fare. Sicuramente c’è un bias interventista nella politica economica che è intrinseco alle dinamiche politiche, e sicuramente una teoria che anche uno stolto può capire come quella keynesiana ha un vantaggio comparato in una democrazia di massa rispetto ad una teoria più complessa. Ma continuare ad insistere sulla componente esogena degli insuccessi austriaci, quando molto si può fare per eliminare i problemi interni, non serve a nulla: è solo un piangersi addosso. Gli austriaci hanno ai margini più potenziale nel cambiare sé stessi che il mondo, e la prima cosa è necessaria per la seconda. Scriverò un post a riguardo ASAP.
]]>La Scuola austriaca ha una capacità di spiegare le basi del pensiero economico superiore ad un libro di microeconomia (e a maggior ragione macro: la macroeconomia non è economia
), e questa è un’ottima cosa. Leggere e capire anche solo le basi del pensiero di Mises fornisce effettivamente le basi per capire un mucchio di cose, mentre lo stesso non si può dire della lettura di “Economia” di Samuelson e Nordhaus, tanto per fare un esempio, che è un pout pourri senza né capo né coda di idee confuse e forse anche non del tutto coerenti.
In ogni caso, una Scuola di economia, e questo alla GMU lo sanno bene e io concordo pienamente, non deve rivolgersi al layman, all’uomo di strada che vuole essere informato sui problemi della società (e che ha forse il diritto di non essere seppellito di equazioni differenziali al primo tentativo di comprendere certi fenomeni… che non necessitano affatto di queste cose). Una Scuola di economia deve rivolgersi agli economisti, cioè agli accademici, ai ricercatori e ai professori che creeranno il pensiero economico di domani.
Per tornare poi al layman, io sono convinto, come dico scherzosamente nel primo commento, che i dettagli di ogni scienza avanzata sono naturalmente al di fuori della portata dell’uomo di strada, proprio perché richiedono anni e anni di studio. Uno dei difetti della Scuola austriaca è che la mancanza di equazioni convince migliaia di giovanotti che le teorie austriache sono semplici, col risultato che il termine “austriaco” è usato 9 volte su 10 a sproposito, e per difendere tesi che Mises potrebbe rivoltarsi nella tomba.
E’ quindi importante (più di quanto traspare nell’articolo) spiegare i fondamenti dell’economia a tutti coloro che vogliono conoscerli, e qui la Scuola austriaca ha un vantaggio comparato perché è un approccio di buonsenso, ma è nel lungo termine ancora più importante diffondere certe idee tra chi le idee le crea.
]]>Potrei provare a fare una serie di post più focalizzati, ma monopolizzerei Chicago-Blog. Oppure potrei commentare un punto non chiaro specifico, ma mi rendo conto che il post di punti non chiari ne contiene diversi.
Dovendo dividere il post per temi direi che ho parlato di:
1. I problemi sociologici della Scuola austriaca: settarismo e guerre di religione sull’ortodossia.
2. Il ruolo di Rothbard nella propagazione (ottima cosa) e a volte nella distorsione delle idee della Scuola austriaca.
3. Le possibili linee di sviluppo delle teorie austriache: cosa è insoddisfacente, cosa sarebbe utile fare.
4. Cosa è il paradigma neoclassico, cosa è la rivoluzione keynesiana, e cosa è il positivismo metodologico di Friedman (gli elementi della frattura tra Scuola austriaca e mainstream tra gli anni ‘30 e gli anni ‘70).
5. Quali sono i rapporti tra le nuove scuole (bounded rationality, computational economics, behavioural economics) e la Scuola austriaca.
6. Le conseguenze delle teorie austriache per la politica economica e le differenze con la visione neokeynesiana e quella newclassica: di questo ho parlato nei precedenti post, abbastanza di recente.
7. Cosa è la time inconsistency e perché è importante anche per gli austriaci.
8. Cosa non mi piace degli animal spirits, e perché non li considero un passo avanti rispetto all’economia neoclassica
A parte 6 e 8, che ho trattato in diversi post, linkati in fondo, gli altri temi sono importanti, lunghi, e trattati da me in maniera molto criptica. Credo che un paio li espanderò in un altro articolo. Se ci sono richieste specifiche, posso scrivere una cosa specifica.
Grazie per il commento.
PS Recenti articoli su punti 6 e 8:
/2009/12/23/a-natale-sono-tutti-piu-buoni/
/2009/12/20/trentanni-di-follia/
/2009/12/17/premiato-per-bancarotta/
/2009/11/10/di-angeli-e-amebe/