(1) Per equilibrio intendo l’equilibrio tra risparmi e investimenti, il cosiddetto equilibrio della produzione. In seconda battuta intendo anche l’equilibrio finanziario, che non è un concetto austriaco ma viene naturale consideralo come sua estensione.
Faccio un esempio doppio. Supponiamo che io voglia consumare più di quanto il mio reddito consenta, perché ritengo permanente il mio reddito che in realtà è eccessivo, perché la mia ricchezza finanziaria è sottovalutata, perché mi sto indebitando a dismisura e penso di poter pagare il debito col mio reddito/patrimonio futuro, perché sto sottoinvestendo in capacità produttiva (da cui viene il mio reddito) e quindi posso permettermi di spendere più per consumi, sottovalutando la necessità dei risparmi.
Se io commetto tutti questi errori, avrò un impoverimento della struttura produttiva (una sorta di deindustrializzazione) e contemporaneamente un’esplosione delle mie passività (come il debito commerciale).
Se io mi rendo conto di questo errore, devo ridurre i consumi, aumentare i ripsarmi, pagare i debiti, ricominciare ad accumulare capitale, spostare risorse produttive dai settori sovraespansi (navi container, gru edilizie, intermediari finanziari, industrie automobilistiche) a quelli sottovalutati. Allora si ha una recessione, e anche grave, data l’entità delle distorsioni.
Allora che fa lo stato? cercherà di mantenere l’economia al di fuori dell’equilibrio economico, cioè di impedire ai cittadini di rendersi conto dei propri errori e quindi permettere loro di perpetuare un boom fittizio. Il problema è che non si può consumare ciò che non si produce, e non ci si può indebitare senza un creditore disposto a fornire capitali, quindi un tale boom deve necessariamente finire, e nessuna quantità di stimoli monetari o fiscali potrà perpetuare ciò che è insostenibile*.
Per autorità intendevo quelle politiche, ovviamente. I desideri delle autorità politiche sono sempre quelli di aumentare il proprio potere, ma al di là di ciò le loro decisioni vanno viste alla luce della teoria delle scelte pubbliche.
E’ impossibile o quasi che i politici si prendano delle responsabilità o decidano di far pagare il costo a tutti e subito, quando possono nascondelo e farlo pagare dopo. Di conseguenza, le autorità politiche sono sempre miopi, tendenti a ingannare i cittadini, e inefficienti nel prendere decisioni di politica economica.
Le crisi, anche e soprattutto quelle di origine politica come questa, sono per l’elite al potere l’occasione di accumularne ancora di più, e infatti lo stanno facendo. Questo perché le perosne sono spaventate dalla crisi e perché il mercato non può funzionare nel contesto istituzionale sopra descritto.
La soluzione è togliere tutti gli strumenti di politica ecnomica dalle mani dei governi, cioè ripristinare il gold standard e imporre l’equilibrio fiscale anno per anno, senza mai fare bailout, senza mai assicurare o finanziare o dare privilegi alle imprese. Questa soluzione però non verrà mai implementata, perché la classe politica perderebbe il potere.
Purtroppo si tratta di un problema creato dalla politica, e i problmi politici sono irrisolvibili: la democrazia non è certo la soluzione, visto che ha infiniti problemi interni, e la sovranità popolare è una truffa.
Non c’è comunque nulla di nuovo in tutto ciò: la politica è esmpre stata così.
* L’innovazione economica può posticipare un tale evento. Prima o poi il redde rationem però arriva. E’ però vero storicamente che i boom che avvengono contemporaneamente all’innovazione durano di più.
]]>Questa è la giustificazione teorica.
(1) Assumiamo che il boom americano comporti un eccesso di consumi per gli americani.
(2) Assumiamo che questo eccesso di consumi sia finanziato da debito estero, cioè dia luogo ad un deficit commerciale.
(3) Assumiamo che il creditore estero del consumatore americano (ma anche dell’azienda americana che non trova sul mercato creditizio interno le risorse per via dell’insufficienza dei risparmi) sia disponibile ad una tale follia.
Allora, siccome la domanda nazionale in un’economia aperta è Y=C+S+T+M (consumi, investimenti, spesa pubblica e importazioni) e l’offerta nazionale è Y=C+I+G+X (consumi, risparmi, tasse ed esportazioni), si ha l’identità contabile: I = S+(T-G)+(M-X), che dice che gli investimenti interni sono finanziati o dal deficit commerciale (M-X) o dai risparmi interni (S) o dal risparmio pubblico (T-G), che però è quasi sempre negativo.
Di conseguenza, un difetto di S che non comporti un crollo di I, al di là della dinamica di T-G che mi sembra irrilevante, è possibile solo se una parte cospicua della produzione è fatta all’estero e non internamente.
Di conseguenza, occorre produrre all’estero e quindi trasportare i beni a livello globale. Questo provoca due boom di tipo insostenibile (nel senso che sono la conseguenza diretta del boom insostenibile iniziale, quello del cosnumo americano, e che vivranno e moriranno con esso):
1. boom della redditività degli investimenti in produzioni estere (detto anche “crescita economica cinese”)
2. boom della redditività degli investimenti in trasporto internazionale (detto anche “sovracapacità dei container”)
Ne risulta che il ripristino dell’equilibrio macroeconomico deve implicare una riduzione della crescita cinese (che si sta industrializzando a spese degli USA, guadagnando capacità industriale accumulando titoli finanziari in dollari) e un crollo del commercio internazionale e quindi degli investimenti collegati.
In poche parole, la globalizzazione è in parte frutto della divisione internazionale del lavoro e quindi è buona. In parte è frutto delle politiche di Greenspan e Bernanke, e questa componente è insostenibile nel lungo termine.
La relativa importanza dei due fattori non è determinabile teoricamente, però il fatto che ci sia stato un tracollo del commercio internazionale milita a favore di una rilevanza del secondo fattore. D’altra parte, il tracollo potrebbe anche avere altre origini, come un undershooting del commercio legato non a fenomeni austriaci di insosnteibilità strutturale, ma a fenomeni keynesiani di rigidità di breve termine che riducono eccessivamente la domanda aggregata.
Non sapremo mai quale tesi è giusta perché le autorità economiche non vogliono che il mercato torni all’equilibrio.
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