Ovviamente questo non vale sempre e comunque: i broker-dealer (come era Bear Stearns) non possono essere salvati in questo modo, perché compravano Abs e Cdo e li finanziavano con repo, per cui quando la controparte del pronti-termine rifiutava il rinnovo, la società moriva nel giro di poche ore.
Quanto al caso-Chrysler, c’è una differenza: il problema che ha dato origine al braccio di ferro è stato sollevato dai bondholders secured, cioè quelli che avevano acquistato obbligazioni con pegno su impianti ed attrezzature dell’azienda, che ritenevano che dalla liquidazione avrebbero recuperato pressoché tutto il credito, non dagli unsecured, che sono quelli più importanti per masse coinvolte, e a cui si riferisce Fischer e, si parva licet, il sottoscritto.
]]>Riguardo il pensiero specifico di Fischer, io credo che lui focalizzi il problema sul livello di leverage che può essere consentito alle banche. Noi oggi sappiamo che le banche più grandi (quelle che hanno creato divisioni di investment bank da giustapporre alla banca commerciale tradizionale) mostravano anche un formidabile aumento di leverage, causato proprio dalla non segregazione delle attività di investment bank da quelle tradizionali. Quindi, qui abbiamo crescita dimensionale (preesistente, ma innocua) e crescita di leverage (dopo la caduta del Glass Steagal Act). Questa evidenza contraddice (o meglio, si affianca) a quella di istituzioni piccole ma sistemicamente rilevanti. A me pare si possa affermare che i problemi si moltiplicano quando abbiamo istituti di grandi dimensioni (cioè con market power nazionale, in termini di costo della raccolta e price-setting sui servizi) E sistemicamente rilevanti, ad esempio con leverage altissimo e utilizzo di espedienti di regulatory relief.
Che fare? Osserva che Fischer non parla di antitrust (non avrebbe neppure titolo per farlo), ma suggerisce di applicare alle banche di maggiori dimensioni le procedure di resolution che si utilizzano per tutte le altre, e più in generale per i casi di dissesto. Io sposo in pieno questa tesi, e la preferisco ad azioni antitrust per timore (più che giustificato, credo) di cattura regolatoria. In soldoni, che significa tutto ciò? Che se una banca si dissesta, i suoi obbligazionisti “must take a hit”, cioè accettare una conversione (parziale o totale) in equity dei propri crediti. Questa tesi, come noto, è stata ferocemente avversata da molti, in buona e meno buona fede. Alla prima categoria appartengono quanti pensano che, se gli obbligazionisti bancari perdono soldi coi propri crediti, si verificherà nell’immediato una corsa agli sportelli e, nel lungo termine un inaridimento della capacità di raccolta delle banche. Ciò non è vero, vista la garanzia della FDIC sui depositi.
Alla seconda categoria (quella della assai meno buona fede) appartengono le varie PIMCO e BlackRock, cioè i bond asset manager, e di quelle non vorrei occuparmi, anche se so che dalle parti del Tesoro sono molto ascoltate, per usare un eufemismo.
Mi pare però sufficientemente oggettivo che il violento deleveraging delle banche-centauro (investment bank più banca commerciale) abbia bloccato e stia bloccando il meccanismo di trasmissione della politica monetaria allo stesso modo in cui in fase di economia in crescita, queste stesse banche abbiano fatto esplodere l’offerta di moneta.
Per concludere, credo che un opportuno mix di limiti al leverage e di controllo del regulatory relief usato ed abusato dalle banche (ad esempio con i CDS), possa essere utile per ridurre i rischi futuri, e per fare ciò servirà una vigilanza sufficientemente capace e “potente” da poter agire in modo principle-based e non rule-based, data la natura “liquida” dell’innovazione finanziaria.
]]>